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'La libertà è il peggiore dei flagelli'.
Sarà bene fermarci un momento sulla figura di questo ventottenne governatore, a sua volta uomo risoluto ed “energico”, come vedremo, quanto il nostro sindaco; ed entrambi in prima fila, ma con atteggiamenti diversi, al momento dello scoppio della tragedia. Il sindaco avrà poi fin troppo ragione, ma non si può giudicare se un certo ottimismo del governatore provenga dalla sua giovane età, da una iniziale preoccupazione di carriera o, come pensiamo, da un eccesso di polemica contro l'operato del suo predecessore, il democratico e radicaleggiante Del Giudice.
Il conte Cesare Bardesono di Rigras (1833-1892) 'era un egregio uomo che, dopo aver passato i suoi primi anni tra la gioventù elegante di Torino, e compiuti gli studi in quella università e poi a Stresa presso il Rosmini, a ventidue anni nel 1855, aveva preso la via degli uffizi amministrativi; nel 1858-59 aveva prestato servizio nel ministero dell'Interno sotto il Cavour, al quale, già legato da amicizia di famiglia, fu caro; nel 1859 era stato addetto al gabinetto del Farini, dittatore in Modena; nel ‘61 fu mandato a governare la Capitanata. Nell’Italia meridionale, della quale conobbe le condizioni e i bisogni, e pregiò le popolazioni pur notando i malanni di cui soffrivano, ebbe relazioni di amicizia col Bonghi, con lo Spaventa, col Massari (Nota 6).
Il Bardesono è stato governatore di Foggia dall'11 marzo al 31 agosto del 1861. Essendosi aggravata la situazione in Puglia,

'egli fu incaricato di reggere temporaneamente il governatorato di Capitanata, dove procurò di debellare il brigantaggio studiandone le cause con frequenti visite nelle località più turbolente e con l'esame della situazione sociale del paese, criticando aspramente i sistemi repressivi del Pinelli e del Cialdini' (Nota 7).

Dopo i fatti del 2 giugno accaduti in S. Marco, senza il pur comprensivo cipiglio usato verso il nostro sindaco col dispaccio del 10 maggio, con tutt'altro tono in un suo rapporto del 30 luglio così riferisce:

'che il brigantaggio traeva le vere cause da uno stato di acuto disagio economico e sociale specie di certi contadini trattati dai proprietari con una crudeltà e un’avarizia peggiori assai di quelle che subiscono i negri in America'.

In merito il Bardesono si riferisce non al moderatismo dei liberali ma alla sordida ottusità di quei possidenti che badano esclusivamente alla 'roba', insensibili a ogni politica sia borbonica che unitaria e, soprattutto, alla libertà, considerata un flagello.
Senonché, proprio il 2 giugno 1861 (non rara e ironica coincidenza di date), giorno in cui a S. Marco già scorre il sangue, o il giovanile ottimismo del funzionario o, meglio, i fumi dell'acre polemica contro il Ricciardi e il Del Giudice, che hanno trascinato in discussione al Parlamento il suo operato di governatore di Foggia, gli veleranno in parte la realtà. Con una lunga lettera egli infatti così riferisce al Luogotenente generale in Napoli:

