Lega navale (Mare nostrum), Anno VIII, N. 6, Marzo 1912
Il rinnovamento della triplice alleanza e gli interessi italiani.
Attraverso le fasi della guerra la quale assorbe attualmente tutta la vigile attenzione degli italiani, fa capolino di tanto in tanto una questione di altissima importanza, la quale ha carattere duraturo, mentre la guerra ne ha uno transitorio: intendo dire del rinnovamento della triplice alleanza e dell'orientamento della politica estera dell'Italia. I giorni passano, e noi ci avviciniamo rapidamente a quello in cui si dovrà dai contraenti o denunziare il trattato oppure tacere, perché esso sia rinnovato automaticamente.
Non credo che vi possa essere in Italia - e forse pure in Germania ed in Austria - chi desideri il rinnovamento puro e semplice della triplice alleanza ai patti antichi. La ragione è evidente. Stipulata quando l'assetto politico dell'Europa era tanto diverso dall'attuale, quando l'Italia subiva ancora le conseguenze di una politica meschina di continue rinunzie, quando ancora moltissimi problemi internazionali non si presentavano all'orizzonte, la triplice alleanza non poteva prevedere e provvedere, affinché le potenze contraenti regolassero la propria azione in conformità dei nuovi interessi creati da condizioni diverse assai da quelle dell'epoca nella quale i patti vennero sottoscritti. Così il distacco dell'Inghilterra dalle potenze centrali per avvicinarsi a quella che poteva essere ritenuta la nemica ereditaria - la Francia - così l'intesa fra Russia ed Inghilterra in Asia ed in Europa, così la questione del Marocco, nella quale uno degli alleati doveva assumere un atteggiamento che parve contrario agli interessi di un altro di essi, la Germania. E forse - mi permetto di aggiungere - l'atteggiamento fu contrario agli interessi stessi dell'Italia, la quale facilmente si illude e si lascia illudere.
Ritengo pertanto che sia ben inteso interesse di tutti e tre i contraenti di denunziare il trattato con l'esplicita intenzione di rinnovarlo in modo diverso e più consono alle condizioni nuove, che si sono venute creando.
Ritengo pure che in Italia siano ben pochi coloro, i quali siano ancora avversi per principio alla rinnovazione della triplice alleanza. E ciò, s'intende bene, a nuove e più confacenti condizioni.
In Italia, per vari motivi, che sarebbe troppo lungo ed inutile enumerare, si era andato formando a poco a poco un largo consenso ad un cambiamento radicale dell'indirizzo della nostra politica estera, orientandolo decisamente verso la triplice intesa - Francia, Inghilterra e Russia - e staccandoci dalle potenze centrali. Dirò solo che alla formazione di tale opinione concorsero: l'atteggiamento verso di noi di certe sfere austriache, il lavorìo abilissimo dell'ambasciatore di Francia, Barrère, la visione esatta dei danni che noi potremmo avere da una guerra contro la triplice intesa senza i vantaggi corrispondenti.
E su questo punto occorrerà che io ritorni.
Ma la guerra attuale, insieme a tanti altri benefizi di ordine morale, ha anche portato quello di aprire gli occhi agli Italiani e di far loro comprendere verso quale via perrigliosa essi si incamminavano.
Noi ritenevamo sicuramente che l'Inghilterra fosse sempre l'amica devota e disinteressata - quella delle nostre lotte epiche per il risorgimento (era la frase stereotipata), che la Francia avesse radicalmente mutato il suo modo di vedere a nostro riguardo cessando di riguardarci o come un suo satellite o come nemico, e... fischiavamo la Russia per i begli occhi degli esiliati in Siberia, o per l'emigrato di Capri, Massimo Gorki.
Così e non altrimenti si credeva di gettare le basi della nuova politica estera italiana, dando ragione al conte Lützow ex ambasciatore austro-ungarico a Roma, il quale ha scritto in un recente articolo sulla Neue Freie Presse che in Italia sono pochissimi coloro i quali hanno profonde conoscenze in materia di politica estera.
