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Lega navale (Mare nostrum), Anno VIII, N. 9-10, Maggio 1912
La rinnovazione della triplice alleanza e gli interessi italiani.
Prima di affrontare la discussione sul punto di vista militare nella rinnovazione della triplice alleanza, debbo aggiungere qualche parola a quanto ho detto nel precedente articolo.
Parlando della chiarezza dei patti fra gli alleati, ho accennato alla relativa facilità di accordo fra noi e l'impero austro-ungarico sulla base dello statu quo nei Balcani e nell'Adriatico. Debbo ora dire che lo statu quo potrebbe essere turbato, anzi sconvolto, all'infuori della volontà delle potenze della triplice. Per tale eventualità è indispensabile che il trattato contenga le più chiare ed esplicite convenzioni, affinchè proprio nel momento più difficile, in quello nel quale la saldezza della triplice dovrebbe manifestarsi in tutta la sua robustezza, essa non dovesse invece mostrare una grande debolezza e forse anche crollare, mettendo gli alleati in campi opposti. Ora l'eventualità di un turbamento dello statu quo è tutt'altro che impossibile, poiché non è affatto da escludersi che in un certo momento, malgrado tutte le raccomandazioni delle grandi potenze, le piccole potenze balcaniche non si decidano a tentare il conseguimento delle loro lunghe aspirazioni.
E ciò detto, vengo subito alla questione militare nel rinnovamento della triplice alleanza.
Io cercherò di mettere questa questione nel modo più chiaro possibile, riducendola ad una di dare e di avere, di vantaggi e di danni, affinché emergano in modo irrefutabile: il valore della nostra alleanza, i sacrifizi che dovremo fare all'alleanza con le potenze centrali, le necessità alle quali la rinnovazione del trattato della triplice ci costringerà.
Cominciamo dal vedere quale è la situazione militare nostra nella triplice.
Senza fare un computo, tante volte ripetuto, delle forze terrestri e marittime delle potenze della triplice intesa, si vede chiaramente che l'Italia, stando nella triplice:
a) è perfettamente sicura da qualsiasi offesa da parte di terra a causa della preponderanza degli eserciti alleati e della speciale configurazione della frontiera fra Italia e Francia;
b) è esposta alle maggiori offese da mare a causa dell'inferiorità navale delle due alleate mediterranee di fronte alle squadre anglo-francesi;
c) non può ottenere successi di rilievo in terra contro l'esercito francese sempre a causa della configurazione della frontiera e delle colossali difese erette dai Francesi sulle Alpi;
d) può soltanto sperare qualche successo per le proprie armi soltanto in dipendenza delle vittorie tedesche sulla Mosella e sui Vosgi.
Per conseguenza l'Italia, in caso di conflagrazione europea, avrebbe i maggiori danni dalla guerra navale e pochissimi vantaggi dalla guerra terrestre. Naturalmente tale condizione di cose si ripercuoterebbe nelle trattative di pace, e noi, i quali non avremmo potuto dare un contributo molto visibile - sebbene importante come dirò appresso - alle vittorie decisive, otterremmo condizioni poco favorevoli; in una parola avremmo le bricciole mentre gli altri avrebbero le fette della torta.
Dall'altra parte che cosa avremmo noi dato agli alleati?
Il nostro esercito avrebbe inchiodata sulle Alpi una frazione dell'esercito francese, che è lecito di ammettere non potrà essere soltanto quella assai piccola, che i nostri vicini di occidente presumevano fino a qualche tempo fa di potere opporre a noi, ed avrebbe così facilitato di molto la vittoria tedesca. Tutto l'esercito austro-ungarico sarebbe disponibile sulla frontiera russa. Tutte le forze navali francesi e la squadra inglese del Mediterraneo sarebbero obbligate a restare in questo mare senza potere rinforzare le squadre dei mari settentrionali.
Vantaggi dunque considerevoli noi diamo e daremmo agli alleati, mentre molti danni potremmo subire e pochi lievi vantaggi potremmo avere.
A questo punto mi si potrebbe domandare:
“Allora perchè siamo entrati e siamo rimasti nella triplice? E' possibile che i nostri uomini di Stato non abbiano avuta la visione esatta della situazione or ora delineata?”