Manifesto di elogio del governatore Del Giudice ai militi di Montesantangelo guidati da Michele Rebecchi.
Manifesto di elogio del governatore Del Giudice ai militi di Montesantangelo guidati da Michele Rebecchi.
'Eccellenza, le accuse fattemi dal Deputato Ricciardi nel Parlamento erano così ingiuste e calunniose, che parevami sulle prime non fossero degne di una risposta. Ma, vedendole ripetute con eguale mala fede sopra alcuni giornali, crederei di mancare a un mio dovere verso il Governo, se io non mettessi V.E. in grado di apporre una più energica smentita alle menzogne del signor Ricciardi. Tacerò di quanto più personalmente mi concerne, cioè del mio modo di ricevere le udienze, e dell’accoglienza che mi fa il pubblico, intorno a queste circostanze io mi rimetto alle relazioni di quanti avranno visitato Foggia in questi tempi; solo affermerò che io passeggio ogni sera dalle 11 all’una dopo la mezzanotte in compagnia di una o due persone e senza armi, come parimenti andai due volte a Manfredonia e ritornai sempre senza scorta. Quando assunsi il governo di questa Provincia, essa era immersa nella peggiore delle anarchie: l’autorità aveva perduto ogni prestigio; due o tre uomini più screditati della città disponevano di ogni cosa col mezzo di assembramenti sulla piazza. Ogni notte si commettevano furti, due omicidi erano impudentemente e impunemente perpetrati nella città; non si potevano compiere le pubbliche opere perché gli imprenditori, inabili a resistere alle pretese dei braccianti, disertavano l’asta pubblica e i lavori ad economia languivano, mentre l’Amministrazione prodigava i fondi stanziati per il loro compimento sotto pretesto di prevenire tumulti. La Guardia Nazionale era una accozzaglia prepotente e riottosa, priva di capi che aveva discacciati senza surrogarli. Le coscienze pure, gli animi paurosi, e quella imponente classe degli agiati, la quale fa la forza principale degli Stati e costituisce in tutta Italia la parte direttiva del moto Nazionale, esterrefatti si tenevano nascosti, quando pure disperati non facevano visto per il trionfo di un’altra bandiera. Negli altri Comuni della Provincia le cose erano forse peggio avviate.
L'avvocato Michele Rebecchi di Monte Santangelo.
L'avvocato Michele Rebecchi di Monte Santangelo.
Preposti alle Amministrazioni per lo più gli uomini godevano di minore fiducia, la Guardia Nazionale inutile ovunque, in qualche luogo composta e comandata da noti facinorosi. Nel Gargano universale e radicato è lo spirito reazionario cagionato dalle intemperanze, alle estorsioni, dalle violenze, commesse in nome della libertà, e che avevano sacrilegamente persuaso a quelle rozze e ignoranti popolazioni essere la libertà il peggiore dei flagelli. L'autore principale di tutti questi mali era stato il Governatore Del Giudice (oggi Deputato), il quale, munito di pieni poteri dal Generale Garibaldi, aveva per alcuni mesi governato la Capitanata ed aveva percorso e fatto taglieggiare e desolare il Gargano da due malfattori, il sedicente Generale Liborio Romano (oggi in prigione a Napoli) e l'avvocato Michele Rebecchi di Monte S. Angelo... Non intendo negare la presenza di numerose bande armate sul Gargano, intorno alle quali sempre mandai periodici rapporti ai miei superiori, e per le quali io credo di avere efficacemente provveduto... Sulla parte occidentale del Gargano vi sono poi due bande di briganti a cavallo, i quali scorrono la sottostante pianura. Questi sono i banditi di S. Marco in Lamis i quali fino a pochi giorni fa dimoravano nel Comune e concorrevano con la Guardia Nazionale al mantenimento dell'ordine, ma in pari tempo commettevano quegli scandalosi furti di intiere mandrie, e impunemente rivolgevano ai proprietari di Foggia le loro lettere di ricatto mandandone a riscuotere in Foggia il prezzo. Alla parte più scandalosa io posi riparo, le pecore furono tutte restituite, i principali complici furono arrestati, si è già compilata una voluminosa processura, fu ristabilito in S. Marco l’ordine in modo che i banditi non vi trovano più sicuro asilo. Un male che si è lasciato così ingigantire non si cura in un giorno, ma il piano di operazioni del maggiore Facino comprende anche questa parte del Gargano... Dallo elenco che ho l’onore di rassegnarLe potrà rilevare come, malgrado tanti briganti, non si sia commessa in due mesi una sola aggressione sulle strade della Capitanata, e come estremamente rari e di poca gravita siano stati i reati nella città di Foggia. I delitti frequenti sono stati gli abigeati (e per questo ripeto che le pecore furono tutte restituite, che ne furono arrestati i ladri, come pure avvenne per molti dei furti di cavalli, i quali ultimi succedono e succederanno sempre con pari frequenza ed impunità nei paesi ove si allevano quegli animali) (Nota 8) e i ricatti; ma questi ultimi sono per lo più dei reati di intenzione, e non si ripeterebbero così sovente, se i proprietari si mostrassero meno pusillanimi... Foggia, 2 giugno 1861' (Nota 9).

Ma una illusione eguale a quella del Governatore ci sembra rilevare in un proclama in pari data dello stesso Comandante della truppa di Capitanata:

'Comando della truppa stanziata nella Provincia di Capitanata. Ai soldati del disciolto esercito napoletano. Manfredonia, 2 giugno 1861. Valendomi della facoltà concessami dal sig. Governatore, accordo ancora tre giorni di tempo per presentarsi a quelli che pur anco sono retrivi a farlo, promettendo di farli accettare dal Governo come presentati in tempo utile. A quelli poi che sordi ad ogni voce dell’onore, d’animo deliberato si gettano in braccia ai facinorosi per schivare il sacro tributo che si deve al Paese, qual’è quello di servirlo, rammento che tosto o tardi la Giustizia li raggiungerà, ed allora non vi avrà remissione. Quando per lo contrario saranno docili, troveranno tra noi degli amici, dei leali camerati che loro renderanno la vita facile. Alle madri, ai parenti, alle persone influenti mi rivolgo onde vogliano unire i loro consigli ai miei per quei pochi traviati da maligne insinuazioni. Il Comandante della Truppa di Capitanata, D'Amico'.

