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Napoleone Colajanni
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Lezione magistrale di storia del grande storico Pasquale Villari (1827-1917), ormai molto vecchio, ma molto saggio.
L'articolo era stato pubblicato dal Corriere della Sera del 24 ottobre 1912 ed era servito da Introduzione al libro di Aldobrandino Malvezzi.
Le illustrazioni sono tratte da Francis McCullagh, Italy's war for a desert, London 1912

Prefazione al libro di Aldobrandino Malvezzi, L'Italia e l'Islam in Libia, Firenze-Milano 1913
P. Villari. - Dopo la guerra

Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
La guerra che si è combattuta nella Libia ha per l'avvenire d'Italia una grande importanza. È bene perciò farsene un concetto chiaro. Per riuscire nell'intento è necessario prestare ascolto non solamente alle voci di entusiasmo, che da ogni parte si levarono nel paese; ma anche alle critiche che fecero e fanno gli avversari. Questi, è vero, in Italia sono pochi, al di là delle Alpi sono però molti. Il ponderare imparzialmente anche ciò che essi dicono, potrà giovare, se non altro, ad esaminare la questione sotto ogni aspetto.
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
- Voi in Italia - così essi dicono - vi siete costituiti fondandovi sul principio di nazionalità, che avete dichiarato sacro, inviolabile. E andate poi a combattere un popolo, che se ne stava tranquillo a casa sua, senza aggredirvi. Esso non fa che difendere valorosamente la sua patria, la sua religione, e voi, non contenti di combatterlo con le armi, lo coprite d'ingiurie d'ogni sorta. È vero. che alcuni di voi affermano che gli arabi sono schiavi dei turchi, che li opprimono, e dai quali voi siete andati a liberarli. Ma ciò è manifestamente smentito dal fatto che essi, sotto il comando dei turchi, i quali hanno la stessa loro religione, si difendono contro di voi, versando come acqua il proprio sangue. Nessuno crederà mai, neppure fra di voi, che vi siete mossi per liberare gli arabi dalla oppressione dei turchi.
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Altri, così proseguono gli avversari, dicono: - A Tripoli, in Cirenaica noi italiani abbiamo dovuto sopportare angherie d'ogni sorta. Tutte le nostre iniziative, tutte le nostre imprese industriali, commerciali furono dagli arabi, dai turchi, in mille modi, anche colla violenza, combattute, con loro e con nostro grave danno. In sostanza noi siamo andati a vendicare le patite ingiurie. - E dimenticate, così si risponde, che sono anni molti, che voi andavate predicando ai quattro venti che Tripoli doveva esser vostra, insieme colla Cirenaica, che pacifìcamente o colle armi voi avreste occupata tutta la Libia. E pretendevate che vi avessero ricevuti a braccia aperte? Che cosa avreste fatto voi in un caso simile?
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
- Voi, così si continua, andate, in mille modi ripetendo, che volete portare la civiltà nella Libia, che questa è la missione a voi affidata dalla Provvidenza.
È proprio il caso di ripetere: Medico, cura te stesso. Avete dunque così presto dimenticato i guai di casa vostra? L'analfabetismo, la criminalità, la camorra, la mafia. Dopo mezzo secolo di libertà, dopo tanti provvedimenti, tante leggi, tanti sacrifici, siete sempre a parlare di Nord e di Sud; non avete saputo unificare il vostro paese.
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
E quando appena la vostra industria cominciava a prosperare, l'agricoltura cominciava a progredire, ed il vostro bilancio s'era finalmente messo in condizioni normali, vi volgete ad una pericolosa impresa, che vi costringerà a nuovi debiti, aggraverà di tasse il paese, vi ricondurrà al deficit: dovrete rifarvi da capo. Invece di pensare a portare la civiltà nella Libia, non era meglio pensare a diffonderla in casa vostra? Avete ancora centinaia di migliaia di contadini che, cacciati dalla miseria e dalla fame, emigrano ogni anno, abbandonando il proprio paese, in cerca di pane e di lavoro!
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Ma è qui appunto che gl'italiani dicono: - Noi abbiamo assoluto bisogno di una colonia per mandarvi i nostri emigrati, e non abbandonarli in paese straniero, in balia di ogni disagio, di ogni angheria. Apriremo così uno sbocco alla nostra crescente popolazione, alle nostre industrie. - Ma allora, così rispondono gli avversari, non dovete parlare di voler liberare gli arabi dai turchi, di voler portare la civiltà in mezzo agli arabi. Si tratta di un puro interesse economico e materiale. Ed in questo caso dovevate saper meglio fare i vostri conti. Siete andati in un paese a voi in gran parte ignoto, che, ad eccezione della costa, nessuno quasi aveva esplorato, che nell'interno è in gran parte occupato dal deserto, un paese che molti dicono arido, infecondo, inadatto a divenire una vera e propria colonia di popolamento o di sfruttamento.
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Voi non sapete se sarà capace di accogliere la vostra emigrazione e darle utile lavoro.
Essa, in ogni caso, non potrà trovarvi le condizioni economiche che trova in America, e mandare o portare a casa i risparmi che vi fa pervenire ora.
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
La conclusione è sempre la stessa. Per la vostra ambizione di gloria militare avete dato un salto nel buio, vi siete lanciati nell'ignoto, sacrificando il sangue della vostra gioventù.
Che in tutti questi discorsi, ponendo da parte le esagerazioni, vi sia del vero, nessuno spirito imparziale vorrà negarlo. Coloro che li fanno, hanno però dimenticato una cosa essenziale. Hanno dimenticato cioè che il mondo non lo abbiamo fatto noi, che esso non è governato dalla logica, che ha le sue proprie leggi, alle quali dobbiamo sottometterci. Nessuno può negare che la guerra è un gran male, una grande calamità, e che bisognerebbe, potendo, in ogni modo evitarla. Ma essa è una legge fatale della società umana. Quasi tutte le più grandi trasformazioni, i più grandi progressi sociali si sono potuti fare solo per mezzo della guerra. La conquista della libertà ha fatto versare fiumi di sangue. La lotta sembra essere il principio stesso della vita. E questo, come fu già osservato da J. S. Mill e da altri, si avvera persino nella storia del Cristianesimo, che è la religione di fratellanza e di pace. Il Medio Evo fu il secolo della fede e delle eresie, la Riforma di Martino Lutero giovò a rinvigorire il Cattolicismo. Quando cessano le eresie e finisce ogni lotta, la fede s'intiepidisce.
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
La religione non combattuta e non difesa diventa consuetudine, convenzione, perde la sua propria vitalità.
Noi crediamo di essere nel secolo della civiltà, della scienza, della ragione. E senza che ci sia nessuna causa visibile di guerra, vediamo le due più civili nazioni d'Europa, la Germania e l'Inghilterra, armarsi pel prossimo conflitto, che esse credono inevitabile. Aggravano sempre più i loro bilanci, opprimono di tasse sempre crescenti le popolazioni. E chi si oppone è chiamato traditore della patria. Costringono tutta l'Europa a fare lo stesso. In nome della pace e della ragione si deve certo deplorare tutto ciò, e si può osservare che sar'ebbe assai meglio se i miliardi che si profondono nelle armi, si spendessero invece a promuovere l'industria, a dare lavoro ai disoccupati, a sollevare i miseri. Ma quando si è detto lutto ciò, bisogna pur finire coll'armarsi per non essere schiacciati nel conflitto che da un momento all'altro potrà scoppiare. Gli antimilitaristi hanno ragione in molte delle cose che dicono. Dimenticano solo che senza un esercito non si può avere una patria.
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Quando la guerra si presenta come un fatto inevitabile, quando, come nel caso presente in Italia, vediamo tutto un popolo, senza distinzione di partii o di classe, animato dallo stesso sentimento bellicoso, allora, invece di predicare inutilmente la pace, è meglio indagare quale è la ragione che ha creato questo sentimento, che trascina irresistibilmente un popolo intero. Si potrà così imparzialmente giudicare quale è la natura di questa guerra, vedere se essa ha veramente uno scopo nazionale, nobile e degno. Questa non è per noi una questione di poca importanza.
Per una nazione giovane come l' Italia, che ancora si va formando, la guerra presente, oltre le sue conseguenze più dirette, dovrà necessariamente contribuire alla formazione del carattere nazionale.
Non è la guerra per la guerra che noi dobbiamo desiderare. Lo spirito militare del soldato italiano deve differire da quello dell'arabo, del berbero e del turco.
Esaminiamo dunque la questione nella sua origine prima
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Nel 1859 l'Italia si formò con l'aiuto dell'esercito francese. Questo fatto ebbe le sue gravi conseguenze, perché lasciava credere che, almeno allora, con le sole nostre forze, non saremmo stati capaci di liberarci. Le guerre nazionali, che seguirono poi, non ostante il valore del soldato italiano, non ostante i prodigi operati da Garibaldi e l'aureola che circondò la sua figura, non riuscirono fortunate. Pareva che a noi mancasse soprattutto la forza necessaria a formare, ad organizzare l'esercito e la marina militare. Custoza, Lissa, Adua non riuscivano a cancellarsi dalla nostra memoria, pesavano come una cappa di piombo sul nostro spirito.
Il paese non aveva abbastanza fiducia in se medesimo, e sentiva che gli altri non avevano abbastanza fiducia in esso. Si parlava sempre di questa nuova, grande nazione che era sorta; ma nessuno mostrava di temerla. La diplomazia faceva e disfaceva la carta geografica dell' Europa, senza punto occuparsi dell' Italia, che rimaneva sempre sacrificata.
La Francia, che era padrona dell'Algeria, che combatteva nel Marocco, andava a Tunisi, che era quasi una colonia italiana, a tre passi dalla Sicilia, senza occuparsi del danno che ci recava, dell'opposizione che potevamo fare.
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
L'Inghilterra, padrona di Gibilterra e di Malta, andava in Egitto: l'Austria era padrona della Dalmazia. Così correvamo il rischio di essere soffocati nel nostro proprio mare. E s'andò formando la convinzione profonda, che l'Italia non sarebbe mai stata riconosciuta di fatto, più che a parole, grande nazione, se prima non dava prova della sua forza reale in una guerra fortunata. Pareva che questa fosse divenuta per noi una questione di essere o non essere.
E questa fu la ragione del grande entusiasmo, un entusiasmo che fece meraviglia a noi stessi, che se non fu superiore, fu certo più universale di quello dimostrato nelle guerre d'indipendenza nazionale. Esse infatti vennero promosse dalle classi più colte; ma il contado vi partecipò poco o punto. Lo stesso Garibaldi deplorò più volte che i contadini non andassero ad ingrossar le sue schiere, e lo attribuiva all'avversa influenza del clero.
Certo la guerra presente fu la prima per la quale l'entusiamo si manifestò veramente nella nazione intera. Vi parteciparono tutti quanti gli ordini sociali: l'aristocrazia e la borghesia, il popolo delle campagne e delle città, il Sud non meno, forse anche più del Nord. Il clero stesso, tante volte dimostratosi avverso ad ogni sentimento nazionale, benediceva dall'altare i nostri soldati, augurando loro la vittoria. E quando giunsero le notizie dei primi fortunati successi, e l'esercito e la marina militare dettero prova non solamente di valore, ma anche di mirabile organizzazione, l'entusiasmo arrivò sino al delirio. Può darsi che a tutto ciò contribuissero le memorie del passato, delle guerre altre volte combattute in quei medesimi luoghi. Può all'entusiasmo del clero avere contribuito l'idea della guerra contro gl'infedeli. Il fatto certo è che nel paese si formò il sentimento profondo che questa guerra era destinata a costituire definitivamente la nazione, che la nuova, la grande Italia stava per divenire una realtà riconosciuta da tutti, i nostri soldati partivano come nuovi crociati, acclamati dal popolo, che li portava sulle spalle. Pareva che tutti fossero animati da un pensiero solo. Ogni voce avversa era soffocata; ogni opposizione al Governo era affatto scomparsa.
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Si poteva in tali condizioni parlar di bilancio, di uscita e di entrata? La misera, la povera Italia ha potuto condurre innanzi la guerra per un anno intero senza nuovi debiti, senza nuove tasse. E dopo i primi mesi, la Borsa è rimasta comparativamente ferma. Il nostro credito finanziario si è aumentato piuttosto che diminuire. E quanto alle condizioni interne del paese, non solo la concordia non è stata in esso mai turbata, ma la sua unificazione, la fusione del Nord e del Sud ha fatto con la guerra più cammino in alcuni mesi, che non ne fece in molti e molti anni di pace, con leggi, provvedimenti, sacrifizi d'ogni sorta. L'unità cementata col sangue versato in comune per la patria, è davvero divenuta indissolubile. Si può, se si vuole, deplorare che la guerra abbia potuto fare ciò che non seppe far la pace. Ma è qui ancora il caso di ripetere, che il mondo non lo abbiamo fatto noi, che non è la logica quella che lo governa.
- Ma dunque, per fondare definitivamente la sua unità politica, l'Italia aveva proprio bisogno assoluto di andare in Africa a versare il sangue degli arabi e dei berberi?
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Non è l'Italia, è l'Europa intera che è andata in Africa, Il secolo XIX fu il secolo della nazionalità, il XX è il secolo delle colonie. Inglesi, francesi, tedeschi, quasi tutte le nazioni d'Europa hanno da più tempo, colle armi, occupato il continente nero, fondando a gara colonie al sud, al nord, all'est, all'ovest. Le ragioni di ciò sono principalmente economiche. Le nazioni, una volta costituite, cercano un più vasto campo alla loro attività, uno sbocco alle loro crescenti industrie; sperano di trovare nelle nuove terre ignote ricchezze minerarie, di aumentare i prodotti dell'agricoltura. Il commercio coll'Oriente è stato sempre quello che ha arricchito quei popoli dell'Europa che l'hanno esercitato.
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
L'Africa settentrionale è quasi la strada che congiunge l'Oriente coll'Occidente. La questione non è però solo economica e commerciale.