Risponderò che, prima di tutto, quando noi entrammo nella triplice alleanza, la situazione internazionale era assai diversa dall'attuale; e poi, che Francesco Crispi aveva saputo dare all'alleanza un contenuto molto vitale per noi, facendone uno strumento attivo del nostro movimento nel mondo. Tale contenuto si è andato perdendo con i suoi successori, alcuni dei quali hanno creduto compatibile la fedeltà all'alleanza con la stretta amicizia con le potenze nemiche per forza ai nostri alleati. Aggiungerò che il grande, supremo benefizio della triplice per noi è stato quello di assicurare la pace per 30 anni, dandoci modo di consolidare la unità nazionale e di sviluppare le energie economiche che ora tanto brillantemente si manifestano. Non dimentichiamo però che simile benefizio lo hanno avuto i nostri alleati, i quali ne avevano bisogno almeno quanto noi.
Vediamo ora quale sarebbe la nostra posizione militare se appartenessimo alla triplice intesa.
a) Sicurezza assoluta dal lato marittimo, anzi possibilità di raggiungere sull'Austria tutti gli scarsi obbiettivi, che le coste avversarie presentano;
b) possibilità di assumere l'offensiva fuori dei confini terrestri, perché l'esercito austriaco in parte sarebbe dislocato alla frontiera russa ed a quella meridionale (Serbia e Montenegro);
c) conseguente grande probabilità di non avere la guerra in casa né in terra né in mare.
Che cosa daremmo agli alleati nuovi?
a) Possibilità di disporre di tutto l'esercito francese alla frontiera orientale contro i Tedeschi;
b) distrazione di una grossa massa dell' esercito austriaco dalla frontiera russa con la conseguente necessità da parte dei Tedeschi di aumentare l'aliquota del loro esercito sulla Vistola;
c) possibilità ai Francesi ed agli Inglesi di disporre di tutte le loro forze navali nei mari settentrionali.
Parrebbe dunque che l'alleanza con le potenze della triplice intesa sarebbe enormemente più vantaggiosa per noi che non la triplice alleanza; ma non è così di fatto. Prima di tutto ho già detto nel precedente articolo che gli interessi nostri e quelli francesi ed inglesi - e particolarmente francesi - appaiono inconciliabili, inoltre il passaggio dell'Italia da un gruppo all' altro di potenze significherebbe la guerra a brevissima scadenza. Questa verità è chiara come un assioma! Ora la guerra a breve scadenza non può essere desiderata da noi per quanto rilevanti si possano credere i benefìzi che ne avremmo a pace conclusa. Altra cosa è correre incontro alla guerra a testa china, altra quella di affrontarla virilmente, quando i supremi interessi nazionali lo esigono! Noi abbiamo bisogno di consolidare per tempo non breve la nostra nuova posizione nel Mediterraneo e di afforzare sempre più il nostro edifìzio economico.
Uguale bisogno di pace hanno le potenze con le quali siamo alleati ; e per conseguenza il rinnovamento della triplice alleanza deve essere considerato non solo come una questione di interesse limitato ai contraenti, ma come un'opera umanitaria e civile.
Non è possibile però disconoscere che noi diamo di più di quello che riceviamo; ed oggi il nostro credito è aumentato di molto, poiché abbiamo provato al mondo quale sia il valore della organizzazione militare italiana.
Senza iattanza, ma senza timidezze inconcepibili, l'ammontare di quanto possiamo dare all'alleanza deve essere fatto valere dai nostri uomini di Stato, sicché dai patti rinnovati l'Italia tragga quanto può legittimamente pretendere per la grandezza delle sue forze materiali e morali!
Come ho detto più sopra, noi, in caso di conflagrazione europea, avremmo forti danni dalla guerra navale, danni di gran lunga maggiori di quelli che potrebbero essere sopportati dagli alleati: questo punto deve pure essere tenuto nella dovuta considerazione nelle trattative per la rinnovazione del trattato.
E questo punto occorre che sia da noi bene esaminato per dedurne le necessità di ordine militare, alle quali ci obbliga la triplice alleanza. Dirò subito che tali necessità si concretano nell'aumento della flotta in misura sensibilissima. Io non voglio ora interloquire fra la Lega Navale e l'on. Di Palma circa la nuova formula navale. So soltanto che la flotta italiana, quale è adesso e quale diverrà dopo espletato l'attuale programma di lavori, è assolutamente impari ai più stretti bisogni della difesa nazionale. Mi permetto di osservare poiché la nuova formula patrocinata dalla Lega Navale è assai simile a quella sostenuta in passati tempi da Argus e da altri, quando nel Mediterraneo si potevano im[m]aginare nemiche, da una parte la flotta francese, dall'altra quella italiana e quella austriaca. Le navi inglesi - allora assai più numerose nel nostro mare - neutrali oppure amiche nostre.
