
Dall'Odio di razza al furore bellico, e viceversa
Non c'è alcun dubbio che la credenza nella superiorità e nella inferiorità delle razze, rinforzata spesso dalla ignoranza sulle condizioni reali e sopratutto dalla evoluzione, delle trasformazioni successive - ora progressive ora regressive - degli aggregati sociali, che vengono denominati razze, genera lo stato di animo, cha rende più facili le guerre, quantunque queste vengano sempre al giorno d'oggi combattute tra le nazioni e non tra le razze.
Attraverso a quali considerazioni e sentimenti dal concetto della propria superiorità si arrivi alla convenienza, anche al dovere della guerra, non indagherò: ci vorrebbe troppo lungo discorso; ma è innegabile che il problema delle razze si connette intimamente al problema della guerra.
Sono bene avvisati, quindi, gli amici della pace a combattere la teoria della superiorità della razza, base alla boria delle nazioni - e che in Italia, pur troppo, ha generato la boria delle regioni - di cui si occupò G. B. Vico per combatterla. L'imponente Congresso delle razze, che si è tenuto a Londra dal 26 al 29 Luglio di quest'anno ed a cui presero parte rappresentanti di governi, di Università celebri, politici, antropologi e sociologici di ogni razza e di ogni nazionalità, come scopo principale ebbe quello di far conoscere meglio i popoli tra loro per allontanare sempre più le guerre (Nota nel testo).
Per fare l'apologia della guerra, per potere fare segno alla propria ironia due uomini, che sono tra i più ardenti patrocinatori della pace, William Stead e Jean Finot, il signor Enrico Thovez, assai noto per le sue belle polemiche carducciane, ha pubblicato contemporaneamente nella Stampa di Torino e nel Giornale di Sicilia un articolo sul distruttore delle razze (Jean Finot), in cui con molta audacia e con scarsissima competenza si rimette in onore la vecchia teoria di Gobineau, illustrata ad usum delphini, cioè per comodo delle sue mutabili e cervellotiche teorie, da Cesare Lombroso.
io stesso non ho contribuito poco con i miei libri giovanili a diffondere e rafforzare i pregiudizi contro cui ora mi adopero quanto più posso. (Tribuna 26 Dicembre 1910).
E tutto l'articolo è una bella difesa della italianità e del suo contributo intellettuale che ha sempre dato e dà alla civiltà contro
l'assurda abitudine di coloro che giudicano i popoli soltanto dalla ricchezza e dalla potenza, che possiedono.

Ma a questa miscela solo un critico letterario può negar fede. L'ammettono, profonda e generale, anche gli antropo-sociologi, come Lapouge ed Ammon, che sono tra i più fanatici discepoli di Gobineau, che credeva nella superiorità di alcune razze - le germaniche e anglo-sassoni derivanti dagli Arii - e nella inferiorità di talune altre - proprio quelle impropriamente dette latine, alle quali noi apparteniamo.
Meno male che il Thovez mette in burletta gli Arii colla loro superiorità; e ciò forse perché ignora che Giuseppe Sergi, contro la più diffusa credenza, ritiene che siano discendenti dagli Arii le popolazioni dell'Alta Italia; ma li giudicò apportatori di barbarie e non di civiltà nella nostra penisola. Se avesse conosciuta solo la prima parte delle teorie dell'illustre antropologo dell'Ateneo di Roma dalla boria delle regioni - purtroppo vivente e vigorosa in Italia! - il Thovez, forse, sarebbe stato indotto ad ammettere l'esistenza degli Arii.

Perciò vi sono popoli o nazioni a civiltà latina e non razze latine. Tali caratteri servono a distinguere fra loro le nazioni, prodotto essenzialmente storico, spirituale - nel senso non metafisico della parola -: una nazione può risultare da diverse razze; una medesima razza può essere divisa in diverse nazionalità. Kleber e Napoleone I, l'uno Alsaziano e l'altro Corso, appartenevano pei caratteri antropologici a due diverse razze, ma erano animati dallo stesso sentimento nazionale francese. Kleber, tedesco per la razza, combattè fieramente contro la Germania; Napoleone, mediterraneo e italico per la razza, sdegnò sempre di essere considerato italiano e l'Italia trattò come terra di conquista a benefizio della Francia.
Il caso inverso tipicamente si può osservare in Boemia; la quale è abitata dalla stessa razza, ma gli abitanti sono divisi in due nazionalità, che si odiano cordialmente: quella dei Tedeschi e l'altra degli Czechi. Lo riconosce l'insospettabile Vacher de Lapouge, che tante corbellerie ha scritte per dimostrare la diversità tra i Meridionali e i Siciliani da un lato; e i settentrionali dall'altro; tra la inferiorità sociale dei primi e la superiorità dei secondi. Se il Thovez vuole meglio informarsi sui caratteri e sulla formazione delle nazioni legga la magnifica polemica, all'indomani di Sedan e della costituzione dell'Impero Germanico, tra due colossi: Renan e Virchow.
Se i caratteri fondamentali anatomici - non quelli grottescamente scoperti da Bissolati in Giovanni Giolitti - sono immutabili e lentissimamente modificabili e servono a distinguere le razze; sono invece assai mutevoli quelli psichici e morali, che servono a distinguere le nazioni. Ed è questo che non conosce e non vuole intendere il critico letterario, che ha voluto scrivere di antropo-sociologia.
