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Ettore Petrolini
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Mario Tobino, Sulla spiaggia e al di là del molo, Oscar Mondadori Cles (TN) 1978, pp. 158-174

Petrolini all'Eden

Ettore Petrolini
Ettore Petrolini
Fino all’incirca al 1930 c'era a Viareggio un teatro di nome Eden. Aveva l'ingresso sulla Passeggiata, davanti ai neri lecci di piazza D’Azeglio.
Il dorso del palcoscenico toccava la rena; quando c'era mare grosso le spume bianche delle onde ogni pochi attimi lo infiocchettavano. Era, si può dire, un teatro fatto di niente, di quel genio marinaro che si affida all'aria e ai pavesi, che ignora l'architettura e incosapevolmente la incontra nelle indispensabili travature. Il murmure del mare lo frequentava amichevolmente. Era un teatrino di color grigio, senza pareti laterali, vivo soltanto durante la stagione estiva; l'esile tetto era sorretto da colonnine.
Il proprietario dell'Eden era il cavalier Morandi, che quando io l'ho conosciuto era un agile vecchietto dal gilet bianco; aveva gli occhiali, attaccati a un cordoncino nero alla giacca di alpagà, che gli dondolavano sul petto.
Il cavalier Morandi, viareggino nato in piazza del mercato vecchio, d'estate si muoveva come un provetto ballerino tra uomini che erano celebri in Italia e avrebbero potuto esserlo in tutto il mondo; qualche volta perfino, con una sua precisa dignità e vivezza, li consigliava, da persona più esperta, sulle comuni cose della vita.
Poi, negli interminabili mesi invernali, Morandi ripiombava nell’oblio, e c'è senza dubbio un mistero a Viareggio dove s'incontrano uomini che si comportano senza nulla del borghese, totalmente disdegnosi di trite e meschine aspirazioni, uomini lieti di ogni internazionalità e, appena finita la stagione, calati gli ultimi giorni di settembre, ritornano paesani, bevono la sera il ponce al caffè della cantonata, con lo stesso precedente interesse sono attenti alle vicende del giorno; e a così fare si senton felici.
Il teatro Eden oggi non esiste più, o cioè si è trasformato. Lina volta era una ragazza che faceva sognare, una gentile selvaggia che si piega e contrasta il vento come una spiga di grano; oggi è una matrona dai grassi fianchi.
Ettore Petrolini
Ettore Petrolini
Ma, in verità, quel teatro con le sue aeree colonnine, il cavalier Morandi, i giochi delle onde, i murmuri del mare diventavano davvero palpitanti perché a ogni stagione vi recitava Ettore Petrolini, in tal modo grande mimo che l'estate viareggina, nella mia memoria, si immiedesima alle sue trasformazioni, a quella voce di v[i]olino adatta a dire ogni diverso sentimento.
Si presentava alla ribalta e dominava, spiegava, imponeva. Si presentava in Gastone, il volto incipriato. Il mento, le mandibole, le guance si affilavano in uno smalto esangue, in un patetico di morte; due lampioni gli occhi brunati, i quali dicono ogni sentimento, frangono tutte le malinconie della vita, le malinconie di un tempo che sa di non essere glorioso, eppure, in accalorato segreto, ardentemente vorrebbe esserlo.
Petrolini fu un attore superiore alle circostanze, vissuto in un periodo nemico, ma tale la sua virtù, cosi virtuoso il suo appiglio che un bambino che l'ascoltava poteva da lui indovinare chi erano Plauto e Terenzio, quanto si era divertito Aristofane a sospendere Socrate in un corbello, a beffeggiare lui e la sua squadra.
Soltanto la poesia è capace di cullare l'anima degli uomini, al di fuori di questa è tutto un ridere disperato, non contano né papi né capitani; nessun filosofo ci può dire perché siamo venuti su questo mondo e dove andremo dopo che siam morti.Petrolini, fossero pure gli spettatori dei cinici, degli ignoranti o dei volgari, comunicava con quella parte della loro anima che era rimasta celeste, toccava quello spiraglio di salvezza, spiegava perché anche i pessimi hanno le fattezze di uomini. Intorno alle sue spalle, mentre recitava, c'erano gli dei, scesi dal buio del cielo, che si divertivano, gli suggerivano, scherzavano, per mezzo suo frustavano i filistei.
Petrolini espresse il patetico della morte, il surrealismo, l'intimismo, ricordò l'esistenza della satira in piena fascistica ignoranza, tradusse la grande e inalienabile eredità dei latini, il paesano buon senso, le radici come ce l'ha una pianta.
Ormai io parlo di scheletri. Petrolini È sconquassato di ossa, soltanto nella memoria rivestito del frac di Gastone; Morandi, il proprietario dell'Eden, è nella stessa condizione; un corteo di altri, in questa storia di Viareggio, gloriosi marinai che sfidarono il mare, calafati che muovevano l'ascia come un leggero compasso, sono ormai anonima polvere.
Ettore Petrolini
Ettore Petrolini
Il mio desiderio è ricordare una Viareggio scomparsa a coloro che oggi hanno il sorriso della gioventù e sono avvinti dalla credenza che quel loro stato sia immortale, eterno il felice presente. Il mio compito, oggi che ho i capelli diradati, il cuore spesso affannante, le palpebre che tendono ad abbassarsi e dimostrare a quelli anziani come me di non essere passati invano, e nello stesso tempo indicare ai giovani quanto è sacra la vita.
Petrolini fu all’Eden imperatore e, dopo di lui, a diverse paràsanghe, eppure di una sua leggiadria, di una affettazione da granducato toscano, ci fu Odoardo Spadaro.
Petrolini fu l’aedo del nostro tragicomico tempo. Spadaro cantò le canzoncine che, criticabili allo specchio della passione morale, si fanno ascoltare perché gorgogliano una grazia, spronano il popolino a sorridere e pazientare. Le canzoncine di Spadaro non conoscevano la satira e neppure l'ironia, richiamavano un generico sentimentalismo, bisticci e sereni tra fidanzati, l'amore per Firenze, versavano una lacrimuccia di tenerezza, e non si compromettevano in nulla, tanto più con l’autorità costituita. Spadaro si rivolgeva al popolino di Firenze, Petrolini parlava a tutti.
E anche di fisico i due attori erano differenti. Spadaro era alto, biondo, elegante, slanciato, sempre sorridente, “alla moda", scapato ragazzone di buona famiglia. Petrolini era un carrettiere, uno di Trastevere, un plebeo romano che nato ai tempi dei Cesari avrebbe potuto tenere in mano la daga come una forchetta; un plebeo cosi sottile che parlava come un signore: Io, bambino, per Petrolini scappavo di casa, mi mettevo nei posti popolari, le suole delle scarpe sul ghiaino, ai lati delle poltrone, ed ero così attento, cosi avvinto come una foglia d'albero, leggera sul gambo, batte le palpebre per ogni avvicinarsi al sospiro del vento.

Petrolini faceva le narici profumate di Gastone, il Giggetto ribelle di pianto, la spietata satira di Mussolini con la veste di Nerone, indicava la paziente tragedia nel Cortile, con I salamini prendeva per mano lo spettatore e lo conduceva nei cieli della disalberata anarchia.
Aveva una voce capace di passare dalla più lieve delicatezza, da un patetico accento al grido della popolana al mercato quando urla che i carciofi più belli sono i suoi e tutti, venditori e compratori, si rivolgono a quel suo richiamo che è più forte dell'interesse.
Petrolini ogni sera recitava una commedia di tre atti dove aveva di gran lunga la parte principale, ma era dopo, finito il regolare spettacolo, che diceva la parte più bella di se stesso.
Il velluto del sipario, dopo i tre atti, si chiudeva; c'era l'intervallo. Gli animi invece di distendersi, prepararsi al sonno, si accingevano ad ascoltare e vedere con più intensità.
La mezzanotte aveva già battuto i suoi colpi. L'Eden si faceva silenzioso come in inverno quando il freddo tramutava in spettro ogni poltrona.