In passato la civiltà del mondo procedette da Oriente ad Occidente; ora sembra voler prendere il cammino inverso. Le nazioni d'Europa, colle loro industrie, coi loro commerci e colla loro coltura si avanzano verso l'Oriente, per portarvi la propria civiltà. L'Oriente stesso, quasi consapevole di ciò, sembra volersi ridestare da un lungo sonno.
Il Buddismo indiano si anima di nuova vita. Il Giappone, prima di tutti, ha già suscitato universale meraviglia. Deve l'Italia partecipare anch'essa a questo gran movimento, destinato a trasformare la storia del mondo, o deve contentarsi di rimanere inerte spettatrice, non essere altro che una nazione di più?
Sulla regione settentrionale delle terre africane s'incontrano oggi e vengono fra loro a contrasto due forme diverse di società e di civiltà, la occidentale e la orientale, il Cristianesimo e l'Islamismo.
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Una volta i musulmani s'avanzarono in Africa, occuparono la Spagna, invasero la Sicilia e l'Italia meridionale, passarono i Pirenei. Finalmente l'Europa reagì e li respinse. Da quel momento l'Africa ed il mondo orientale rimasero separati dall'Occidente, procedendo ciascuno per conto suo. Ora essi s'incontrano di nuovo, la società occidentale si sovrappone alla orientale, con intendimenti di trasformarla, d'incivilirla.
Quale ne sarà il risultato?
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Il tentativo di assimilare a noi le razze inferiori è stato fatto più volte, incontrando difficoltà assai superiori a quello che si credeva. Negli Stati Uniti d'America ed in Australia gl'indigeni, piuttosto che incivilirsi, si estinguono. Pare che, quando la distanza che corre fra due razze è troppo grande per poterla superare in breve tempo, la inferiore, invece di migliorare, sia condannata a sparire. Nei medesimi Stati Uniti, è ben vero, i negri, giunti a nove milioni circa, sono stati per legge dicbiarati socialmente, politicamente uguali ai biancbi; ma in realtà rimangono così diversi, divisi e lontani da essi, che formano come un corpo estraneo nel seno della grande Repubblica, e costituiscono pel suo avvenire un minaccioso, ignoto pericolo, da cui nessuno sa dire come potrà liberarsi.
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Nell'Africa settentrionale e nell'Asia il caso che ora si presenta è diverso, perché le razze che ivi risiedono, come gli arabi e gl'indiani, sono razze che in altri tempi si mostrarono capaci di progredita civiltà. Ma quali sono stati i risultati sinora ottenuti?
I francesi cominciaronno col governare la Algeria, dividendola in dipartimenti, come un prolungamento della Francia, inviandovi i loro impiegati, le loro leggi e regolamenti. Ben presto dovettero però accorgersi di avere sbagliato strada.
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
E dopo una lunga serie di provvedimenti sempre diversi, dovettero finire col mutare sostanzialmente indirizzo. Si persuasero che bisognava concedere agl'indigeni una larga aulonomia, rispettare la loro religione, le loro leggi, i loro costumi, e governare il paese insieme con essi. Questo fu il sistema che con ottimi risultati seguirono a Tunisi.
Era in sostanza il sistema largamente seguito già prima dagli inglesi nelle proprie colonie. La costituzione det loro impero indiano è uno dei più grandi prodigi che la storia conosca. Più di 300 milioni d'indigeni, di razze, religioni e costumi diversi, in un territorio di 4.800.000 km. q. sono, con ordine e prosperità, governati con 76.000 soldati e circa 2.000 impiegati inglesi. Tutto il resto è composto di soldati, impiegati, principi indiani più o meno dipendenti. Con lo stesso sistema, quasi sotto i nostri occhi, negli ultimi anni venne trasformato l'Egitto. Un paese che pareva sull'orlo del fallimento, in balia di avventurieri europei, che lo dissanguavano, è divenuto anch'esso ordinato e prospero, con regolare amministrazione della giustizia, con meraviglioso progresso dell'agricoltura, con vantaggio economico di coloro stessi che lo governano. Tutto questo c'insegna quale è la via che dovremo seguire nella Libia, dopo la conquista, quando avremo imparato a conoscere il paese, ed a combattere le nostre tendenze burocratiche accentratrici.
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Ma v'è un altro lato della questione, il quale ce la fa vedere sotto un aspetto assai diverso. Il sistema coloniale moderno, quando è seguito per la buona via, con vero metodo, ha dato senza dubbio assai spesso buoni risultati economici. Ma ai vantaggi materiali non risposero egualmente i vantaggi intellettuali e morali delle popolazioni.
Le due società dei dominatori e dei dominati par che procedano parallelamente, l'una accanto all'altra, senza mai assimilarsi, né mettersi in armonia fra loro, senza che la prima riesca gran fatto a far moralmente, intellettualmente progredire la seconda. Fra le due popolazioni par che, sotto questo aspetto, rimanga sempre un abisso insuperabile.
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Fa meraviglia il vedere gli egiziani, specie i più intelligenti, essere così ostinatamente avversi agl'inglesi, da cui il loro paese è pure stato tanto beneficato. Non si riesce a capire come mai gli indiani, che ebbero in passato una letteratura, una filosofia, una civiltà loro propria, la quale ebbe stretta parentela con la nostra, non siano ancora pienamente riusciti, dopo un secolo di buon governo, a produrre nulla di ugualmente originale, e neppure ad assimilarsi e far propria la cultura inglese.
Perché mai l'Africa settentrionale, che nella sua lunga storia ebbe tante forme diverse di civiltà: l'egiziana, la cartaginese, la romana, la cristiana, e nella quale gli arabi portarono una cultura che si diffuse così largamente benefica nella Sicilia, nella Spagna, altrove; perchè mai, sotto il governo di un popolo civile come il francese, non dà segno alcuno di saper produrre nulla di simile? La civiltà greca potè largamente diffondersi in Oriente ed in Occidente; perché mai deve oggi essere così difficile alla occidentale diffondersi in Oriente? Certo coi nostri sistemi coloniali noi siamo ben lontani dal toccar la mèta. E se anche fosse possibile diffonderli sempre più da per tutto, ne resteremmo intellettualmente e moralmente del pari assai lontani.
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Il problema merita tutta la nostra attenzione, perché sotto questo aspetto esso si presenta ora all'Europa, e si presenterà anche a noi nella Libia, quando, dopo la pace già conclusa, avremo interamente sottomesse le popolazioni indigene, che certo continueranno a fare lunga resistenza. Il mondo musulmano, dopo la perdita dell' Algeria e della Tunisia, dell'Egitto, della Bosnia ed Erzegovina, combattuto nella Libia e nel Marocco, si è profondamente commosso. E questo spiega ancora la grande preoccupazione degli Stati che hanno molti sudditi musulmani.
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Lo spirito dell'Oriente e quello dell'Occidente sembrano ancora ignoti, inesplicabili l'uno all'altro. Un grande ostacolo è la differenza delle religioni, sopratutto dal tempo in cui esse non hanno più la reciproca tolleranza che avevano fra loro nell'antichità le religioni politeiste. L'Oriente è la culla primitiva di quelle che dominano ora nel mondo. Esse (specialmente l'Islamismo) danno una propria forma alla famiglia, alla proprietà, a, tutto lo spirito dell'uomo e della società. La diversità di religione da per tutto, nell'epoca moderna, ha profondamente diviso gli uomini. Basta ricordarsi quello che per secoli è seguito in Irlanda fra cattolici e protestanti, che pure professano, così gli uni come gli altri, una religione che si fonda del pari su Gesù Cristo e la Bibbia. È vero che negli ultimi tempi la tolleranza ha fatto grande cammino, e che gl'indigeni delle colonie possono ora esser certi che saranno pienamente liberi di professare il culto che vogliono. Ma quando quelli che professano una religione chedono dannati quelli che ne professano un'altra, rimane sempre fra di essi una distanza, che rende impossibile ogni intima relazione fra di loro. E la ripugnanza, la colpa, se così può dirsi, viene non da una parte sola, ma da ambedue.
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Le religioni hanno tutte, più o meno, un fondo comune, che potrebbe dirsi la religione del genere umano, la quale dovrebbe affratellare gli uomini come in una sola famiglia. Essa consiste nel riconoscere l'esistenza del divino nel mondo, nel santificare la virtù, nel porre in relazione il divino e l'umano, nella fede in Dio. Al di sopra di questo fondo comune si costruisce una sopra-struttura, che emana dalla coscienza propria di ciascuna razza, di ciascun popolo, e ne prende la forma, ne costituisce la sua propria religione. Ciascun popolo crede fermamente che questa sopra-struttura sia la sostanza stessa della religione. E come essa, appunto perché propria di un popolo, non può esser propria di un altro, così invece di affratellarli, semina fra di essi odio profondo. Questa fu causa d'infiniti guai al genere umano. Accese i roghi della inquisizione, promosse le guerre di religione, portò stragi infinite: Tantum potuit Religio suadere malorum! Così a noi stessi non riesce possibile di scoprire il valore morale e religioso che si nasconde nei dommi, nei miti, nei riti delle religioni diverse dalla nostra; e non possiamo in alcun modo sentirci moralmente vicini a coloro che le professano. Il cristiano non riesce a farsi un'idea chiara del valore dell'Islamismo, e non capisce come mai possa essere con così gran fervore professato da tanti milioni di uomini, pronti a dare la vita per esso, e che per esso si sentono migliori. Crede invece che a migliorarli non vi sia altro modo che convertirli al Caistianesimo, cui la loro natura invece si ribella violentemente.
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Non sa capire come mai il musulmano convertito sia assai spesso peggiore di quello che resta fermo nella sua fede. E non sa persuadersi che sarebbe facile migliorarlo, avvicinarlo a noi, facendone un miglior musulmano, piuttosto che un cattivo cristiano.
Così ci troviamo sempre più separati, e ci riesce sempre più difficile comprendere lo spirito orientale, promuovere efficacemente la sua educazione, il suo miglioramento.
Noi abbiamo nella storia della nostra Italia un esempio del modo in cui due civiltà, sostanzialmente diverse, poterono unirsi, fondersi insieme con grande profìtto della cultura universale del mondo. Questo avvenne nel Rinascimenlo, quando la civiltà pagana risorta si fuse colla cristiana.
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
E fu un'opera alla quale contribuirono efficacemente anche alcuni celebri Papi umanisti. I principali promotori di questo grande, benefico progresso, Marsilio Ficino e Pico della Mirandola, pure rimanendo fedeli cattolici, cercarono, coll'aiuto del misticismo neoplatonico, di mostrare che nella mitologia greca, nelle divinità pagane erano, sotto forma simbolica, contenuti quasi tutti i misteri della religione cristiana. Così cercarono di redimere quel Paganesimo, che il Medio Evo aveva inesorabilmente combattuto e respinto. Così Marsilio Ficino, canonico del Duomo, poté tenere accesa una lampada dinanzi al busto di Platone.
E Gemisto Pletone, mandato da Costantinopoli al Concilio di Firenze, per promuovere l'unione della Chiesa bizantina colla romana, poté sperare in una vera e propria resurrezione del Paganesimo fra noi. Tutto questo fu creduto più tardi una assurda allucinazione, e tale può sembrare oggi anche a noi, sebbene nelle strane forme di quei discorsi ci fosse del vero più che non si crederebbe.
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Certo è in ogni modo che, per questa via, fu grandemente favorito il progresso ititellettuale dell'Europa, e si gettarono, le fondamenta d'una civiltà più universale, più umana.
Queste sono le considerazioni che a noi suggerisce il problema coloniale, quale esso ci apparisce nell'ora presente. L'Italia arriva assai tardi, quando tutta l'Africa è stata già occupata dalle altre nazioni. A noi non restano che le ultime briciole, la sola Libia. E ci rimproverano di essere andati colle armi a conquistare, una terra che dicono infeconda, senza ricchezze naturali, incapace di accogliere la nostra emigrazione.
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Senza fermarci a discutere se e fin dove tali asserzioni siano vere e provate, osserveremo piuttosto che, se il campo d'azione che a noi rimane libero è assai ristretto, l'impresa cui siamo chiamati a cooperare, il problema che si deve risolvere sono giganteschi, hanno una grande importanza per l'avvenire dell'umanità. Sarà l'Italia capace di contribuirvi in modo efficace? Se guardiamo alla storia del suo passato ed anche a fatti recenti, dobbiamo rispondere affermativamente. Essa, con l'Impero romano, che per qualche tempo accolse liberamente nel suo seno tutte le religioni, fondò l'unità del mondo antico, diffondendovi la propria civiltà. Nel Medio Evo fondò la Chiesa cattolica; nel Rinascimento, colla fusione della cultura pagana colla cristiana, iniziò la società moderna.
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
L'affratellamento fra noi assai maggiore che altrove fra ebrei e cristiani; l'esperienza recentemente compiuta nell'Eritrea, il modo con cui gli ascari si sono affezionati ai nostri ufficiali, che li amano del pari, versando insieme con uguale entusiasmo il proprio sangue per l'Italia, ci persuadono che non le mancano le attitudini richieste.
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Illustrazione da Francis McCullagh, Italys war for a desert, 1912
Essa sente che la storia del suo passato le dà il diritto e le impone il dovere di contribuire al progresso della civiltà nel mondo. Sente che non è andata in Africa per una impresa puramente militare, o puramente commerciale, industriale, agricola; che non è venuta al mondo solo per accrescere il numero delle nazioni. Come l'individuo deve sacrificare la sua esistenza alla grandezza e prosperità della patria, e come in ciò la sua vita acquista il proprio valore, la propria dignità, così la nazione deve contribuire al progresso d'una più vasta civiltà umana, nella quale le forme diverse di coltura, di religione e società nazionali saranno come i vari lati della nuova civiltà, cui il mondo si va ora apparecchiando. In ciò sta la ragione ultima della risorta Italia, e ne determina il valore nella Storia del Mondo. Ciò spiega l'importanza storica della guerra lìbica.

