Raffaele Cera
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Prefazione di Joseph Tusiani
Dagli stessi neri volatili in continua ridda festosa davanti alle campane da anni mute la risposta non l’avremo mai, ma queste foto di Michele La Riccia potrebbero farcela indovinare.
Sono foto scattate “dal tetto del Campanile”. Ma che vuol dire questo titolo, che sembra facile e piano, ed è invece difficile e misterioso?
Immaginatevi questo Michele La Riccia che, nelle prime ore pomeridiane di una qualsiasi giornata estiva, riesce a strappare ai lavoratori addetti al restauro del Campanile, da lungo tempo recintato, il permesso di salire su su fino al tetto della torre campanaria, e, in quell’ora insolita, nella canicola che brucia, riesce finalmente a toccare la cima, munito di una piccola telecamera che tradisce lo scopo della sua scalata: fotografare una San Marco nuova da un punto fermo nuovo, direi sacro. Sì, proprio il tetto del Campanile, il dettaglio architettonico più noto e venerando che, pur nel miserevole stato in cui oggi appare, continua ad essere l’attrattiva maggiore del nostro panorama.
Abbiamo così questi “13 click” che fan subito pensare ai tredici scatti rapidissimi e quasi furtivi, con cui il La Riccia coglie, e assicura ai posteri, questi angoli impensati, e del tutto inediti, della nostra Città.
Esaminateli bene. Sembrano, a prima vista, non affatto dissimili dascorci o particolari osservati in altre foto; ma la sorpresa viene con la seconda visione. Passando da click a click, notiamo, per esempio, antistante all’Edificio Balilla, un viluppo di tetti mai prima fissato da altri fotografi; una Piazza Oberdan non altrimenti fotografabile; la parte frontale della vecchia Chiesa di San Giuseppe per la prima volta vista dall’alto; il Convento di San Matteo che, anche per la prima volta, come una provvida chioccia, sotto le sue ali protegge pa parte nuova e la parte vecchia (o inferiore) del nostro paesaggio; di nuovo una Piazza Oberdan mai prima vista dall’alto del Campanile; il verde accogliente e quasi irreale, del Villino Serrilli che dà al panorama un fiabesco accento di grazia; e una spettacolare veduta aerea dell’ingresso della Villa Comunale fino a Piazza Europa, con scorci di Via La Piscopia, Via Amendola, Via Marconi e Piazza della Repubblica; l’intera Villa con pozzo antistante; l’intera Via Palude con tutto “Fore lu Puzzeranne” ad essa congiunto; Piazza Padre Pio con giardinetto centrale e sedili laterali; il complesso scultoreo del monumento a San Pio colto nel delicato della sua recintura; l’intero Palazzo Badiale con la scalea di accesso e senza intralcio di case che ne diminuiscano la solennità; e, finalmente, una veduta globale di tetti e comignoli che ricordano la San Marco di un tempo e sono invece la San Marco di oggi.
“13 click”?
Direi piuttosto tredici atti di riverenza verso la nostra città da parte di un fotografo audace che dalla sua minuscola telecamera ha saputo estrarre non una ma tredici indimenticabili meraviglie.
Joseph Tusiani.
San Marco in Lamis, 16 giugno 2007
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11 – Vurria tene'
Recitata da Nardella Angela. 14 versi suddivisi in distici con rima irregolare. Si tratta di un canto chiaramente lacunoso nel quale fanno spicco alcuni elementi stilistici, come talora la ripresa all'interno del distico.
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Brano eseguito da Festa, Farina e Folk |
La mamma mia non me marita apposta (bis)
pe non luua' lu sciore dalla funestra.
Tegne nu iarofene a meze a cente fronne (bis)
la megghje fronne ce l'ha purtata lu vente.
Vurrìa tene' 'na cammera e 'na cucina (bis)
'na funestrella all'onna dellu mare.
Vurrìa teneè 'na cammera sotta terra (bis)
li pince d'ore e li matune de ferre.
Vurrìa tene' nu zite ricche ricche (bis)
li cašcavadde e li presutte appise.
Tegne 'na mamma e 'n'ata ne vurrìa (bis)
vurrìa la mamma dellu nínne mia.
Se me da' a figghjete, ije te chiame mamma, (bis)
se no, te chiame lacifera dellu 'mperne.
Vorrei tenere. La mamma mia non mi marita apposta per non togliere il fiore dalla finestra. Tengo un garofano in mezzo a cento foglie la foglia più bella se l'è portata il vento.
Vorrei tenere una camera e una cucina una finestrella in riva al mare. Vorrei tenere una camera sotto terra le tegole d'oro e i mattoni di ferro. Vorrei tenere un fidanzato ricco ricco i caciocavalli e i prosciutti appesi. Tengo una mamma e un'altra ne vorrei, vorrei la mamma del bambino mio. Se mi dai a tuo figlio, io ti chiamo mamma, se no, ti chiamo la diavola dell'inferno.