Ettore Petrolini
Ettore Petrolini
Si udiva il fervore di un campanello. Il sipario si riapriva. I riflettori erano pronti a riempire di luce un punto del palcoscenico.
Ancora per diversi secondi non succedeva nulla. Il fondale, le quinte attendevano un personaggio, il ronzio del silenzio desiderava una voce che lo facesse vivo.
Gastone usciva dalla quinta di sinistra. Era vestito col frac, funebre di lucido nero, la pettorina bianca inamidata, le scarpe morbide di lucida pelle, galosce di un grasso pesce di fiume; il cilindro infossato sulle tempie. Entrando nella luce si infilava un guanto "biancolatte", al quale, dall'orlo del polso, ne penzolava un altro, metafisico impiccato.
Il volto di Gastone era marmorizzato di un pallore notturno, alzava la prua del naso verso l'orizzonte, le palpebre velate si chinavano falsamente pudiche. Dal cuore di Petrolini, cosciente e abbandonato, iniziava l'esalìo di un violino, annunciava il maledetto tempo.
Gastone era il ritratto del dopoguerra italiano, il bellimbusto ignorante avido di piaceri, deciso a rifiutate il lavoro, adoratore di un'infingarda burocrazia, eroe della vacuità, del disprezzo verso ogni nobile sentimento, derisore di quei giovani che ora ridevano nei cimiteri di guerra. Era anche il lazzarone, la misura della nessuna dignità a cui si era giunti, il segreto emblema di una classe dirigente.
A questo personaggio Petrolini dava ogni sillaba, lo diceva e nello stesso tempo lo criticava, e ancora di più, lo cantava, gli dava un accento per tutti i tempi, grande attore che ogni vicenda, a sua insaputa, con istantanea genialità, trasfigura. Petrolini in Gastone svelava ai contemporanei come davvero stavan le cose.
Del resto il suo successo di attore fu dei più contrastati e disumani. Lo intendevano e lo odiavano, e ancora oggi molti di coloro che l’hanno udito, che ne sono stati turbati, lo vogliono vedere come un pagliaccio, un innocuo personaggio del varietà.
Gastone, il volto di cadavere incipriato, usufruiva della limpida dizione, della esatta struttura, della perfetta pronuncia, di un perfetto controllo musicale, per manifestare il marcio romanticismo, ogni più turpe sentimento.
Petrolini stava avvicinandosi ai lumi della ribalta, la luce elettrica picchiettava ogni spazio bianco e nero del frac, del volto, delle mani.Procedeva facendo uno speciale balletto, si muoveva come uno che al posto del cervello ha una pallina di vetro e gli piace con i movimenti del cranio sentirsela muovere dentro; i suoi gesti avevan della cera che si liquefà e insieme la secca articolazione di un burattino; quel passo di danza aveva anche dell'oltre tomba, ricordava l'Indifferente di Watteau, ma senza amori e foreste, con un tarlo che da tempo lo ha roso.
Interrotto il balletto Petrolini, con quella sua voce capace di viaggiare rigidamente nella stessa nota pur snodandosi, variando, raggiungendo ogni estremo, cominciava:
Gastone, artista cinematografico, artista dei variété, danseur, frequentatore dei bals tabarins, conquistatore di donne a getto continuo. uomo che emana fascino.
È una satira afferrata al bell’attore fotogenico, affranto, comparire, vuoto, senza orrore di se stesso.
E iniziava il canto. Giocava con la corda più acuta, ripeteva due o tre volte la parola Gastone e poi c'erano i versi, di cui darò qualche inutile esempio poiché è impossibile narrare un attore, fenomeno irripetibile, genio soltanto davanti al pubblico, quasi a sua insaputa, un momento prima e un momento dopo più nulla; Petrolini era un violino che con la morte si è rotto.
Il primo verso diceva: Gastone, sei davvero an bell’adone. Un altro, detto da quel volto simile a un’aquila malinconica, era: Bice, solo io la fo felice, e un altro, dove c'era il rifiuto di ogni ideale, l'altare della vacuità, l'eroismo di non avere alcuna emozione: Gemma, ama solo la mia flemma, la soddisfazione di essere un manichino; e poi una bonaria constatazione di Petrolini sullo stesso Gastone: Bello, non ho niente nel cervello.
Ed ecco una fuga di versetti:

Sono sempre ricercato
per le filme più bislacche,
perché sono ben calzato,
perché porto bene il fracche…

Ettore Petrolini
Ettore Petrolini
In quel sono ben calzato la miseria italiana, i borboni, i baroni, i napoletani, il primo paio di scarpe, il parente poliziotto, il primo gradino raggiunto per staccarsi dalla plebe: possedere un paio di scarpe uguali a quelle del secolare padrone.
Finito il canto con il richiamo di Gastone! Gastone! Fatto dall'acuminata lingua viperina e incantatora, cominciava il parlato, nel quale il personaggio illustrava la sua amata nullità.
Pacatamente spiegava il sublime dell'imbecille, lo stagno che si raggiunge con la assoluta mancanza di morale, il nulla che produce un ilare sgomento, e Petrolini era così bravo che mentre illustrava Gastone nello stesso momento lo ironizzava, si insinuava tra le sue parole, con lo stesso musicale accento della voce ne dava il giudizio sì che il personaggio ne usciva più limpido, lo spettatore lo beveva con più gusto.
Alla fine riprendeva il canto, che si faceva più patetico, un uccello nero che apre le ali verso l'ultimo volo, una suprema macabra eleganza.
Poteva accadere che in quel manifesto con le parole rossastre, che annunciava all'Eden la compagnia di Ettore Petrolini, manifesto che io adolescente mi rapivo a leggere quasi contenesse un gaudioso mistero, una novella di benessere che avrebbe abbeverato e dato ordine alla mia furente fantasia, poteva accadere che in fondo ci fosse scritto. "E, dopo Gastone, Petrolini canterà I salamini”.
Allora, quella sera - io attentissimo a non perdete un attimo della magica rivelazione, a bere ogni goccia di un calice così nuovo e inebriante - Gastone era scomparso dalla scena.
Il sipario era rimasto aperto, i riflettori continuavano a ronzare perforando l'aria con una luce irreale.
Nelle pupille degli spettatori ancora si muoveva la maschera emaciata di Gastone, ondeggiava l'ala nera dei suo frac, ancora udivo l'esalìo del violino che accompagnava il segreto pianto di Petrolini per quel suo personaggio.
Ma è virtù del grande attore trasportare all’improvviso da un mondo all'altro, costringere alla propria volontà, far volare in un baleno, con la sola presenza fisica, in un diverso continente.
Ettore Petrolini
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Ed ecco scendeva Petrolini dalla luna. Era il fatto più naturale del mondo.
In pochi secondi si era trasformato: si avanzava un servitore ebete e furbissimo, con lo stampo di Molière, al tempo del grande Luigi di Francia, un servitore abituato alle stravaganze di chi comanda, sapientissimo della vita, profondamente radicato nel buon senso e a trarre profitto dalle circostanze, sua massima dote disprezzare la vanità e l'orgoglio, pronto anche a prender le botte, luccicante insieme di imbecillità e di genio, quasi rappresentante delle assurdità della storia, di quanto a volte il tempo permette al signore ogni malefatta e insulsaggine.
Aveva i capelli biondo rossastri, un cespuglio tagliato da una forbice beffarda e giocosa; gli occhi piccoli e strabici; il naso era fatto da un sottile salamino rivolto all’insù. Aveva un farsetto con le maniche corte, a larghi quadri, che si immaginava di ruvida ma buona lana, di paesano che va al mercato. Aveva due braconi ugualmente con delle righe vistose, e, nei piedi, due zoccoli di legno lucente, suonanti come nacchere.
Un servo di Molière, ma trasfigurato dal romano Petrolini, rimescolato con Plauto e Aristofane, infarinato dalle maschere italiane, reso luccicante dalla Commedia dell’Arte. Petrolini infatti era anche dettato dal Trastevere, dal periodo sotto i papi quando il popolo odiava e ammirava, da quei lunghi anni senza storia nei quali nonostante il popolo fu alla sua maniera vivo, mantenne oralmente il suo genio, trasmise le miriadi delle sue impressioni.
Entrava in scena da un angolo del palcoscenico, dalla quinta che sfiora i lumi della ribalta e, subito entrato, rivolgeva il volto verso il pubblico. Andava davanti a sé senza guardare dove metteva i piedi, guidato dalla felicità, dal suo genio di attore; accompagnandosi col limpido battito degli zoccoli cominciava a cantare se stesso.
Il suo avambraccio destro sporgeva come un'assicella. Dalla mano, attaccati all'uncino dell'indice, pendevano i salamini, una fila di salamini separati uno dall'altro dalla strozzatura dello spago.
Ora non ricordo più esattamente i versi, mi pare che all'incirca cominciasse a cantare così:

