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Nel suo esposto del 28 settembre 1861 il sindaco dunque informa il governatore che per la reazione del 27 ottobre il clero di S. Marco ha pagato 'senza far osservazioni'; e così ancor una volta il capitolo collegiale dopo i moti del giugno ‘61. E sarà opportuno, per la delicatezza dell'argomento, che anche noi ci asteniamo da osservazioni e commenti, dando, col dovuto risalto, la parola ai documenti rinvenuti, essendo anche facile la ricostruzione del discusso comportamento dello stesso clero regolare e secolare.
C’è da premettere e ricordare l'atteggiamento rigido di opposizione al nuovo regno del vescovo di Foggia Bernardino Frascolla. Nel luglio 1860

'lo stesso Vescovo Frascolla, si vide a mal partito, perché i preti cominciarono a buccinare qualcosa sul suo conto, ond’egli, rizelatosene, volle punirli col sospendere a divinis Antonio Carone, rettore della congregazione del Carmine, e il sacerdote Antonio Varracchio, nonché con l'esiliare l’altro sacerdote Michele Meola. Ma il rigido provvedimento spiacque a tutto il clero e a non pochi cittadini, sicché la sera del nove luglio, prima dell'Ave Maria, monsignor Frascolla credette prudente consiglio, anche a parere dell'intendente, di lasciar Foggia, recandosi a Lucera e di qui a San Marco in Lamis' (Nota 1).

Qui recatesi, (o rifugiatesi, perché in un secondo tempo si trasferì ad Andria per sottrarsi agli ordini delle nuove autorità provinciali), è facile intuire dai suoi sentimenti in qual modo istruisse il clero sammarchese e quali consigli o esortazioni impartisse allo stesso. Abbiamo però notizie, sia pur vaghe e di tradizione orale, che non mancavano in mezzo al clero sacerdoti ribelli al vescovo e che alcuni di essi erano sinceramente liberali.
Dopo il moto del 7 ottobre che impaurì sindaco e clero e con cui il popolo manifestò e prese coscienza della propria forza, il 20 ottobre, il sindaco Giuliani, temendo una nuova sedizione, rivolge un caloroso appello al clero, invocandone la collaborazione per il prossimo plebiscito.

S. Marco in Lamis: una processione.
S. Marco in Lamis: una processione.
'All'arciprete Francesco Paolo Spagnoli, a Don Michele Canonico De Theo, a Don Eugenio canonico Moscarella. La giunta di questo Municipio per raccogliere i voti del comizio che deve celebrarsi qui domani alle ore 13 in continuazione, a tutela della pubblica quiete, si rivolge ancora a Lei onde concorra ad istruire i filiali sulla importanza e formula della votazione la quale è semplicissima, come conosce; essendo a ciascun votante, in cui concorrono i requisiti richiesti dal Decreto Dittatoriale, libero il proferire il SÌ od il NO; come pure lo intervenire o non intervenire nella votazione. La preghiera che la Giunta calorosamente Le porge è che nel giro della parrocchia ed in giornata da vero Pastore qual’è, e per la importanza della cosa pubblica spieghi con tutto impegno il fine ed i mezzi della votazione, affinché all'impero della voce ognuno si attendi; e così solo potrà evitarsi un secondo e più fatale popolare tumulto di cui se ne buccina la fatalità. La Giunta di questa preghiera di già ne ha fatto inteso il Sottogovernatore del Distretto per la somma urgenza e per espresso a proprio discarico'.

Com'è noto, essendoci stata la diserzione generale dalle urne il 21 ottobre, era anche naturale l'astensione dei preti e dei frati dei due conventi, le cui fiorenti famiglie monastiche ammontavano a 6 sacerdoti e 10 laici a Stignano, e a 11 sacerdoti, 7 chierici e 9 laici a S. Matteo, come risulta da rispettive e premurose risposte dei due padri guardiani.
All'appello del sindaco l'arciprete Spagnoli, a quel tempo autentica e ascoltatissima potenza locale, risponde col silenzio. Si parla di una sua malattia. Malattia diplomatica? Lo sappiamo comunque 'ristabilito' da una lettera del sindaco il 23 novembre, quando questi ragguaglia il governatore sull’andamento della riscossione della tassa di occupazione:

'Sig. Governatore, essendo la spesa pel mantenimento della truppa eventuale, non potea né posso tanto a Lei che al Decurionato dare una idea adeguata dello ammontare quale potrà avvenire a servizio compiuto. Mi giova solo significarLe che qualunque esito si porta sempre colla intelligenza del corpo municipale. Si è dato principio all'operazione della tassa, colla presenza del Sig. Arciprete, che si è ristabilito, e del decurionato che tiene per norma non solo la possidenza di ciascun cittadino ma benanche gli obblighi di famiglia ripartendo la quota colla massima equità ed esattezza'.

