Epoca, n. 0981 del 13 luglio 1969
L’Italia allo specchio
di Domenico Bartoli
Lo sfondo di un dramma
La scissione socialista non può essere capita, e le sue conseguenze non possono essere misurate con esattezza, se non si ha bene sotto gli occhi lo sfondo sul quale questa nuova crisi è avvenuta. Une sfondo di anarchia, di disordine, di debolezza. Nella mattinata del giorno della scissione, venerdì 4 luglio, che cosa leggevamo sui giornali? I cronisti politici riferivano che la mediazione di Nenni si avviava al fallimento: intorno a lui si schieravano i gruppi degli autonomisti, gli ex-socialdemocratici di Tanassi, pochi altri fedelissimi, mentre le correnti di De Martino, Mancini e Giolitti si disponevano a votare un proprio documento, e Lombardi faceva per conto proprio. Ma questo equilibrio delle impotenze, questa incapacità di tirare fuori una maggioranza che governasse il terzo partito italiano non dovevano essere isolati da quanto avveniva nel Parlamento, nel Paese e anche nel resto del mondo. Ma lasciando da parte l’estero, come si diceva una volta, mescolando nell’espressione il rispetto e la diffidenza. Lasciamo da parte i Paesi stranieri, anche se i loro rappresentanti saranno stati certamente colpiti dal vedere che il nostro ministro degli Esteri, a quasi ottant'anni, era costretto a battagliare per più giorni senza riuscire a tenere unito un partito che gli rifiutava un voto di maggioranza anche relativa. Vediamo che cosa raccontavano le cronache interne di quel venerdì 4 luglio. Mi limiterò a darne tre soli esempi, che mi sembrano rivelatori.
In Parlamento, l’onorevole Donat-Cattin delineava apertamente un esperimento di collaborazione clerico-comunista.
Offriva al PCI un baratto: anticipare la discussione della legge finanziaria sulle Regioni secondo il progetto comunista (Ingrao) in modo da rendere possibili le elezioni regionali in autunno, e affossare con un provvidenziale rinvio il dibattito sul divorzio. La proposta è stata fatta alla Camera, in commissione. Non si sa quale risultato possa avere. Ma è un sintomo, certamente. L’alleato dell'onorevole Moro anticipa il futuro? Un futuro nel quale l’accordo fra comunisti e democristiani sorga dal Parlamento e dagli enti locali per imporsi al governo, e portare, alla fine, a quella comune gestione del potere che oggi viene rifiutata a parole? Non sembra dubbio che sia questa l'intenzione dell'onorevole Donat-Cattin, di molti suoi compagni, e il patto d’intesa che Moro ha stretto con lui e con gli altri uomini dell’estrema sinistra democristiana diventa, così, sempre più assurdo, sempre più pericoloso. Non è certo un caso che l'episodio sia avvenuto mentre i socialisti si trovavano divisi nella sterile battaglia dell'EUR ... Sul corpo ormai esanime del partito socialista unificato si potevano intrecciare impunemente i flirts lungamente segnati dai clericali rossi (Donat-Cattin) e dai rossi clericali (Ingrao).
I partiti in crisi provocano disagio in tutto lo Stato
Usciamo dal chiuso degli ambienti politici. Le cronache del 4 luglio riferiscono due episodi di disordine. A Torino, per uno sciopero di pretesta contro il caro-case, tumulti nelle strade, barricate, scontri con polizia e carabinieri. A Roma,i cancellieri invadono con cartelli e clamori il Palazzo di giustizia, tentando perfino di penetrare nell'aula deve si discute il processo Menegazzo e fanno altrettanto al ministero della Giustizia. Da una parte, la violenza politica degli estremisti di sinistra, “cinesi”, neo-anarchici e così via. Dall’altra, la violenza corporativa di un sindacato di funzionari nel quale non prevale, certamente, l’estremismo di sinistra: di nuovo, il disordine degli uomini d'ordine, fondato sulla convinzione che senza manifestazioni clamorose, senza minacce, nulla si possa ottenere.
Mi si può chiedere quale rapporto c’è fra la crisi socialista e queste manifestazioni.