Ho comprato i salamini e me ne vanto,
li ho pagati sette soldi e me ne pento,
ed è inutil sparlar
ed è inutil criticar,
io sono un augellin.

Ettore Petrolini
Ettore Petrolini
Questi versi così dissennati, nell'ammìcco diabolico e innocente che lui ne faceva, divenivano usuali, giustamente comprensibili, regolare discorso del personaggio, il quale si innalzava nella fantasia degli spettatori come un angioletto libero da ogni legge, festoso derisore di ogni e qualsiasi convenienza.
Le sue parole chiarissime correvano su per le teste di tutti gli spettatori, li dominavano; ora Petrolini avrebbe potuto lanciarsi in qualsiasi avventura, sarebbe stato con dedizione seguito.
Il canto durava per due, tre percorsi del palcoscenico, sempre sfiorando i lumi, i sonanti zoccoli ad accompagnare; il volto dell’attore a tu per tu con il pubblico. E poi Petrolini iniziava il parlato, cioè il ridanciano, le domande e le risposte che a se stesso si faceva, l'argutissimo sapore del contado, l'allegra semplicità di chi è giornalmente a contatto con le più comuni necessità della vita come accudire le galline, potare le viti, lavorare nella stalla, e intanto, con la sua sicura legge, è capace di indovinare tutto della città e dolcemente beffeggiarla. Nel parlato, dopo avere con il canto librato le fantasie, richiamava al sapore del Boccaccio, alle storie eterne e sempre nuove dove il sesso è soltanto un elemento dell'amore e pertanto assolutamente privo di cattiveria e tanto meno di perversità.
Si metteva a commentare le vicende del tempo, e poi, all'improvviso, come a spazzare tutto, a non lasciare nelle menti nemmeno il pulviscolo di quel sarcasmo che era potuto sbocciare, all’improvviso riprendeva il canto, quei dissennati versetti che volevano in sostanza avvertire di essere giocosi, poiché inestricabile è il mistero della vita.
Gli attori hanno un triste destino. Solo chi li ha visti e ascoltati può riaccendere su di loro l’immaginazione. Appena son morti diventano ombre che si allontanano, sempre più esangui; e le generazioni seguenti si stupiscono e sospettano quando odono, da chi li vide, parlare di loro con eccitamento.
Petrolini poteva fare tutto, faceva Gastone, verme che disfacendosi gongola armonia, e faceva Nerone, che era sanità, satira, beffa.
Naturalmente Petrolini non era un eroe politico, era un attore, consapevole e inconsapevole, che traduceva il proprio tempo, svelava i segreti come il buffone alla Corte, un attore che fa il suo dovere.
I giovani di oggi non conobbero quel tempo, il fascismo, come si articolava, non parteciparono alle adunate.
Il Duce abitava a Roma a palazzo Venezia, che ha davanti una piazza. Il palazzo è piuttosto bello; all'esterno ha una stemperata aria feudale; nell’interno, per i pavimenti molli di colori esotici, per le calde stanze adatte ai festini, ricorda la laguna, l'Aretino che invita Tiziano alla cena di caccia, dove ci saranno bionde meretrici.
Dal piccolo balcone di palazzo Venezia, quasi fatto per una giovane duchessa che si affaccia ad annaffiare i fiori, il Duce per venti anni parlò alla folla. Quando gliene veniva l'estro, dava l'ordine e l'adunata cominciava.
Ettore Petrolini
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I primi ad arrivare erano i militi, arabescati di pugnali. I soldati avevan la camicia nera, gli ufficiali nera e inamidata, frequente cosa di quel tempo, accoppiate due contraddizioni.
Arrivati in piazza Venezia da una di quelle strade che in essa scendono come molli serpenti, i militi, la personale soldataglia di Mussolini, si schieravano sotto il balcone, facevano una riga nera parallela al muro tinto di tramonti lagunari.
Altre camicie nere, più usuali, stavano sopravvenendo. Tali colonne di solito erano comandate dal segretario di sezione, uno di quelli, frequenti in Italia, senza mestiere e istruzione che nel fascismo avevan trovato la maniera di sfogare la loro incapacità.
Qualche volta, a queste adunate, erano comandate anche le scuole, i giovani e le giovani italiane, e allora ridenti colonne guidate da pensosi maestri portavano un innocente cicaleccio.
La piazza presto nereggiava di folla, iniziava il brusio, l'eccitamento senza direzione, il nervoso sospetto di essere controllati dalle numerosissime spie del regime, cominciava quella sadica voluttà che invade la massa quando è in procinto di manifestare il completo asservimento.
All’improwiso, con tono di minaccia, con la volgarità di chi sa che intorno tutti sono succubi, una camicia nera, di solito un piccolo gerarca, da una delle colonne strideva:
E per il Duce, Eia, Eia, Eia!
Gli altri che aveva intorno rispondevano: Alalà!
Da un altro gruppo di camicie nere inquadrate, per non esser da meno, si alzava svelta una voce vibrante che gridava nel bel cielo romano:
Per i martiri della Rivoluzione, Eia, Eia, Eia!
I camerati intorno rispondevano: Alalà!
La milizia intanto aveva snudato i pugnali, i manici stretti nel pugno, le lame brune all'altezza del mento, e alzava un “Eia, Eia, Alalà” metallico, minaccioso, pronto a ogni punizione.
Il balcone di palazzo Venezia, dal quale si sarebbe affacciato il Duce, era ancora sbarrato. Il Duce - come si sarebbe letto nei giornali del giorno dopo - continuava infaticabile a stare al suo tavolo di lavoro.
A questo punto, come frotte di uccelli disturbati, volavano verso il balcone le prime salve di applausi, perché il Duce si affacciasse.
Dietro i vetri della finestra sembrava alla folla di veder muoversi un'ombra. L'elettricità si faceva più densa; gli “Eia!” si intrecciavano rapidi. La milizia era più dura e nera, pronta a lanciarsi contro qualsiasi debole che dimostrasse non saper bene la parte.
Due valletti aprivano i battenti del balcone e si ritiravano.
Gli occhi si dirigevano lassù, dove ancora non c'era nessuno.
Nella piazza volava basso un brusio di attesa.
Ettore Petrolini
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Si avanzava l’uomo più fatuo che produsse il regime, Achille Starace il segretario del partito, il quale si spostava a un'estremità del balcone, quasi a significare la sua umiltà di fronte al capo che presto l’avrebbe occupato tutto, e faceva con le mani cenno di silenzio.
Il momento era vicino. Dalle file della milizia schierata si alzava uno squillo di attenti. Nella piazza piombavg il silenzio. Dopo qualche attimo seguiva il secondo squillo che faceva il silenzio più infrangibile. Le vibrazioni della tromba andavano a toccare riposte corde del cuore.
Dopo altri due o tre secondi appariva il Duce Magnifico. Come fosse a cavallo si avanzava caracollando le spalle.
Starace, il segretario del partito, dall'angolo del balcone, con la nervosità e l'ansia di una donna di servizio che avverte gli altri servi della presenza della duchessa, gridava quest'ordine:
Salutate nel Duce il fondatore dell'Impero.
Gli applausi, la paura cosi a lungo dissimulata, si scatenavano. Era permesso applaudire per circa un minuto, allo scadere del quale lo sterminato applauso si estingueva.
Il Duce era per parlare alle camicie nere, all'Italia, al mondo.
Con la bella voce metallica di maschio romagnolo, con perfetta calma, con simulata veemenza, Mussolini cominciava:
Camicie nere!
Tutti già sapevano che non ci si sarebbe dovuti sforzare per capire, il discorso sarebbe stato uguale a quelli già pronunciati.
C’era uno sguardo al passato, si rifletteva per un attimo al grande lavoro che si era fatto, e, subito dopo, ci si proiettava verso il futuro. Un tocco di politica internazionale finiva con una frase degna di passare alla storia. E’ l’aratro che traccia il solco o una simile.
Poi di nuovo la politica interna, iniziando con un interrogativo seguito da una pausa minacciosa, e poi, rapido come le scariche di mitragliatrice, il solito beffardo avvertimento a quel rimasuglio di antifascisti, a coloro che “guardano dietro le persiane". Ma presto, prestissimo, a tutta vela, con la voce inondata di vento, il punto più bello, il più festoso, il dialogo con la folla.
A chi l’Italia?” domandava il Duce. E la folla con sicurezza: “A noi!”.
Amate la vita comoda? e la folla, che sapeva a memoria le risposte: “No”.
Ci si avvicinava al finale, al tripudio, alla gioia incontenibile.
Gli applausi, le risposte, la voce del Duce, tutto si svolgeva alla perfezione. Tra pochi secondi Mussolini si sarebbe ritirato e non c’era che da richiamarlo al balcone, quelle tante volte.
Tale orchestra si ripete identica e monotona per venti anni; la paura ogni volta la rifaceva viva.
Petrolini, in tempo fascista, quando tutte le mosche erano nere, trionfava in Nerone, umanamente parlava alla folla, svelava agli spettatori i retroscena, che anche un Nerone era pur sempre un uomo. Era umano, fantasioso, s'imponeva con l'arte, scacciava da sé, dal teatro, ogni paura del tiranno. La scena cominciava che lui era nella Sala del mappamondo e sotto, in piazza, la folla lugubremente scandiva:
A morte l’incendiariooo...! A morte l'incendiario...!
Ettore Petrolini
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Aveva un manto rosso di sghembo sulle spalle, il volto paonazzo di epicureo che gli è capitato di soddisfare ogni piacere; si rannicchiava a quel grido di morte dietro l'angolo della finestra e articolando le dita sulle labbra a farsi coraggio mormorava smarrite parole.
Sotto, nella piazza, i romani continuavano in quelle grida di morte contro colui che aveva bruciato Roma.
Petrolini, raggrucciato in se stesso, come colpito allo stomaco, dichiaratamente aveva paura.
Ma Starace, il fido Tigeliino, lo incitava, gli ricordava la plebe, la sua mutevolezza, la cetra, i passati trionfi.
Nerone si lasciava convincere, gli ritornava l'animo: “Sì” mormorava trasognato “parlerò al popolo romano”.
Si affacciava al balcone e cominciava:
Vi debbo, o romani, dare un grande annuncio: Pane e divertimenti per tutti, banchetti, nuove belve, nuovi cristiani… in quanto a Roma... in quanto a Roma la farò più bella e più grande di prima!
E poiché già un silenzio favorevole si era formato, ripeteva con voce più aulica, come ogni sillaba battesse le ali di un'aquila:
Avrete pane e divertimenti.
E, subito, immediatamente, come a interrompere il temporalesco applauso che, vecchio esperto della cetra, sentiva che era per cadere, con voce stentorea e commossa:
Rifarò Roma più grande e bella di prima.
(E naturalmente Petrolini trasformava e deformava con gioia le parole riducendole ai suoi satirici intenti, traduceva in un latino maccheronico “pane e divertimenti", si divertiva qua e là a dare il tocco di D'Annunzio).
Il popolo si inabissava negli applausi, e Nerone allora, dominatore di ogni battaglia, generosamente ridistribuiva alla plebe il mangime, e ripeteva la toccante frase:
Più grande e più bella di prima.
Ed ecco il dialogo tra Petrolini e la plebe.
Con Mussolini la folla si contorceva di servilismo, si estasiava nel rispondere astratti e lunghissimi: Siii.
Invece con Petrolini il dialogo si convertiva - o gentilezza italiana! - in una gara di cortesia.
Appena Nerone aveva finito di ripetere la frase: Rifarò Roma più grande e bella di prima, una voce solitaria si levava, di là sotto, che esclamava: Bravo!
Nerone rimaneva per un attimo sospeso, e rapito per quella autentica e diretta lusinga, riconoscente rispondeva:
Grazie!
E ancora vinto dalla gioia che l’adulazione produce, desideroso di riprovarla, ripeteva, con un che di guardingo nella voce, come colui che attende ma non è sicuro della risposta:
Rifarò Roma più grande e più bella che prima!
Il Bravo” questa volta era ancora più solerte, la frase non era ancora finita che già il "Bravo!" era scattato nell’aria.
Il Grazie! di Petrolini era ugualmente rapido. E di qui in avanti la corsa diveniva più generosa, due cavalli al galoppo che tentano di sorpassarsi, tutti e due, servo e padrone, nel loro genere maestri.
Petrolini pronunciava la frase sempre più in fretta: Il Bravo! lo raggiungeva che appena aveva scoccato l'ultima sillaba. Il suo Grazie! si scandiva quando l'ultimo o del Bravo ancora si stava spandendo nell'aria. Uno stesso beffardo genio benediva imperatore e anonimo popolano.
Ed ora ci sarebbe da domandarsi se Petrolini e pubblico erano consapevoli della satira che stavan facendo e ascoltando e si può tentar di rispondere che il grande mimo forse provava un particolare piacere a recitare Nerone e non desiderava approfondire, non voleva delucidare per quell'istinto dell'artista che con le grinfie di madre difende la propria arte.
In quanto al pubblico io credo che durante lo spettacolo avesse barlumi, ma per la paura che durante il fascismo gravava, coloro che più chiaramente capivano più chiaramente tacevano, e coloro, più tonti e fascisti, che torbidamente indovinavano e usciti da teatro si insospettivano, a una domanda più impellente, che sorgeva, si rispondevano in fretta che Petrolini era un buffone, un pagliaccio, che era stoltissimo, degno di punizione, avvicinare, sia pure per un attimo, “la sacra Persona del Duce” con quella di un attore, un uomo del varietà, con un Gastone, quale da tutti Petrolini era considerato.
Ettore Petrolini
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A quel tempo, quando Petrolini recitava all'Eden, ci furono serate memorabili. Vidi una sera Zacconi, l'Ermete, già vecchio e carico di gloria teatrale, alzarsi con un piglio giovanile dal suo palchetto di spettatore e correre sul palcoscenico ad abbracciare Petrolini.
Era il pieno agosto, tutti gli attori erano al mare, in vacanza.