Ma per loro motivi le autorità centrali e provinciali non disarmano. Il nostro sindaco durante il periodo quaresimale riceve contemporaneamente da più parti copie di dispacci telegrafici, il cui tenore, salvo qualche variante, è suppergiù identico. Da Manfredonia, il 10 febbraio '61:

S. Marco in Lamis: una processione.
S. Marco in Lamis: una processione.
'Signore, Le comunico per di Lei norma ed esecuzione il seguente telegramma del Sig. Governatore di Capitanata. ‘Il Governo prevenuto del pericolo che in questa quaresima parecchi predicatori intendono con abuso del loro ministero, censura, reclusione, suscitare scandali e disordini contro legittima nazionale Autorità, riguarderà gli ordinari responsabili, raccomandando loro diramare istruzioni e mandarne copia al Dicastero Ecclesiastico. Predicatori non proposti né accettati dai Decurionati, secondo le vigenti disposizioni, non avranno diritto alla retribuzione nelle chiese di spettanza municipale o di regio patronato. Potrà anche negarsi l'esercizio della predicazione a costoro se temasi turbato l'ordine. Intanto adempiano alla predicazione la Parrocchia ed i Curati perché non manchi alle popolazioni la parola evangelica. Accadendo abusi si proceda subito a linea penale pel Decreto 24 settembre 1860. Così il Consigliere per l'Ecclesiastico e così il Segretario Generale Nigra per telegrafo d’ordine di S.A.R. il Luogotenente’. Il Sindaco A. Scarnecchia'.

In pari data da S. Severo, con qualche variante su 'scandali' fomentati da quaresimalisti si fanno le stesse raccomandazioni; indi con tono più perentorio anche da Foggia. Ancora da S. Severo, il giorno seguente, si insiste in modo sbrigativo e minaccioso:

'Signore, mi arriva dal Sig. Consigliere di Polizia il seguente telegramma: ‘Badate ai discorsi dei Predicatori della prossima quaresima e se censurano le istituzioni e le leggi dello Stato, arrestateli immediatamente ed inviateli al potere giudiziario perché proceda contro di essi a norma della legge 24 settembre 1860’. Date subito questa istruzione a tutti i funzionari politici da Lei dipendenti'.

Le cose si complicano nel periodo quaresimale per la resa di Gaeta. Il 4 Marzo, sollecitato dal governatore di Foggia, l’Intendente di S. Severo insiste nella richiesta di ampi ragguagli sul comportamento del clero che, in generale, come si desume dalla risposta del sindaco (8 marzo) risulterebbe ostile, soffiando sempre sul fuoco da Andria monsignor Frascolla. Il De Theo così risponde:

S. Marco in Lamis: una processione.
S. Marco in Lamis: una processione.
'Sig. Intendente, il quaresimalista Don Nicola La Selva (Nota 2 - 1. parte) (Nota 2 - 2. parte) (Nota 2 - 3. parte) nella cattedra si serve del vero spirito evangelico, nulla toccando dell'attuale regime liberale sotto lo scettro del Re Vittorio Emanuele, essendogli stato ciò vietato da Monsignor Frascolla vescovo della Diocesi, come si benignerà scorgere dall'annessa copia di uffizio fattomi esibire dallo stesso, datato da Andria ove trovasi rifugiato per essersi allontanato dalla Diocesi. Non debbo poi tacerle che, ad onta del divieto, purtuttavia insinua l'ubbidienza a chi comanda sempre nei modi generali. Né da Monsignor Frascolla né da altri si è scritto per festeggiare la resa di Gaeta, ma ho dovuto io scrivere di uffizio a questo arciprete D. Francesco Paolo Spagnoli che unitamente al Clero nella Chiesa Collegiale con l’intervento di tutte le Autorità, impiegati e Guardia nazionale ha solenizzato il canto dell’inno ambrosiano in rendimento di grazie all'Altissimo pel fausto avvenimento. Sebbene l’ordine pubblico non abbia, sofferto la menoma alterazione, pur tuttavolta la novella è stata accettata con freddezza da questa popolazione. In generale il clero sembra piuttosto ostile all’attuale Governo ed i confessionali mantengono gli animi agitati e vado a credere che ciò derivi da insinuazioni del Vescovo Frascolla. Il Decreto del 17 scorso Febbraio, relativamente alla soppressione dei diversi ordini religiosi, ha prodotto una sensibile alterazione tanto negli ecclesiastici che nei laici, non apprezzando le disposizioni legislative a quale scopo sono state emesse e che credono tendenti al crollamento della religione.
Dico quanto coscienziosamente dovevo dirLe in riscontro al di Lei riverito foglio del 4 stante numero 2170'.

