L'Espresso del 1 luglio 1999 Agli ordini dei camerieri di Arcore di Piero Ottone Da Epoca n. 001 del 1950Coloro che ruotano intorno a Silvio Berlusconi, siano essi alleati che vorrebbero contare di più, o avversari che aspirano a prevalere su di lui, non si rendono conto di una verità elementare. Quando vanno a casa sua, per blandirlo o per contrastarlo, si mettono inevitabilmente, per il solo fatto di trovarsi lì, in condizioni di inferiorità. Al termine dell'incontro escono all'aperto, tornano nelle loro abitazioni e nei loro uffici, perseguono i loro obiettivi, magari contrapposti a quelli berlusconiani, e credono di riacquistare tutta intera la loro autonomia. Ma ormai l'errore è fatto. Berlusconi, prima di essere un uomo politico, è un uomo ricco, e anche per il fatto di avere alle spalle un passato immobiliare possiede tante ville e tanti palazzi sparsi per l'Italia e per il mondo. C'è la villa di Arcore, la foresteria di via Rovani a Milano, palazzo Grazioli a Roma, un numero imprecisato di ville in Sardegna, una proprietà alle Bermude, e probabilmente altre case e casette che ora mi sfuggono. Queste abitazioni sono gestite da un congruo numero di maggiordomi e domestici che le rendono funzionanti e ospitali. È naturale che egli se ne serva nell'attività politica, invitandovi coloro con i quali ha da fare, siano essi seguaci in cerca di promozioni o alleati che ambiscono a ridimensionare la sua leadership o avversari che sperano di ridurlo alla ragione. Anche nel passato le ville e i palazzi privati ospitavano incontri politici, ma allora i protagonisti della vita pubblica appartenevano alla stessa cerchia, alla stessa classe sociale, e giocavano ad armi pari. Da Epoca n. 001 del 1950Non così adesso. Coloro che vanno ad Arcore o a palazzo Grazioli tornano per lo più in modesti appartamenti, a volte di periferia, o in squallidi uffici di partito. Non c'è reciprocità. Non è possibile per loro ricambiare l'ospitalità, contrapponendo maggiordomo a maggiordomo, pranzo a pranzo, parco a parco. Gli sventurati giocano ad armi impari. Il rapporto è squilibrato. La loro inferiorità è palpabile. Ciò ha effetto sull'opinione pubblica. Il fatto che gli incontri politici si tengano nella reggia di Arcore invece che in un normale appartamento istituisce di per sé una gerarchia, e la gente se ne rende conto. Ma vi è anche un effetto diretto su chi partecipa ai meeting. Da una parte c'è il padrone di casa, e di una casa fuori del comune, per dimensioni e per lusso; dall'altra parte c'è l'ospite. È chiaro che l'uno e l'altro non sono sullo stesso piano. Che il terreno su cui si svolgono le riunioni sia importante è dimostrato dal fatto che agli uomini di governo, nei paesi di buone tradizioni, si forniscono residenze ufficiali. Negli Stati Uniti il presidente risiede alla Casa Bianca. In Inghilterra il primo ministro non appena eletto va ad abitare al numero 10 di Downing Street, e dispone di una casa di campagna ai Chequers. Da Epoca n. 001 del 1950A Mosca c'è il Cremlino. Negli incontri fra uomini di Stato c'è l'obbligo della reciprocità: ogni visita in un paese straniero deve essere ricambiata. Certe intese si ricordano per il luogo più ancora che per il contenuto. Si sono scritte pagine e pagine sul fatto che un accordo sulle riforme fu raggiunto in casa Letta intorno a una famosa crostata. Anche un recente incontro fra Massimo D'Alema e Enrico Cuccia ha suscitato commenti perché è avvenuto in casa di Alfio Marchini. Il luogo non è mai irrilevante. La politica è simbolo, è forma oltre che sostanza, anche se i politici spesso non se ne rendono conto. Ogni simbolo colpisce l'immaginazione popolare. Nella fattispecie, l'essere costantemente padrone di casa conferisce un punto di vantaggio, se non una supremazia. Un uomo astuto come Umberto Bossi, dotato di fiuto, fu guidato dall'istinto quando nell'agosto del 1994 andò sì a casa di Berlusconi, in Sardegna, ma si mostrò in canottiera: era un modo di mantenere la sua identità, di rimanere se stesso anche se si trovava nella villa della controparte. Non risulta d'altronde che Emma Bonino, altro personaggio di innegabile istinto politico, sia mai andata ufficialmente in una dimora berlusconiana per un incontro politico. Il punto di partenza, in ogni trattativa, deve essere una saggia scelta del terreno. Conviene che sia per lo meno neutrale: giocare in trasferta non conviene a nessuno. Meglio ancora se la riunione si fa in una sede parlamentare o di partito. Si può forse immaginare che Gianfranco Fini, uscendo da un abboccamento a palazzo Grazioli, magari sazio di champagne e tartine al caviale, sia in grado di proclamare a gran voce: “Ho ridimensionato Berlusconi, da domani il capo sono io”? Finché non imparerà a far politica nei luoghi a ciò destinati, anziché nelle private residenze di un miliardario, Fini il leader del Polo non lo diventerà mai.
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