Epoca, n. 539 del 29 gennaio 1961
L’Italia allo specchio
di Domenico Bartoli
E’ crudele e coinvolge anche gli onesti. C'è un solo rimedio: colpire senza riguardi chi manca
Il meccanismo degli scandali
Quali erano, oltre i generali, gli amici di Peyré? Salì alla tribuna dell’assemblea nazionale francese, quella sera del 17 gennaio 1950, uno dei capi comunisti, Jacques Duclos, e cominciò a diffondere il sospetto. Si volse al segretario di Stato per la Guerra, il socialista Max Lejeune, e gli pose, sorridendo, come per caso, una domanda. Gli chiese: “Non le è mai capitato di banchettare con Peyré?”.
Notiamo che, se la cosa si fosse verificata effettivamente, non sarebbe stata così grave: fino a poco prima, l’avventuriero era quasi considerato un eroe della Resistenza (mentre era un campione del doppio gioco). Ma Lejeune replicò subito con energia di non averlo mai conosciuto e di essersi opposto a farlo decorare del cavalierato della Legion d’onore, come Revers avrebbe voluto. Duclos si trasse indietro prontamente, di fronte alla brusca smentita: “Sono contento”, disse, “di avere provocato le dichiarazioni ... “. Ma Lejeune lo interruppe con uno scatto di collera: “Lei diceva che io avevo banchettato con Feyré”.
Il comunista si trovò ridotto alla difensiva.
Mormorò: “Ho semplicemente fatto una domanda ... “. Lejeune volle incalzarlo ancora: “Il signor Duclos può sostenere di avere diritto di fare questa domanda ad ogni ministro e anche ad ogni deputato. Così, sotto il suo controllo ... tutti saremo costretti a giustificarci: è un metodo che l’assemblea non può tollerare”.
Qui vediamo, colto sul vivo, con tutta la forza drammatica che il Parlamento francese era capace di dare, un tempo, ai fatti del costume politico, un aspetto terribile degli scandali: vediamo il sospetto muoversi, avanzare, insinuarsi, ripiegare soltanto per andare avanti di nuovo, alla prima occasione. C`è una tecnica del sospetto, crudele, ingiusta, che si mette in moto ogni volta che i fatti lo permettono: gli onesti sono colpiti insieme ai disonesti; e a un certo punto non tocca agli accusatori provare quanto affermano, ma agli accusati dimostrare di essere innocenti. Da che cosa deriva questa confusione? C’è modo di evitarla?
Prima di tutto, bisogna che ci sia una base di fatto, e cioè che qualche elemento di corruzione o almeno di scorrettezza, si trovi nelle pieghe della vita pubblica. Questo può accadere dovunque, ma in certi Paesi, come la Francia e l’Italia, accade più frequentemente e con maggiore gravità. Qualcosa avviene, dunque, negli uffici pubblici, nei centri di potere: un uomo, una ditta, un gruppo vengono favoriti, ottengono col denaro, o in altro modo, quello che non dovrebbero ottenere: ecco il primo tempo dello scandalo politico-finanziario, che è il più comune tipo di scandalo.
Poi qualche notizia, di solito vaga, incerta, affiora. E allora le autorità, invece di indagare, di chiarire, di colpire chi ha mancato, cercano di nascondere, di soffocare. Questo tentativo di mascheramento è il secondo tempo della vicenda. Ma non riesce, e serve, mai, a mettere in moto la macchina del sospetto.
L’esempio delle grandi democrazie
Terzo tempo: comincia il fracasso; la stampa si riempie di voci, di accuse; il Parlamento è agitato da interpellanze e interrogazioni, e i ministri rispondono con imbarazzo. Si arriva, talvolta, a inchieste ufficiali, a indagini di politica, a istruttorie giudiziarie, oppure, come da noi è più frequente, le cose tornano dopo qualche tempo a una scettica quiete senza altre complicazioni. La gente dimentica.
Ma il discredito cade sulle istituzioni, sul prestigio del governo, e la macchia non si cancella.
Così accade nei Paesi che hanno un Parlamento, una stampa libera. Si ricordi sempre che la libertà è un elemento necessario perché la macchina si muova nel senso che abbiamo indicato. Nei Paesi autoritari, le cose vanno diversamente. Gli scandali scoppiano soltanto quando servono a chi comanda per ammonire subordinati e umiliare rivali.
Ma nei Paesi liberi gli episodi di corruzione e di disordine amministrativo sono seguiti quasi costantemente dai tentativi di soffocamento, e poi da un violento clamore. Come rimediare? Una condotta onesta e oggettiva della cosa pubblica e il mezzo radicale, naturalmente. Gli scandali finirebbero, o cadrebbero presto nel ridicolo: sul niente non si costruisce niente. Ma occorre una lunga educazione politica e morale per arrivare a tanto.
Nel frattempo, bisogna intervenire negli altri due tempi della vicenda.
Luigi XIV poté far scomparire senza difficoltà il dossier contro Madame de Montespan, compromessa nello scandalo dei veleni, gettando le carte compromettenti nel fuoco. I nostri ministri si illudono se credono di poter fare altrettanto. Troppe carte dovrebbero bruciare, troppa gente far tacere. Pure, sembrano tentati a sminuire l’importanza dei fatti, a coprire le responsabilità. Certe cose saltandogli occhi: per esempio, le condizioni disastrose della Via Olimpica, l’eccessivo sfruttamento edilizio a Roma, i miliardi prestati a uno speculatore notissimo da una grande Cassa di risparmio. Anche l’ultimo fatto portato in Parlamento, la cessione delle gestioni cinematografiche ECI, sebbene meno evidente degli altri tre, suscita gravi dubbi. E’ impossibile mascherare avvenimenti così grossi, uscirne con qualche frase reticente. La copertura cede subito. Ma il governo insiste nella reticenza.
Il rimedio è uno solo: colpire con energia, senza riguardi, dare l’ostracismo politico a chi manca. E invece, come abbiamo detto l'altra volta, chi è ministro lo resta, e chi per ora non lo è, lo diventerà. Gli esempi delle grandi democrazie dovrebbero insegnarci qualcosa.
Quando il consigliere di Eisenhower, Sherman Adams, fu coinvolto in uno scandalo finanziario, il presidente lo fece dimettere. Quando, poco dopo la guerra, un oscuro sottosegretario laburista si lasciò tentare da un affarista senza scrupoli, un’inchiesta lo condannò ed egli scomparve dal Parlamento. Questi sono i metodi che disarmano lo scandalismo, che rendono vana la tecnica del sospetto.
Quando li impareremo?
La democrazia cristiana governa da quindici anni, e negli ultimi quattro è rimasta da sola al potere. Abbiamo un sistema liberale, ma senza il ricambio, senza il rinnovamento, che è la sostanza e la forza di questo sistema.
La mancanza di alternativa valida rende ancora più grave e pericolosa la situazione, e minaccia di far imputridire le strutture dello Stato.
Domenico Bartoli
1961 - Il meccanismo degli scandali
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