S. Marco in Lamis: una processione
S. Marco in Lamis: una processione
Nonostante l'ostilità 'in generale' del clero, da questa stessa lettera del sindaco si desume almeno:
1) che il quaresimalista La Selva dà in visione al sindaco una lettera riservata del suo vescovo, dell’implacabile monsignor Frascolla (lettera-divieto, di cui però non troviamo traccia nei fascicoli dell’archivio comunale, non avendo forse avuto cura lo stesso sindaco di serbarne copia); 2) che il buon sacerdote La Selva “ad onta del divieto pur tuttavia insinua l'ubbidienza a chi comanda”. Balza anche evidente il rapporto confidenziale tra il sindaco e il quaresimalista, il quale diversamente non avrebbe mai dato in visione una lettera del suo superiore, tradendo così il segreto d'ufficio.
Ma l’Intendente di S. Severo non desiste: o perché non si sente abbastanza rassicurato dalla risposta del sindaco o perché non gli sarà pervenuta la risposta stessa. Il 25 marzo, riferendosi alla sua del 4, invita ancora una volta il sindaco sollecitamente. Questi, il giorno seguente, non fa che ripetere e ricopiare la sua dell'8, da noi ora riportata.
Cade opportuno, prima di procedere, trascrivere anche una circolare ministeriale dell'8 marzo inviata in istruzione ai sindaci dal governo centrale. Essa, oltre a precisare direttive generali di valore, si potrebbe dire, didascalico e di sicura ispirazione cavouriana, in merito allo zelo burocratico, talora privo di tatto delle autorità locali, meglio si intona allo spirito che effettivamente regna in periferia:

'Foggia 8 marzo 1861. Ai Signori Intendenti, Sindaci e Delegati di Pubblica Sicurezza. Dal Consigliere Di Luogotenenza pel Dicastero di Polizia mi è pervenuta la seguente circolare. ‘Questo Dicastero è a notizia del poco lodevole andamento del clero verso il Governo Nazionale, ingenerato o secondato da ordini che vengono da Roma. A tal riguardo le manifesto che cosiffatti ordini, che s’inframmettono nelle faccende civili dello Stato son da tenere altamente illegali, come quelli che invadono un campo sottratto alla giurisdizione dell'autorità da cui emanano. Il clericato vive nella società e non può declinare l'azione sociale senza o compromettere come nel medio evo, l'indipendenza del potere civile o creare lo stato nello stato; assurdi esiziali entrambi e da scansare a tutt’uomo. Il sacerdote non è meno cittadino ed è quindi uguale agli altri dinanzi alla legge, né l'obbedienza passiva può scusare quando il comando trae da fonte illegittima. È alla base di tali considerazioni che il Governo sanciva le prescrizioni consacrate nella legge del 24 settembre 1860, alla cui stretta osservanza io la richiamo. In conclusione: ogni ordine di Roma che invada la sfera dell’azione sociale è da reputarsi illegale; son da ritenere colpevoli quei che gli eseguono senza la regia esecutoria, e deve l'autorità politica curare di colpirli in flagrante e tosto rimetterli al potere giudiziario’. Interesso le SS.LL. a concorrere nella parte rispettiva al rigoroso adempimento di siffatte superiori prescrizioni, affinché sia serbato l'ordine legale, la tranquillità non sia turbata, ed i colpevoli siano prontamente arrestati e puniti dall'Autorità competente. Pel Governatore: N. Giustini'.