Allora si diceva che la nostra flotta doveva essere ragguagliata a 2/3 di quella francese, data la necessità per la repubblica di tenere parte delle proprie navi fuori del Mediterraneo. Ora si vorrebbe che la flotta italiana fosse la più forte del Mediterraneo. E' possibile la cosa senza stremare le nostre finanze? Rispondo con due osservazioni:
1. I nostri nepoti godranno di un'Italia più potente, più grande, più ricca; sarebbe giusto che pagassero anche una parte dei sacrifizi che oggi dobbiamo sopportare per giungere a tale risultato. Intendo dire che non sarebbe poi assurdo contrarre ora un'obbligazione che i nostri nepoti sconterebbero.
2. Se è vero che per gli accordi franco-inglesi la Francia può ora mantenere la massima parte delle sue squadre nel Mediterraneo, non è men vero che nel paragonare i bilanci delle due marine - l'italiana e la francese - non si deve perdere di vista che la vicina repubblica ha molti bisogni che noi non abbiamo, non possedendo colonie lontanissime . come il Tonkino ecc. - le quali esigono l'organizzazione di una difesa navale assai costosa.
Ypsilon.
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Lega navale (Mare nostrum), Anno VIII, N. 6, Marzo 1912
Il rinnovamento della triplice alleanza e gli interessi italiani.
Attraverso le fasi della guerra la quale assorbe attualmente tutta la vigile attenzione degli italiani, fa capolino di tanto in tanto una questione di altissima importanza, la quale ha carattere duraturo, mentre la guerra ne ha uno transitorio: intendo dire del rinnovamento della triplice alleanza e dell'orientamento della politica estera dell'Italia. I giorni passano, e noi ci avviciniamo rapidamente a quello in cui si dovrà dai contraenti o denunziare il trattato oppure tacere, perché esso sia rinnovato automaticamente.
Non credo che vi possa essere in Italia - e forse pure in Germania ed in Austria - chi desideri il rinnovamento puro e semplice della triplice alleanza ai patti antichi. La ragione è evidente. Stipulata quando l'assetto politico dell'Europa era tanto diverso dall'attuale, quando l'Italia subiva ancora le conseguenze di una politica meschina di continue rinunzie, quando ancora moltissimi problemi internazionali non si presentavano all'orizzonte, la triplice alleanza non poteva prevedere e provvedere, affinché le potenze contraenti regolassero la propria azione in conformità dei nuovi interessi creati da condizioni diverse assai da quelle dell'epoca nella quale i patti vennero sottoscritti. Così il distacco dell'Inghilterra dalle potenze centrali per avvicinarsi a quella che poteva essere ritenuta la nemica ereditaria - la Francia - così l'intesa fra Russia ed Inghilterra in Asia ed in Europa, così la questione del Marocco, nella quale uno degli alleati doveva assumere un atteggiamento che parve contrario agli interessi di un altro di essi, la Germania. E forse - mi permetto di aggiungere - l'atteggiamento fu contrario agli interessi stessi dell'Italia, la quale facilmente si illude e si lascia illudere.
Ritengo pertanto che sia ben inteso interesse di tutti e tre i contraenti di denunziare il trattato con l'esplicita intenzione di rinnovarlo in modo diverso e più consono alle condizioni nuove, che si sono venute creando.
Ritengo pure che in Italia siano ben pochi coloro, i quali siano ancora avversi per principio alla rinnovazione della triplice alleanza. E ciò, s'intende bene, a nuove e più confacenti condizioni.
In Italia, per vari motivi, che sarebbe troppo lungo ed inutile enumerare, si era andato formando a poco a poco un largo consenso ad un cambiamento radicale dell'indirizzo della nostra politica estera, orientandolo decisamente verso la triplice intesa - Francia, Inghilterra e Russia - e staccandoci dalle potenze centrali. Dirò solo che alla formazione di tale opinione concorsero: l'atteggiamento verso di noi di certe sfere austriache, il lavorìo abilissimo dell'ambasciatore di Francia, Barrère, la visione esatta dei danni che noi potremmo avere da una guerra contro la triplice intesa senza i vantaggi corrispondenti.
