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Pasquale Soccio.
Pasquale Soccio.
Recchiomozzo e Carlo De Carolis, due figli di S. Marco in campo avverso, rappresentanti tenaci di due opposti sentimenti, due temperamenti vigorosi, due esempi di coraggio e di valore che testimoniano, comunque, la terragna generosità di questa gente travagliata e travolta dall’impeto dei nuovi tempi.
Gli ultimi sussulti di una lotta sanguinosa trovano impegnati, in un duello mortale, questi due figli di S. Marco: è da notare appunto in questa lotta ai ferri corti l’assenza delle truppe regolari e di ogni iniziativa da parte delle autorità provinciali. Alla fine S. Marco risolve da sé il suo problema: è una lotta tra Orazi e Curiazi, mentre la stessa Commissione locale per la repressione del brigantaggio (di cui fanno parte illustri e autorevoli personalità locali, come il liberale Angelo Tancredi e l’arciprete Spagnoli), non fa che registrare i vari episodi e segnalarli per la premiazione alle preposte autorità di Foggia e di Napoli. E se Recchiomozzo è un indigente, un paria, il comandante delle guardie mobili Carlo De Carolis, col fratello Luigi, è un proletario nel vero senso della parola, come si apprende dagli Atti ufficiali, un 'infelice famiglia'. Con tutto ciò ha sposato la causa dell’Unità, come già il sarto Calvitto e la famiglia di costui; si è posto, è vero, si dirà con senso realistico, dalla parte dei 'proprietari e del governo' che insieme finanziarono il corpo delle guardie mobili. Ma Carlo De Carolis, sempre col fratello Luigi, in più episodi dimostrò un entusiasmo disinteressato, senza mai scopi venali e ambizioni di premio. Nel tragico episodio, per lui letale, si trovò a tu per tu con l’ultimo dei capibriganti. Egli aveva ormai coscienza che la lotta, proprio in quei giorni, assumeva un carattere risolutivo per la pace della sua piccola patria; la quale pertanto, con gli episodi di valore e di autentico sentimento di italianità, veniva finalmente ad inserirsi nell’auspicato processo unitario. Così si spiegano, in una nobile luce, la sua audacia, l’indubbia prodezza e lo sprezzo della morte, continuando egli a combattere anche dopo essere stato ferito: un'autentica coraggiosa e generosa offerta di tutto se stesso per il bene e per il buon nome dei suoi concittadini. Grave e trista era la nomea che S. Marco s’era fatta in provincia e fuori, quale 'fucina di briganti, vergogna nazionale'. De Carolis da solo riscatta il paese da tanti eventi e momenti funesti.
Il Villani e il De Carolis, il brigante antico e l’italiano nuovo, muoiono nello stesso giorno, in un combattimento corpo a corpo e nessuno dei due vedrà quanto di vecchio perisce e quanto di nuovo nasce dalle insanguinate contrade che circondano il vallone di S. Marco in Lamis.
Al termine di questa narrazione, il lettore e l'autore di queste pagine, pensosi del diuturno, drammatico travaglio delle vicende umane, non possono far altro che avvolgere tutti i protagonisti della vicenda in un solo, doveroso sentimento suggerito dalla pietas storica.
Queste considerazioni, tutt’altro che accademiche, scaturiscono spontanee da chi ha avuto cura di seguire con attenzione tanti tragici avvenimenti, al solo fine di comprenderli, vivendo per oltre un lustro con tutti i personaggi di questa storia, che è, a un tempo, storia e dramma di un’intera città italiana entrata turbinosamente e inaspettatamente nel torrente dei tempi nuovi.
Anche questa favola umana dichiara manifestamente che sugli interessi sono prevalse le idee. Con i primi si tende a vivere o a 'campare', e menano essi comunque al 'particulare', all’egoismo, e, quindi, al tradimento e alla diserzione. Per le idee, qualunque parte esse rappresentino, si muore.