Tornando all'insistenza sospettosa del sottintendente di S. Severo, l'impetuoso e coraggioso sindaco De Theo, pensando che 'qualche dispersione ha dovuto dar luogo all'equivoco', cioè per lo smarrimento della sua risposta dell'8 marzo, il 28 ribatte: 'per parte mia credo di aver adempiuto ai miei doveri'.
Uguale atteggiamento franco e responsabile terrà, riferendo negli stessi giorni sulla condotta dei frati nei due conventi. Il 21 marzo (si noti l'attività burocratica per gli affari ecclesiastici in questo mese), sempre da S. Severo, gli si chiedeva:

'Per recarsi pienamente ad esecuzione i Decreti del 17 febbraio scorso, intorno agli ordini monastici, è mestieri conoscere la condotta politica e morale serbata dai conventi e monisteri sì di uomini che di donne e la parte che abbiano preso negli ultimi avvenimenti. Ella quindi vorrà, a rigor di posta, informarmi sul conto delle diverse corporazioni religiose di cotesto mandamento, facendo altre investigazioni se le crederà necessarie e riferirmi subito sulla opinione politica, sugli andamenti, sulla morale e sulla utilità delle corporazioni medesime'.

Ed ecco, il giorno successivo, la risposta del sindaco:

Convento di S. Matteo. Pellegrini provenienti da S. Salvo.
Convento di S. Matteo. Pellegrini provenienti da S. Salvo.
'Signor Intendente, nell'ambito di questo mandamento vi sono due monisteri di frati mendicanti di S. Francesco. Il primo di S. Matteo Apostolo, dista circa un miglio da questo abitato ed il secondo di S. Maria di Stignano distante 3 miglia da qui. La popolazione non solo, ma i limitrofi comuni prestano maggior devozione a questi due santuari del Gargano ed i pellegrini che necessariamente debbono per qui transitare per visitare l’Arcangelo S. Michele in Montesantangelo ricevono dai frati di detti monisteri ospitalità e benevola accoglienza. I monaci sono addetti agli esercizi di religione ed alla sana istruzione dei giovani di qui e degli altri Comuni della Provincia. Negli ultimi avvenimenti politici han serbato una condotta non censurabile e si sono mostrati ubbidienti alle leggi ed agli ordini delle Autorità costituite. Essendo i due cennati monisteri prossimi all'abitato si prestano per le copiose elemosine agli accattoni e miserabili di questo mandamento. Meritano perciò non solo di essere conservati ma eziandio protetti dall'attuale Governo'.

Il Vescovo di Foggia Bernardino Frascolla.
Il Vescovo di Foggia Bernardino Frascolla.
In questa risposta il nostro sindaco fa trasparire la sua preoccupazione di un eventuale danno all’opera benefica dei due conventi, a causa delle nuove leggi cui accenna, donde l'evidente tono apologetico.
Si può, a questo punto (marzo 1861), trarre un breve bilancio riassuntivo: a onta dei vari divieti ufficiali dell'irriducibile vescovo Frascolla, con relative minacce di severe sanzioni ai preti trasgressori e, nonostante “l'ostilità in generale del clero” sammarchese, come sappiamo dal sindaco, tra le autorità locali e il clero non vi è stato finora un irrigidimento delle parti e, tanto meno, mai un urto diretto con episodi clamorosi di rilievo. I rapporti ufficiali sono tenuti sempre su una linea di correttezza. Arciprete e parroci, pur con la minaccia di sconsacrazione da parte del vescovo, aprono le chiese per il canto del Te Deum in tutte le occasioni richieste: così il primo ottobre per la discesa nell’Italia Meridionale del nuovo re, così dopo la resa di Gaeta. Il clero paga senza rimostranze apparenti dopo i moti dell'ottobre '60 e del giugno '61 (Nota 3 - 1. parte) (Nota 3 - 2. parte). Tutto questo si spiega anche con i rapporti di parentela: il sindaco Giuliani ha due figli preti, Pietro e Domenico; e il De Theo e il La Selva, suoi successori, hanno nel clero congiunti stretti. Ciò contribuisce notevolmente ad evitare asprezze e irrigidimenti.
Tuttavia ciò non toglie che il sindaco De Theo informi "coscienziosamente" i suoi superiori sull'opera sottile e insidiosa compiuta dai preti attraverso il confessionale e in privato, e sulla freddezza con cui è stata accolta la notizia della resa di Gaeta, alimentando la "fola" dell'incredulità. Sull'ostilità "in generale" da lui denunciata si è già detto; ma egli interpone i suoi buoni uffici soprattutto nella tutela dei due santuari, spiegabili per un nobile senso civico, anche se verrà, come si vedrà fra poco, aspramente ripreso dal governatore.
Ma quell'opera compiuta dai confessionali e alla chetichella pur produsse i suoi nefasti effetti. Quando nei mesi successivi, aprile-giugno, entreranno in campo aperto i briganti, si nota che qualcosa è mutata nei rapporti tra le due parti. V’è, da parte del clero, un atteggiamento di attesa prudenziale, una resistenza passiva a inviti di funzioni religiose in chiesa per avvenimenti civili, richiamandosi ai divieti del vescovo Frascolla, che prima si erano invece tacitamente trascurati. Quando, con decreto reale del 5 maggio ‘61, il governo torinese stabilì che la prima domenica di giugno era da considerare festa nazionale celebrativa dell'unità d'Italia e dello Statuto del Regno, il ministro degli Interni, Minghetti, con circolare esplicativa del 6 maggio, informa il sindaco, dando consigli di moderazione e opportuni suggerimenti sull'eventuale funzione religiosa con la partecipazione del clero.