Invece i fatti hanno chiarito con luce meridiana che l'Inghilterra non ha altra guida che i propri interessi e quelli dei suoi mercanti, che in Francia i discendenti di Vercingetorige sono rimasti più Galli che mai malgrado che vogliono camuffarsi da veri e soli autentici discendenti di Roma, nonché eredi legittimi ed esclusivi dei dritti romani sul Mediterraneo, e finalmente che la Russia forse era la sola potenza che ci fosse veramente amica, probabilmente perché gli interessi di essa ed i nostri vanno assai bene di accordo.
Andare a cacciarsi quasi per forza in un gruppo di potenze, la maggior parte delle quali ha interessi opposti ai nostri, e di difficilissima conciliazione, rischiare di dover sottostare agli isterismi francesi comuni a tutte le classi sociali della vicina repubblica (il discorso Poincarré informi) sono sembrati finalmente errori madornali, dai quali per fortuna la mancanza di sangue freddo dei Francesi ed anche in parte degli Inglesi ci ha salvati.
Dato quanto sopra ho esposto, risulta che a noi sarebbe dannoso cambiare radicalmente l'indirizzo politico che da trentanni assicura la pace europea con grande benefizio di tutti. Ma il desiderio della pace non deve diventare feticismo; ma non deve questo desiderio - pur legittimo - fare sì che si sia disposti a curvare la schiena per non rischiare la guerra! L'Italia ha bene dimostrato che essa è immune da tale pecca e che, qualora occorra, è pronta a sguainare la spada in difesa dei suoi legittimi dritti e del suo posto nel mondo. La dimostrazione data di questo vigoroso sentimento ha raddoppiate le forze e la conseguente estimazione della Patria nostra ed ha allontanata una guerra europea assai più efficacemente che non molte e supine rinunzie. Così all'epoca dell'annessione della Bosnia e dell'Erzegovina il risoluto atteggiamento dell'Austria impedì una conflagrazione.
Ciò dimostra ancora quale immenso valore abbiano le forze militari bene organizzate appoggiate da un sentimento popolare elevato e quanti danni economici e di sangue facciano risparmiare le spese fatte in tempo e con la dovuta larghezza per tenere alla potenza necessaria esercito e flotta.
Non sarebbe mai soverchio ripetere questa verità agli Italiani, i quali ora soltanto cominciano a comprendere il valore immenso di una solida organizzazione militare!
Poiché cambiare indirizzo della politica estera sarebbe un errore, mi sia concesso di esaminare sommariamente se ci convenga restare nella triplice - la dimostrazione potrebbe sembrare superflua, poiché, essa dovrebbe scaturire come corollario dalla prova data della non convenienza di avvicinarsi alla triplice intesa; ma qualche altra parola potrà essere opportuna.
Due questioni sono da considerare: l'appoggio diplomatico in tempo di pace, la forza militare che l'alleanza può mettere in capo in guerra. E il primo è proporzionato alla seconda. Dico ancora che l'appoggio diplomatico intanto sarà più valido quanto è più facile che gli interessi di uno dei contraenti non solo non urtino con quelli degli altri, ma anzi collimino con essi. Pertanto si fondono e si compenetrano l'uno nell'altro i due punti, ai quali ho poc'anzi accennato: convenienza di restare nella triplice e conciliazione degli interessi degli alleati. Non credo neppur necessario dichiarare che oggi a nessuno è dato di isolarsi e di fare esclusivamente assegnamento sulle proprie forze.
È assai chiaro che fra gli interessi nostri e quelli tedeschi ben difficilmente vi possano essere divergenze ed urti. Quando ciò potette sembrare - conferenza di Algesiras - si commise, a mio parere, un grosso errore. La questione quindi capitale per il rinnovamento della triplice alleanza, il punto delicato di tale gravissimo problema politico, sta nei rapporti fra noi e l'impero austro-ungarico.