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10 - Ched’è Mariuccia
Recitata da Martino Vincenzo. 18 versi, settenari e ottonari, suddivisi in quattro strofe più una quinta che manca del secondo distico. Lo schema è quello tipico del canto lirico meridionale, e cioè ABBC, con i primi tre versi piani e l'ultimo tronco. La rima è per lo più regolare. Il testo, come si può notare agevolmente, risente di una elaborazione che utilizza ampiamente la lingua italiana.
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9 - Ascigne, Nennella, ascigne
Recitata da Battista Michele. 12 versi settenari ed ottonari divisi in tre quartine. Lo schema del tipo ABBC con i primi tre versi piani e l'ultimo tronco fa accostare il canto al genere del contrasto lirico diffuso soprattutto nell'area meridionale.
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Brano interpretato da Festa, Farina, Folk |
- Ascigne, Nennella, ascigne,
ascigne nu. poche alli scale,
e cu' lu lume 'mmane
vine a parlaje cu' me.
- No, non pozze ascegne,
sta mamma resbegghjata,
e quanne mamma ce addorme
i' vegne a parlaje cu' te.
- A punte de mezanotte
Nennella tu m'ha' 'ntise
sta scritte 'mparavise
sola non ce pu' sta'.
Scendi, Nennella, scendi. - Scendi, Nennella, scendi, scendi un po' alle scale, e con il lume in mano vieni a parlare con me. - No, non posso scendere, sta mamma sveglia, e quando mamma s'addormenta io vengo a parlare con te. - In punto di mezzanotte Nennella tu mi hai inteso sta scritto in paradiso sola non ci puoi stare.
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7 – La bella Cecilia
Recitata da De Cata Lucia. 48 versi di varia estensione con prevalenza di settenari ed ottonari. Rima molto irregolare. La struttura della canzone, per quanto corrotta in taluni punti, è simile a quella che si è avuta nell'area centro-meridionale, e cioè presenta la suddivisione in quartine con i primi tre versi piani e l'ultimo tronco. Anche per il contenuto non vi sono differenze di rilievo rispetto alle altre versioni meridionali (si veda al riguardo l'ampio studio del Bronzini, op. cit.).
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Otello Profazio - La bella Cecilia |
Santa Cecilia mia
te' lu marite carcerate
e senza male affaje
e lu marite carcerate sta.
- Sinte, Cecilia, sinte
sinteme 'na parola
e va dallu capitane
se me vo' fa' asci' a libertà.
- Sinte, mio capitane,
che ha ditte lu mio marite
se lu vu' fa' asci' a libertà.
- Sinte, Cecilia, sinte
di' a lu tuo marite
se vi' a durmi' 'na notte quaje
e po' asci' a libertà.
- Sinte, mio care marite,
che ha ditte lu capitane
se dorme 'na notte ddà
e la pu' ave' la libertà.
- E sinte, Cecilia, sinte
se iè pe 'na notte sola
pu' i a durmi' a 'na bon'ora.
- Sinte, mio capitane,
che resposta m'ha date lu mio marite
se ie pe 'na notte sola
pozze durmi' a 'na bon'ora.
E punte de mezanotte
ietta nu gran suspire
e ched'è, Cecilia mia,
pe questa notte non me fa' durmi'.
E ce mena a lu pertone
vede lu marite 'mpise a lu balcone.
- E sinte, mio capitane,
m'avete ben tradite
e m'avete luuate l'amore
e anche la vita, lu mio marite.
- E tu, Cecilia mia,
e non te scumpedanne
e princepe e cavaliere
quidde so' tutte marite a te.
- E i' non vogghje princepe
e nemmene cavaliere
i' voglie sule la fede
quella che m'ha dunate Dì.
Vurrìa 'na meza sciabula
'na meza carabbina
e ne facerrìa 'na destrutta
e de tutte quest’assassine.
La bella Cecilia. Santa Cecilia mia tiene il marito carcerato e senza aver fatto del male il marito carcerato sta. - Senti, Cecilia, senti sentimi una parola e vai dal capitano se mi vuole far uscire in libertà. - Senti, mio capitano, che ha detto il mio marito se lo vuoi far uscire in libertà. - Senti, Cecilia, senti di' al tuo marito se vieni a dormire una notte qua e può uscire in libertà. - Senti, mio caro marito, che ha detto il capitano se dormo una notte là e la puoi avere la libertà. - E senti, Cecilia, senti se è per una notte sola puoi andare a dormire a una buon'ora.
- Senti, mio capitano, che risposta mi ha dato il mio marito se è per una notte sola posso dormire a una buon'ora. E al momento della mezzanotte getta un gran sospiro e cos'è, Ceci- lia mia, tu questa notte non mi fai dormire. E si butta giù al portone vede il marito impiccato al balcone. - E senti, mio capitano, m'avete ben tradita e m'avete tolto l'amore e anche la vita, il mio marito. - E tu, Cecilia mia, e non ti preoccupare e principi e cavalieri quelli sono tutti mariti a te. - E io non voglio principi e nemmeno cavalieri io voglio solo la fede quella che mi ha donato Dio. Vorrei una mezza sciabola una mezza carabina ne farei una strage di tutti questi assassini.







