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Il teatro italiano, Anno 1913, Vallardi Milano 1914
Eleonora Duse (1858-1924)

Eleonora Duse
Eleonora Duse
C'è una donna italiana che vive riposando in una solitudine fiorentina, un'esule della gloria, che più di tutte appartiene alla febbre moderna e che più di tutte sentiamo nostra ed amiamo. Non ha alcun legame colla tradizione passata: ha fatto da sé, ha distrutto, ed ha, per sé stessa, ricostruito. Ma nell’ieri non lontano dell'arte drammatica, molte tra le grandi e le piccole stelle del palcoscenico la seguivano, l'avevano seguita: la sua imitazione era - può quasi affermarsi - una regola. Ed ella era e rimane così inimitabile come inimitabile è il genio.
C'è bisogno ch'io nomini Eleonora Duse? O non ha ella operato tale un miracolo rigeneratore da vivere, come nessun'altra o nessun altro hanno saputo - e a dispetto del suo riposo - nel nostro presente? Poche vite, nella storia di tutte le arti e di tutti i tempi, sono rappresentative come la sua: poche figure, come quella di Eleonora Duse, sono indissolubili, oltre che dalla vita della scena, dalla vita stessa della letteratura drammatica. Di rado l'artista interpreta in meglio, e cioè aggiunge ad un'opera scenica il soffio vitale, riuscendo a trascinare pubblico e critica, ingannando - cioè - senza sembrarlo.
Quando la virtuosa abilità degli attori commuove le masse in lavori teatrali che mancherebbero di commozione, è quasi sempre un'umanità convenzionale che si sostituisce all'assenza d'umanità del lavoro. Il pubblico che non analizza, applaudisce: ma i mezzi che traggono l'applauso sono sempre gli stessi, e i critici, o, semplicemente gli spettatori severi, non sono persuasi. Nulla è più buffo, alla lunga, della concitazione drammatica scoperta nella sua convenzione.
Dietro il personaggio è l'attore: quello di ieri, quello di sempre. Si ritrovano gli stessi slanci, le stesse attitudini, le stesse movenze, a rivestire certe pallide anime che dovrebbero secondo le intenzioni degli autori, esser ciascuna diversa dall'altra. Di fronte all'occhio critico scomparisce così il personaggio e rimane l’attore: falso, uguale, e, di conseguenza, artisticamente, esteticamente, brutto. Perché la nostra sensibilità sia toccata bisogna che il mezzo non ci apparisca: bisogna che, dov'è la convenzione, non si scorga che il bello. Fenomeno di rifacimento, non concesso, in arte, che ai sommi.
Mistificazione? Ma l'artista che eseguisce non ha le responsabilità dell'autore che ha creato. ... In tal senso io non conoscerei mistificatrice più grande di Eleonora Duse: ed a questo volevo arrivare.
Eleonora Duse
Eleonora Duse
Che io debbo alla Duse il ricordo del mio più folle entusiasmo, attraverso la sua immensa trasfigurazione d'una delle più false e mediocri commedie del vecchio repertorio: Fernanda di Vittoriano Sardon.
Mi sta nella mente, incancellabile, la non vicina serata. Settembre del 1905: Firenze: Arena Nazionale. La più acclamata tra le compagnie drammatiche d'allora dava una rappresentazione straordinaria di beneficenza. Tutti recitavano mirabilmente sotto la direzione magistrale di Virgilio Talli: tutti sembravano messi d'accordo per farci credere ad un capolavoro. Irma Gramatica era Giorgetta, estremamente graziosa e liricante, Lyda Borelli dava il suo sentimento e la sua eterea bellezza a Fernanda, Virgilio Talli era un Pomerol d'una correttezza e, talora, d' una drammaticità rare, Ruggero Ruggeri un Andrea eccezionale, Oreste Calabresi ed Alberto Giovannini figuravano due squisite macchiette nel primo atto … Era una festa l'assistere a quella fusione inarrivabile: quando entrò in scena Eleonora Duse ci domandammo se Ella avrebbe saputo staccarsi sul quadro perfetto, per emergere nella grandezza che di lei ci narravano. Ma non avemmo il tempo, il modo di accorgercene.
Camminava ella sulla scena? O non piuttosto sembrava ella muoversi quasi strisciando, come se la conquista ch'ella avrebbe compiuto, su noi, si dipartisse da lei felinamente, a consumare una preda? E recitava ella? A me parve come se in mezzo alla predetta schiera di attori entrasse una donna che non recitava, ma parlava (oh basse, sospirate intonazioni delle sue prime battute!) rispondendo ad un'intima vicenda di cuore, continuando il segreto colloquio colla sua anima. Clotilde di Vittoriano Sardou? No. Ella non ci incantava per quello che la sua ingrata parte diceva, ma prima di tutto, per una certa malia creata intorno alla parte, per un fremito vivo di naturalezza, per la stessa assenza di “grande linea” che dava ad ogni minimo particolare la più straordinaria apparenza di verità. Bisognava che un accurato lavoro di analisi l'avesse soccorsa per apparirci così.
