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La Repubblica, 11 febbraio 1998
I partiti sono 47 i soldi di meno
di Miriam Mafai

Da Epoca n. 249 del 1955
Da Epoca n. 249 del 1955
È certamente vero che uno dei mali di cui soffre il nostro paese è quella sorta di qualunquismo diffuso, quella insofferenza o fastidio per i partiti che rischia di trasformarsi in un pericolo per la democrazia. Ma c'è da chiedersi anche se al diffondersi di questo sentimento non contribuiscano gli stessi partiti quando ostentatamente ignorano o sottovalutano gli umori della pubblica opinione, o quando con qualche disinvoltura e arroganza ne ignorano le pur esplicite indicazioni. Tipico il dibattito, le dichiarazioni e le manovre che si stanno svolgendo attorno al problema del finanziamento pubblico dei partiti. Va detto subito che non troviamo nulla di scandaloso nel fatto che i partiti politici godano di un finanziamento pubblico.
La politica costa, e i partiti godono di un finanziamento pubblico, spesso più cospicuo del nostro, in tutti i paesi europei. (In Germania ammonta, se non sbaglio, a oltre 500 miliardi, ma i partiti sono sottoposti a una serie stringente di controlli, anche in tema di funzionamento interno e di selezione delle candidature, che i nostri partiti probabilmente non sarebbero disposti ad accettare). Non sta qui dunque lo scandalo italiano.
Da Epoca n. 249 del 1955
Da Epoca n. 249 del 1955
Ma nel procedimento surrettizio, furbesco, adottato per superare o meglio aggirare l'ostacolo rappresentato dall'esito del referendum del 1993 che aveva bocciato, a furor di popolo, quel finanziamento. E lo aveva bocciato, si badi, quando, in piena "tangentopoli" ci si era resi conto che il finanziamento pubblico non era riuscito a impedire il ricorso ad altre meno lecite risorse economiche. Era, come dire, un voto "punitivo" che avrebbe dovuto spingere i partiti a un autentico, sincero riesame del loro rapporto con la pubblica opinione all'insegna di un dibattito aperto e trasparente. La legge del 1997 che prevede "la contribuzione volontaria ai movimenti o partiti politici" attraverso il contributo del 4 per mille da sottoscrivere all'atto della dichiarazione dei redditi avrebbe potuto rispondere a questa esigenza. Ma anche l'approvazione di questa legge nascondeva una riserva o un trucco che oggi è venuto alla luce.
Nel momento infatti in cui si discuteva e approvava quella legge tutti sapevano perfettamente che gli uffici del ministero delle Finanze non sarebbero stati in grado di verificarne l'esito prima di alcuni anni. E allora i partiti, versando tutti in ondizioni di gravi difficoltà, decisero di aggirare l'ostacolo, e, ignorando un forte e saggio richiamo del presidente della Repubblica, decisero di assegnarsi una anticipazione di cassa, sulla base di un ipotetico desiderabile esito della contribuzione dei cittadini. Esito che non c'è stato, finora. Sembra infatti che i contribuenti che hanno deciso di devolvere al sistema politico il 4 per mille siano una percentuale assolutamente trascurabile, tanto da mettere in mora l'applicazione della legge. E dunque, se ne sta preparando, rapidamente, un'altra. Come sarà questa nuova legge non lo sappiamo. Ci auguriamo, comunque, che eviti quel perverso risultato della moltiplicazione dei partiti che è stato raggiunto con la legge sul 4 per mille. Sono quarantacinque i partiti che, negli ultimi due anni si sono avvalsi di una quota di quei 110 miliardi stanziati come anticipazione sulla legge del 4 per mille. Quarantacinque partiti. Si va da quelli a tutti noti, come i Democratici della sinistra o i Popolari o Forza Italia o Alleanza nazionale, a quelli assolutamente sconosciuti come il Movimento per il rinnovamento siciliano o il Movimento per la dignità del parlamentare o la Destra di popolo. A tutti questi vanno aggiunte almeno altre due formazioni, ugualmente legittimate a concorrere alla spartizione della cifra complessiva: si tratta dell'Udr di Francesco Cossiga e dei Comunisti italiani di Armando Cossutta. E siamo già a quarantasette. È facile irridere a questa prolificazione partitica, dandone, magari, la responsabilità al maggioritario che ha molti difetti e forse alcune colpe. Ma certamente non questa.
Tale grottesca moltiplicazione di sigle è dovuta infatti non alla legge elettorale, ma a quella sul finanziamento, discussa e approvata all'inizio del 1997. Per garantirsi infatti una approvazione unanime in Parlamento, venne deciso di soddisfare le richieste di tutti, non solo dei partiti che avevano ottenuto una qualche legittimazione elettorale, ma anche le richieste di gruppi e gruppetti di parlamentari (quando uno, quando due, quando tre) pronti a inventarsi una sigla purchessia pur di riscuotere una quota anche modesta, modestissima dei 110 miliardi stanziati. Così movimenti e sigle si sono moltiplicati e ognuno ha ottenuto il suo contributo. Che ne sarà dunque, domani, di queste singolari formazioni? La nuova legge per quello che è dato sapere nel momento in cui scriviamo dovrebbe configurarsi come un rimborso alle spese elettorali, il che sembra corretto.
Ma nel momento in cui si discute di abolizione del proporzionale è lecito chiedersi a quali elezioni si farà riferimento per il calcolo dei rimborsi. Forse alle prossime elezioni europee, per le quali vale, nonostante i suggerimenti e le indicazioni dell'Europa, un proporzionale assoluto? Verrà fissata o no una soglia di sbarramento al di sotto della quale non scatterà il sistema dei rimborsi? O il rimborso verrà previsto per tutte le formazioni che si presentano alle elezioni quale che ne sia il risultato? Tutti interrogativi che la nuova legge dovrà chiarire. Non poniamo questi interrogativi e queste riserve per spirito qualunquistico o antipartito. Al contrario: siamo convinti che un robusto sistema di partiti sia necessario per la nostra democrazia. Ma siamo altrettanto convinti che il sistema dei partiti, pesantemente in crisi, potrà legittimarsi di fronte alla pubblica opinione, solo adottando la strada della trasparenza, anche in tema di finanziamento.

Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?