Ho caricato i 26 filmati girati e trasmessi da TelePadre Pio, relativi alle raccolte bibliografiche presenti nel santuario di s. Matteo a S. Marco in Lamis.
Il direttore di allora era p. Mario Villani.
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Ugo Ojetti, Corriere della Sera, Milano, 28 Marzo 1922.
Cose viste
20 marzo. - Petrolini, in marsina, ha fatto l'ultima piroetta, ha lanciato l'ultima facezia. L'orchestra s'è taciuta, di tronco. Impalato, serio, premendosi il cappello a cilindro sul ventre, Petrolini alza il naso a becco, spalanca i grandi occhi neri, e sillaba la sua presenza: - Più stupido di così si muore.
Il pubblico applaude, applaude, applaude. Petrolini gli ha già voltato le spalle e se ne torna tra le quinte, a piccoli passi, impettito.
Dice il Giovio nella vita di Leone decimo:

"Erat enim Bibiena mirus artifex hominibus aestate vel professione gravibus ad insaniam impellendis. Era il cardinal Bbbiena un artista mirabile nello spingere alla follia, gli uomini gravi per l'età o la professione loro".

Ugo Ojetti
Ugo Ojetti
E a mascherare così la ragione da follìa e la follìa da ragione, lo aiutava beato, il Papa fiorentino. Bisogna, per godercelo bene collocare Petrolini nella tradizione, tra messer Dolcibene e il Gonella, tra il pievano Arlotto o il cardinale Bibbiena, e gli altri tanti nomini, come si diceva tra il tre e il quattrocento, piacevoli: piacevoli ma amari, giullari ma distruttori, con una punta di cinico, che non tanto si perdevano a correggere ridendo, quanto si divertivano a pungere i sentimenti più svenevoli e gli ideali più lucidi e rotondi per vedere che vento ne uscisse. E si fingevano tonti non tanto per difendersi, così rannicchiati, dall'ira dei beffati, quanto per aumentare il contrasto tra la piccolezza di chi lanciava il dardo e la grandezza del bersaglio: il contrasto, cioè, alla fine, il riso. Il segno che messer Dolcibene, andando pellegrino addirittura al Santo Sepolcro, volle lasciare della valle di Giosafatte per ritrovarlo il giorno del giudizio universale e non affogar nella calca, leggetelo nel Sacchetti, perché nemmeno Petrolini in scena ve lo potrebbe dire. Se quel gesto l'avesse trovato un inglese, gli storici della letteratura avrebbero fatto nascere in quel luogo sacro e fecondo la pianta dell'umorismo. Ma si trattava d'un italiano...
Non voglio schiacciare Petrolini sotto il peso dei confronti. Una volta, quand'egli era ancora ragazzo e si produceva al Concerto Gambrinus in piazza Termini per quattro lire a recita, l'impresario stampò sul manifesto: Petrolini buffone. Non so se Petrolini se ne offese. Se mai, ebbe torto. Quell'impresario gli restituiva con una parola la nobiltà della prosapia, antica di secoli. Intanto è certo ch'egli romano rientra, a modo suo, nella discendenza degli umoristi romaneschi che va dal Belli al Pascarella, da Trilussa a Gigi Lucatelli. Sotto un suo ritratto Lucatelli scrisse questa dedica un pò lambiccata ma giusta: Caro Petrolini, te voglio tanto bene perché m'hai fatto patì un sacco de piacere. A quest'attore manca una espressione scritta, letteraria, definita, catalogabile: spesso c'è solo la materia greggia che egli, sera per sera, rimodella, raffina e ravviva. Ma anche per questo dà un gran gusto il guardarlo, ché si assiste alla nascita stessa d'un umorismo bifronte, ilare nella tristezza, triste nell'ilarità.
Ettore Petrolini: dedica di Benito Mussolini
Ettore Petrolini: dedica di Benito Mussolini
Certo, quattro o cinque secoli fa, la celia, la beffa, la parodia erano più facili perché il pubblico d'un uomo piacevole e d'un giullare era ristretto, una corte cioè intorno al suo signore del quale si conoscevano e rispettavano i gusti, le antipatie e le antipatie. Oggi, a teatro colmo, Petrolini si trova, davanti mille o duemila padroni, ognuno col suo cervello, i suoi guai, il suo partito, le sue speranze. Egli, tempista perfetto, va cauto, passetto passetto, come dice, un colpo a don Sturzo, un colpo a Lenin: - Scrivo in Russia, - minaccia, quando nell'Accordatore il pescecane lo allontana dalla sua mensa, ma alla seconda ripulsa annuncia tragico: - Chiamo i fascisti. - Qui è ancora farsa. Ma quando d'un tratto egli allunga il collo e si pianta di fronte al pubblico e gli chiede, nell'Ottobrata: - Vi pare bella cosa ridermi in faccia? Vi rido in faccia, io a voi altri?
- il pubblico tituba, vede balenare dietro la maschera un volto (o un'altra maschera?) che lo turba. Quale è il vero volto di carne e d'ossa? Un attimo: Petrolini richiude d'un colpo lo spiraglio, ride scemo, ordina: - Chi vuol ridere, vada fuori. - E tutti ridono, rasserenati dopo un brivido di dubbio.
In fondo egli non ama il suo pubblico. Direi che l'ama ma non gli vuol bene, come in certi matrimoni tutti slancio d'amore, senza affetto e senza stima. Prima, la povertà e la solitudine "perché io non so' nato, come tutti stì figli de mamma, dentro a un manicotto"; più tardi la risata del pubblico soltanto al lazzo marchiano (e gliene ha regalati, questo romanaccio generoso, in ventidue anni di lavoro) e la sconoscenza di tutti, pubblico e critica, per questo suo gioco sospeso tra il disperato e il comico, tra il doloroso e l'idiozia, tra la risata contro il pubblico e la risata contro se stesso. Ma questo velenuccio che, più passan gli anni, più egli si rimastica e si gode come se fosse zucchero, è oggi la sua forza, una forza da arrotare e da aguzzare ancora, ma già resistente e tagliente.
Per farla riconoscere dal pubblico Petrolini s'è dato al tragico francamente: al tragico popolaresco, dialettale di qualche atto unico, dopo il quale egli sa che il pubblico scorgerà più chiaramente le due faccie d'un tipo o d'una "macchietta" come il Sor Capanna o Gigetto er bullo o la Canzonettista alla moda, d'una parodia come l'Amleto o l'Otello, il Faust o il Paggio Fernando.
Anche in queste parodie egli rientra, senza saperlo, in una tradizione secolare e nostrana, raggiungendo di là dal personaggio parodiato la beffa dei sentimenti stessi che quel personaggio simboleggia per tutti noi e suscita in tutti noi. La breve parodia dell'Amor mio non muore, con quelle fontane di lacrime e smorfie e gemiti o contorcimenti e sospiri, con l'accasciamento e il singhiozzo finale, il volto nascosto nelle due mani, vale i tre atti d'un melodramma, perché li annulla con un solo schiaffo e li ricerca con un grido solo.
Pirandello ha mai veduto Petrolini? E se l'ha veduto, perché non scrive qualcosa per lui?