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Stanchezza e resa. Briganti contro briganti. Spunta l’impavido Recchiomozzo.

Foto di briganti.
Foto di briganti.
'Comunque però queste continue e numerose pattuglie per una volta sola si fussero incontrate con i briganti, pure questi erano già stanchi delle continuate persecuzioni, che loro non permisero smontare da cavallo neppure una notte. Molti di essi perciò fecero arrivare a queste autorità delle petizioni per presentarsi con le condizioni e le guarentigie promesse una volta. Essendole state accordate, nel giorno 28, ad ore 20, si presentano per i primi, inermi e senza cavalli, Giovanni e Giuseppe, fratelli Valillo. A due ore di notte, con armi e cavallo, se ne presenta un terzo. Nel giorno seguente 29, ad imitazione dei primi, se ne presentano altri due, uno dei quali. Felice Nardella fu Agostino, stava nascosto in paese, infermo, per avere una mano gravemente ferita. Nel giorno 30 poi, assicurati della lealtà delle autorità che giunsero a permettere piena libertà ai briganti presentati, tra una calca di immenso popolo, aventi alla testa tutte le autorità civili e militari, se ne presentano altri 17; tra i quali Angelo Gravina con tutti i figli, e Nicandro Polignone, ed ognuno con le armi e cavallo. Fino ad oggi, primo novembre, tutti i briganti presentati si sono lasciati liberi, essendoseli pur anche permesso dormire nelle rispettive famiglie. In questo giorno poi si chiusero tutti nel palazzo Serrilli e si piazzò alla porta una fazione.
Nel giorno 2 si presenta Gabriele Galardi di Rignano, con altri cinque di qui, e si permette ai briganti di uscire, (Imprudenza e sempre imprudenza!). Ma a poco numero e alternativamente, accompagnati da un carabiniere o soldato, a fine di evitare nel popolo, quasi tutto da quelli offeso, qualche disturbo.
Verso le ore tre e mezza della notte del giorno 7 fu tirata alla fazione delle carceri una fucilata al chiarore del fanale. La palla colpì nel mezzo della lapide scritta sotto la finestra del custode. Nel giorno 9 se ne presentano altri tre che, insieme ai primi, partono per San Severo nel giorno 12 ad ore 20. Nel giorno 21 si arresta un contadino che portava un abito nuovo ad un brigante; era il figlio di Laloja, il quale, nel sapere arrestato per lui quello infelice, nello stesso giorno si presenta al Delegato di pubblica sicurezza e libera quello in tempo, perché sarebbe stato certamente fucilato.
Stampa raffigurante un brigante.
Stampa raffigurante un brigante.
Con la presentazione di tanti briganti si doveva sperare molto per la comune quiete, ma non fu così, perché ve ne lasciavano ancora una gran parte capitanata dal famigerato Angelo Villani, ‘Recchiomuzzo’, il quale, lusingando questa autorità di volersi anch’esso presentare con la sua compagnia, quando l’avrebbe tutta riunita, le invitò per ben due volte a conferenza sul monte detto lo ‘Strascino’ e poi se ne tornava, come da un armistizio, nel suo quartiere a commettere per le campagne le solite predonerie. Ecco un brigante che sa burlarsi delle autorità! Non pertanto ci credevamo almeno disfatti e per sempre disbrigati di tutti quelli che si erano presentati, e nella speranza di disbrigarci pure degli altri, ad onta delle loro burle, appena giunta la loro volta. Ma, (imprudenze e sempre imprudenze), nella sera del giorno 11 dicembre si vedono venire da Foggia, in una compagnia di bersaglieri, cinque dei briganti presentati: cioè Gabriele Galardi, Nicandro Polignone, Carlo Caggiano, Bonifacio Mimmo e Nicola Gravina, i quali erano stati scelti ed avevano avuto la promessa dell’assoluta libertà, se avessero col braccio della forza distrutti, svelandone i covi, o fatti presentare tutti gli altri che infestavano tuttavia questa campagna. Di questo nuovo compromesso, o meglio, imprudenza, ognuno ne diceva la sua opinione, perché ognuno ben conosceva che le belve di foresta, benché domesticate, pure non è prudenza tenerle senza catena. E infatti, dovendo cominciare le loro perlustrazioni insieme con i bersaglieri per il giorno 15, quattro di essi, meno il solo Gravina, avendosi ricevuto nell’antecedente giorno ognuno il proprio cavallo e le proprie armi, che avevano deposti nel giorno in cui si presentarono, con la munizione corrispondente, da bravi, invece di raggiungere i bersaglieri che fin dall’alba li attendevano fuori l’abitato, scappano a briglia sciolta per riprendere il loro abituale mestiere. Ed i bersaglieri? Rimasero con le mosche in mano! Si dissero tante cose circa la scarcerazione di questi, fino a parlarsi di un deposito di più migliaia, fatto per lo mezzo di un Reverendo Cappuccino paesano, che poi ebbe a soffrire lunga prigionia. Ma chi lo può assicurare? Quello che è certo è che i lupi tornano a fare i lupi, ed il capitano dei bersaglieri tornò in Foggia con le mosche in mano, come diceva. Peraltro, la corsa dei fuggiti non durò tanto a lungo. Nel mattino del giorno 29 si trova cadavere nella valle di Stignano, proprio nella vigna del sig. Gabriele, Carlo Caggiano, ferito nella Foresta dagli stessi compagni. Fu qui portato ed esposto nel solito luogo per ore 24. Continuandosi sempre le perlustrazioni, riuscì nel 28 gennaio 1863 alle guardie imbattersi in una grotta sopra le falde del Monte Castello, da cui da lontano si videro uscire un uomo e due donne; avvicinatisi con tutta circospezione, perché già capirono essere ivi un covo di briganti, ed entrati nelle grotte, vi trovarono grande provvigione di viveri, vari cappotti, calzoni, armi e munizioni, ed un brigante zoppo, che, a cagione della oscurità, non sarebbe stato scoverto, se non avesse fiatato. Al mezzo giorno del 30, nel solito luogo, è stato fucilato. Furono chiamati in Foggia dal Prefetto tutti i galantuomini ricchi proprietari. Partirono nel mattino del giorno 31, accompagnati da moltissima guardia nazionale, perché quella strada era assai infesta dai briganti: il paese era perciò rimasto con poca forza. I briganti, approfittando dell’occasione, verso mezz’ora di notte, avvicinatisi fin sopra la Noce del Passo, tirano cinque colpi verso il Piano, e feriscono nel braccio un contadino che si ritirava dalla campagna. Ai colpi il popolo chiamò allarmi, e vi successe un bisbiglio, forse il più grande di quanti ne erano succeduti. Si calmò poi con l’avanzare della notte, perché i briganti, paghi dell’ingiusto timore, andarono via.
Nel vegnente mattino, primo febbraio, si rinnovarono gli allarmi e i timori, perché circa 20 briganti erano alla vedetta sulla vetta della Crocicchia e 95 altri stavano a S. Matteo. Già si parlava di una nuova invasione, ma non fu così. Provveduti di vettovaglie dai monaci, passarono senza alcun male. Nel giorno 3, avendo incontrato il figlio di Carmine Fusco, Bancarale, il quale, come guardia nazionale essendo stato all’arresto dell’ultimo brigante fucilato, barbaramente lo uccidono. Dopo questi avvenimenti, nel giorno 9 vengono tre compagnie di bersaglieri, i quali, insieme con le guardie paesane, riprendono le pattuglie per vari punti del tenimento'.