E su questo punto occorrerà che io ritorni.
Ma la guerra attuale, insieme a tanti altri benefizi di ordine morale, ha anche portato quello di aprire gli occhi agli Italiani e di far loro comprendere verso quale via perrigliosa essi si incamminavano.
Noi ritenevamo sicuramente che l'Inghilterra fosse sempre l'amica devota e disinteressata - quella delle nostre lotte epiche per il risorgimento (era la frase stereotipata), che la Francia avesse radicalmente mutato il suo modo di vedere a nostro riguardo cessando di riguardarci o come un suo satellite o come nemico, e... fischiavamo la Russia per i begli occhi degli esiliati in Siberia, o per l'emigrato di Capri, Massimo Gorki.
Così e non altrimenti si credeva di gettare le basi della nuova politica estera italiana, dando ragione al conte Lützow ex ambasciatore austro-ungarico a Roma, il quale ha scritto in un recente articolo sulla Neue Freie Presse che in Italia sono pochissimi coloro i quali hanno profonde conoscenze in materia di politica estera.
Invece i fatti hanno chiarito con luce meridiana che l'Inghilterra non ha altra guida che i propri interessi e quelli dei suoi mercanti, che in Francia i discendenti di Vercingetorige sono rimasti più Galli che mai malgrado che vogliono camuffarsi da veri e soli autentici discendenti di Roma, nonché eredi legittimi ed esclusivi dei dritti romani sul Mediterraneo, e finalmente che la Russia forse era la sola potenza che ci fosse veramente amica, probabilmente perché gli interessi di essa ed i nostri vanno assai bene di accordo.
Andare a cacciarsi quasi per forza in un gruppo di potenze, la maggior parte delle quali ha interessi opposti ai nostri, e di difficilissima conciliazione, rischiare di dover sottostare agli isterismi francesi comuni a tutte le classi sociali della vicina repubblica (il discorso Poincarré informi) sono sembrati finalmente errori madornali, dai quali per fortuna la mancanza di sangue freddo dei Francesi ed anche in parte degli Inglesi ci ha salvati.
Dato quanto sopra ho esposto, risulta che a noi sarebbe dannoso cambiare radicalmente l'indirizzo politico che da trentanni assicura la pace europea con grande benefizio di tutti. Ma il desiderio della pace non deve diventare feticismo; ma non deve questo desiderio - pur legittimo - fare sì che si sia disposti a curvare la schiena per non rischiare la guerra! L'Italia ha bene dimostrato che essa è immune da tale pecca e che, qualora occorra, è pronta a sguainare la spada in difesa dei suoi legittimi dritti e del suo posto nel mondo. La dimostrazione data di questo vigoroso sentimento ha raddoppiate le forze e la conseguente estimazione della Patria nostra ed ha allontanata una guerra europea assai più efficacemente che non molte e supine rinunzie. Così all'epoca dell'annessione della Bosnia e dell'Erzegovina il risoluto atteggiamento dell'Austria impedì una conflagrazione.
Ciò dimostra ancora quale immenso valore abbiano le forze militari bene organizzate appoggiate da un sentimento popolare elevato e quanti danni economici e di sangue facciano risparmiare le spese fatte in tempo e con la dovuta larghezza per tenere alla potenza necessaria esercito e flotta.
Non sarebbe mai soverchio ripetere questa verità agli Italiani, i quali ora soltanto cominciano a comprendere il valore immenso di una solida organizzazione militare!
Poiché cambiare indirizzo della politica estera sarebbe un errore, mi sia concesso di esaminare sommariamente se ci convenga restare nella triplice - la dimostrazione potrebbe sembrare superflua, poiché, essa dovrebbe scaturire come corollario dalla prova data della non convenienza di avvicinarsi alla triplice intesa; ma qualche altra parola potrà essere opportuna.
Due questioni sono da considerare: l'appoggio diplomatico in tempo di pace, la forza militare che l'alleanza può mettere in capo in guerra. E il primo è proporzionato alla seconda. Dico ancora che l'appoggio diplomatico intanto sarà più valido quanto è più facile che gli interessi di uno dei contraenti non solo non urtino con quelli degli altri, ma anzi collimino con essi. Pertanto si fondono e si compenetrano l'uno nell'altro i due punti, ai quali ho poc'anzi accennato: convenienza di restare nella triplice e conciliazione degli interessi degli alleati. Non credo neppur necessario dichiarare che oggi a nessuno è dato di isolarsi e di fare esclusivamente assegnamento sulle proprie forze.
