La Repubblica, 05 Gennaio 2002
Il mistero del centrodestra
Tutti lo votano, nessuno lo dice. Succede che la conversazione in tante case italiane stia diventando uno strazio: si parla solo della sventura d'avere per governo il governo Berlusconi.
Così come ai tempi della Dc, anche oggi l'elettore moderato tende a dissimularsi. Teme che in certi ambienti lo considerino volgare, una specie di cafone
di Sandro Viola
L'attendibilità del professor Diamanti come studioso dei fenomeni elettorali è ben nota, sicché non m'azzardo a contestarne le conclusioni. Eppure, alla luce della mia esperienza personale, quelle conclusioni risultano misteriose. Infatti, io non conosco di persona un solo elettore del partito di Berlusconi.
Un uomo, una donna o un giovane al primo voto, dai quali abbia sentito dire che votano per il centrodestra. Nel borgo dove abito da molti anni, per esempio, tutti sono di sinistra. Villici e villeggianti. Per quanto riguarda i villici, la cosa non può suscitare meraviglia dato che da queste parti è più di mezzo secolo che tutti votano imperturbabili per la sinistra: Pci prima, poi Pds e Rifondazione, adesso Ds e Rifondazione. Sorprendono invece i villeggianti. Essi vengono da città diverse, esercitano professioni diverse, appartengono a segmenti diversi del ceto medioalto. Ma in fatto di politica la loro omogeneità è strabiliante. Tutti, nessuno escluso, si proclamano antiberlusconiani acerrimi: donne e uomini, giovani e anziani, colti e incolti, ricchissimi, ricchi o semplicemente agiati. E come in un coro ben concertato, mai che qualcuno s'azzardi a scalfire l'unisono.
Mi chiedo (Diamanti avrà certo una risposta) se non si stia ripetendo quel che succedeva un tempo con la Dc. Quando gli anni passavano ne passarono una quarantina e mai una volta che ci si trovasse seduti a pranzo con un democristiano confesso. Così, se è di questo che si tratta, vuol dire che anche oggi una parte degli italiani vota e nasconde la mano: considera cioè il proprio voto imbarazzante, impresentabile in società, e lo tiene quindi accuratamente celato. In cuor suo, questa parte d'italiani ammira Berlusconi, apprezza Fini, non ha granché da rimproverare a Bossi: e quando vota, vota di conseguenza per il centrodestra.
Ma in pubblico no. In pubblico non osa scoprirsi, anzi dichiara d'essere per D'Alema e Fassino, per Rutelli e Amato. Altre spiegazioni, per l'antiberlusconismo corale e fervoroso dei villeggianti di questo borgo, non ne trovo.
Così come nel primo quarantennio della Repubblica, anche oggi l'elettore moderato o di destra tende a dissimularsi. Teme che in certi ambienti lo considerino volgare. Una specie di cafone. E la sua capacità di finzione, nello sforzo d'uniformarsi al clima di quegli ambienti, non ha limiti. Neanche sottoposto a tortura ammetterebbe che i suoi quotidiani favoriti sono il Giornale, Il Tempo o Libero. Ad ogni sferzata nei confronti della sua vera (ma strettamente in pectore) parte politica, fa ripetuti cenni d'assenso. Loda la chiaroveggenza della signora che gli siede accanto a tavola, la quale già all'antipasto ha cominciato a dire che con Fini, Scajola e Bossi l'Italia sta tornando al fascismo. Aderisce senza riserve alla tesi del padrone di casa, secondo cui la nostra immagine all'estero un tempo sfolgorante è stata ridotta in cenere dall'attuale governo.
Quando un'altra delle signore si augura che da Madrid il giudice Garzòn riesca finalmente a mettere le mani sul nostro presidente del Consiglio, approva entusiasta. E si ricaccia in gola, chi sa quante volte in una serata, l'urlo che vorrebbe lanciare in difesa di Silvio Berlusconi, del suo partito, del suo governo.
I discorsi che s'erano fatti dopo l'11 settembre (confusi e quasi sempre insensati, ma per la prima volta dopo tanto tempo diversi) sono ormai esauriti. La monotonia dei temi di conversazione e dei giudizi, è tornata totale.
Le leggi sul falso in bilancio, sulle rogatorie, sulla tassa di successione. Il primo no al mandato di cattura europeo. L'attacco contro i magistrati. Tremonti che manderà l'economia in rovina, la Moratti che distruggerà la scuola, Lunardi che ha legittimato la mafia. Le figure orrende che l'Italia sta facendo, ogni volta che mettiamo il naso fuori di casa, per colpa di Berlusconi. Nessuno tenta un'obbiezione, l'unanimità è ferrea. E il tedio, inutile dirlo, prende alla gola.
La trappola di queste conversazioni, è che coloro i quali ne subiscono l'effetto asfissiante non sanno come reagire. Ergersi a paladini di Silvio Berlusconi e dei suoi ministri? Questo, ovviamente, non è possibile. Invocare un po' di misura o la carità di patria? Sarebbe del tutto inutile. Ai tavoli da pranzo, gli antiberlusconiani sono portati infatti al massimalismo: sicché al dolce non è più chiaro neppure se i pericoli maggiori per la vita in Occidente vengano da Al Qaeda, l'organizzazione di Osama Bin Laden, o dal governo in carica. Non è neppure chiaro se i berlusconiani siano meglio o peggio dei Taliban.
Si dirà che non ovunque è così. Che nelle osterie del Nordest gli elettori di Bossi si palesano tranquillamente, che in Brianza i piccoli industriali non esitano a professare la fede berlusconiana, che nelle periferie di Palermo nessuno cerca d'occultare il voto dato a Forza Italia. Ma è appunto per questo che si vorrebbe l'opinione dei sociologi. Perché in Italia, a partire da un certo livello sociale, essere di centrodestra viene considerato indecente, una specie di vizio segreto, qualcosa in ogni caso da nascondere? Quale impasto di storia politica, costumi, cultura, suggestioni, fa sì che in certe case dove si trovano a pranzo industriali, architetti, letterati, proprietari di ville cinquecentesche e signore eleganti, sembri sconveniente, indecoroso, votare per il centrodestra?
Quale miscela d'ipocrisia, inibizioni, timori di non essere à la page, spinge tante brave persone a dissimulare le proprie inclinazioni politiche? Non che una risposta del sociologo a queste domande attenuerebbe la noia delle conversazioni antiberlusconiane. Ma potrebbe aiutare a capire, forse, perché una parte degli italiani s'adatti regolarmente a mentire per la gola. A fingere d'aver votato a sinistra.
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