Ella dovea possedere la compenetrabilità d'un carattere al massimo grado. In molte figure sceniche - anche errate - è sempre qualcosa che le fa palpitare, scovare questo “qualcosa”, illuminarlo colla passione, lasciare in ombra il resto, trasformare, impossessarsi d'un'anima fittizia, viverne così da far proprie e riprodurne le successive emozioni: ecco i segreti per i quali Eleonora Duse trionfava. Quando la commedia procedeva in un abilissimo gioco di combinazioni, tutta l’affollatissima sala era tenuta sospesa ad una sola realtà: la realtà che emanava da quella fremente persona. Qualche cosa di morboso era in noi: eravamo come aggiogati ad una grande catena, che subivamo sentendone come una strana dolcezza. Eleonora Duse, un po' ci torturava. Ella era, esteticamente, magnifica. Quando la sua sofferenza e, insieme, la sua perversità, toccarono i gradi più alti, corsero per l'uditorio brividi ignoti, si annunziarono grida selvagge, subito soffocate. Mai più ho potuto, a teatro, soffrire ed esaltarmi cosi.
Terminavano gli atti, e gli applausi che andavano alla creatrice recavano un respiro di liberazione da quel grande incatenamento.
Eravamo stati scossi da un consueto torpore, attraversati da quell' inquietudine folle ch'è il segno dell'arte.
Ella ci aveva dato, compiuta, l'opera di bellezza.
Da "Le théatre italien": Eleonora Duse
Da "Le théatre italien": Eleonora Duse
La stessa inquietudine ch'ella spargeva nelle folle è stata anche la prima caratteristica della sua giovine vita. Tristissima, quant'altra mai ricca di pene e di disinganni, la sua fanciullezza!
Nata il 3 ottobre 1859 a Vigevano da Alessandro Duse e da Angelica Cappelletto, comici d'una compagnia d'infimo ordine, la bimba incominciò a recitare appena seppe muoversi ed articolare i primi discorsi. A quattro anni, a Chioggia, fu Cosetta nei Miserabili. Seppe la miseria più squallida, conobbe tutte le privazioni. Andò raminga di paese in paese, per esser poi scritturata ultima per le parti ingenue nel 63-64 ai Filodrammatici di Trieste, nella compagnia Duse-Lagunaz, di cui era direttore Luigi Aliprandi ed amorosa Celestina Paladini.
Giovinetta, visitava giornalmente la madre ammalata, all'ospedale, e là mangiava, di nascosto, metà della zuppa che la buona donna serbava per lei.
Mortale la madre, a 14 anni, un maggiore sconforto s'impadroniva di lei.
Recitando, traspariva già la sua personalità originale, mentre la sua anima era fiacca, annoiata, quasi nauseata della vita. Fu scritturata dal Benincasa, poi da Luigi Pezzana. Sotto quest'ultimo, attore di mediocre intelligenza e di vecchia scuola, soffrì le sue più forti umiliazioni.
Tra l'arte nuova, vera, di lei, e quella del capocomico doveva necessariamente scoppiare il conflitto. “Ma perché seguitate a far l'artista? Scegliete un altro mestiere!”. Eleonora Duse dové soffocare la collera, per evitare un licenziamento improvviso. Ma si liberò, appena poté, dal Pezzana. E fu, nel 75-76 con Icilio Brunetti, nel 77-78 con Ettore Dondini ed Adolfo Drago, dal quale fu protestata, dopo una stagione a Trieste, perché il pubblico non voleva sapere di lei! Prima attrice giovane, nel 78-79, con Belli-Blanes e Ciotti, corse a Napoli, nel 71, ai Fiorentini, amorosa, ora colla Piamonti ora colla Pasquali, a fianco della Pezzana, di Majeroni e di Emanuel. Qui trovò da affermarsi. Fu un'ottima Elettra nell'Oreste, una mirabile Ofelia in Amleto.
Ma primeggiò, come ho già ricordato, accanto a Giacinta Pezzana, in Teresa Raquin. I critici si volsero ad Eleonora Duse con parole d'entusiasmo. L'umile seconda donna, spesso rilassata, spesso svogliata, salì ad altezze non immaginate.
Cesare Rossi - grande direttore oltre che grande attore - per aver assistito alle recite napoletane, scritturò la giovine attrice nella compagnia primaria da lui formata con la Pezzana, primadonna, e Teresina Leigheb , seconda donna. E qui la Duse - ammalatasi Giacinta Pezzana - si rivelò, d'improvviso, in una parte di prima attrice: fu la parte di Cesarina nella Moglie di Claudio, commedia che fino ad allora era stata costantemente disapprovata, e che solo l'arte di Sarah Bernhardt aveva fatto applaudire. Il trionfo scoppiò immenso: una nuova personalità si affermava: quella che doveva avvincere a sé tutti i pubblici nostri, facendo tramontare ben presto le altre stelle d'allora.