Solo Petrolini, come al solito, faceva all'Eden la stagione.
Succedeva che a Viareggio, nell'estate, venivano a riposarsi tutti gli attori, quelli in fulgore, i semispenti, i vecchi che pur tuttavia si rodevano di covar ancora qualche uovo; e, naturalmente, tutti, pur essendo in vacanza, avevano nel cuore il teatro, le luci della ribalta, parlare nel silenzio ad altre anime.
Quando in cielo spuntavano le stelle, il mare celeste lì vicino un altro cielo, la voglia dell'attore si faceva più viva, come farfalle avevano voglia di volare intorno al lume.
All'Eden del cavalier Morandi c'era Petrolini, il più bravo, loro lo sapevano, il vero attore, quello grande. Ordinavano allora da Pacifico, in via Ugo Foscolo, la carrozza, e, come specialissimi spettatori, facendo tra di loro la commedia, sperando che qualche cittadino al loro passaggio, tra lo scalpitio dei cavalli, li indovinasse, andavano a sentir Petrolini.
Ripetutamente li ho visti, seduti in fila; Gandusio, la Galli, Fregoli, Ricci, la Bagni, la Braccini, Zacconi, i suoi figli e Rosano, Bibi, Raniero, stormi di coloro che del teatro hanno le dita arrossate come le fantesche per il fuoco di cucina.
Petrolini in quelle sere recitava più autentico, in famiglia, era, se è possibile, ancora più spontaneo, apriva completamente il cuore, e spesso nasceva un dialogo tra lui e i suoi colleghi, dialogo che aveva la caratteristica di essere inteso anche dal pubblico ignaro, che infatti Petrolini era sempre per tutti, lui, capace di astruserie, non c'era bracciante che non lo intendesse, in qualsiasi circostanza, sapendo egli esprimere il buon senso fondamentale che nutrisce qualsiasi fiore. E successe una sera che diversi attori erano nelle prime file di poltrone e Zacconi era nel palchetto di proscenio, che più di un palchetto con le regolari pareti era una specie di podio con alcune poltrone, ben visibile dunque da ogni parte del teatro.
Zacconi era in compagnia della moglie Cristina, anch'essa attrice.
Iniziò lo spettacolo, era una commedia romana. La scena rappresentava una squallida osteria di Trastevere, dipinta di color ocra slavato, il soffitto pesante di travi; in fondo lo scabro banco delle mescite, in un angolo un tavolo con due sedie.
All'aprirsi del sipario in scena c'era soltanto, seduta vicino ai lumi della ribalta, una vecchia vestita di nero, il volto immobile, lievemente alzato verso l'alto, gli occhi fissi in avanti, come fanno i ciechi.
Ecco entra Petrolini vestito da bullo del quartiere, gli scarpini lucidi, i calzoni attillati, il petto prorompente dalla giacca, i capelli accuratamente impomatati, il viso con sentore di cipria, l'occhio grande, nero, vellutato; un garofano rosso dietro l’orecchio.
Si capisce dal veemente scalpitio dei suoi passi, da ogni sua mossa nervosa, che il bullo è bramoso di rissa, di dimostrare il suo potere, la prepotenza, l’audacia contro ogni regola e legge, lui unico gallo.
Le parole che pronuncia non si capiscono ma si avverte che sono rivolte a un avversario che ha osato provocarlo ed è per il momento sfuggito alla sua vendetta.
La vecchia cieca intanto continua a restare immobile, le mani posate sulle ginocchia.
Il bullo arriva al banco, con un sol gesto lo sbarazza di boccali e bicchieri.
Con i soliti passi piccoli e scoccanti si avvicina al tavolo situato all’angolo opposto dove è seduta la vecchia.
Prende il tavolo per una gamba, lo alza con facilità, per un attimo lo contempla come un avversario, e poi comincia.
Lo scoscia, con mosse violente e precise lo disarticola, lo frantuma, lo riduce a un mucchietto di inutili legni.
Il bullo a questo punto rimane qualche secondo estatico, come si fosse liberato, come se, l’ira trovato sfogo, riaffiorasse una vena di misteriosa nobiltà.
Con lo stesso ritmo di passi, piccoli e veloci, ma questa volta schioccanti a gioia, si dirige verso la vecchia, attraversando tutto il diametro del palcoscenico.
La vecchia guarda laggiù, a un unico punto, come impietrita in una malinconia che niente può smuovere.
Il bullo si inchina in silenzio, con profondo rispetto, le prende una delle mani poggiare sul grembiule, e gliela bacia.
La mano della vecchia ubbidisce come in un sogno.
Quella sera sembrò che Petrolini scoccasse scintille, non era più un attore, negli spettatori si riversò la violenza e poi quella strana nobiltà della malavita.
Petrolini con delicatezza ridepose la mano della vecchia sul grembiule e lentamente si stava dirigendo sulla persona e la commedia, il parlato, stava per iniziare perché in quel momento era entrato in scena un altro personaggio, quando il vecchio Zacconi, di più di settant’anni, gridando con la voce tremante e scandita “bra-vo! bra-vo!” lo si vide mettersi a cavalcioni della ringhierina che separava il palchetto dalla scena, riuscire a superare quell'ostacolo, essere in piedi sul palcoscenico, avvicinarsi a Petrolini e tutti e due abbracciarsi, mentre gli altri attori, nelle prime file di poltrone, in piedi, applaudivano, distrutta ogni invidia e gelosia, male piante che così spesso prosperano nel cuore degli attori.
Petrolini era capace di ogni immediatezza, di ogni appiglio, il pubblico era per lui come per i topi il formaggio La stessa commedia, recitata da lui, era ogni sera diversa, più nuova e più bella; ogni sera si usciva dal teatro consapevoli che la vita era un'incantata fortuna, una felicità esserci in mezzo.
Ed ora dovrei almeno accennare ad altre interpretazioni petroliniane, a Fortunello burattino che volava con le parole, di quando Petrolini a Londra improvvisò la parodia di Amleto, mise a paragone la commedia dell'Arte con il genio di Shakespeare, com'era ineffabile E l'amor mio non muore, vecchio gatto che senza speranza grida dai tetti!
Le “Malinconie petroliniane" avvertivano ogni lacrima di chi si avvicina alla vecchiaia. Altre interpretazioni furono Gli stornelli del sor Capanna e la canzone dedicata alla madre di un condannato a morte: Il cantante di strada. La scena era una strada di Trastevere. Petrolini vi arrivava con la chitarra.
Annunciava alle donne, nelle camere in faccende, che stava per cantare la storia di un giovanotto condannato a morte. La chitarra aveva accordi profondi, come suonata in deserti stanzoni di convento. Il direttore della carcere all'alba entrava nella cameretta del condannato, toccava con la mano la spalla del giovane che dormiva e, "con voce di emozione” l'avvertiva che si alzasse in piedi, l'ora era arrivata.
La voce di Petrolini saliva per le finestre, entrava nelle stanze. Le donne si affacciavano turbate. La chitarra accompagnava le note di colui che è per morire.
Il direttore della carcere umilmente domanda al condannato a morte le sue ultime volontà. Il giovane risponde:

Altro non ho da dire
allor ch’io morto sia
prego questo biglietto
portare a mamma mia.

Il canto era netto, senza nessun fronzolo, aveva qualcosa di vecchie campane di bronzo.
C’era il commento sul dolore della madre alla notizia del figlio.
All'ultimo, come succede in Italia, arrivano i questurini, la polizia, fanno la contravvenzione, “il cantante di strada" non aveva il permesso di cantare, non aveva la patente.
Dovrei continuare gli accenni ad altre interpretazioni, ma è inutile, gli attori non si possono descrivere; han voglia di essere grandi, dopo non ci rimane nulla, la loro gloria dalle generazioni seguenti non è creduta, e di solito son anche trascurati da quegli stessi attori che li imitano, che come serve in assenza della padrona, vestite dei suoi panni, si insuperbiscono davanti allo specchio. 

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Prevedo un'accusa gravissima: quella di aver scritto il secondo libro dopo il primo - Ti à piaciato? - che risultò il libro più stupido, più strafalcionesco e più venduto di tutta l'era volgare. Ma io mi difendo vigorosamente. Sono recidivo, è vero. Ma ho scritto questo secondo libro perché, dall'epoca del primo ad oggi, mi sono messo in grado di scrivere letterariamente con perfetta sicurezza, e maturità. Non per nulla ho studiato e meditato per dieci anni sui capolavori del pensiero umano: dalla Guida Monaci a Tagore, dalla Tavola pitagorica , all'Orario delle Ferrovie, e via via, fino alle Leggi delle Dodici Tavole e alle Tavole del Calendario Gregoriano.
Che quel primo libro non fosse un capolavoro linguistico, lo annunziava onestamente il titolo.
(Ti à piaciato?). Che fosse, in massima parte, un cumulo di cretinerie, lo sapevo anch'io; tanto è vero che gli ho messo in testa una prefazione che ne dice il contenuto:

Colmi, lazzi, scherzi, inezie,
stupidaggini, freddure
cose serie oppur facezie
cose molle e cose dure.
....
Parodie, caricature,
canzonette, maltusiani,
prese in gir, corbellature
di cervelli poco sani.
...
Minestrone di sciocchezze,
sale e pepe, pepe e sale
miele, zucchero, amarezze,
ruzzoloni per le scale...
...
Pacifismo, futurismo
d'gni luogo e d'ogni età
buonumor, menefreghismo
e parole in libertà...

Ettore Petrolini
Ettore Petrolini
Ma, se sapevo tutto ciò, perche ho voluto ammannire al colto pubblico e all'inclita guarnigione un così abbondante minestrone di sciocchezze?
Perché?
Vengo subito.... Ecco: per parecchi motivi:
1) Per non essere più assillato da tutti quei miei ammiratori che mi aspettavano all'uscita del teatro, mi fermavano per la via, mi avvicinavano al caffè, mi abbordavano al restaurant, mi cercavano all'albergo... per pregarmi di trascriver loro, chi una mia strofetta, chi una mia canzone, chi un mio colmo, chi una mia parodia, chi una mia differenza, chi un mio maltusiano: tutto il mio repertorio, insomma.
2) Per non dover più vedere, tutte le volte che cantavo, la faccia di qualche mio (chiamiamolo così) imitatore, costretto a venirmi a sentire ogni sera, per imparare a memoria le canzoni con cui io ottenevo maggior successo.
3) Perché, una sera, qualcuno mi propose vagamente di pubblicare un mio libro, ed io gli dissi distrattamente un sì, come lo avrei detto ad un amico che mi avesse chiesto tre milioni in prestito o ad una corista cinquantenne che mi avesse fissato un convegno d'amore... Ero convinto che non se ne sarebbe mai fatto nulla e non supponevo neppur lontanamente che quel bel tomo si sarebbe senz'altro messo a racimolare alla peggio una parte del mio repertorio, per poi venirmi a dire, un giorno, a bruciapelo: - Ho preparato tutto.
L'editore è entusiasta, i torchi gemono dalla brama di gemere....
4) Perché non immaginavo che il mio libro potesse ottenere un così vasto successo, altrimenti, o non lo avrei pubblicato, (non lo giuro, però), o ne avrei curato personalmente (non giuro neppur questo) la stampa, aggiungendo, togliendo, correggendo e sopratutto evitando che gli innumerevoli strafalcioni del proto si mescolassero ibridamente agli strafalcioni miei.
Ad ogni modo, se avessi previsto il successo, invece di far ingrassare soltanto l'editore, avrei provveduto (questo sì, che lo giuro!) a far ingrassare anche me stesso...
Di quel libro affermo (senza mentire) che ne hanno stampato per lo meno mezzo milione di copie, ed io n'ebbi come compenso cinquecento lire...
Ma chi poteva prevedere che, scoppiata la guerra, milioni di soldati, nelle trincee, ai romanzi dei vari Mariani, avrebbero preferito le scempiaggini di Petrolini?
5) Perché credo che il mio libro, qua e là, se ritoccato, se fosse un pò più pomposamente stampato su bella carta d'Olanda o di Patagonia, con eleganti caratteri, vasti margini e ricche illustrazioni (Prezzo: L. 30) sarebbe giudicato con maggior benevolenza anche dai critici più schizzinosi.
6) Per far capire un pò a tutti, anche a me stesso, che se dicendo e cantando delle cose che, a leggerle, fanno rabbrividire, io riesco a far ridere, il merito è un pochino tutto mio...
Perché, infatti, il mio famigerato libro dispiace sopratutto a chi non è mai venuto a sentirmi, e piace invece particolarmente a chi più mi ha visto a teatro? Perché chi mi conosce come comico, leggendo le mie stupidaggini, vivifica l'aridità delle parole stampate col ricordo dei miei gesti, delle mie pause, della mia voce, della mia pronunzia, delle mie smorfie...
7) Per dimostrare, infine, che io il mio libro l'ho trattato, prima ancora che vedesse la luce, più ferocemente del più feroce dei critici. L'ho trattato come si tratta una serva ladra: l'ho licenziato... alle stampe...

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Un critico serio di un giornale serio, che al sol parlarci era una cosa seria, diceva, a persona serissima: - Quanto è stupido quel Petrolini quando canta Salamini.
Povero Salamini!
Dopo aver faticato tanto per raggiungere le più alte vette della stupidità, sentirsi denigrare da un imbecille nato e non voluto, come me, che ho toccato il fondo del più profondo oceano dell'idiozia, ho affidato la mia botte al Niagara della più tumultuosa cretineria, perché è di idiozia, di stupidità e di cretineria che qui vuolsi parlare.

Qui si ragiona di Salamini.
Salamini: la mia creazione più antica e più fresca,
più spontanea e più elaborata,
più sciocca e più geniale,
più solida e più vuota,
più buffa e più tragica,
più inconcludente e più conclusiva.

Ettore Petrolini, da teatronovecento.it
Ettore Petrolini, da teatronovecento.it
Una formidabile, paradossale montagna di scemenze che ho accumulato a poco a poco, faticosamente. Poi vi sono montato sopra e mi sono accorto che, da quel piedistallo di incommensurabile imbecillità, potevo contemplare dall'alto parecchi sterminati stagni di intelligenza inacidita.
E' il più fantastico, eppure il più logico, il più umano, il più completo dei miei figli. Per fabbricarlo, ho gettato da parte tutto il mio orgoglio di maschio, e ho richiesto l'ausilio di tre quarti di umanità. E' per questo che metto da parte tutta la mia modestia parlando di lui.
Quel povero critico lo ha scambiato per un piccolo imbecille.
Solo Jarro, pace all'anima sua, scrisse in un giornale di Firenze: - Per fare l'imbecille così, bisogna essere abbondantemente intelligente.
Salamini ha dalla sua il pubblico, che lo ha capito, o che per lo meno ha sentito che si trattava di un imbecille di statura ciclopica. Salamini somiglia, col vantaggio di essere fantastico, e quindi infinitamente più grande, a quei meravigliosi tipi di idioti della strada che la società partorisce di quando in quando, col preciso intento di sintetizzare in essi tutta l'imbecillità di questa o quella città; a quei grotteschi multicolori, sghignazzanti, foschi e malinconici accattoni divinamente camufffati dalla miseria, eterni zimbelli di tutti i passanti.
Così Tito Livio Cianchettini, che a qualsiasi interrogazione rispondeva con una oscena sferzata amara, ironica e filosofica.
Così la cosidetta Contessa, ex artista lirica, che appena una qualsiasi spregiudicata donnina elegante si soffermava a parlarle con frizzo, le mostrava il suo antico ritratto giovanile e ribatteva:

Quello che siete fummo, quello che siamo sarete, come è scritto su quella tomba all'ingresso del Campo Verano di Roma.

