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Epoca, n. 1336 del 1976
I passi perduti
Sette anni di delitti brutta ipoteca sulle elezioni
di Vittorio Gorresio

Da Epoca n. 1336del 1976
Da Epoca n. 1336del  1976
Il grande desiderio che questa malaugurata campagna elettorale si possa svolgere nell’atmosfera civile e nel clima tranquillo che in Italia è fortunatamente tradizionale da trent’anni in qua, è ora turbato da episodi che non direi di violenza, ma pura e semplice criminalità. Vorrei spiegarmi bene per non essere frainteso. Anzitutto dire che se definisco malaugurata la campagna elettorale nella quale ci troviamo immersi fino al collo, è perché l’anticipo delle elezioni è un segno triste di per sé, in quanto segno di fallimento ripetuto, di una legislatura che già nacque in anticipo rispetto alle norme della Costituzione.
Nei primi cinque anni del suo mandato presidenziale, Leone si è visto nella necessità di sciogliere il Parlamento già due volte.
Se vogliamo una prova che la nostra classe dirigente non sa fare una politica, la prova è questa, e non è lieta. Secondo punto da chiarire: dico che non si tratta di violenza, ma di una criminalità pura e semplice posta al servizio di chi sa quali obbiettivi. Per violenza io intendo un’altra cosa: l’impulso di prepotenti esagitati che trascendono all’uso della forza a danno dei loro avversari diretti, ma in forma occasionale, in circostanze d’eccezione. Naturalmente, ancch’essi compiono azioni delittuose che il codice prevede e punisce, ma al paragone con quanto accade oggi in Italia, si tratta di episodi di minor conto, che non impressionano realmente nessuno, che qualche volta appaiono addirittura comici come furono quelli che in altri tempi, abbastanza lontani, ebbero a protagonisti i cosiddetti “frati volanti” che il cardinale Giacomo Lercaro arcivescovo di Bologna aveva mobilitato con il compito di impedire i comizi comunisti in Emilia, al fine di sostenere la candidatura di Giuseppe Dossetti a sindaco di Bologna, in contrapposizione a Giuseppe Dozza.
Erano fatti di cronaca piacevoli da leggere, come è piacevole - ad esempio - il film americano Nashville che così bene inquadra e rappresenta gli aspetti di una campagna elettorale nel Tennessee, profondo Sud degli Usa.
Anche in Nashville - lo so - ci scappa il morto, alla fine: ma mi sembra che ciò denunci solo un caso di violenza. Da noi invece ho l’impressione che ci troviamo di fronte ad un teppismo politico organizzato perfettamente durante i sette anni drammatici che abbiamo vissuto tra il 1969 - inizio della cosiddetta strategia della tensione - e questo l976, culminato per ora nell’assassinio a Milano del consigliere provinciale missino avvocato Enrico Pedenovi. Mi basta ricordare le bombe alla Fiera di Milano ed alla Stazione centrale (24 aprile 1969), la morte dell’agente di polizia Antonio Annarumma, sempre a Milano, in via Larga (19 novembre), la strage del 12 dicembre nella sede della Banca dell’Agricoltura in piazza Fontana, il misterioso “suicidio” (15dicembre) dell’anarchico Pinelli “caduto” dalla finestra della questura milanese, l’uccisione del comunista internazionalista Saverio Saltarelli (12 dicembre 1970) e del pensionato Giuseppe Tavecchio (11 marzo 1971).
Il l972 si aprì con la morte, per esplosione, di Giangiacomo Feltrinelli (il 15 marzo) sotto un traliccio di Segrate, ed in un certo senso culminò con l’assassinio, il 17 maggio, del commissario di Ps Luigi Calabresi. Nel l973 (23 gennaio), davanti alla Bocconi di Milano, lo studente Roberto Franceschi cadde sotto i colpi della polizia, ed il 12 aprile fu ucciso dai missini l’agente di Ps Antonio Marino. Il 17 maggio, quattro morti davanti alla questura di Milano, dove il ministro Rumor si era recato a commemorare il commissario Calabresi; dopo un anno quasi tranquillo (1974), fu colpito il 14 marzo l975 (e spirerà, dopo una lunga agonia, il 29 aprile) il diciassettenne Sergio Ramelli, aderente al Fronte della gioventù.