D'onde i giudizi fallaci sulla resistenza dei Polacchi alla germanizzazione, sui Tedeschi di oggi che conservano i caratteri descritti da Tacito, sugli Ebrei immutati e immutabili attraverso i secoli e attraverso gli ambienti diversi.
Ah! no, non è la razza che fa opporre tanta resistenza ai Polacchi; è la diversità della religione, è l'oppressione politica, è la violenza brutale che la Prussia ha adoperato nella loro germanizzazione.
Per rievocare il ricordo dei Germanici di Tacito e riconoscerli nei Tedeschi di oggi si dimenticano parecchi secoli di storia coi relativi profondi mutamenti nelle manifestazioni sociali dei discendenti di Arminio. Forse la gemuthlichkheit dei Tedeschi di Goethe rappresenta lo spirito dei vincitori di Sadova e di Sedan? Forse la grande intraprendenza industriale e commerciale odierna è conciliabile con quello spirito di astrazione e di filosofia che loro era stato assegnato? Forse la storia della Tavola Rotonda, ch'è storia di gran parte della Germania, della gaia vita di Monaco e di Amburgo, risponde alla sobrietà, alla castità e alla purezza dei costumi dei Germanici di Tacito?
E passando sopra ai focosi e inconsiderati Galli di Cesare e di Strabone, che vorrebbe riconoscere nei Francesi odierni. che pur tanta calma e tanta ponderazione hanno manifestato nell'affare gravissimo del Marocco, vengo agli Ebrei.
Il Thovez scrive degli Ebrei come se non fosse un italiano, che ha il dovere di conoscere ciò che sul loro conto hanno scritto alcuni Italiani meritamente o immeritamente celebri. Io non lo rimando, per mutare il suo giudizio, all'opera recentissima di Werner-Sombart sugli Ebrei; ma egli ha il dovere di leggere se non li ha letti un volume di Cesare Lombroso - che dimenticò le proprie teorie per difendere la propria razza - ed un libricino modesto pubblicato nel 1835, se non erro, ma che rimane insuperato: Le interdizioni israelitiche di Carlo Cattaneo. Contro il pregiudizio corrente, vi apprenderebbe che la psicologia e le manifestazioni e l'attività degli Ebrei mutarono cogli ambienti e colle loro condizioni sociali.
Sarei curioso, ad esempio di conoscere dal Thovez se in fatto di usura, di finanza, di spirito commerciale ecc. egli non creda che i Cristiani e gli Ariani oggi possano dare lezioni agli Ebrei ed ai Semiti.
Altra volta dirò degli Arabi, che sono di triste attualità; adesso conchiudo domandando al Thovez se nei Veneziani di oggi riconoscerebbe i discendenti dei Mocenigo e dei Morosini e dei Foscari, che alla repubblica assoggettarono l'Oriente; se nei romani de Roma odierna riconosce i discendenti di Cincinnato e degli Scipioni; se nelle svelte ed eleganti midinettes di Torino riconosce i discendenti di quell'Insubro irsuto e bestiale, che rende grottesco il monumento ad Umberto I sul colle di Superga...
E potrei continuare e divertirmi un mondo!
Il processo alle intenzioni non è mai facile e riesce spesso erroneo; manifestando, perciò, il mio pensiero sui moventi che indussero il Thovez, che stimo ed apprezzo tanto come critico letterario, non pretendo di essere infallibilmente nel vero; ma credo di avvicinarmici molto affermando che egli ha subito l'influenza dell'ambiente in cui visse, scrisse e imperò Cesare Lombroso. Riconfermando la fede nelle teorie di Gobineau credo, perciò, che egli, anche incoscientemente sia stato suggestionato dalla doppia boria: dalla boria delle nazioni e dalla boria delle regioni.
La boria delle nazioni, in vista della guerra contro i Turco-arabi gli ha fatto credere che in nome di Gobineau si riesce ad esaltare gl'Italiani di fronte ai nostri nemici di Africa; la boria delle regioni, che, pur troppo, esiste in Italia e che l'ipocrisia politica e il preoccupante interesse unitario fanno negare o mascherare, gli fa credere che in nome della medesima teoria venga meglio ribadita la superiorità dei Settentrionali sui Meridionali.
Or bene tale teoria di Gobineau lo colpisce in pieno petto e gli può cagionare amare disillusioni.
Se la conoscesse esattamente egli già saprebbe:
1. che la dottrina delle razze serve a fare condannare come inferiori gl'Italiani e i così detti Latini tutti dai superiori Anglo-sassoni; 2. che se in Italia si devono distinguere superiori e inferiori, stando ad Ammon, a Lapouge, a Mussang e ad altri autorevoli discepoli e interpreti dell'aristocratico scrittore francese, la superiorità vera vien data essenzialmente dall'indice cefalico più che dalla statura e dal colorito della pelle, dei peli ecc. Perciò in Italia i superiori sarebbero i dolicocefali del mezzogiorno, della Sicilia e della Sardegna; e gl'inferiori i brachicefali del Veneto, della Lombardia e del Piemonte.
Chi giurasse in una conclusione siffatta commetterebbe uno stupido strafalcione, degno di fare il paio con l'altro che si commette giurando in senso opposto.
Napoleone Colajanni