Vane lusinghe e più vane minacce. Da Foggia, da S. Severo e da Manfredonia si crede di combattere il brigantaggio a colpi di proclami. I proclami sono pur sempre pezzi di carta: quello del comandante D'Amico è del 2 giugno: in tale giorno i briganti entrano trionfalmente in S. Marco e il popolo li accoglie a braccia aperte con grida di giubilo. Altro che pensare ai soldati del disciolto esercito napoletano! A S. Marco si era disciolto tutto, compresi il corpo di G.N. e lo stesso consiglio comunale. Sembra che su queste autorità, fiduciose e minacciose insieme, aleggi beffarda e vittoriosa l'ombra dell'indomito e perseguitato vescovo di Foggia, mons. Frascolla, che dalla sua Andria 'fulmina di scomuniche' il clero, impedisce ogni funzione religiosa nella festa dello Statuto e sa di avere dalla sua parte la popolazione fedele, ma anche pronta a sua volta ad aprire le porte ai briganti imminenti.
L'8 giugno, a catastrofe avvenuta, pur fugati i briganti, i decurioni danno l’impressione di non volersi più occupare delle faccende comunali. Il maggiore Comandante la piazza impone al malcapitato sindaco di convocare i componenti il consiglio. Questi nicchiano e allora il sindaco, a nome del maggiore, ingiunge loro

'che ove mancassero saranno obbligati dalla forza ed accompagnati in questo luogo'.

Sintomatica convocazione forzosa per sentirsi poi imporre una nuova e grossa taglia per spese di occupazione, dal maggiore Facino, come già nel passato ottobre dal 'generale' Liborio. Sembra che essi dicano: altri fanno le rivoluzioni e noi galantuomini le paghiamo.
Il governatore non intende approvare una tassa estesa a tutto il popolo per le devastazioni operate dai briganti e dal popolo stesso il 2 giugno agli alloggi delle truppe stanziate in S. Marco, mentre a pagare e ad anticipare somme sono sempre i soliti 'galantuomini' in numero ristretto per l’esodo 'da questa culla di briganti'. Così infatti il sindaco, col suo noto carattere risentito, fieramente se ne duole col governatore Bardesono:

'Ho diritto di dolermi per non vedere ancora approvato da lei l'esazione da tutto il popolo della somma dei 18.000 franchi per svaligiamento alla truppa più altre spese per gratificazione alla stessa che il Municipio per ordine del signor Maggior Facino, da lei autorizzato faceva anticipare per brevità di tempo, da diversi di questi proprietari. Primo, perché questo popolo iniquo, culla di briganti, per non vedersi mai toccato nella borsa ma bensì i proprietari incauti pagare il fio delle loro scelleraggini sempre medita, con l’aiuto dei briganti, di insorgere a danno di tutti i buoni anche del distretto e forse della provincia. Secondo, perché avanzandosi la stagione, il popolo fa e dissipa la sua raccolta e si rende quasi impossibile l’esazione senza gravi inconvenienti. Terzo, i proprietari che anticipavano le somme hanno ragione di denegarsi a pagare i pesi, perché dicono che tanto nella insurrezione di ottobre il governatore della provincia sig. Del Giudice ordinava una tassa per spesa di guerra per tutti gli ordini dei cittadini ed anche per brevità di tempo si faceva anticipare da loro, e non ancora si vedono indennizzati quando in quest’ultima e più infame sommossa brigantesca, anche loro anticipavano le somme senza vedere ancora quest’altro indennizzo. La cassa del Comune non ha un obolo e il Municipio crede di aversi un torto nel costringere i proprietari a pagare i pesi; al contrario, occorrono urgentemente spese per comodi della truppa, di corrieri, vetture, foraggi, legna, olio ecc., anche gli impiegati comunali. Proietti ecc., han diritto ad essere pagati, ed io mi vedo dibattuto da non poter più resistere all'incarico ove la S.V. non provveda nel più breve tempo ad approvare che si esiga da tutto il popolo tanto la tassa imposta dal governatore sig. Del Giudice per i guasti di ottobre ultimo quanto il pagamento ordinato dal sig. Maggiore Facino per gli ultimi avvenimenti di giugno. Tanto spero con la più grande fiducia e certezza, poiché credo che l’animo di Lei sia convinto della verità e voglia guardare con occhio più benigno questo disgraziato paese. S. Marco in Lamis, 10 luglio 1861'.

Intanto la forza così usata esautora le stesse autorità, le quali pensano che essa andrebbe diretta verso altro bersaglio. 'Forza con forza', dirà infatti il nuovo sindaco La Selva, insistendo come il suo predecessore, ancora cinque mesi dopo, a proposito della necessità di ricostruire la nuova G.N., purgata ma degnamente equipaggiata. E, in merito a quella sordità delle autorità centrali, si badi all'inizio di questa sua lettera, che equivale ad un attacco frontale:

'Mille fiate la interessava per la rimessa delle armi tanto necessarie per armare questa guardia cittadina, ma le mie preghiere sono state infruttuose. Chi vuole atti verso il fine deve adoperare i mezzi. Si domanda la distruzione del brigantaggio dalla G.N. con pochi e malconci fucili da caccia, mentre i briganti tirano in distanza con le loro armi. La prego perciò disporre la rimessa dei fucili, per potere la G.N. adempiere il proprio dovere, mentre la forza morale senza la fisica si rende inerte, e la forza deve essere respinta con la forza e non con la persuasione. 19 dicembre 1861'.

Un evidente lettore di Machiavelli vuol dare lezione di strategia anche brigantesca al suo governatore.
Parole profetiche: il fenomeno dell’abigeato sul Gargano, anti­chissimo ed endemico, a distanza di oltre un secolo, si è purtroppo aggravato in modo disastroso.