È assai chiaro che fra gli interessi nostri e quelli tedeschi ben difficilmente vi possano essere divergenze ed urti. Quando ciò potette sembrare - conferenza di Algesiras - si commise, a mio parere, un grosso errore. La questione quindi capitale per il rinnovamento della triplice alleanza, il punto delicato di tale gravissimo problema politico, sta nei rapporti fra noi e l'impero austro-ungarico.
Non credo siano necessarie parole per provare la vacuità dell'irredentismo, portato dagli Austriaci quale argomento contrario alla possibilità di un'intesa amichevole con l'Italia.
Ormai l'irredentismo non esce - si può dire - dall'ambiente delle scuole secondarie, ed è scialbo ed incolore. Di tanto in tanto sembra acquistare vigore per colpa degli alleati, i quali riescono a galvanizzarlo con qualche sopruso esercitato a danno delle popolazioni italiane soggette alla corona degli Absburgo.
Sicché non è verso i confini politici che occorre guardare, bensì verso l'Adriatico e verso la penisola balcanica.
Qui sta il nodo della matassa. Ma è veramente esso un nodo che non si può sciogliere altrimenti che col taglio della spada? Io non lo credo.
Fra due proprietari, i quali affacciano entrambi in una stretta intercapedine fra due case, so benissimo che non sono facili i rapporti cordiali e spesso deve intervenire il giudice con grande soddisfazione degli avvocati, che ci guadagnano in mezzo ai dissensi ed alle liti. Però ve ne sono pure di questi proprietari, che sanno vivere in perfetto accordo. Ora perché Italia ed Austria non debbono essere fra questi?
Che cosa vogliono l'una e l'altro nell'Adriatico e nella penisola balcanica? Numerose ed esplicite dichiarazioni ci dicono che entrambi gli alleati vogliono soltanto il mantenimento dello statu quo. L'impero afferma che dopo l'annessione della Bosnia e dell'Erzegovina esso non ha altre aspirazioni; l'Italia ha sempre affermato che la sua politica tende al consolidamento delle potenze balcaniche e che non aspira affatto all'Albania. Sono sincere queste affermazioni? Se lo sono nulla di più facile di un'intesa cordiale e chiara, anzi di una cooperazione attiva perchè sieno raggiunti gli obbiettivi delle due alleate. E naturalmente l'intesa deve essere perfetta anche nel campo economico, eliminando quelle rivalità commerciali, le quali con la loro asprezza eliminano tutti i benefizi di una politica anche sincerissima.
Ma evidentemente oggi l'alleanza fra noi e le potenze centrali non può riguardare soltanto i problemi mediterranei ed europei. Tutti e tre i contraenti allargano la loro sfera di azione e di interessi assai all'infuori dell'Europa; ad essi deve provvedere un trattato di alleanza, il quale voglia provare la sua solidità in qualsiasi evento, e che voglia dimostrare ai popoli alleati tutta la bontà di esso.
Non è questo il luogo dove enumerare gli interessi italiani, i quali esigono una vigorosa difesa per evitare danni difficilmente rimediabili in appresso. Sono i nostri alleati disposti ad appoggiarli? E da parte loro dicano quali interessi intendono tutelati; e l'Italia risponda con sincerità e con spirito di amicizia. Soltanto allora, quando in qualsiasi evento politico la triplice alleanza darà prova di essere un blocco compatto e possente, essa ritornerà ad essere popolare, come lo fu da noi allorché Crispi seppe dare ad essa contenuto e vita.
Un blocco simile non tarderà ad attrarre nella sua orbita assai facilmente la Russia, la quale prima o poi dovrà urtare di nuovo contro l'Inghilterra sia in Asia sia in Europa per la questione degli stretti, e per questa stessa questione - date le mire egemoniche nel Mediterraneo - forse anche con la Francia.
In altro articolo mi proverò a dimostrare quale sia la convenienza nostra a restare nella triplice dal punto di vista militare, e quali provvedimenti il rinnovamento della triplice stessa ci obbliga a prendere.
Ypslonne.