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Acquarello monocromato di Giovanni Migliara (1785-1837).
Acquarello monocromato di Giovanni Migliara (1785-1837).
Rivista popolare di politica, lettere e scienze, Anno XVII, N. 19, Roma 15 ottobre 1911
Le modeste pretese degli italiani secondo Ferdinando Martini. A proposito dell'impresa tripolina.
Togliamo dal Marzocco senza aggiungere nulla di nostro questo stelloncino edificante, che risponde a verità sacrosanta, di cui tutto si accorgeranno quando gl'Italiani saranno chiamati a pagare i conti della conquista.
I tre 'senza' dell'on. Martini.
Nel corso di una intervista, naturalmente su Tripoli, il più politico dei nostri letterati e certo il più letterato dei nostri politici, discorrendo con un collaboratore della Stampa ha citato un periodo di un suo libro; il periodo, fra le molte pagine che ha scritto in vita sua, a cui tiene di più. Ferdinando Martini è un uomo di buon gusto e anche fra le pagine della sua prosa sceglie bene. Il periodo di fatti è gustoso e come definizione demopsicologica vale un Perù, mentre si adatta perfettamente alla Tripolitania, e a ogni altra parte del mondo coloniale a cui per avventura l'Italia abbia rivolto o sia per rivolgere le sue brame.

Chi dice che gl'Italiani non sanno mai cio che vogliono? In certi punti anzi siamo irremovibili, vogliamo la grandezza senza spesa, le economie senza sacrifici e la guerra senza morti. Il disegno è stupendo, forse difficile ad effettuare.

Qcquarello a colori di Giovanni Migliara (1785-1837).
Qcquarello a colori di Giovanni Migliara (1785-1837).
Riconosciamo volentieri a Ferdinando Martini anche il merito della sobrietà. Un altro che avesse scoperto nella vita italiana il punto debole dei senza non si sarebbe fermato a quei tre e invece dell'osservazione arguta di cinque righe ci avrebbe snocciolato la teorica che può essere svolta in cinque pagine o in cinque volumi, a scelta, secondo i bisogni o le opportunità. Non è difficile accorgersi una volta stabilito il principio, che i nove decimi, per essere ottimisti, della nostra vita nazionale rientrano nell'amabile formula martiniana. Ogni età, ogni classe, ogni regione, ha i suoi innumerevoli devoti del senza. Il corrispettivo che per ogni benefizio bisogna saper pagare, noi lo paghiamo mal volentieri o facciamo di tutto per non pagarlo. I ragazzi vogliono lo studio senza fatica, i governanti si contentano delle leggi senza esecuzione.
Olio su tavola di Giovanni Migliara (1785-1837).
Olio su tavola di Giovanni Migliara (1785-1837).
Ora la disciplina sarebbe per l'appunto quella rarissima virtù che induce a perseverare verso una meta qualsiasi sopportando tutti i rischi che ci dividono dalla meta. E la politica della disciplina sarebbe la perfetta antitesi di quella che riscosse sin qui tante simpatie nella penisola: la politica astrologica della stella o stellone che si abbia a chiamare”.
Ciò che ci costerà la Tripolitania.
A quei socialisti ignoranti che caldeggiano l'impresa tripolina, ma che giurano di non volere spendere un soldo, né sacrificare un uomo dedichiamo un grave e sereno articolo della Finanza Italiana (30 settembre). Vi si dimostra che il momento economico e finanziario è grave per l'Italia; che saremo costretti a ricorrere al credito in condizioni assai svantaggiose, che è doveroso far comprendere al paese che Tripoli ci costerà assai cara.
Tanto per cominciare si spenderanno per la prima spedizione dai 50 ai 100 milioni. Il resto verrà; oh! Se verrà. E allora vedremo sbollire gli entusiasmi degli italiani, anche senza che sopraggiungano complicazioni europee. Se sopraggiungessero il disastro sarebbe spaventevole.
La liquidazione della Società per la pace e per l'arbitrato in Italia.
Ernesto Teodoro Moneta ha voluto cantare il deprofundis all'associazione internazionale per la pace e per l'arbitrato da lui presieduta in Italia mandando queste due inverosimiii telegrammi:

1. all'on. Di San Giuliano: Plaudendo vostra energica azione e mirabile preparazione diplomatica rivelata stampa odierna, auguro prossimo fine conflitto trionfo buon diritto (?!) italico.
2. all'on. Giolitti alla vigilia del banchetto di Torino: Lieto buon avviamento soluzione conflitto italo turco auguro sicuro vostro discorso Torino sanzioni avveduta condotta governo italiano dissipando censure dubbiezze amici avversari.

Disegno a penna di Giovanni Migliara (1785-1837).
Disegno a penna di Giovanni Migliara (1785-1837).
La lettura dei due telegrammi avrà provocato un sorriso satanico sulle bocca dei due ministri, che tanto si rassomigliano nello scetticismo e nel cinismo. Essi vi avranno visto la fine indecorosa in Italia del grande movimento per la pace, almeno sino a tanto che sarà rappresentato da Ernesto Teodoro Moneta, che così disinvoltamente lo ha rinnegato.
Noi non sappiamo se il Direttore della Vita internazionale avrebbe mandato quei due telegrammi contrari alla verità ed alla dignità, prima di ricevere il Premio Nobel; ma si può essere sicuri che i giudici che glielo assegnarono oggi glielo negherebbero.
Tra tante defezioni tra i difensori della causa della pace e della giustizia, noi che ricordiamo l'ardore posto dal Moneta nel difendere l'Austria dalle accuse dei nazionalisti e degli irredentisti, confessiamo di avere subito la più dolorosa impressione alla lettura dei suoi due telegrammi, degni di portare la firma del De Gubernatis, lo staffiere di Casa Savoja.

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Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837).
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837).
Rivista popolare di politica, lettere e scienze, Anno XVII, N. 19, Roma 15 ottobre 1911
2. - Dalla penetrazione economica alla guerra.
L'ipocrita e menzognero ultimatum mandato dal governo italiano alla Turchia era poggiato sul principio del rispetto e della adesione esplicita del governo ottomano alla cosidetta penetrazione economica o pacifica. Non si trattava che di un meschino pretesto, il solo che si potè escogitare per giustificare la premeditata e preparata aggressione manu militare.
Né occorre spendere parola alcuna per dimostrare la premeditazione e la preparazione aggressiva. Questo principio della penetrazione economica e pacifica in ltalia e altrove faceva la sua strada da un trentennio e fu una comoda invenzione della diplomazia per dare veste decente tra noi alla conversione per la politica coloniale a tanti,
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837).
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837).
che l'avevano avversata fieramente per lo passato. Riuscì comodo sopratutto tale principio ai radicali italiani, che vengono dal partito repubblicano; tipico il caso di Riccardo Luzzatto e della Società democratica di Milano. I quali avversarono ogni sorta di politica coloniale se caldeggiata da Crispi; la subiscono, anzi la esaltano oggi che se n'è fatto esecutore Giolitti, che nella esecuzione ha portato tutta la violenza del primo senza averne la franchezza, la larghezza di vedute e la genialità.
Questo principio-pretesto, questa espressione manifesta della più raffinata ipocrisia internazionale da recente ha trovato all'estero molti assertori; nel fatto è antico. Si sa: i fatti precedono sempre le teorie e le suggeriscono.
Credo, però, che nessuno lo formulò più nettamente di Francesco Crispi molti anni or sono. Ciò risulta all'evidenza dalle lettere assai interessanti che nel 1894-95 furono scambiate tra Rohlfs, Camperio e Crispi da recente pubblicata dall'anonimo che firma Semper nella Ragione e ch'è persona che fu intima del Camperio.
Rohlfs, il noto viaggiatore, che aveva percorso la Tripolitania, come l'aveva percorsa il Camperio – ed alle descrizioni di entrambi spesso si affida Elisco Reclus nella sua Geographie Universelle - a richiesta del secondo e per conte[o] di Crispi nel dare il proprio avviso favorevole ad una politica intesa a stabilire l'egemonia italiana nella Tripolitania avvertiva:

La popolazione non solo non vedrebbe di malocchio una occupazione italiana, ma anzi sugli indizi da me personalmente raccolti e da quelli, che mi furono dati da persone autorevolissime, si può affermare che l'occupazione sarebbe sommamente desiderata e bene accetta. Naturalmente la conquista di questo paese dovrebbe essere fatta, salvo casi di forza maggiore, di pieno accordo colla Turchia: e tale conquista puramente e semplicemente economica e amministrativa nel suo primo svolgimento, dovrebbe essere fatta comprendere agli Arabi con opportuni mezzi di propaganda e di benessere. Lettera da Francoforte sul Meno in data 5 luglio 1894).

Crispi alla sua volta il 24 luglio rispondendo al Camperio dichiarava:

Sopratutto, occorrerà opportunamente porre in chiarissima luce il nostro divisamento, immutato ed immutabile: e cioè che trattasi di conquista pacifica, da svolgersi nell'interesse supremo della Turchia stessa, fermo pur restando il principio d'intervento armato da parte nostra, allora che supremi interessi di difesa e di influenza apparissero minacciati o dalla Turchia medesima, o da concorrenze viciniori, o da mutazioni politiche nell'equilibrio del Mediterraneo.
E come conseguenza diretta, mettere in pratica i savi consigli del Rohlfs, cioè spingere colà, non degli spostati, ma dei volenterosi, abili, capaci, con capitali adatti, per impiantare mulini, per acquistare terreni, per creare industrie nuove.

Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837).
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837).
La menzione esplicita dell'interesse supremo della stessa Turchia dà più chiaro significato alle intenzioni di Crispi sulla desiderata penetrazione pacifica ed economica; ma gli accenni agli interessi di difesa e d'influenza minacciati o di mutazioni politiche nell'equilibrio del Mediterraneo autorizzano a pensare che egli oggi, dopo l'occupazione francese del Marocco, non avrebbe esitato a ricorrere all'intervento armato. Però è doveroso aggiungere che Crispi non si era limitato ad esprimere un desiderio, ma che aveva fatto delle pratiche abbastanza ardite per realizzarlo. Ciò risulta all'evidenza dalla lettera immediata di risposta al Camperio in data 9 luglio – poco dopo ricevuta quella del Rohlfs. In essa era detto:

Olio su tavola di Giovanni Migliara (1785-1837).
Olio su tavola di Giovanni Migliara (1785-1837).
Il mio divisamento ti è noto: non guerra di conquista, ma penetrazione pacifica, fatta però con metodo e con mezzi adatti; a meno che non sorgano mutamenti tali nel Mediterraneo da obbligarci a difesa aperta e decisiva delle nostre sorti.
La questione di massima è già stata studiata. La sola difficoltà sta nel Sultano il quale accampa per ora pretese esorbitanti. Indubbiamente vi è qualche cosa fra mezzo che mi è oscura; ed è l'insistenza di qualche membro del Governo turco per venire ad una soluzione rapida. Con tutta probabilità trattasi dei soliti mestatori e intermediari, i quali vorrebbero in ultima analisi dividere col Sultano il bottino.
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837).
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837).
Il Blanc mi assicura che sarebbe cosa facilmente attuabile un accordo col Sultano ove si trovasse un intermediario adatto ed astuto. Non ne ho sotto mano alcuno, né intendo per ora portare la questione in Consiglio per ragioni di opportunità parlamentare e politica, e anche per non dar esca a nuovi dibattiti estranei. D'altra parte non è opportuno per ora precipitare gli eventi per non turbare il paese con nuove incognite. Mi basta già quella dell'Eritrea che mi travaglia, mi turba e mi tortura giacché prevedo che malgrado ogni maggior vigilanza ci arrecherà sorprese non lievi.
Però, se soprassiedo, non intendo per questo solo fatto di perdere il contatto con Tripoli. Agire con prudenza e tatto, raccogliere tutti i dati più precisi ed opportuni per potersene servire alla propizia occasione, è stato sempre opera di somma previdenza in ogni tempo e luogo.
Io, curando l'istruzione, premendo sul Blanc perché il personale consolare risponda degnamente al pensiero del Governo, vigilando sulle mosse della Francia e dell'Inghilterra nell'hinterland, mi apparecchio a non lasciare aperta alcuna breccia nel Mediterraneo.
Ormai, perduta Tunisi e col Marocco in balia di un fanciullo, il vigilare armati e decisi alla difesa unguibus et rostris, diventa supremo dovere dell'Italia, se non vuol sentirsi serrata fra poco in un cerchio di ferro.

Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837).
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837).
Queste lettere sicuramente fanno onore alla memoria di Crispi e danno sicura prova della sua politica lungimirante tanto differente da quella pedestre di Giolitti. Peccato per lui e pel paese che egli non si ria reso conto esatto delle possibili non lievi sorprese dell'Eritrea; che si sia avviato alla guerra coll'Abissinia senza alcuna commisurazione dei mezzi allo scopo; che abbia ubbidito all'inetto Re buono (?) nel mantenere al comando in Africa il generale Barattieri Pare che dopo il disastro di Adua alla Consulta non si sia più pensato alla Tripolitania; ed è sicuro in ogni modo che la paternità esclusiva del principio della penetrazione economica e pacifica sia del Crispi. Oggi abbiamo avuto degli epigoni, che l'hanno ripreso e ripetuto, spesso storpiandolo. Tra gli epigoni, come notai nel precedente articolo, è stato esplicito il De Luca Aprile, le cui parole riproduco, anche a dileguare qualche dubbio sulle mie precedenti osservazioni intorno alla uniformità di vedute su questo punto. Egli da Roma scriveva al Giornale di Sicilia (17-18 settembre):

L'idea brigantesca di prendere d'assalto la Tripolitania e d'impadronirsene col ferro e col fuoco non poteva venire in mente che ad uomini infatuati ed ignari della ragion moderna degli stati o ad uomini desiderosi di pescare nel torbido per abbattere un ministero o per rendere servizio al Vaticano.
Pensare, che l'Italia potesse dire: Voglio la Tripolitania, e me la prendo, mettendo in pericolo la pace del mondo, esponendosi ad una guerra provocatrice, è una vera e propria mostruosità.
La guerra bisogna non temerla, ed esservi preparati; ma non mai provocarla, non provocarla sopratutto con l'apparenza del torto.

Olio su tavola di Giovanni Migliara (1785-1837).
Olio su tavola di Giovanni Migliara (1785-1837).
Le sue riserve sulla politica intermedia da seguire - una politica che non fosse né disinteressamento né brigantaggio - indicano che egli forse voleva preparare il pretesto per evitare all'Italia la responsabilità dell'apparenza del torto nella provocazione alla guerra.
Non vi riuscì il governo, dell'on. Giolitti; forse per la pressione enorme del pubblico in favore dell'azione immediata; e checché egli possa pensare o scrivere per ragioni opportunistiche è indubitabile, che noi abbiamo commesso una vera e propria mostruosità provocando una guerra, - necessariamente ingloriosa per la grande inferiorità del nostro avversario, - ch'è la realizzazione di un'idea brigantesca.
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837).
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837).
Ma è possibile la penetrazione economica e pacifica? Fu tentata in Tripolitania? E con quali risultati?
Non c'è bisogno di ricorrere ai principi più equi e liberali del diritto internazionale per dimostrare l'assurdità e la contraddizione intrinseca della penetrazione economica e pacifica in un paese che appartiene o fa parte integrale di un altro Stato quando questa penetrazione si pretende come un diritto; ed un diritto quasi sempre esclusivo. Il quale diritto esclusivo ha dato luogo oggi alla teoria della così detta sfera d'influenza.
Se possa essere pacifica una penetrazione economica, quando è coattiva e la s'impone sotto la minaccia della guerra ognuno intende. S'intenderà meglio leggendo ciò che il De Luca Aprile parafrasando il pensiero di moltissimi scriveva nella citata corrispondenza:

Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837).
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837).
Le opere pubbliche nella Tripolitania, lo sviluppo marittimo e commerciale del paese, le industrie, le scuole, tutto dev'essere italiano. Né l'Italia chiederà mai troppo domandando quanto le è stato consentito già dalle potenze, ciò che non possono negarle la Germania alleata e l'In«ghilterra e la Francia amiche - se utile ed onesta è l'alleanza, se sono sincere e ben coltivate le “amicizie”.
Ciò, d'accordo con la Turchia, s'intende, o contro la Turchia.
Se la Turchia consente, sicurezza assoluta ed illimitata per essa della rinuncia da parte dell'Italia di ogni velleità di conquista territoriale.
Se non consente, ma continua ad ostacolarci, a vessarci, ad insultarci, allora, la ragione starà dalla parte nostra e le corazzate dovranno fare il loro dovere, riducendo al silenzio una nazione che volevamo amica e con la quale volevamo concorrere nell'incivilimento ed il benessere d'una vasta plaga importantissima dell'Africa settentrionale e che avrebbe respinto la nostra amicizia ed il nostro concorso.
Non guerra di conquista, allora ma guerra di esclusiva difesa della dignità italiana e degl'interessi economici e politici della patria.

Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837).
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837).
Che qualche cosa resti d'indipendenza, di sovranità ad uno Stato, che subisce una siffatta penetrazione pacifica chiunque ci tenga alla propria rispettabilità non potrebbe affermare. Se Napoleone I qualificò i Re sinceramente costituzionali come dei cochons en graisse, certamente qualificherebbe peggio questi sovrani da burla, come il Bey di Tunisi, come il Viceré di Egitto oggi, come l'Imperatore del Marocco domani, i cui paesi sono stati pacificamente... penetrati da un altra potenza.
Presso le nazioni civili la penetrazione è continua, reciproca uguale; non ha niente di esclusivo e di coattivo. Napoleone I col suo tentativo di blocco continentale contro l'Inghilterra, in senso contrario alla penetrazione odierna volle impedire a tutte le nazioni di Europa ogni contatto economico colla perfida Albione; apparve violatore di ogni diritto.
La Germania impose alla Francia il godimento perpetuo della clausola della nazione più favorita ; e questa imposizione sembrò una sopraffazione quasi tanto odiosa e tanto dannosa quanto lo strappo dell'Alsazia e Lorena e il pagamento della indennità di cinque miliardi.
Ma Napoleone I era in guerra coll'Inghilterra e non pretese fare atto pacifico; la Germania impose il fatto come conclusione di una guerra gigantesca. I due precedenti, quindi, non sono paragonabili alla penetrazione pacifica... e coattiva che s'impose a tanti paesi africani; che s'impose in una certa misura alla Cina; o che in parte sistematicamente venne imposta alla Turchia col regime delle capitolazioni che rappresentò sempre uno strappo ai principi del diritto internazionale, che si poté fare quasi impunemente di fronte ai paesi ed agli Stati, che vennero considerati inferiori o per la razza o per le condizioni militari, politiche e sociali.
La politica della penetrazione pacifica e della sfera d'influenza in realtà non è che un pretesto, coscientemente o inconsciamente, escogitato per la conquista militare e territoriale, fatta quasi sempre a beneficio dei banchieri e dei capitalisti al giorno d'oggi. Come il capitalismo possa condurre, nel suo esclusivo interesse alla guerra, caratteristicamente lo insegna la iniqua spedizione di Napoleone III nel Messico, terminata colla fucilazione dell'Imperatore Massimiliano a Quaratero - precedente che per un momento parve si volesse ripetere dagli Stati Uniti in occasione della guerra civile tra i partigiani di Madero e di Porfirio Diaz. Fu essenzialmente capitalistico il movente della guerra di Caino cioè il raid di Iameson e la successiva guerra dell'Inghilterra contro le due repubbliche Sud-Africane dell'Inghilterra. Più sfacciatamente ancora questa decisiva influenza del capitalismo si è vista nella quistione del Marocco; dove la Francia si crede in dritto d'intervenire militarmente a difesa dei suoi capitalisti che già v'impiegarono ben 750 milioni. Lascio la responsabilità della cifra a Vico Mantegazza, che l'ha esposta in un articolo del Corriere della Sera. L'anonimo Semper nella Ragione poi ha completato la storia della invasione pacifica capitalistica con questi accenni: la Francia vi è penetrata coll' azione dell'Ufficio dell'Emprunt maroccaine, che amministra le dogane degli otto porti aperti al traffico; col Comitè des travaux pubblics au Maroc, che tappresenta un onere del Marocco per ponti, strade, porti etc., di oltre 500 milioni; colla Compagnie imperiale des telegrapes sans fil; colla Banque d'Etat du Maroc; con parecchie altre istituzioni; con acquisto di terre etc. che nello insieme rappresentano dei miliardi (Ragione 30 agosto).
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837).
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837).
In questo investimento d'ingenti capitali si trova il fondamento della influenza che vuole esclusivamente esercitare la Francia nel Marocco. La Germania alla sua volta ha creduto intervenire a garenzia degl'interessi capitalistici dei fratelli Mannesman, i cui investimenti sono iniziali e minuscoli. Tra i due contendenti, Francia e Germania, qual'è la differenza nei motivi d'intervento? Questa sola: gl'interessi capitalistici dei Francesi sono un fatto; quelli dei tedeschi sono in gran parte un desiderio, sono in potenza. La Germania chiede pei propri capitalisti quelli stessi diritti, di cui godono i francesi. Tutto è francese nel Marocco; come tutto si vuole che sia italiano nella Tripolitania.
Se domani riusciremo coi capitali italiani - che attualmente non ci sono che in misura omeopatica - a trasformare la Tripolitania l'appetito della Germania e degli altri capitalismi si sveglierà e tutti vi vorranno il piede di uguaglianza.
Intanto ha un'apparenza - apparenza veh! - di legittimità, per la difesa dei capitali che vi sono investiti, la Francia che interviene nel Marocco. Manca questa apparenza alla Germania nello stesso Marocco ed all'Italia in Tripolitania perché l'investimento dei capitali tedeschi e italiani ancora non c'è; o c'è in microspica proporzione.
La Turchia permise la pacifica - meglio si direbbe la subdola, l'insidiosa - penetrazione economica dell'Italia in Tripolitania?
Il Camperio nella lettera a Crispi del 7 luglio 1894 accenna a vari tentativi di crearvi fattorie e colonie agricole, che non riuscirono completamente solo per la sorda ostilità delle autorità turche sin dal 1880 - cioè prima dell'atto di brigantaggio esercitato dalla Francia a Tunisi. Il Rohlfs, però, alla penetrazione nella citata lettera trova gia un ottimo appoggio nelle scuole italiane, che già vi funzionavano. Dunque l'ostilità nel 1894 non doveva essere molta. Saviamente lo stesso Rohlfs aggiungeva

“che presso le popolazioni primitive - e presso le civili aggiungo io - il do ut des assume la forma più tangibile di baratto ideale, il mezzo più acconcio per attrarle nell'orbita italiana”.

Disegno a matita di Giovanni Migliara (1785-1837).
Disegno a matita di Giovanni Migliara (1785-1837).
L'Halbhezz, che faceva parte della spedizione archeologica che ha corso testè dei pericoli confessa, che in una precedente corsa nell'interno della Cirenaica il Vali Turco gli fu largo di assistenza e di protezione (Giornale d'Italia 29 settembre). C'è da meravigliarsi se mutò l'attitudine dei Turchi dopo che le intenzioni dell'Italia sulla Tripolitania divennero il segreto di Pulcinella?
Che la penetrazione pacifica, sino ad un certo punto sia stata tollerata, se non direttamente favorita, risulta da diverse pagine della Nostra terra promessa del Piazza che si recò in Tripolitania non si sa bene se per conoscere le condizioni reali della nostra terra promessa o per cercarvi pretesti e motivi per renderla effettivamente nostra colla conquista militare.
A pag. 97 si legge:

Un'esposizione nuda di fatti, un elenco scheletrito delle imprese italiane compiute in Tripolitania e Cirenaica, basterà di per sè, senza commenti, a dare un'idea chiara dell'entità o del valore dei nostri interessi, affermati e piantati in questi paesi.

e poi seguita sino a pag. 100 ad enumerare le intraprese del Banco di Roma, che crede essersi reso ben visto dagl'indigeni perchè ha attenuato l'usura, attirandosi l'odio degli Ebrei e degli usurai che lo denigrano e lo combattono come un pericoloso concorrente. Usuraio ed Ebreo anche il Salvemini?

