Ettore Petrolini, da "Scenario"
Ettore Petrolini, da "Scenario"
La mattina seguente fui svegliato dagli urli bestiali di Rondoni che, venuto a casi mia, dimenandosi tutto e con una meravigliosa faccia di Budda, sbraitava: - Stamattina sono stato chiamato dal brigadiere dei Carabinieri per causa di questi maledetti comici... Che razza di compagnia di malviventi è questa? Che gente siete? maledetto quando vi ho dato ascolto! Non metterete più piede nel mio locale! Vergognatevi!
Io ascoltavo, trasecolato, quell'energumeno.
Che cosa era successo? La padrona di casa era stata a spiarci per tutta la notte: e nel lavoro che feci con Rapisardi, per i manifesti, intravide e fantasticò chissà quale reato: furto, incendio, congiura, spiritismo e tutto ciò che può immaginare una paesana ignorante, e malintenzionata al riguardo dei commedianti.
La padrona, all'alba, si era precipitata dal brigadiere dei carabinieri a confidare le sue paure.
Alfine non intesi più urlare Rondoni, ma me lo vidi davanti al letto insieme col brigadiere, il quale - con un sorriso ironico e di commiserazione - disse: - Vediamo di farla finita, adesso. Qui non siamo a Roma, caro il mio Petrolino... qui bisogna rigar dritto... se no vi faccio filare io! - e volgendosi al Rondoni: - E tu che speravi da questi morti di fame? Lazzeroni!
Io mi consolai perché, benché avessi appetito, non ero ancora morto!
Di certo il brigadiere aveva capito l'equivoco della padrona di casa, ma non volle riconoscerlo.
E la peggiore offesa che mi fece fu quella di chiamarmi Petrolino. Lo stroppiamento del mio nome è una cosa che non ho mai potuto tollerare.
La sera, al debutto, venne il diluvio universale: vento, pioggia, tuoni! A questo si aggiunsero le sghignazzate dei ragazzini arrampicati isn di un tavolato, presso l'entrata del teatro, le ire di Rapisardi contro il comico Leprini che si era permesso di bucargli una scena per fargli una sparizione, i lamentii della maestra alla quale il vento portava via i fogli di musica, da sopra il pianoforte...
Tutto andava a rotta di collo!
Randoni arrivò al punto di negare un caffè alla moglie di Rapisardi; Rapisardi accusava Leprini di portare scarogna (iettatura); Carlino Longo urlava: - Dove mi avete portato? - e pensava alla responsabilità che si era assunto conducendo con sé la maestra...
In conclusione: una vera bolgia!
Solo io rimanevo con l'animo tranquillo. Chissà perché?
Il pubblico intervenuto allo spettacolo - una quarantina di persone, alcune con l'ombrello aperto, altre rifugiate sotto una specie di chiosco - era in attesa.
Da "Abbasso Petrolini!"
Da "Abbasso Petrolini!"
Fortunatamente la pioggia accennava a diminuire.
La Maestra, per trattenere il pubblico, eseguiva dei pezzi al piano nella speranza, anche, di attirare qualche nuovo spettatore. Chi protestava erano i ragazzi arrampicati sul tavolato. Il pubblico era tranquillo, musone, come imbalsamato.
La pioggia cessò e ciò valse ad uccidere un poco quella musoneria diffidente.
Io non vedevo l'ora di eseguire il mio numero...
Lo spettacolo cominciò, fra un successo di sberleffi e di gioia paesana. Il successo veniva decretato dai soliti monelli che il Rondoni non voleva restassero sul tavolato, e che poi, fu costretto a far entrare gratis, ottenendo così due cose: eliminazione del chiasso e maggio numero di pubblico in platea.
Venne, alfine, la volta del mio numero. Eseguii il Cel Cocò (e questa volta, senza cadere). Alla fine della macchietta: urlo selvaggio dei ragazzi, qualche picchiettìo dei bastoni sulle tavole e qualche applauso. Notai che la moglie del Rondoni andò a sedere in platea per vedere la seconda macchietta. Il brigadiere, da lontano, mi sorrise, e lo stesso Rondoni venne in palcoscenico e mi disse: Bravo! Arifalla!
Eseguii, per seconda macchietta, il Cervello, poi ripetetti il Bel Cocò, che ottenne un successo ancora maggiore.
Appena ultimato il mio numero, scesi in platea per degustarmi il successo ed assistere alla seconda parte del programma.
Uno spettatore - con un certo interessamento - mi chiese: - Scusi, in che teatro ha lavorato a Roma?
Questo fu, per me, il mio grande, il mio vero successo.