Coraggiosa, piena di sicurezza nelle sue forze, quando fu partita da Torino Sarah Bernhardt - che vi aveva ottenuto grandi successi - volle affrontare nella stessa città le più famose interpretazioni della diva francese. Trionfò colla Principessa di Bagdad, superando la tirannia del confronto: poi vennero Francillon, Visita di nozze, Demimonde, Divorziamo, Signora delle camelie, Fernanda, Fedora: altrettante magnifiche interpretazioni. Alessandro Dumas scrisse, poco dopo, in una nota dell'edizione definitiva del suo teatro: “Alla pagina 84 di questa nuova edizione, vi ha nell'ultima scena della Principessa di Bagdad una indicazione che non recano le altre edizioni. Dopo di aver detto a suo marito: “Sono innocente, te lo giuro, te lo giuro!” Leonetta, vedendolo incredulo, si rialza, posa la mano sul capo del figlio, e dice una terza volta: Te lo giuro!. Quest'atto sì nobile e convincente non fu eseguito a Parigi. Né la signorina Croisette, né io l'avevamo provato. Alla Duse, l'ammirabile attrice italiana, dobbiam questa bella ispirazione. E io me ne sono servito per la mia edizione definitiva, restituendone a lei l'onore e il merito. Ho poi da ringraziarla, e godo di poterlo far pubblicamente, di cuore, per avere, mercè il suo talento e la sua autorità, fatte entrare nel repertorio italiano due delle mie commedie che non poterono rappresentarsi fuorché una sol volta ciascheduna, prima ch'ella le intrepretasse: La moglie di Claudio e La Principessa di Bagdad.
Ed è ben rincrescevole per l'arte nostra, che codesta attrice fuor del comune non sia francese”.
Da "Le théatre italien": Eleonora Duse
Da "Le théatre italien": Eleonora Duse
L'omaggio non poteva contenere elogio maggiore. E per continuarle la sua riconoscenza, l'autore francese scrisse per Eleonora Duse Dionisia.
Perseverante, coscientemente studiosa, ella seppe incarnare le più disparate parti, mentre la si accusava di non saper rendere se non le figure nervose ed isteriche.
Fu grande in Odette, in Teodora, nella Signora delle camelie, e nella Cavalleria rusticana, in Amore senza stima, e nella Locandiera. Coi suoi cavalli di battaglia percorse la Germania, la Russia, l'Inghilterra e l'America: dovunque suscitò deliranti successi. Pure una certa ritrosia la fece aspettare molto prima di affrontare il giudizio di Parigi.
Andò a Parigi solamente quando vi fu chiamata, dai parigini, e nel teatro di Sarah Bernhardt: la Rénaissance. Debuttò con La signora delle camelie in mezzo ad urla clamorose di fanatismo.
E, dopo la Rénaissance, fu alla Comédie Francaise, dove per l'addio di Susanna Reichenberg - recitò in italiano, con attori italiani, l'ultimo atto di Adriana Lecouvreur.
Nella capitale francese ella affascinò pur coloro che più si sentivano legati alla scuola patria. Come 44 anni avanti -dice Luigi Rasi - si scrisse di Adelaide Ristori ch'ella influì su la Rachel -così si sperò ora che la recitazione spontanea di Eleonora Duse migliorasse ed abbellisse la recitazione accademica delle stelle parigine. I critici le innalzarono inni. Rochefort la chiamò la natura incarnata, Franz von Lenbach la ritrasse come personificante di versi moti dell'anima umana. Dopo la recita di Cavalleria Rusticana, alla Porte St. Martin, nel '97 - forse il suo maggiore successo parigino – innanzi ad un pubblico tutto d'artisti, Jules Huret scrisse nel Figaro: “Quegli artisti coi loro applausi salutavano anche la loro arte nobilitata, dinanzi a cui si sentivano più grandi essi stessi”.
Ma non voglio indugiarmi intorno ai soli giudizi francesi. I lavori ai quali Eleonora Duse affidò la sua migliore attività appartengono al grande teatro di tutti i popoli e si chiamano Rosmersholm 
di Ibsen, Magda di Sudermann, Monna Vanna di Maeterlink, ecc.
Noi italiani le siamo debitori d'un magnifico aiuto portato dalla sua arte sovrana alla nostra letteratura drammatica: voglio dire delle sue interpretazioni dannunziane. Nessuno di noi può scordare le prime battaglie sostenute, dal nostro Poeta, quando Eleonora Dusedava La Gloria, La Città morta, Il Sogno d' una mattina di primavera, La Gioconda, Francesca da Rimini, mentre la sua via è seguita dalle attrici e dagli attori d'oggi, con maggiore fortuna, oggi che un teatro di grande poesia è atteso come un conforto mentre allora era trascurato come un ingombro, il pensiero ricorre a lei ancora, primissima e fortissima sostenitrice. Ella allora, aveva quella fede che solo le grandi anime in arte, possono avere.
Da lei, anche in riposo, ci aspettiamo, oggi e più in là, la parola d'amore.
Celso Salvini.

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