Disegno a penna acquarellato di Giovanni Migliara (1785-1837).
Disegno a penna acquarellato di Giovanni Migliara (1785-1837).
A pag. 101 si parla dell'enorme costruzione massiccia del mulino Italiano; e poi a pag. 107 e seg. si ricordano le scuole italiane, le migliori, frequentate da musulmani, di cui constata la ventenne azione d'italianità e di civiltà, cui oggi è venuto il rispetto, l'affetto, la simpatia, il prestigio della vera Tripoli (pag. 109); e infine da pag. 156 a pag. 191 con orgoglio si ricordano il servizio regolare di piroscafi coll'Europa, il servizio di cabotaggio tra i vari centri della costa, le missioni religiose, gli ospedali e i dispensari e ambulatori medici, il gabinetto di ginecologia di Bengasi, la concessione di scavare un pozzo, l'oleificio, la pressa dello sparto, il mulino a cilindro etc. di Tripoli (l'eccetera è di Piazza), l'impresa agricola nella località detta Foehad, la famiglia di agricoltori siciliani alla Guarscia, il solo terreno coltivato alla Ftaja dall'italiano Aronne.....
E la vera azione, la vera penetrazione pacifica ed economica esercitata dagl'italiani, infine, viene compendiata eloquentemente in questo brano:

Se c'è in tutta la Tripolitania un capitale, che comincia ad investirsi nella grande industria è capitale italiano. Se c'è capitale investito in operazioni bancarie d'ogni sorta, anche questo è italiano. Se ci sono in tutta la costa della Tripolitania e della Cirenaica, dal confine tunisino a quello egiziano, agenzie commerciali, le quali hanno già in mano, si può dire, i due terzi di tutto il commercio del paese sono esse pure italiane. Su tutto questo, ripeto, non c'è dubbio.....  (pag. 159).

Il Piazza aggiunge ancora che se alcune imprese vennero meno, ciò fu non per ostilità turca ma per cause naturali, indipendenti dalla Turchia - ad esempio il grano indigeno venuto meno ai mulini (pag. 161); la mancanza di popolazione... E a proposito di questa mancanza egli stigmatizza l'ignavia italiana.

Disegno a matita di Giovanni Migliara (1785-1837).
Disegno a matita di Giovanni Migliara (1785-1837).
Sapete, egli domanda, quanti italiani - né agricoltori naturalmente – noi abbiamo saputo mandare in tanti anni d'influenza in Tripolitania e Cirenaica, in un paese, cioè, vasto più che tre volte l'Italia e non meno fertile ?..... Il censimento esatto delle colonie nostre di questi paesi, forse per carità patria, non è stato mai pubblicato. Ma bisogna pur dirlo una volta. Ebbene, tolte alcune centinaia di sudditi raccapezzati qua e là alla meglio per far figura, noi non abbiamo in Tripolitania e Cirenaica più che un paio di centinaia d'Italiani venuti d'Italia! Qui in Cerenaica non abbiamo che una ventina di capi di famiglia a Bengasi, e sei o sette a Derna. e basta. E c'è a tre giornate la Sicilia dove la lotta per un metro quadrato di terreno è a sangue, è a corpo a corpo (pag. 170 e 171).

Disegno a penna di Giovanni Migliara (1785-1837).
Disegno a penna di Giovanni Migliara (1785-1837).
Dopo di che si puo esclamare: habemus confidentum reum! Si; è un nazionalista che confessa esserci stata la penetrazione economica e pacifica dell'Italia in Tripolitania; d'onde la conseguenza che l'ultimatum del governo italiano fu un disonesto pretesto, un mendacio ufficiale, per tentare la giustificazione della brigantesca guerra intimata alla Turchia!
La storia della spedizione del Messico, la storia della guerra di Cuba, la quistione del Marocco, la guerra per la Tripolitania - senza parlare di tutta la storia coloniale precedente della Gran Brettagna e della Francia - dicono che le penetrazioni economiche e pacifiche finiscono colla guerra e colle conquiste militari.
Acquarello per la illistrazione delle "Poesie" di Carlo Porta, di Giovanni Migliara (1785-1837).
Acquarello per la illistrazione delle "Poesie" di Carlo Porta, di Giovanni Migliara (1785-1837).
La teoria della penetrazione pacifica è quasi sempre una audace ipocrisia, che nasconde l'intenzione della conquista militare. Perciò dò lode all'amico Barzilai che nel suo decalogo - veramente i motivi esposti sono otto ed eviterà che fossero sette perché non si potessero paragonare ai peccati mortali - giustificativo dell'impresa Tripolina rese omaggio alla sincerità e trattò da ipocrisia la comoda dottrina della penetrazione pacifica.
I rapporti che si creano tra penetranti e penetrati sono multipli e tutti delicatissimi. Questi rapporti divengono difficilissimi quando tra gli uni e gli altri esistono profonde differenze religiose e di civiltà.
Allora ogni atto, ogni incidente crea malumori, attriti, ostilità dei penetrati contro i penetranti. In questi ultimi si scorge un malanimo che spesso non c'è; entrambi vengono frequentemente alle ostilità aperte, anche colla sincera convinzione negli uni e negli altri, che la ragione sta dalla propria parte. Queste ostilità fatalmente conducono alla guerra quando nei penetrati c'è il sospetto - peggio se c'è la certezza - che i penetranti li vogliono ridurre in soggezione; quando nulla si fa da' penetranti per nascondere, per mascherare tali intenzioni.
Ora confessiamolo sinceramente, onestamente, contro la turba degli ubbriachi di colonialismo: mai c'è stato un popolo penetrante, che con tanta sfacciataggine ha fatto intendere di volere spogliare della sovranità i penetra[n]ti quanto quella mostrata dagl'Italiani verso la Tripolitania.
Giuseppe Piazza con una leggerezza infantile parlando dell'enorme costruzione massiccia del mulino italiano costruito non sò dove in Tripolitania scrive:

l'arabo fantastico e sognatore passa ammirando, ed esclama immancabilmente: Ascheria italiana... Questi è la futura caserma italiana.

Acquarello per le illustrazioni delle "Poesie" di Carlo Porta, di Giovanni Migliara (1785-1837).
Acquarello per le illustrazioni delle "Poesie" di Carlo Porta, di Giovanni Migliara (1785-1837).
L'eco di tale bislacca proposizione è giunta all'orecchio del Turco, e il Turco se n'è preoccupato, e da quell'ora ha guardato con diffidenza il pacifico mulino. Ultimamente, annesso al mulino è stato elevato il silos; massiccia costruzione anch'essa, più alta di tutto l'edifizio, tale da dare l'impressione di una fortezza. Quando il lavoro era presso alla fine il Vali mandò a chiamare il Mercante Ghebir in persone e gli disse:
- Che cosa avete innalzato, adesso, accanto al mulino?
- Il Silos, Eccellenza.
- Il Silos? Che è mai il Silos?
- E il magazzino del grano.
- Un magazzino! E c'era bisogno di farlo così alto, così grosso, così rubusto! Tanto spreco per un semplice magazzino! misura ci vuole, misura, misura, misura” (pag. 101).
Ebbene; è innegabile: gl'Italiani hanno mancato di misura; non hanno avuto misura specialmente i nazionalisti.
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837).
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837).
Considerare come bislacca l'apprensione dei Turchi sulle intenzioni degli Italiani è tale balorda leggerezza che possono consentirsela i fanciulli, gli ubbriachi, gli uomini in mala fede. I Turchi possono rispondere trionfalmente ricordando tutte le trattative diplomatiche precedenti, le lettere scambiatesi tra Rohlf, Camperio e Crispi, lo stesso ultimatum nostro; presentando la letteratura tripolina dei Castellini, dei Corradini, dei Piazza, dei Bevione; possono rispondere leggendo il titolo del libro di Piazza: La nostra terra promessa! e dire; siate briganti, siate prepotenti; ma per la stessa serietà del vostro paese non assumete il contegno di miserabili farceurs!
Napoleone Colajanni