Un mese più tardi (16 aprile) cadde ucciso Claudio Varalli, diciottenne, della sinistra extraparlamentare, e il giorno seguente il consigliere provinciale missino Cesare Biglia venne ferito sotto casa; nello stesso giorno l’antifascista Giannino Zibecchi morì schiacciato da un autocarro dei carabinieri.
Di Vittoro Gorresio
Di Vittoro Gorresio
Ci furono poi, il 15 maggio, l’aggressione e il ferimento, con tre colpi di pistola alle gambe,
del democristiano Massimo De Carolis; e il 29, l’aggressione dello studente lavoratore Alberto Brasili nei pressi di San Babila. Il 27 aprile di quest’anno, sono stati accoltellati tre giovani di sinistra: Gaetano Amoroso, Carlo Palma e Luigi Pera. Segue, come ho già detto, l’assassinio di Enrico Pedenovi, consigliere provinciale missino, mentre a Roma in via Giulia si procede contro il marchese Theodoli che è un petroliere, contro il quale si spara mirandolo alle gambe: non per ucciderlo, di conseguenza, bensì per dare un ammonimento. Muore intanto a Milano Gaetano Amoroso dopo tre giorni di agonia.
Ma tutte queste, altro non sono che spigolature di cronaca, fatte anche un po’ a caso, attraverso una rapida consultazione delle raccolte dei giornali, e sarebbe anche troppo facile aggiungervi i casi tremendi di piazza della Loggia a Brescia e dell’attentato al treno Italicus, come tanti altri episodi, quali l’aggressione a Bergamo, il 26 marzo, di un dirigente tedesco della Philips-Bosch, raggiunto da tre raffiche di mitra, quella di un capo reparto della Fiat-Mirafiori il 13 aprile a Torino e del capo delle guardie alla Magneti Marelli di Milano. L’elenco, in un articolo di giornale, è impossibile che riesca completo, ma i casi già citati sono sufficienti a dimostrare che la strategia della tensione - si diceva nel 1969 - bat son plain, anzi, si è trasformata in terrorismo, e ha dato luogo alla nascita di “guastatori della rivoluzione”, come li ha chiamati la settimana scorsa il Corriere della sera.
Come è inevitabile in periodo elettorale, ognuno cerca di interpretare questi tragici avvenimenti secondo la propria logica ed anche i propri interessi politici. C’è chi parla di misteriosi killer di Stato interessati a seminare la paura e a spostare voti a destra: chi preferisce attribuire il dilagare della violenza politica alla debolezza delle Stato stesso, che per varie ragioni, in questi ultimi anni, non ha mai proceduto con la dovuta energia contro i gruppuscoli eversivi delle due parti; chi immagina una gigantesca trama tessuta da servizi segreti stranieri. In mancanza di elementi sicuri, appare assai difficile far risalire tutti gli avvenimenti che abbiamo citato a un’unica matrice, perché la stessa applicazione del criterio del cui prodest complica oggi terribilmente le cose. In un certo senso, poter attribuire tutta la responsabilità di ciò che accade a una sola “mente” sarebbe perfino rassicurante, nel senso che, una volta individuata ed eliminata quella, potremmo tornare alla normalità.
Noi italiani abbiamo voglia, sentiamo tutti il bisogno di essere ben governati in un buon ordine che non vada disgiunto dall’efficienza. Il nostro governo non ci ha dato il primo né ha dimostrato la seconda delle nostre esigenze. Si limita a dirci, come notava Lietta Tornabuoni sul Corriere della sera del l maggio, che noi dobbiamo mantenere la calma, non raccogliere le provocazioni, respingere il caos, conservare una civile compostezza e non abbandonarci a reazioni inconsulte. Sono chiacchiere e prediche inutili, anche offensive, perché tra noi la calma c’è e non è la gente a perdere la testa: “il caos e il sangue, gli assassini politici o il terrorismo restano estranei all’insieme della collettività, non coincidono con i suoi comportamenti e non nascono da lei”.
Come collettività noi siamo, oso dire, meglio dei nostri governanti, e a loro piuttosto abbiamo il diritto di rispondere che sono loro a dover mantenere la calma, ma una calma - magari - che non continui ad assomigliare ad una inerzia suicida. Forse è la legge Reale che non funziona, ma non funziona - sono convinto – perché è male applicata.
Vittorio Gorresio

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