I genitori di Ettore Petrolini
I genitori di Ettore Petrolini
Bisogna sapere che nel varietà non si chiama imitatore - come accade in altri campi - chi segue, da vicino o da lontano, la maniera di un altro; chi di un altro è, vuole essere o afferma di voler essere, il riproduttore il più possibile fedele.
No. Nel desolante varietà italiano, quello dell'imitatore è un vero e proprio ruolo, tanto è vero che, una volta, gli imitatori venivano scritturati come tali, e tale loro qualifica stampavano ben chiara sui manifesti e, prima di eseguire una canzone, un monologo, una parodia, una scena, si facevano il dovere di avvertire: - Imitazione dell'artista X. E' però vero che questo l'ho sempre sentito dire con voce di mal dissimulato rancore per il derubato (ossia l'imitato!).
Ma, con l'andar del tempo, parecchi di cotesti messeri stimarono più opportuno rendere sempre meno chiaro o, infine, sopprimere del tutto quell'onesto avvertimento, che facevano così mal volentieri sentendo una evidente invidiuccia per colui che scimmiottavano. Cosicché, oggi, accade d'imbatterci nel comico Tizio il quale, vestito come Caio, canta e dice delle strofe di Caio, ma si guarda bene dal nominare Caio, sia prima di cantare, sia dopo essersi beccato gli applausi che, logicamente, spettano non a lui ma a Caio, così come l'ammirazione di un amatore d'Arte si riferisce a Raffaello e non al litografo che di un quadro di Raffaello abbia eseguita una riproduzione.
Io di imitatori - sia della prima che della seconda maniera - ne ho avuti e ne ho tanti che, se volessi cavarmi il gusto di vedermi e di ascoltarmi, non avrei bisogno di farmi cinematografare e incidere nei dischi fonografici: mi basterebbe recarmi in un qualunque teatro di varietà, ed anche in compagnie d'operette e nove volte su dieci raggiungerei l'intento.
Senonché... c'è un guaio! Ed è che, se la quantità, dei miei imitatori è veramente lusinghiera, la loro qualità lascia quasi sempre molto a desiderare. Se si accontentassero di copiarmi, tutto andrebbe liscio. Ma non si accontentano. Vogliono metterci del loro. E più sono cretini e più ce ne mettono. Facevano così anche quando avevano ancora l'abitudine di proclamarsi apertamente miei .... imitatori.
Ettore Petrolini, da "Il Trravaso"
Ettore Petrolini, da "Il Trravaso"
Per anni ed anni questi signori mi hanno messo alla gogna. Hanno portato in giro un Petrolini così deturpato, così stomachevole, così stupidamente stupido, a getto continuo, che è davvero stupefacente che il povero pubblico non abbia linciato prima loro e poi me, causa involontaria di tale sconcezza.
Quasi tutti i miei imitatori non hanno mai capito nulla della mia arte. E questo non mi meraviglia; giacché penso che chi si accontenta esclusivamente di copiare un altro, deve avere la capoccia abbondantemente vuota.
I miei imitatori, in generale, non hanno mai compreso perché io dicessi certe cose e facessi certe smorfie e certi gesti, e perché il pubblico vedendomi od ascoltandomi ridesse.
Essi si sono limitati a constatare che ero un artista nelle simpatie del pubblico, perciò bisognava imitarmi. Per esempio: un mio fischietto suscitava ilarità... E, allora, cosa hanno fatto? Di quei fischietti ne hanno fatti dieci, venti, cento... convinti di far ridere, così, dieci, venti, cento volte di più, e credendosi, perciò, di molto superiori a Petrolini.
Una volta, senza esser notato, mi procurai il martirio di vedere il comico Guido Riccioli nella imitazione, di una mia parodia di guappo napoletano.
Non vidi altro che gesti ortopedici, marionettistici, non udii altro che grugniti, peti, fischi: insomma mille inconcludenti e volgari atteggiamenti; tanto che, uscendo dal teatro, pensai che se io fossi stato come mi aveva riprodotto il Riccioli, non mi sarebbe rimasto - per ultimo rimedio - che morire.
Avesse, il Riccioli, menomamente pensato che in quella parodia del Guappo io intendo fare la sintesi dell'esuberanza, del temperamento meridionale!
Gli scrissi una lettera, indignatissimo. Ora, grazie al ciclo, il Riccioli si è dedicato completamente all'operetta, e credo abbia abbandonato l'idea delle imitazioni.
Ho assistito anche alle mie imitazioni eseguite da Luciano Molinari, Fioravanti, Spadaro, Catoni, Corradi, Lubrani e da molti altri artisti di cui taccio il nome... per carità di patria!
Tra i miei imitatori il meno urtante ritengo sia stato lo Spadaro, che si servì della mia maniera per conquistare le simpatie del pubblico, ma poi, ascoltando un mio consiglio, ha avuto la buona idea di cambiare indirizzo, eseguendo repertori di sua creazione.
Scuso, in parte, il Molinari perché è stato veramente il creatore del genere... diciamo così.... imitativo. Da principio si limitava ad imitare artisti drammatici; poi estese il suo repertorio facendo l'imitazione di artisti di varietà; e questa fu una vera disgrazia per lui e per i poveri imitati!
Infatti dal Molinari presero forma il Riccioli, il Fioravanti, il Manara e la coorte degli imitatori di fama minore.
Ora io penso che, dato la chiara intelligenza di Luciano Molinari, sarebbe ora che la smettesse anche lui con queste pappagallesche imitazioni che per me hanno così scarso valore artistico.
Da "Abbasso Petrolini!"
Da "Abbasso Petrolini!"
Penso questo anche perché al Molinari non mancano i mezzi e le qualità per creare qualcosa di più soddisfacente per lui e per il pubblico che veramente lo comprende ed apprezza.
In conclusione, il mio imitatore, in genere, non ottiene che l'effetto di distruggere il significato, e quindi l'efficacia comica della mia trovata.
I miei imitatori hanno pure messo in circolazione il famoso Petrolini dalle porcherie senza economia.
Io non sono, né vorrei essere, un castrato sia nella vita come nel teatro. Non sono niente affatto del parere che non si debba dire una battuta sol perché è licenziosa. Io mi astengo dal dire una battuta, solamente quando essa non è umoristica. Ma se è umoristica la dico anche se salace.
E, d'altronde, non concepisco il perché proprio io, e solo io, dovrei mettermi, quando recito, quella ingombrante museruola di fiori d'arancio, bandita ormai ufficialmente da tutti i teatri comici e seri, frivoli e gravi, e di tutti i tempi e di tutti i paesi.
Senza tener conto delle oscene pochade straniere recitate dalle compagnie italiane più reputate, e senza tener conto del cinematografo che fortunatamente è all'oscuro, ragione per cui non si vede mai arrossire nessuno...
Oso affermare che nessun comico di tutto il teatro Italiano rinuncia al lazzo salace, quando vi trova l'effetto umoristico.
Oso, anche, aggiungere che io, in palcoscenico non dico mai una vera e propria cosa illecita, perché, se è necessario, so farla comprendere senza dirla. E questo si chiama buon gusto.
Ed è, precisamente, quel buon gusto che manca a tutti i miei imitatori; i quali, per far capire un mio motto licenzioso, hanno bisogno di pronunciar apertamente il doppio senso e poi di sottolinearlo, poi di ripeterlo, poi d'infiorarlo e poi di tornarci saprà, ancora... e così via sino alla nausea.
Non prego i miei imitatori di mettersi una mano sulla coscienza perché, sono sicuro, troverebbero sporchettina anche quella!