'Il Governo di S.M. confida che tutti i vescovi e parroci aderiranno di buon grado a tale invito, e dimostreranno anche in questa occasione la loro carità cittadina. In tal caso avrà luogo la festa religiosa con una messa accompagnata dal canto dell'inno ambrosiano. Ma qualora l'autorità ecclesiastica non credesse di poter aderire a siffatto invito, il Governo di S.M., deplorando l’illusione nella quale taluno si troverebbe, vuole nulla meno che si rispettino scrupolosamente i sentimenti della sua coscienza, e quindi la S. V. non insisterà ulteriormente a tal fine. Bensì, ove fosse nel territorio del comune qualche chiesa di patronato municipale, e alcun sacerdote disposto a celebrarvi la presente solennità, Ella potrà supplire in tal guisa al difetto dell'autorità gerarchica ecclesiastica'.

Da Napoli il 28 maggio Silvio Spaventa, segretario generale del Dicastero dell'Interno e Polizia, raccomanda al sindaco, in egual tono ed eguali termini, riferendosi alle disposizioni del Minghetti, che

'dove è certo che il clero si rifiuti, si astenga anche d'invitarlo per evitare collisioni'.

Senonché, al cortese invito del sindaco De Theo, l’arciprete Spagnoli con tono confidenziale, che è insieme diplomatico e prudente, risponde:

'S. Marco in Lamis primo giugno 1861. Signor sindaco, Monsignor Vescovo per mezzo del suo Pro-Vicario generale, e per mezzo del suo Vicario foraneo con suo foglio in data 30 maggio numero 1828 ha proibito agli Ecclesiastici la festa civile nella domenica prima del corrente, fulminando scomunica, ed altre censure e pene ecclesiastiche contro quei sacerdoti che non ubbidiscano al suo ordine. Ciò serva di riscontro alla di Lei di ufficio in data 1 del corrente, e Le rispingo la circolare. L'arciprete Francesco Paolo Spagnoli' (Nota 4).

Ed ecco, a completare il quadro, altri elementi: qualche nota di colore tragicomico, qualche botta con risposta persuasiva; un po' di pàprica e una doccia fredda sulla testa del sindaco La Selva. Le prime note le espungiamo dai diaristi del tempo.
1) 3 Giugno 1861: Un terremoto.

'Circa le dieci antimeridiane sentiamo un rumore di passi e di voci minacciose per la Strada del Ponte come di una folla agitata da dolore e da spirito di vendetta. Era il cadavere di Agostino Nardella, colpito da una palla di bersagliere, che veniva portato in trionfo. Gli si fanno dell’esequie al suo grado e al suo nome convenienti, il convoglio funebre scortato dai briganti e preceduto dai preti procede a suon di tamburo scortato per la piazza. Come giungono dirimpetto la chiesa di S. Chiara, una scossa di terremoto si avverte e lo scappa scappa che ne segui diede luogo ad equivoci che fortunatamente non hanno seguito: i briganti credonsi traditi dal popolo ed i cittadini proscritti credono incominciata la temuta carneficina. Questi equivoci nacquero dacché non fu sentita la scossa dai primi perché presi dalla idea di sterminare, dai secondi perché preoccupati sulla loro sorte; quindi né gli uni né gli altri erano in grado di avvertire qualunque fenomeno' (Nota 5).