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Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837)
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837)
Rivista popolare di politica, lettere e scienze, Anno XVII, N. 18, Roma 30 settembre 1911
l. - I partiti politici e l'impresa di Tripoli
Dalle polemiche e dagli innumerevoli articoli su Verbicaro e sulle condizioni del Mezzogiorno il giornalismo italiano è passato con altrettanta rapidità e intensità ad occuparsi di Tripoli, della necessità e utilità di acquistarla per farne una colonia dell'Italia. Si direbbe, e si è detto, che nella conquista della Tripolitania ci sia il rimedio che nello avvenire impedirà la ripetizione dei dolorosi fatti verificatisi a Verbicaro, a Massafra, a Gioia del Colle e in tanti altri paesi del Mezzogiorno e della Sicilia.
Si potrebbe anche malignamente osservare che si è concentrata l'attenzione del pubblico sulla futura conquista - che forse, materialmente sarà avvenuta quando sarà pubblicato questo articolo della Rivista - quasi a divergerla dal problema interno: [inf]tatti [è]a seguita per lo passato dai governi personali ed autocratici, tipicamente rappresentata dalla guerra voluta da Napoleone III all'indomani del senatus consulto e delle elezioni generali del 1869, che mostrarono la debolezza estrema delle basi del secondo impero. Il Napoleonide sperò consolidarle con una guerra vittoriosa contro la Prussia e invece riuscì ad affrettarne la fine sanguinosa e vergognosa a Sedan coinvolgendo nella tragedia la Francia che aveva avuto il torto di lasciarsi infatuare e suggestionare dal grido: a Berlin! a Berlin!
Sono ben lontano dalle malignazioni e riconosco lealmente che nell'attuale movimento della pubblica opinione in favore della nuova impresa coloniale dell'Italia non c'é l'artificiosità, che taluni hanno voluto scorgervi. Né mi sento disposto ad aggravare la responsaailità del ministero, che combatto.
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837)
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837)
Si andrà a Tripoli con una preparazione e con una pressione della pubblica opinione, che mancarono completamente nella nostra prima miserevole impresa coloniale. La spedizione di Massaua venne preparata ed in parte eseguita quasi nel mistero, decisa all'improvviso, la responsabilità della medesima ricade tutta quanta su Umberto I. - che la volle e sognò di potersi proclamare Imperatore di un ipotetico dominio africano, come attestano le poche monete coniate per la colonia - e sul ministero Depretis-Mancini, che si rese esecutore della volontà regia col pretesto di andare a pescare nelle acque di Massaua le chiavi del Mediterraneo. Sicché Adua dovrebbe pesare interamente sulla coscienza del così detto Re buono e per la iniziativa dell'impresa e per aver voluto mantenere, contro il parere di Crispi, il Generale Barattieri al comando supremo nella Eritrea.
Assai diverso è il caso oggi. Giudicando da tutto ciò che si conosce Re e Ministero hanno subito - in una certa misura - più che provocato la spinta alla conquista della Tripolitania. Nello insieme il primo movimento verso la Tripolitania data dalla conquista di Tunisi da parte della Francia; il movimento cominciò ad intensificarsi quando fu posto il problema del Marocco; assunse proporzioni più vaste e formò la coscienza del nostro diritto quando le due potenze dell'entente primitiva fecero entrare terza l'Italia riconoscendole la legittima sfera d'influenza su quell'unica fetta di Africa non occupata da potenze europee; raggiunse - e non poteva essere diversamente - l'acme colla riacutizzazione del problema del Marocco, colla marcia dei Francesi su Fez, coll'approdo delle navi tedesche ad Agadir, col ricatto brigantesco della Germania alla Francia abbandonatasi del pari e da lunghi anni ad atti altrettanto briganteschi - colla teoria e colla pratica dei compensi, a spese dei terzi, coi quali pare debba chiudersi l'accordo tra la Francia e la Germania.
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837)
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837)
Colla logica del brigantaggio collettivo si è detto - e non a torto -: se alla Germania, che nel Mediterraneo non ha geograficamente alcun diritto, si accordano compensi per l'aumento del dominio africano della Francia, perchè un compenso non dev'essere accordato all'Italia, che è tutta bagnata dal Mediterraneo e che è più vicina alla Tunisia, di cui si appropriò la Francia, e alla Tripolitania, in cui si vuol vedere una continuazione della Sicilia?
Lentamente, ma continuatamente e con moto accelerato, così si è formato nel paese quello Stato di animo, che io ho desctitto nella Politica Coloniale come una delle più tipiche manifestazioni del contagio psichico.
Di questo contagio psichico si scorse un effetto patologico morale o intellettuale dei più dolorosi nell'attitudine della stampa italiana verso la Turchia. A suo riguardo i giornali italiani e i libri che dovrebbero essere assai più seri ed equanimi, si ripete, peggiorandolo in modo indecente e sfacciato l'apologo del lupo e dell'agnello: apologo, che con una disinvoltura fenomenale un giornale autorevole come Il Corriere della Sera (28 Settembre) ha invocato, attribuendo alla Turchia la parte del lupo... Si potrebbe dare un maggiore pervertimento?
Infatti accusiamo i Turchi di osteggiarci in Tripolitania, di minacciare di boicottaggio i nostri prodotti, di guardarci di malocchio, di accusarci di brigantaggio; sinanco manifestiamo sdegno e meraviglia che essi si allarmino delle intenzioni mostre...
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837)
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837)
Ora in questo nostro risentimento non manca soltanto la sincerità e l'onestà; manca sopratutto la più elementare serietà. Possono guardarci con simpatia i Turchi se noi in Parlamento, nei giornali, nei libri abbiamo manifestato col crescendo sopra indicato la ferma decisione di strappare loro la Tripolitania da 30 anni in qua? Non c'è da sbalordirsi e da vergognarsi che un italiano, il Piazza, si lamenti dell'attitudine dei Turchi se il titolo stesso del suo libro: La nostra terra promessa costituisce la documentazione più autentica delle nostre intenzioni spoliatrici? Possono non allarmarsi i trirchi proprio quando tutti i giornali annunziano a grossi caratteri la decisione del governo italiano di procedere alla conquista armata manu alla conquista della Tripolitania? Possono i Turchi non prepararsi alla resistenza nel momento in cui i giornali italiani e stranieri alla unanimità annunziano i preparativi guerreschi, il movimento delle navi e dei reggimenti alla Spezia, a Napoli, a Brindisi, a Palermo, a Messina, a Siracusa e si consiglia, s'insiste febbrilmente perchè si faccia presto?
Il giornalismo italiano tutto quanto - ad eccezione dei giornali il Secolo, la Ragione e l'Avanti tra i diari importanti delle grandi città - avrebbe preteso che i Turchi avessero mostrato riconoscenza verso coloro che li vogliono spogliare; avrebbe voluto che i Turchi si fossero rassegnati ad essere cornuti e bastonati, come dice il motto popolare espressivo. Tutto ciò non solo è disonesto: è sopratutto ridicolo.
Ancora. Quando la Francia invase la Tunisia la stampa italiana sdegnata denunziò e stigmatizzò l'ipocrisia dei suoi governanti, che inventarono i Crumiri per dare all'invasione un pretesto ed una parvenza di legittimità. Ma l'Italia nemmeno i Crumiri ha saputo inventare: l'Italia aggredirà la Tripolitania brigantescamente, senza pretesti, senza accampare alcun motivo, anche bugiardo, di giustificazione. L'ultimatum mandato dall'Italia alla Turchia e la risposta umile e dimessa dalla seconda stanno a dimostrare luminosamente la mancanza di plausibili motivi di diritto internazionale per l'aggressione nostra; ciò che meglio proverò in appresso.
Olio su carta di Giovanni Migliara (1785-1837)
Olio su carta di Giovanni Migliara (1785-1837)
L'Italia non ha che un solo argomento in suo favore: la Francia, l'Inghilterra, la Germania hanno preso e generosamente in Africa; voglio prendere anche io senza scrupoli e senza cerimonie ciò che resta di disponibile; e affretto a prenderlo affinché altri non mi preceda nella rapina. E che altri ci possa precedere non si può e non si deve negare; forse la Francia avrebbe inventati altri crumiri tripolini, come sospetta il Piazza, se non avesse avuto interesse più alto di non disgustare l'Italia e di attirarla e mantenerla amica della Triplice entente non potendola staccare dalla Triplice alleanza.
Con ciò non viene modificata la qualifica di questa nuova impresa coloniale; e mi piace assai in questa occasione che sia di accordo con me nel ritenere brigantesca l'impresa un discepolo, un amico, un fedelissimo ai metodi, ai criteri, e alla memoria di Francesco Crispi: Girolamo De Luca Aprile.
Considerando addirittura come brigantesca la nostra nuova impresa coloniale ho già indicato come può giudicarsi sotto l'aspetto morale. In quanto al lato utilitario credo che essa non ci preparerà minori disinganni e non ci procurerà minori danni di quella di Massaua; li procurerà sopratutto al Mezzogiorno e alla Sicilia, che avrebbero bisogno delle cure vigili, le quali fatalmente sarebbero deviate dalle altre che richiederà la Tripolitania se si vorrà tentare di farne una colonia degna di figurare accanto alla Tunisia e all'Egitto, tra le quali regioni è come incuneata.
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837)
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837)
Questo bisogno di volgere le cure al Mezzogiorno e alla Sicilia, ricordando Verbicaro, ha messo innanzi il più autorevole giornale liberale inglese, The Manchester guardian; e l'ammonimento rimane giusto anche se viene da un popolo, che, dopo il romano, si deve considerare come il più grande ladrone della terra: ladrone che pensava, ad esempio, ad incivilire l'Egitto senza curarsi delle piaghe e delle miserie dell'Irlanda.
A proposito della deviazione delle cure dello Stato dal Mezzogiorno e dalla Sicilia verso la Tripolitania opportunamante è stato ricordato da un colto e intelligente socialista siciliano, Gaspare Nicotri, un precedente storico. A coloro che magnificano la Tripolitania - e quando dico Tripolitania intendo compresa in essa la Cirenaica - e trovano in essa le tracce grandiose e durature della civiltà romana, nelle quali vorrebbero vedere la convenienza della conquista italiana, egli risponde che le grandi cure poste da Roma antica nella civilizzazione dell'Africa settentriomale rappresentano un contrasto amaro coll'opera di spoliazione esercitata in Sicilia e in tutto il Mezzogiorno. La decadenza della Sicilia e della Magna Grecia data precisamente dalla conquista Romana.
Quale sia stata precisamente l'azione di Roma nell'isola del sole è documentato irrefragabilmente nelle Verrine. Un secolo dopo la conquista Strabone osservò che la Sicilia era divenuta un deserto da Pachino a Lilibeo; e Cicerone che aveva ricordata la prosperità e la civiltà dell'isola nel periodo preromano aggiunge che l'agricoltura sotto il dominio di quei sapienti colonizzatori era talmente decaduta che nelle parti più fertili della Sicilia cercavi invano la Sicilia!
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837)
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837)
Al Nicotri si rispose, che se ciò avvenne, il fatto starebbe a provare che la Tripolitania era più fertile della Sicilia; e che se tale regione africana fu preferita dai Romani, noi loro degeneri discendenti, dobbiamo imitarli assicurandola all'Itala ed offrirla alla energia ed all'attività a preferenza dei Siciliani.
Come gl'Italiani moderni potranno ripetere in Tripolitania le gesta dei Romani se sono loro discendenti degenerati lo comprenderanno i guerrafondai partigiani della politica coloniale; io no. Intanto quel ricordo storico è eloquentissimo per indicare la conseguenza più pericolosa che si potrà avere dalla conquista della Tripolitania: la deviazione delle cure dello Stato dalla Sicilia e dal Mezzogiorno. La deviazione non sarà intenzionale certamente, ma automatica poiché di centinaia di milioni e forse di miliardi quanti ne occorreranno per cercare di mettere in valore la Tripolitania non ne ha disponibili tanti da poterli contemporaneamente spendere in Sicilia, nel Mezzogiorno, nella Campagna romana e in altri punti dell'Italia centrale che non soffrono meno, forse, del Mezzogiorno. Se i 600 milioni che assorbì l'Eritrea per procurarci soltanto le grandi amarezze di Dogali e di Adua fossero stati impiegati nelle parti del Regno che sono maggiormente bisognose dell'aiuto dello Stato con certezza le feste cinquantenarie sarebbero state celebrate con maggiore spontaneità e letizia.
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837)
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837)
La deviazione delle cure e dei milioni dello Stato italiano, oggi dopo la grande inchiesta sui contadini del Mezzogiorno e della Sicilia, che ha documentato miserie inenarrabili nei lavoratori della terra - che non sono minori nei lavoratori urbani e nel meschinissimo artigianato - e ha constatato la inferiorità incivile, inumana delle abitazioni, dell'alimentazione, della cultura, delle condizioni igieniche, del bassissimo tenore di vita - standard of living - mi sembra più che un delitto, un grave errore politico.
Ci siamo indignati, ci siamo addolorati, ci siamo vergognati di Verbicaro, di Massafra etc.; abbiamo affermato il desiderio, anche la volontà, di evitare che nello avvenire si ripetano i luttuosi e dolorosi avvenimenti che da quei luoghi han preso il nome; ma a conti fatti tutti i nostri buoni propositi si ridurranno ad una miserevole esercitazione rettorica poichè i mezzi per realizzare gii opportuni provvedimenti saranno volti alla conquista ed alla valorizzazione della Tripolitania.
La storia poche volte ci somministra esempi di sanzioni dirette ed immediate delle male azioni dei governi, ma le sanzioni spesso arrivano e tremende.
E' doveroso, è utile, quindi, che di fronte all'errore gravissimo della nostra seconda impresa coloniale siano assegnate le responsabililà degli uomini e dei partiti politici.
Dalle interessantissime lettere scambiatesi nel 1894 tra Crispi, Camperio e Rohlfs, che Semper ha comunicato alla Ragione rilevasi che Francesco Crispi aveva fissato lo sguardo alla Tripolitania e che in tale impresa ancora indeterminata voleva essere sorretto dalla pubblica opinione, mentre dava opera, da vero uomo di Stato, a prepararla ed a crearla. Vale la pena di riprodurre le sue testuali parole, che dovrebbero suonare rimprovero ai contemporanei. In data del 24 luglio 1894 egli scriveva a Manfredo Camperio:

Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837)
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837)
Grazie della nuova lettera del Rohlfs, e grazie di gran cuore della tua preziosa collaborazione. Ecco, ciò che io vorrei da te, dai competenti e non dagli orecchianti e gazzettieri di partito, sarebbe una campagna discreta, ma abile, precisa, tecnica e, sopratutto veritiera sul valore della Tripolitania.
Intendo si dia l'ostracismo alle frasi fatte, alla retorica bugiarda e ladra. Intendo illuminare a poco a poco il paese, con gradazioni nettamente prestabilite, così da metterlo in condizione di giudicare, di interloquire e di esprimere con scienza e coscienza il proprio pensiero, senza oscillazioni funeste. Il governo farà, senza dubbio, ed è, anzi, deciso a compiere opera di difesa e di previdenza: ma, se l'opinione pubblica lo soccorre, se lo incita e lo sostiene, questa comunione di spirito e di fede, tra Governo e Nazione, sarà arra di successo e guarentigia di grandezza e di elevazione civile.
Converrà, per altro, non mettere mai troppo in evidenza la nostra intesa, la quale tanto più sarà efficace, quanto meno dubitata e conosciuta. In certe contingenze, l'esser rimorchiato dall'opinione pubblica, giova ai fini del Governo perchè ha più agio d'indagare, preparare e risolvere, senza porgere troppi addentellati alla pubblica indiscrezione.
Conferenze, letture, opuscoli alla portata di tutti, sono metodi che l'Inghilterra, la Francia, la Germania hanno adotato da tempo, per far sorgere opinioni e indirizzarle a finalità statali, senza che per questo lo Stato apparisca menomamente compromesso da tali espedienti di politica militante.

Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837)
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837)
La campagna che Crispi consigliava c'è stata; se discreta e veritiera; se aliena dalle frasi fatte e dalla rettorica bugiarda e ladra si vedrà. Io non credo che tale campagna, i cui inizi rimontano a molti anni fa, sia stata preordinata e suggerita dall'on. Giolitti. Benché la qualifica datagli da Barzilai gli sia riuscita sgradita, è innegabile che egli sia un ateo - meglio si direbbe: un agnostico - nella politica estera e nella patriottica.
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837)
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837)
Per abito mentale, per temperamento, per i suoi precedenti burocratici che il Saraceno di una volta mise bellamente in evidenza per trarne argomento a deriderlo ed a vilipenderlo, Giolitti è troppo pedestre e troppo assorbito dalla realtà del momento per pensare all'avvenire anche prossimo e prepararne gli avvenimenti.
Il suo ateismo, il suo agnosticismo, era esplicitamente riconosciuto in quella lettera aperta della Stampa del 30 luglio, in cui lo si invitava in modo formale a volgere la sua attenzione e la sua attività alla politica estera e precisamente a quella africana. Con poca reverenza e con soverchia franchezza familiare vi si diceva che egli “era consacrato solo alla vita interna del paese, incapace di accorgersi della esistenza del mondo rimanente”.
Indubbiamente egli è stato trascinato, sospinto a questa nuova sua reincarnazione; e come nella politica interna colla presentazione del progetto di legge sul suffragio universale ha voluto sorpassare Gladstone; così nella politica estera, forse mal volentieri, vorrà emulare l'imperialismo di Disraeli e dei conservatori inglesi.
Del risveglio della politica estera misurato dai provvedimenti verso la Repubblica Argentina gli si fa già un merito personale nella stessa Stampa dall'onorevole Cirmeni, che è nelle segrete cose del governo e che non ha esitato a recare grave offesa agli onorevoli Di San Giuliano e Di Scalea che hanno la responsabilità ufficiale della politica estera; ed anche a merito suo lo stesso Cirmeni attribuisce la nomina del Garroni ad ambasciatore a Costantinopoli (Stampa, 30 agosto). Se e quanto onore potrà arrecargli questa scelta non occorre ripetere oggi; ma certo è che nell'impresa Tripolina l'onorevole Giolitti è sorretto dalla opinione pubblica, preparata e creata colla campagna voluta da Crispi e i cui effetti andranno all'attivo dell'attuale Presidente del Consiglio tanto diverso e tanto nemico dello Statista siciliano. Con ragione La Perseveranza ha potuto scrivere:

Da ieri non esistono più in fatto di politica estera, oppositori; è un accordo unanime, un sol nota che si leva da centinaia di parti; un richiamo ad una politica estera dignitosa, ferma, energica, sapientemente audace. Il governo attuale, al disopra e allo infuori di ogni ragione di vita ministeriale, può bene congratularsi con se stesso di avere trovata una nuova anima nazionale, pronta a secondarlo, a seguirlo, ad appoggiarlo in quella qualsiasi azione internazionale, che fosse ormai richiesta dai nostri interessi all'Estero, consolidati o consolidandi, economici o politici, od anche solo morali.

Olio su tavola di Giovanni Migliara (1785-1837)
Olio su tavola di Giovanni Migliara (1785-1837)
Il giornale conservatore di Milano ha ragione se scrivendo di accordo unanime si riferisce ai monarchici - compresi quelli che sono divenuti tali da recente. Infatti si sono convertiti alla politica coloniale tutti i radicali, che l'avversarono aspramente quando diretta da Francesco Crispi; si sono convertiti anche Pantano e Riccardo Luzzatto, tra i più fieri nella democrazia di una volta nel combatterla. Quello che valga la penetrazione pacifica consigliata dal secondo e ch'era la impresa auspicata da Crispi, vedremo un'altra volta: è una illusione, se non una restrizione mentale.
Tra i monarchici indarno si troverebbero avversari della nuova impresa coloniale. Qualche riserva, qualche ammonimento contro le facili illusioni ha dato timidamente Gaetano Mosca - eminente costituzionalista per quanto timido politico Ma non saprei trovare altri monarchici dissidenti. Consentono anche i più fieri avversari di Giolitti, quali, ad esempio Sonnino, Fradeletto e Ferdinando Martini - il quale, sia detto tra parentesi e senza venir meno alla grande simpatia che per lui sento, ha parlato di Verbicaro e delle condizioni del mezzogiorno in guisa tale da far comprendere che egli le conosce molto meno di quelle dell'Eritrea. Sicché non errano i giornali italiani e stranieri i quali affermano che ben 450 deputati sono favorevoli alla spedizione di Tripoli; ed hanno torto marcio repubblicani e socialisti che vorrebbero mettere in ridicolo l'affermazione.
L'unanimità dei monarchici assume un particolare sapore, per così dire, dal consenso dei clericali - specialmente del Corriere d'Italia (Roma) e del Corriere di Sicilia (Palermo). L'on. Meda nell'Unione (Milano) raccomanda, è vero, una certa prudenza che contrasta coll'impeto bellicoso dell'ononorevole Pecoraro. Ma ciò che rende caratteristico il consenso dei clericali è il linguaggio dell'irreconciliabile Osservatore romano, che più fedelmente rispecchia il pensiero del Vaticano. Esso in fondo è favorevole all'impresa e si limita a dare consigli di prudenza all'Italia per evitare una guerra co la Turchia, e proporzionarla alla potenzialità economica e finanziaria del nostro paese. Tanta tenerezza dovrebba fare insospettire il patriottismo italiano, che si è trovato sempre in antagonismo coi clericali. E i sospetti dovrebbero crescere pel consenso dei clericali austriaci, il cui significato esaminerò in seguito.
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837)
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837)
A parte gli altri sospetti che ha formulato il Salvemini e di cui dirò tra poco non si può credere che i clericali siano mossi dall'antico fanatismo cristiano, che generò le crociate. Oh! no; il movente è perfettamente moderno; si tratta di favorire gl'interessi del Banco di Roma: l'istituto di credito dei clericali che si è spinto arditamente sulla via della penetrazione economica in Tripolitania.
Nelle ale più avanzate, tra i repubblicani e i socialisti si avvertono le maggiori ostitalità verso la nuova impresa coloniale; ma non c'è né l'ardore, né la unanimità del 1885 e del 1906.
Tra i repubblicani dissente apertamente Barzilai per i motivi politici, che saranno esaminati; credo che qualche deputato del gruppo in cuor suo ne divida le opinioni; ed è sintomatico il fatto, che mentre Otello Masini in nome del partito repubblicano ufficialmente pubblica dei comunicati o bollettini, avversi alla spedizione, la Ragione pubblica le lettere che si scambiarono Crispi, Camperio e Rohlfs e gli articoli di Semper impregnati dallo spirito imperialista dello statista siciliano provocando lo sdegno e la fiera protesta di Arcangelo Ghisleri.
Tali pubblicazioni certamente non contribuiscono a modificare la pubblica opinione favorevole all'impresa.
Tra i socialisti si sono verificati vari dissensi. Ci sono i ragionevoli - ammirati dai monarchici - che ne fanno una quistione di opportunità e di convenienza come Bissolati, Podrecca e Bonomi; ci sono i fanatici partigiani dell'impresa come De Felice, che scorge nella Tripolitania quasi un feudo che debba essere sfruttato esclusivamente dalla Sicilia; ci sono, infine, gli avversari decisi, irreconciliabili, come Turati. Nell'ala estrema del socialismo, tra i sindacalisti, c'è pieno accordo, nell'interesse del proletariato nel caldeggiare l'impresa, almeno a giudicarne dalle manifestazioni di Arturo Labriola e di Paolo Orano.
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837)
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837)
I socialisti italiani favorevoli all'impresa si sono sentiti incoraggiati dagli incitamenti dell'organo dei socialisti di Amburgo, L'Echo; il quale, sempre nell'interesse del proletariato, incita i socialisti italiani a dare il loro concorso sollecito ed energico all'occupazione di Tripoli. Maggiormente si sentirebbero incoraggiati se fosse vero che Bebel, il santone del socialismo internazionale - e degnissimo per tanti motivi della venerazione, che per lui professano anche coloro che non accettano integralmente il pensiero di Marx - si sarebbe convertito alla politica coloniale come apparirebbe da una tendenziosa interpretazione dei suoi discorsi e della sua attitudine al Congresso di Jena, che ne ha data il Cabasino Renda in un articolo del Giornale d'Italia (23 Settembre). E dico tendeziosa la interpretazione perché il mutamento, il ringiovanimento - come lo considera il giornale monarchico - di Bebel starebbe in aperto contrasto col fierissimo discorso contro la guerra pronunziato nello stesso Congresso di Jena. Ora il grande socialista tedesco non è tale uomo da non accorgersi che chi dice politica coloniale dice guerra.
Comunque ufficialmente anche i socialisti italiani sono contrari all'impresa a giudicarne dalle deliberazioni dei circoli e delle sezioni, dal linguaggio dell'Avanti, dai tumulti provocati a Reggio Emilia nella conferenza pro Tripolitania, dal convegno di Bologna, dal tumultuoso comizio di Milano, dai numerosi tentativi di sciopero generale fatti per consiglio della Confederazione generale del lavoro.
Ma in tutte queste manifestazioni non mancano i contrasti e le opposizioni. Pel convegno di Bologna intesa a protestare contro l'impresa ci è stato l'aperto dissenso di De Felice, e di altri e le riserve di Podrecca, che sono magnificati dai giornali monarchici; i quali hanno ripescato anche i giudizi di Morgari e di Ricchieri di alcuni anni or sono, senza contare che quest'ultimo ha esplicitamente dichiarato testè di essere contrario all'impresa. Nelle sezioni del pari non sono mancate le opposizioni. A Palermo, ad esempio, dove c'è chi giustamente ha ricordato la diversione a danno della Sicilia e del Mezzogiorno, il fanatismo coloniale ha accecato un altro socialitta, in guisa da attribuire alle prudenti riserve dell'on. Gaetano Mosca una intesa coi latifondisti siciliani, dimenticando che tutta la stampa non socialista dell'isola che meglio rispecchia gl'interessi della proprietà propugna l'impresa; che la propugnano i clericali e i conservatori più autentici - dal Giornale d'Italia al Corriere della Sera (Sono forse costoro degli avversari del latifondo o del capitalismo?); dimenticando sopratutto che contro la conquista della Tripolitania protesta Il Secolo, che vi scorge un tranello per seppellire il progetto pel suffragio universale e si è levato fierissimo Filippo Turati, l'apostolo maggiore e più autorevole del riformismo italiano. (E anche Turati ha servito agli interessi del latifondismo?).
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837)
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837)
Coll'attitudine di Turati chiudo questa rassegna del pensiero dei partiti politici italiani verso la nuova impresa; e mi ci fermo perchè addirittura essa è degnissima di attenzione specialmente dal punto di vista mio e in rapporto colle polemiche che la Rivista ha sostenuto coi socialisti; perchè è l'uomo più rappresentativo delle incongruenze e delle contraddizioni del socialismo italiano.
La cronaca dell'ultimo comizio di Milano dice a qual segno è arrivata l'opposizione di Filippo Turati, che non si è preoccupato di guadagnare o perdere popolarità, ciò che, invero, altre volte ha fatto.
Ma le frasi e i pensieri enunciati in un comizio possono essere l'involontaria espressione della concitazione del momento; meglio, perciò, affidarsi al pensiero consacrato in uno scritto, che è stato meditato e non improvvisato, rifiutandomi, per la serietà e la rispettabilità dell'uomo, a credere che egli nella riunione di Bologna abbia potuto dichiarare che alla violenza di linguaggio in tale articolo ricorse per influire sul governo a farlo desistere dall'impresa Tripolina (Secolo, 26 settembre).
Ebbene nell'ultimo numero della Critica sociale (16 settembre) c'è l'articolo a firma sua che non potrebbe essere più violento: potrebbe portare la firma di Hervè e figurare nella Guerra sociale.
Il Turati comincia a versare il ridicolo su coloro che si occupano dell'impresa di Tripoli. Illudendosi stranissimamente e scambiando le proprie convinzioni con quelle del popolo italiano dichiara che sarebbe tanto serio discuterne quanto il voler dimostrare la presenza reale del corpo di Cristo nell'ostia consacrata; e fidando soverchiamente nella efficacia del regolamento di Marx in soffitta, arriva a non credere capace l'on. Giolitti - ritornato. Forse, ad essere Tiburzi? - di una follia riprovata dai socialisti. Con sintesi smagliante accenna alla sconvenienza dell'impresa per l'Italia che ha l'Africa in casa che imperversa dalla cintola in giù; col danaro, che si presta al 10, al 20, al 30 per cento; colle sante memorie aduane...
Egli giudica

l'impresa-ginepraio una trappoletta di confezione tedesca (made in Germany!) per farne uscire l' Italia col filo della schiena scavezzato, rinunziando, sull'ara del risaputo Moloch, per un tempo indeterminabile, ogni più urgente iniziativa d'incivilimento interiore.

Crede

che i Giovani Turchi minacciando guerra sul Mediterraneo o sul Bosforo mirano in realtà all'occupazione – non propriamente di Tripoli o di Bisanzio - ma di quattro o cinque sottosegretariati e, aiutati dall'imbecillità politica, così vasta in Italia, anche nelle sfere più colte - sbarazzarsi in un sol colpo, di Giolitti e dell'influenza del gruppo socialista, del monopolio nittiano e delle elezioni a suffragio universale; salvarsi il collegio, paralizzare l'ascesa proletaria, svogliare per un pezzo i governi da ficcare il naso nei loro piccoli affari assicurativi e affini....

Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837)
Olio su tela di Giovanni Migliara (1785-1837)
Altro che l'interesse del latifondismo nelle timide riserve di Gaetano Mosca!
Filippo Turati continua ricordando il veto del socialismo tedesco alla guerra pel Marocco - cui attribuisce il discorso pacifista di Guglielmo II in Amburgo - e ammonendo che se l'inverosimile e lo assurdo - la conquista di Tripoli - si verificasse la reazione punitrice non tarderebbe.
Si ricostituirebbe una situazione consimile a quella, che deluse così presto le speranze e smontò i piani reazionari, fioriti con Crispi Rudinì e Pelloux...!
L'unità si ricementerebbe coi repubblicani; forse Leonida Bissolati ritroverebbe il grido della storica auletta, non precisamente ortodosso e non dimenticato. L'ostruzionismo e lo sciopero generale si riabiliterebbero; e potrebbe darsi che, in alto luogo - cessato lo spirare dei benigni favoni - si acquistasse prudenzialmente più di una valigia
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E con una sfida esplicita fierissima:

Se il bromuro del buon senso non bastasse a prevenire nei responsabili gli accessi, di cui l'aura si annunzia con tanto insueto fracasso; se la mulaggine dei turchi e dei tripolini d'Italia, ricusandosi alle provvide doccie della fredda ragione, si accanisse a spingere le cose verso il precipizio; pensiamo - ed è l'ora, forse, di non dissimularlo - che il partito socialista e il proletariato organizzato d'Italia abbiamo oggi quanto basta di coscienza e di forza per tener testa; che possano, senza jattanza o spavalderia affrontare le bravacciate degli smargiassi, e dir loro semplicemente: - Avanti pure, signori! Noi siamo pronti.

Olio su carta di Giovanni Migliara (1785-1837)
Olio su carta di Giovanni Migliara (1785-1837)
Se non ci andasse di mezzo l'interesse del paese, che anteposi sempre a quello del partito, seguendo l'esempio dei maestri e delle collettività repubblicane - checchè blaterino i monarchici, che accusano repubblicani e socialisti di antipatriottismo solo perché essi sono contrari all'impresa di Tripoli; se non ci fosse una grande sproporzione, un abisso vero, tra i mezzi di cui dispongono repubblicani e socialisti per realizzare la minaccia della rivoluzione di Turati, che ripiglia il linguaggio di Alberto Mario, auspicante la partenza del Re per l'esilio - la famosa valigia per il viaggio verso la Svizzera - io batterei le mani e griderei: utinam! di fronte alla rievocata unione tra socialisti e repubblicani, e alla ripetizione del grido di Bissolati nel 1900 di Abbasso il Re! E applaudirei tanto più volentieri in quanto io credo alla sincerità di Turati nella sua fierissima attitudine e non credo che egli meriti oggi gli applausi sanguinosamente ironici al grido di Viva Giolitti! che lo accolsero al Comizio di Milano; né l'oltraggiosa ipotesi di Giovanni Lerda che lo ha accusato di recitare una commedia per rifare la verginità al partito socialista.
Rimango calmo e sereno e non mi lascio trasportare agli entusiasmi per una rivoluzione imminente - come è imminente il fatto o fattaccio che a giudizio di Turati dovrebbe determinarlo - perché sono convinto, convintissimo, che la grande maggioranza del popolo italiano, compresi molti repubblicani e moltissimi socialisti, è favorevole alla impresa tripolina. Ora che il cannone ha tuonato contro i Turchi; Ora che i Turchi d'Italia - non quelli giovani, ma quelli agli ordini di Giolitti, alleati coi socialisti hanno imposto silenzio ai protestanti colle pallottole errabonde e coi numerosi massacri dei proletari italiani - efferato quello di Langhirano - a quanti disapprovavano la impresa tripolina, pur augurando alle armi italiane la immancabile e facile vittoria, non resta che un compito: separare le responsabilità, discutere ampiamente l'impresa e preparare il mutamento della pubblica opinione. Ciò che mi propongo di fare nella misura delle mie forze.
Napoleone Colajanni *

1 Presso la Rivista popolare Roma-Napoli. Prezzo lire 3; per gli abbonati lire 1,50 con invio raccomandato.

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Enna (Castrogiovanni fino al 1927). Monumento a Napoleone Colajanni.
Enna (Castrogiovanni fino al 1927). Monumento a Napoleone Colajanni.
Ricordo un mio insegnante di storia che faceva risalire tutta la cattiva situazione di allora alla pace di Vestfalia. Un po' di tempo prima Eva aveva morsicato la mela...
È un fatto assodato che la Storia viene insegnata poco e male nella scuola italiana. Molti personaggi importanti, sono ignorati e, nella migliore delle ipotesi, viene data di essi una leggera infarinatura.
Persone come Carlo Cattaneo, Arcangelo Ghisleri, Napoleone Colajanni, Carlo Pisacane, Gaetano Salvemini, Ernesto Rossi e tantissimi altri, vengono trattati in modo alquanto superficiale o per niente.
La situazione, mondiale e nazionale italiana, è molto critica. L'Italia, se continua così, è destinata a schiantarsi, con effetti drammatici, anche mondiali.
Cito Marco Damilano da L'Espresso, N. 8, Anno LXVI, 2020:

[...] L'attualità immediata è ciò che accade, il giorno per giorno, la superficie delle cose. L'attualità permanente sono i problemi strutturali del paese: l'efficienza della pubblica amministrazione, la produttività delle imprese, la qualità della classe dirigente, il nostro sistema di istruzione. E poi la crisi demografica, l'immigrazione che non è mai stata e non può essere considerata un'emergenza ma è una grande questione del secolo e l'emigrazione dei giovani italiani all'estero, il ruolo dell'Italia nel mondo, la cui perdita è sottolineata negli ultimi giorni da quanto sta accadendo in Egitto con lo studente dell'università di Bologna Patrick George Zacy. [...]

Ho deciso di dedicare una intera sezione del mio web a Napoleone Colajanni (1847-1921).
Nella nuova sezione ho inserito alcune note biografiche (file Biografia) del nostro, tratte rispettivamente da opere contemporanee di Onorato Roux (1910), Amedeo Galati di Riella (1914) e Teodoro Rovito (1922).

Illustrazione da "L'Asino" n. 39, 1912 di Galantara e Podrecca.
Illustrazione da "L'Asino" n. 39, 1912 di Galantara e Podrecca.
Ho pubblicato molti testi di Napoleone Colajanni, tratti dalla Rivista popolare del 1911; ho inserito una cronologia del 1911 ed ho diviso i testi proposti per argomenti.
Ho inserito note ed altri elementi multimediali tratti dalla Rete.
Ho pubblicato molti testi relativi alla impresa di Tripoli ed alla guerra italo-turca (1911-1912). Sono anni molto importanti, che decideranno il futuro ed anche il presente drammatico dell'Italia.
Il Colajanni nomina spessissimo i Nazionalisti, con a capo Enrico Corradini: si sentirà ancora parlare di lui negli anni successivi... e di un certo Benito Mussolini.
I primi anni del Novecento sono molto importanti. In essi si trova l'incubazione di avvenimenti successivi, che ipotecheranno la storia europea e mondiale degli anni successivi, con ricadute anche odierne.
Ho trovato in Guido Pescosolido, Una società immobile? ..., in Mezzogiorno, Risorgimento e Unità d’Italia, a cura di Giuseppe Galasso, Accademia Nazionale dei Lincei 2011: ...  Tuttavia per comprendere tutte le ragioni dell’atteggiamento dell’imprenditoria meridionale va tenuto presente non solo la posizione di favore che alcune scelte di politica economica conferirono ad imprese settentrionali, ma anche il fatto che la politica liberista assicurò all’agricoltura meridionale in tutti i suoi settori una crescita senza precedenti delle esportazioni e conseguentemente della produzione, che compensò a livello sia di reddito che di occupazione almeno fino al 1887 le perdite subite sul fronte delle industrie e anche su quello della rete dei trasporti marittimi. In tale crescita è da ricercare il forte radicamento nella cultura meridionale e meridionalistica - anche quella che più si preoccupava delle condizioni di arretratezza e di miseria del Mezzogiorno - della convinzione che l’avvenire economico e sociale del Sud risiedesse in uno sviluppo di tipo prevalentemente agricolo-commerciale. Solo Napoleone Colajanni e Francesco Saverio Nitti, quest’ultimo peraltro dopo una prima fase di adesione al liberismo, si sottrasse a quella suggestione. ... ".
E ancora: ...  Fu per queste ragioni che, nonostante il brigantaggio, la renitenza alla leva, la crescita della protesta per il carico fiscale, il Mezzogiorno e lo stesso pensiero meridionalista, pur protestando fino a denunciare l’esistenza di due Italie, non sostennero mai che convenisse staccarsi dallo stato italiano e tanto meno, chiuso il brigantaggio, pensarono a una restaurazione borbonica; reclamarono cambiamenti energici della politica economica governativa nella convinzione che comunque solo all’interno dello Stato unitario il Mezzogiorno avrebbe potuto avere un futuro migliore. D’altro canto neppure il Nord pensava allora minimamente di staccarsi dallo Stato unitario ben consapevole del fatto che il Sud, grazie ai grandi investimenti effettuati in infrastrutture aveva assunto nel sistema economico nazionale il ruolo di un mercato che all’industria settentrionale non conveniva certo perdere, un mercato rafforzato nelle sue possibilità di acquisto di manufatti settentrionali dai proventi delle esportazioni di prodotti agricoli specializzati e a partire dalla metà degli anni Ottanta dalle rimesse degli emigrati. E solo quando ebbe la disponibilità esclusiva del mercato meridionale, garantita dalla tariffa protezionista del 1887, l’industria dell’Italia settentrionale iniziò il recupero rispetto a quelle delle aree europee più avanzate, divenendo uno dei paesi più sviluppati del mondo, sia pure con una questione meridionale ancora aperta e che non si potrebbe certo risolvere tornando a una condizione politico istituzionale di tipo preunitario, che non sarebbe senza gravi danni neppure per il Nord, e la cui debolezza al Nord come al Sud, si spera sia stata sufficientemente illustrata in queste pagine.
La guerra italo-turca terminò ufficialmente il 15 ottobre 1912 con la Pace di Ouchy (Losanna). L'8 ottobre 1912 era iniziata la 1. guerra balcanica, che durò fino al 30 maggio 1913, tra l'impero turco ed il Regno di Montenegro, Bulgaria, Serbia e Grecia.
Nel giugno 1913 iniziò la 2. guerra balcanica (tra gli stessi), che terminò il 10 agosto 1913; il 28 giugno 1914 a Sarajevo (Serbia) fu ammazzato l'arciduca austriaco Francesco Ferdinando; il 28 luglio 1914 l'Austria dichiarò guerra alla Serbia, aprendo così il primo conflitto mondiale, una tragedia di dimensioni immani che cambierà per sempre il volto dell’Europa aprendo la strada ad altri drammi.
Il disegnatore umorista e deputato socialista Guido Podrecca (quello de L'Asino!, favorevole alla guerra libica) in Libia Impressioni e polemiche, Roma 1912 scriveva a Camillo Prampolini (contrario alla guerra di Libia)

[…] E quando, come me, si sentono assillati dallo stesso problema e lo risolvono in senso favorevole all'occupazione, uomini di antica fede socialista - sia pur dissidenti per qualche verso - quali Arturo Labriola, Paolo Orano, A. O. Olivetti, T. Monicelli, Roberto Marvasi - i quali, anzi, ci furon fino a ieri messi di fronte quali più veri e maggiori interpreti del rivoluzionarismo autentico; o uomini quali Angiolo Cabrini, Agostino Berenini, Giuseppe Canepa, Antonio Graziadei, Tullio Rossi-Doria, Bonomi, Bissolati, che fino a ieri voi stessi giudicavate dei migliori fra gli ortodossi - potete con tranquilla coscienza affermarli pervasi tutti di ebrezza militaresca, o non vi sorge il dubbio che essi possano trovarsi nel vero quando al problema dell'espansionismo - sia pur affacciatosi nella repugnante lorica di Marte - danno un valore che travarca le nostre antipatie e simpatie personali? […]

Molti dei personaggi citati aderirono al fascismo, tanto che Benito Mussolini nell'Opera omnia, Vol. XXIV, La Fenice, Venezia 1961, scriveva:

Nel grande fiume del Fascismo troverete i filoni che si dipartono dal Sorel, dal Peguy, dal Lagardelle del Mouvement Socialiste e dalla coorte di sindacalisti italiani, che tra il 1904 ed il 1914 portarono una nota di novità nell’ambiente socialistico italiano, già svirilizzato e cloroformizzato dalla fornicazione giolittiana, con le Pagine Libere di Olivetti, La Lupa di Orano, Il Divenire Sociale di Leone.

Le illustrazioni che accompagnano questa sezione sono tratte da L'Asino (1912), Tripoli italiana (1911), Lega navale (1912), da opere di M. De Mathuisieulx (1903-1912), Vita d'arte (1908), da un libro del 1900 sul pittore Giovanni Migliara e, qualcuna, dal web.

Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?