Epoca, n. 544 del 5 marzo 1961
L’Italia allo specchio
di Domenico Bartoli
Dal 1911 al 1961 è profondamente cambiato lo spirito con cui gli italiani celebrano il Risorgimento
Centenario senza calore
Cinquant’anni fa, nel 1911, la commozione, l’entusiasmo furono grandi sebbene dominasse il parlamento e tornasse allora al potere un uomo contrario ad ogni manifestazione retorica, il piemontese Giovanni Giolitti. Teniamo pure conto dell’esagerazione, dell’enfasi, che appartenevano alla moda del tempo. Riduciamo di molto le valutazioni degli oratori, le iperboli dei cronisti. Le manifestazioni del 1911 restano grandiose, anche se il nostro spirito disincantato elimina gli eccessi e attribuisce all’artificio la sua parte.
Il cinquantenario fu solennemente ricordato in modo particolare a Roma e a Torino; e il caso del gioco parlamentare volle che Luigi Luzzatti, come capo del governo, 
Ma la differenza fra allora e oggi non è negli aspetti materiali, nella maggiore o minore grandiosità delle manifestazioni. Anche adesso si costruiscono edifici, si organizzano mostre, e i primi giudizi che conosciamo sono favorevoli. Quello che sembra cambiato è lo spirito. C’era fra il 1911 e il 1861 una continuità storica che adesso pare spezzata: prima o poi, verrà riallacciata, ma per ora e interrotta. Non ci sono più vecchi garibaldini. Nessuno ha un ricordo diretto delle giornate dell’unità. La classe politica, specialmente quella parte di essa che si trova alla direzione del governo da un quindicennio, non ha legami col Risorgimento, con le grandi correnti di idee e di opinioni che fecero l’Italia (e gli sforzi lodevoli del Presidente Fanfani, che non perde occasioni per ricordare uomini, fatti e date del Risorgimento, sono appunto un volonteroso tentativo di stabilire qualche legame, di gettare qualche ponte). La Chiesa, che nel 1911 era ai margini della vita nazionale almeno come importanza politica (la sua influenza morale e di costume è sempre stata grande), adesso si trova al centro del mondo italiano. Fatto ancora più importante, una grave e profonda lacerazione ha rotto la continuità della nostra storia. Da questo l’apatia che vediamo, l’indifferenza, perfino l’ignoranza di fronte agli avvenimenti che ci fecero diventare Stato unitario.
Sono tutti degni di omaggio
Si poteva intitolarlo, ripetendo il grido di guerra garibaldino: Italia e Vittorio Emanuele. Il titolo scelto, Viva l’Italia, ha invece il duplice difetto della retorica e della genericità.
In Viva l’Italia si delinea nuovamente il tentativo di esaltare la corrente popolaresca e rivoluzionaria del Risorgimento, impersonata da Garibaldi, al di sopra della corrente piemontese e monarchica, impersonata da Cavour più che dal re Vittorio Emanuele. E’ una tendenza che troviamo anche in opere di natura meditata e di ambizione scientifica e che corrisponde a uno stato d’animo abbastanza diffuso, e cioè al desiderio di rivedere la nostra storia nazionale secondo schemi e pregiudizi di oggi.
Comprendiamo che certi aspetti del carattere di Garibaldi, la sua generosità, il suo coraggio, il suo assoluto disinteresse, i suoi atteggiamenti pittoreschi, rendessero la sua figura più calda, più colorita di quella di Cavour.
E’ più facile ricordare alcune frasi, vere o apocrife, del generale, apprezzare i suoi gesti e le sue azioni, che non afferrare l’intricata trama intrecciata dall’agilissima mano del ministro di Vittorio Emanuele. Ma bisognava pur dire alla gente e tentare di far capire, che senza Cavour la seconda fase del nostro Risorgimento poteva finire in un altro ’49, e l’unità essere ritardata per un’intera generazione.
L’azione politica e diplomatica del Piemonte fu la condizione di tutto il resto. E nello stesso ’6O la prudenza del ministro, insieme con la sua ben dosata audacia, portò al trionfo del marzo ’61. Se i garibaldini avessero marciato da Napoli su Roma, la spedizione dei Mille sarebbe finita in una catastrofe.
Non staremmo a dire queste cose se non fosse necessario correggere certe interpretazioni. Si oscilla fra un Risorgimento da idillio, da stampa popolare, nel quale Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi, Mazzini, perfino Pio IX sono esaltati tutti insieme e presentati come amici fraterni, come consapevoli collaboratori a un’opera comune; e un Risorgimento che consiste nella contrapposizione fra il sacrificio di qualche eroe popolare e l’avido sfruttamento delle vittorie altrui, compiuto da un ministro senza scrupoli per conto di una dinastia di parvenus. Sappiamo bene che la storia vera, la storia seria, ha superato da tempo questi schemi, e forse non li ha mai seguiti.
Ma le divulgazioni finiscono spesso nell’una o nell’altra esagerazione. Il centenario dovrebbe invece offrire il momento adatto per dare una versione dei fatti né retorica né partigiana.
Sarebbe un grave errore se la repubblica temesse il fantasma di una monarchia sepolta fino al punto di dimenticare la parte di Casa Savoia nel Risorgimento. Il governo, ci risulta, renderà omaggio al Pantheon alla memoria di Vittorio Emanuele II come a quelle di Cavour, di Garibaldi e di Mazzini a Santena, Caprera e Staglieno. E’ giusto che sia cosi.
Il ricordo di quel re che, se non aveva la testa di Federico II o lo splendore di Luigi XIV, aveva valore di soldato, buon senso di sovrano costituzionale e cuore di italiano, non mette certamente in pericolo le nostre istituzioni.
Perché, allora, non fare un altro passo di conciliazione nazionale concedendo ai monarchici piemontesi di esporre, come chiedono, la bandiera con lo stemma sabaudo nei giorni del centenario? La domanda di questi ultimi fedeli ci sembra onesta e limpida in confronto allo sfruttamento demagogico del restante prestigio monarchico che alcuni capipopolo meridionali hanno fatto negli anni passati per raccogliere i voti degli ingenui.
Domenico Bartoli
1961 - Centenario senza calore
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