Ettore Petrolini - Dalla rivista "Scenario"
Ettore Petrolini - Dalla rivista "Scenario"
E regolarmente la donnina diceva: - Che imbecille! - come quel critico a Salamini.
Conclusione : chi ride in faccia a questi zimbelli viventi ride in faccia a Salamini, vivente anche lui come loro; ride di sé stesso, e ride amaro.
Però in fondo in fondo il pubblico li ama, i propri zimbelli, e talvolta li ammira e li stima; e ne assapora certe sentenze apparentemente scipite. Li ama e li stima perche senza saperlo riconosce in essi ancora una volta se stesso; perché sente che posseggono quella sublime idiozia che è la sola intelligenza capace di trionfare su certi problemi insolubili e di risponderc a certe domande.
Ma la cretineria di Salamini non ha nessun dovere di essere intelligente, cioè di cercare una ragione intelligente dove questa non esiste.
Salamini taglia corto e coglie nel segno, rispondendo semplicemente e compiutamente: Imbecille io son - perché sì. (Che bella coltura!)
- Perché sì.
Ecco la vera, l'unica ragione.
Perché? Perché sì - Bravo Salamini!
E quante questioni apparentemente insolubili si possono invece risolvere, e a quanti interrogativi apparentemente astrusi si può rispondere con quel magico Perché sì!
Trascinatelo pure, quel caro idiota di Salamini, davanti alla più severa Commissione di professoroni e di critici, e fategli subire il più difficile esame di saggezza generale.

Un professorone: Perché la terra gira?
Salamini: - Perché sì.
Un secondo professorone: - Perché gli uomini sono fatti di carne ed ossa, anziché di acciaio?
Salamini: Perché sì.
Un terzo professorone: - Perché la lira italiana vale meno di quella francese?
Salamini: - Perché sì.
- Perché per andare a sentire un'opera alla Scala o al Costanzi bisogna mettersi il vestito nero? Perché sì.
- Perché Mario Mariani scrive dei romanzi? Perché sì.
- Perché Amerigo Guasti fa il brillante? Perché sì.
- Perché la Germania ha perduto la guerra? Perché sì.
- Perché Giolitti non è nato all'Estero? Perché sì.
- Perché il Kaiser riprende moglie? Perché sì.
- Perché Ruggero Ruggeri è un attore anemico? Perché sì.
- Perche il Dottor Ruggeri di Pesaro ha fatto i Glomeruli Ruggeri? Perché sì.
Perché D'Annunzio cadde dal balcone? Perché sì.
Perché cadde dal balcon Suor Margherita? Perché sì.
Perché io ho scritto questo libro? Perché sì.
Il professorone: - Bene, bene, basta, trenta con lode.

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I genitori di Ettore Petrolini
I genitori di Ettore Petrolini
Bisogna sapere che nel varietà non si chiama imitatore - come accade in altri campi - chi segue, da vicino o da lontano, la maniera di un altro; chi di un altro è, vuole essere o afferma di voler essere, il riproduttore il più possibile fedele.
No. Nel desolante varietà italiano, quello dell'imitatore è un vero e proprio ruolo, tanto è vero che, una volta, gli imitatori venivano scritturati come tali, e tale loro qualifica stampavano ben chiara sui manifesti e, prima di eseguire una canzone, un monologo, una parodia, una scena, si facevano il dovere di avvertire: - Imitazione dell'artista X. E' però vero che questo l'ho sempre sentito dire con voce di mal dissimulato rancore per il derubato (ossia l'imitato!).
Ma, con l'andar del tempo, parecchi di cotesti messeri stimarono più opportuno rendere sempre meno chiaro o, infine, sopprimere del tutto quell'onesto avvertimento, che facevano così mal volentieri sentendo una evidente invidiuccia per colui che scimmiottavano. Cosicché, oggi, accade d'imbatterci nel comico Tizio il quale, vestito come Caio, canta e dice delle strofe di Caio, ma si guarda bene dal nominare Caio, sia prima di cantare, sia dopo essersi beccato gli applausi che, logicamente, spettano non a lui ma a Caio, così come l'ammirazione di un amatore d'Arte si riferisce a Raffaello e non al litografo che di un quadro di Raffaello abbia eseguita una riproduzione.
Io di imitatori - sia della prima che della seconda maniera - ne ho avuti e ne ho tanti che, se volessi cavarmi il gusto di vedermi e di ascoltarmi, non avrei bisogno di farmi cinematografare e incidere nei dischi fonografici: mi basterebbe recarmi in un qualunque teatro di varietà, ed anche in compagnie d'operette e nove volte su dieci raggiungerei l'intento.
Senonché... c'è un guaio! Ed è che, se la quantità, dei miei imitatori è veramente lusinghiera, la loro qualità lascia quasi sempre molto a desiderare. Se si accontentassero di copiarmi, tutto andrebbe liscio. Ma non si accontentano. Vogliono metterci del loro. E più sono cretini e più ce ne mettono. Facevano così anche quando avevano ancora l'abitudine di proclamarsi apertamente miei ... imitatori.
Ettore Petrolini, da "Il Trravaso"
Ettore Petrolini, da "Il Trravaso"
Per anni ed anni questi signori mi hanno messo alla gogna. Hanno portato in giro un Petrolini così deturpato, così stomachevole, così stupidamente stupido, a getto continuo, che è davvero stupefacente che il povero pubblico non abbia linciato prima loro e poi me, causa involontaria di tale sconcezza.
Quasi tutti i miei imitatori non hanno mai capito nulla della mia arte. E questo non mi meraviglia; giacché penso che chi si accontenta esclusivamente di copiare un altro, deve avere la capoccia abbondantemente vuota.
I miei imitatori, in generale, non hanno mai compreso perché io dicessi certe cose e facessi certe smorfie e certi gesti, e perché il pubblico vedendomi od ascoltandomi ridesse.
Essi si sono limitati a constatare che ero un artista nelle simpatie del pubblico, perciò bisognava imitarmi. Per esempio: un mio fischietto suscitava ilarità... E, allora, cosa hanno fatto? Di quei fischietti ne hanno fatti dieci, venti, cento... convinti di far ridere, così, dieci, venti, cento volte di più, e credendosi, perciò, di molto superiori a Petrolini.
Una volta, senza esser notato, mi procurai il martirio di vedere il comico Guido Riccioli nella imitazione, di una mia parodia di guappo napoletano.
Non vidi altro che gesti ortopedici, marionettistici, non udii altro che grugniti, peti, fischi: insomma mille inconcludenti e volgari atteggiamenti; tanto che, uscendo dal teatro, pensai che se io fossi stato come mi aveva riprodotto il Riccioli, non mi sarebbe rimasto - per ultimo rimedio - che morire.
Avesse, il Riccioli, menomamente pensato che in quella parodia del Guappo io intendo fare la sintesi dell'esuberanza, del temperamento meridionale!
Gli scrissi una lettera, indignatissimo. Ora, grazie al ciclo, il Riccioli si è dedicato completamente all'operetta, e credo abbia abbandonato l'idea delle imitazioni.
Ho assistito anche alle mie imitazioni eseguite da Luciano Molinari, Fioravanti, Spadaro, Catoni, Corradi, Lubrani e da molti altri artisti di cui taccio il nome... per carità di patria!
Tra i miei imitatori il meno urtante ritengo sia stato lo Spadaro, che si servì della mia maniera per conquistare le simpatie del pubblico, ma poi, ascoltando un mio consiglio, ha avuto la buona idea di cambiare indirizzo, eseguendo repertori di sua creazione.
Scuso, in parte, il Molinari perché è stato veramente il creatore del genere... diciamo così.... imitativo. Da principio si limitava ad imitare artisti drammatici; poi estese il suo repertorio facendo l'imitazione di artisti di varietà; e questa fu una vera disgrazia per lui e per i poveri imitati!
Infatti dal Molinari presero forma il Riccioli, il Fioravanti, il Manara e la coorte degli imitatori di fama minore.
Ora io penso che, dato la chiara intelligenza di Luciano Molinari, sarebbe ora che la smettesse anche lui con queste pappagallesche imitazioni che per me hanno così scarso valore artistico.
Da "Abbasso Petrolini!"
Da "Abbasso Petrolini!"
Penso questo anche perché al Molinari non mancano i mezzi e le qualità per creare qualcosa di più soddisfacente per lui e per il pubblico che veramente lo comprende ed apprezza.
In conclusione, il mio imitatore, in genere, non ottiene che l'effetto di distruggere il significato, e quindi l'efficacia comica della mia trovata.
I miei imitatori hanno pure messo in circolazione il famoso Petrolini dalle porcherie senza economia.
Io non sono, né vorrei essere, un castrato sia nella vita come nel teatro. Non sono niente affatto del parere che non si debba dire una battuta sol perché è licenziosa. Io mi astengo dal dire una battuta, solamente quando essa non è umoristica. Ma se è umoristica la dico anche se salace.
E, d'altronde, non concepisco il perché proprio io, e solo io, dovrei mettermi, quando recito, quella ingombrante museruola di fiori d'arancio, bandita ormai ufficialmente da tutti i teatri comici e seri, frivoli e gravi, e di tutti i tempi e di tutti i paesi.
Senza tener conto delle oscene pochade straniere recitate dalle compagnie italiane più reputate, e senza tener conto del cinematografo che fortunatamente è all'oscuro, ragione per cui non si vede mai arrossire nessuno...
Oso affermare che nessun comico di tutto il teatro Italiano rinuncia al lazzo salace, quando vi trova l'effetto umoristico.
Oso, anche, aggiungere che io, in palcoscenico non dico mai una vera e propria cosa illecita, perché, se è necessario, so farla comprendere senza dirla. E questo si chiama buon gusto.
Ed è, precisamente, quel buon gusto che manca a tutti i miei imitatori; i quali, per far capire un mio motto licenzioso, hanno bisogno di pronunciar apertamente il doppio senso e poi di sottolinearlo, poi di ripeterlo, poi d'infiorarlo e poi di tornarci saprà, ancora... e così via sino alla nausea.
Non prego i miei imitatori di mettersi una mano sulla coscienza perché, sono sicuro, troverebbero sporchettina anche quella!