L'equivoco, questa volta prodotto da un fenomeno naturale, provoca gli stessi riflessi psicologici notati nelle giornate del 26 e 27 ottobre: ora, come allora, per notizie tendenziose e incontrollabili, tutti diffidano di tutto. È la paura la vera psicosi del tempo.
2) 5 agosto 1861: un appello caloroso e una risposta sbrigativa e poco persuasiva nella stessa giornata.

“Signor Vicario, con uffizio del signor Governatore della Provincia del 31 caduto luglio che io feci estensivo all’intero Clero di questo mandamento, nella Casa Comunale si ordinava che il Clero medesimo si fosse occupato pubblicando per tutte le contrade di questo paese, come gli sovrastava il grande pericolo della distruzione qualora non avessero ubbidito alle leggi ed avessero fatto una mossa qualunque e tutto ciò per impedire tante calamità. Il generale sig. Pinelli incaricato dal Real Governo alla distruzione del brigantaggio in questa Provincia è intimamente convinto che il R. R. Clero in nome di Dio può persuadere questo ignorante popolo ad ubbidire alle leggi ed a cooperarsi onde riuscire nel suo mandato. E comeché in una sol fiata il Clero medesimo ha adempiuto al suo dovere girando per le strade il giorno 1 corrente e non una sola voce persuade i popoli che anzi li fa rendere sospetti, così la interesso ad imporre al lodato Clero perché almeno tre volte la settimana si occupasse per il pubblico bene predicando per le strade quanto il sig. Governatore della Provincia ordinava. Il sindaco Antonio De Theo”.

“Signor Sindaco, do riscontro al suo pregevole uffizio dal momento a me pervenuto Le partecipo che senza metter tempo in mezzo darò comunicazione a questo Clero quanto saviamente ha ordinato il sig. Governatore della Provincia in ordine alla predicazione che hassi a fare a questo popolo da tutti i sacerdoti onde si conservasse la pace e il buon ordine che dovrà sempre in questa nostra patria perdurare. Il Vicario foraneo Giovan Battista Canonico De Cristofaro”.

3) Un battesimo-pretesto per una manifestazione politica.

“Fu perciò che essendo partorita la moglie del famoso brigante Orecchiomozzo, nel giorno 17 ottobre 1861, nella Chiesa di S. Chiara, si fa solenne il battesimo del neonato, il quale, carico di ricevuti doni, si porta quasi in pubblica esposizione, tra un accorsamento, insolito in simili casi per li larghi complimenti che li attendevano in casa” (Giuliani).

4) 5 giugno 1862: una doccia fredda, a mo’ di epilogo, dopo un precetto pasquale di sessanta briganti in festa a Stignano.

'Signore sindaco, sono dolente di non poter annuire alle sue premure. Il convento di Stignano è stato un nido di briganti, ed è; e codesti naturali, presso i quali la predoneria è fatto abito, potrebbero smettere alquanto di questa loro superstizione, ed essere più onesti. Se il brigantaggio non cesserà, sarò costretto a chiudere pure il convento di S. Matteo. Codesto paese è scandalo della provincia e del regno, né le persone agiate hanno alcun potere, o fingono di non avere per insinuare alla massa il rispetto alla proprietà e l’ubbidienza alle leggi. La stessa G. N. è fiacca, e gran parte di essa manutengola dei briganti. Né voglio far di meno dirle che per codesto paese, il quale è il seminario di tutte le comitive, io sono visto obbligato di invitare il Ministero a proporre alla Camera leggi di eccezione; cioè la deportazione in Sardegna delle famiglie dei briganti e di tutti coloro che sono creduti loro fautori. Così solo ho fede che questo flagello potrà cessare e potranno acquistare pace i pochi onesti di codesto comune tra i quali mi piace annoverare lei. Il Prefetto - firmato - Del Giudice' (Nota 6).