Non credo siano necessarie parole per provare la vacuità dell'irredentismo, portato dagli Austriaci quale argomento contrario alla possibilità di un'intesa amichevole con l'Italia.
Ormai l'irredentismo non esce - si può dire - dall'ambiente delle scuole secondarie, ed è scialbo ed incolore. Di tanto in tanto sembra acquistare vigore per colpa degli alleati, i quali riescono a galvanizzarlo con qualche sopruso esercitato a danno delle popolazioni italiane soggette alla corona degli Absburgo.
Sicché non è verso i confini politici che occorre guardare, bensì verso l'Adriatico e verso la penisola balcanica.
Qui sta il nodo della matassa. Ma è veramente esso un nodo che non si può sciogliere altrimenti che col taglio della spada? Io non lo credo.
Fra due proprietari, i quali affacciano entrambi in una stretta intercapedine fra due case, so benissimo che non sono facili i rapporti cordiali e spesso deve intervenire il giudice con grande soddisfazione degli avvocati, che ci guadagnano in mezzo ai dissensi ed alle liti. Però ve ne sono pure di questi proprietari, che sanno vivere in perfetto accordo. Ora perché Italia ed Austria non debbono essere fra questi?
Che cosa vogliono l'una e l'altro nell'Adriatico e nella penisola balcanica? Numerose ed esplicite dichiarazioni ci dicono che entrambi gli alleati vogliono soltanto il mantenimento dello statu quo. L'impero afferma che dopo l'annessione della Bosnia e dell'Erzegovina esso non ha altre aspirazioni; l'Italia ha sempre affermato che la sua politica tende al consolidamento delle potenze balcaniche e che non aspira affatto all'Albania. Sono sincere queste affermazioni? Se lo sono nulla di più facile di un'intesa cordiale e chiara, anzi di una cooperazione attiva perchè sieno raggiunti gli obbiettivi delle due alleate. E naturalmente l'intesa deve essere perfetta anche nel campo economico, eliminando quelle rivalità commerciali, le quali con la loro asprezza eliminano tutti i benefizi di una politica anche sincerissima.
Ma evidentemente oggi l'alleanza fra noi e le potenze centrali non può riguardare soltanto i problemi mediterranei ed europei. Tutti e tre i contraenti allargano la loro sfera di azione e di interessi assai all'infuori dell'Europa; ad essi deve provvedere un trattato di alleanza, il quale voglia provare la sua solidità in qualsiasi evento, e che voglia dimostrare ai popoli alleati tutta la bontà di esso.
Non è questo il luogo dove enumerare gli interessi italiani, i quali esigono una vigorosa difesa per evitare danni difficilmente rimediabili in appresso. Sono i nostri alleati disposti ad appoggiarli? E da parte loro dicano quali interessi intendono tutelati; e l'Italia risponda con sincerità e con spirito di amicizia. Soltanto allora, quando in qualsiasi evento politico la triplice alleanza darà prova di essere un blocco compatto e possente, essa ritornerà ad essere popolare, come lo fu da noi allorché Crispi seppe dare ad essa contenuto e vita.
Un blocco simile non tarderà ad attrarre nella sua orbita assai facilmente la Russia, la quale prima o poi dovrà urtare di nuovo contro l'Inghilterra sia in Asia sia in Europa per la questione degli stretti, e per questa stessa questione - date le mire egemoniche nel Mediterraneo - forse anche con la Francia.
In altro articolo mi proverò a dimostrare quale sia la convenienza nostra a restare nella triplice dal punto di vista militare, e quali provvedimenti il rinnovamento della triplice stessa ci obbliga a prendere.
Ypslonne.
1-La Triplice 1912
- Dettagli
- Categoria: Popup
powered by social2s