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Nel suo teatro l'attore era l'unico re di Gigi Proietti

Autografo di Gigi proietti
Autografo di Gigi proietti
Gigi Proietti sta portando in tournée sulle scene italiane Ma l'amor mio non muore, dedicato a Petrolini. Nessuno, scrive, sa qual era il suo vero approccio alla recitazione.
Ogni tanto qualcuno afferma di avere scoperto la nuova Anna Magnani, il nuovo Gassman, il nuovo Sordi. Quando dicevano di Petrolini discende dalla commedia dell'arte lui rispondeva: Io discendo solo dalle scale di casa mia. E così anche a me piace dire di me. È evidente che nessun attore nasce dal nulla e che nel teatro non esiste niente di nuovo. Diceva Petrolini, torniamo all'antico, faremo un progresso, e io ad esempio preferisco essere un antiquario più che un robivecchi.
Con questo spirito mi sono divertito a scomodare ogni tanto il teatro dell'attore che precede il teatro dell'organizzazione registica, dove l'interprete è diventato sostituibile. Io penso che ci debba essere ancora spazio per un teatro in cui il progetto sia l'attore stesso. Petrolini e Viviani lo prevedevano. C'era anche il teatro di testo, di Pirandello, Rosso e tanti altri: strade parallele. Petrolini era talmente convinto dell'autoralità dell'attore in quanto elemento fondante della "rappresentazione", che teorizzava l'idiozia, il gioco di parole, il vuoto assoluto di senso. Uno spappolamento del linguaggio. O sennò uno slittamento: l'uscita dell'attore dal personaggio, il dialogo improvvisato col pubblico, e la rientrata nel personaggio (è tutto un entra, un uscì, entra, esci... certe correnti d'aria!, citazione dal mio A megli occhi, please), ed era, non so quanto consapevolmente, vicino alle teorie dello straniamente brechtiano. Ma gli intuiti di Petrolini derivavano dall'esperienza pratica, dalla scena, non da teorie a tavolino. Quindi lì la prassi precede il sistema, e l'artigianato diventa arte.
Io non ho niente a che vedere con Petrolini Ettore, però nel mio recente spettacolo per i settant'anni dalla sua morte Ma l'amor mio non muore (unico omaggio, m'è parso, a un mito nazionale come lui) mi sono creato un mio Petrolini, perché altro non avrei potuto fare. Nessuno sa quale era il suo vero approccio alla recitazione, il suo carisma, i suoi tempi. Ricordo un critico che diceva che io petrolineggiavo perché parlavo molto rapidamente. Petrolini, credo, fece rapidamente solo Fortunello, per il resto fu il dio delle pause lunghissime (basti guardare il suo Medico per forza: una parola ogni minuto, e silenzi addirittura imbarazzanti).
Gigi Proietti
Gigi Proietti
Una volta Fellini, che veniva spesso a vedere A me gli occhi, please alla Tenda di Piazza Mancini a Roma, mi disse: Tu non devi usare testi complicati e faticare per renderli comprensibili. Casomai fai il contrario, usa testi elementari e dagli spessore. Allora non capivo, ora mi sembra di cominciare a capire... Questa forma di teatro d'attore, che poi è squisitamente petroliniana, fa leva su un artista che racconta se stesso, e che potrebbe non dire niente, fare solo dei grammelot. Petrolini da lontano m'ha insegnato che il teatro non può confondersi con la letteratura, sono cose addirittura opposte. Io mi rifaccio ai suoni petroliniani che vengono fuori dai dischi, che però presentano una deformazione fonografica. Chissà che timbri aveva, probabilmente era tenore e io sono basso. Certo è che non lo imito: basti aver visto la sintesi che ho appena fatto di Benedetto fra le donne, commedia sua cui m'ero già rivolto in Caro Petrolini, ispirato anni fa da Ugo Gregoretti, con un personaggio che forse era realistico e patetico, che io ho trattato invece come una marionetta.
Ma chi d'altronde può dirsi erede di Petrolini? Dopo la guerra, mentre trionfava il teatro strutturato con testi e ruoli, nel varietà solo qualcuno, volendolo o no, ne seguiva le tracce: Ci avete fatto caso di Aldo Fabrizi, il nonsenso, le filastrocche e le macchiette di Rascel. D'altra natura è l'attore-autore solitario tipo Dario Fo. Petrolini quando entrava in scena modificava lo spazio, e con Ronconi, che amo, è obbiettivamente più difficile far vedere che sei entrato. Importante, il concetto dell'elementarità del teatro raccomandata da Fellini. Io sono dell'avviso che anche Shakespeare a suo modo può essere elementare, e dipende dall'angolazione con cui ti ci avvicini: non è elementare la parte barocca, ma le storie tipo Otello sì. Se penso alla scena dei giorni nostri, questa elementarità di storie sgorga dalle epopee popolari montate in forma di monologo da uno come Ascanio Celestini (anche se il suo è un linguaggio solo apparentemente elementare), abituato a una confidenza col pubblico che alla lontana somiglia al rapporto diretto di Petrolini con la platea.
Io pure ho avuto questa tentazione coi classici: con Cirano, mi sarei levato il naso per far capire che c'era il trucco, salvo a deludere perché il mio naso è grosso come quello finto. Eh, i trucchi del teatro. Petrolini conservava gelosamente anche un doppio volto del mondo della critica. Eduardo lo andò a trovare negli ultimi tempi lamentandosi d'una stroncatura, e il grande attore romano rispose Quello è uno che chiede i soldi. Io c'ho la prova, c'ho una lettera. Eduardo subito: Me la devi dare. Petrolini: No. Eduardo: Dai, dammela. Petrolini: No. Eduardo: Allora me la dai?. Petrolini: Rùbbamela.
Ecco, Petrolini dovrebbe essere studiato in Accademia, ma come genere irriproducibile, come un Kean popolare. E l'aneddoto tra lui e Eduardo vale per tutta la tecnica, la bravura di cui fu capace. Petrolini non dava via la sua arte: tutt'alpiù, andando d'intuito, gliela si può rubare.

Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?