Non c'è, si capisce, un legame diretto, ma c’è un fortissimo legame indiretto. I partiti, che sono la base del nostro sistema, sono in crisi e scaricano le proprie debolezze e indecisioni sul governo da essi espresso, e dal governo il disagio si diffonde in tutto lo Stato e in tutta la società nazionale.
Quando i socialisti arrivano al punto estremo della confusione e della rottura, e travolgono il governo di centro-sinistra, quando la minoranza democristiana guidata da Moro, cioè da un uomo che per un decennio fu segretario politico o presidente del Consiglio, chiede imperiosarnente di partecipare al potere nel partito, minacciando altrimenti di ritirare i propri ministri e di far cadere il governo Rumor: quando si verificano questi fatti, per ricordare soltanto gli ultimi, non si può supporre che il potere esecutivo abbia un minimo di forza e di capacità, che i suoi organi operino con efficacia.
L'Italia politica sembra vivere come un ammalato che non possa né camminare né pensare. Le forze spontanee si muovono nel Paese senza quasi incontrare ostacolo. L’onorevole Rumor ha pronunciato un buon discorso al congresso democristiano. Ma la situazione interna dei partiti che dovrebbero sostenerlo non gli ha permesso di agire. Da ultimo la scissione socialista lo ha travolto.
Come la maggior parte degli italiani che non sono conservatori chiusi, clericali arrabbiati e comunisti, io accolsi con favore l’unificazione socialista. Mi parve che fosse un fatto importante e utile. Credetti che una forza politica più numerosa della socialdemocrazia di Saragat, senza legami clericali e del tutto indipendente di fronte ai comunisti avrebbe dato al nostro fragile sistema un prezioso contributo di stabilità e di progresso. Più forza alle istituzioni, più impeto alle riforme che occorre fare. Nella pratica, l'esperimento ha deluso quelli stessi che lo avevano accolto con favore.
Una parte considerevole dei socialisti, la metà o poco meno, e sia pure con diverse forme e in diversi gradi d'intensità, subisce ancora la suggestione della lunga servitù frontista.
Per alcuni, si deve trattare della fedeltà ad un astratto schema mentale e di un profondo sentimento d'inferiorità verso i comunisti. Per altri, di un calcolo politico e demagogico.
Per altri ancora, di fanatismo dottrinario. Ma i motivi personali e psicologici non hanno grande importanza. Rimane il fatto che, per una ragione e per l'altra, un forte numero di socialisti, da De Martino a Giolitti, da Mancini a Brodolini, non intende chiudere la porta ai comunisti. Lombardi chiede subito e ad alta voce quello che gli altri contano di fare al momento opportuno, di preparare gradualmente, cioè, l'apertura al PCI.
Ma bisogna aggiungere un altro fatto importante. I socialdemocratici che respingono nettamente, insieme a una minoranza dei socialisti del vecchio PSI, ogni apertura, presente e a venire, verso i comunisti correvano il rischio di essere distrutti e asserviti dall’organizzazione con la quale avevano deciso di fondersi.
Ouesto pericolo, più politico che organizzativo, si verificava nella spartizione dei posti direttivi di partito, nel tesseramento, nella scelta dei candidati alle cariche pubbliche e alle elezioni politiche e amministrative, nel gioco delle preferenze elettorali, e così avanti. Si rischiava che il partito unificato diventasse sempre più PSI e sempre meno socialdemocrazia. E sarebbe stato difficile mettere in piedi un sistema di garanzia che impedisse le sfrenate lotte interne e difendesse i saragattiani (come ancora vengono chiamati) dalle prepotenze e invadenze degli altri. L'ultima occasione di compromesso era data dalla mediazione di Nenni e dal documento nel quale essa aveva preso forma. Fallito questo tentativo, era chiaro che l'equilibrio interno non poteva essere ristabilito. E la scissione è avvenuta, la terza scissione importante dalla guerra in poi, dopo quella di Saragat del '47 e l'altra dei socialproletari del ’64.
E ora, le cose corrono nel senso che poteva facilmente essere previsto: crisi di governo, faticosa formazione di un monocolore democristiano, maggiore instabilità, più forte agitazione della piazza, probabilmente nuove elezioni in un ambiente drammatico. E un altre colpo al regime dei partiti.
Domenico Bartoli
1969 - Lo sfondo di un dramma
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