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La Repubblica, 20 luglio 1998
La politica in cerca di leader
Nella Seconda Repubblica nessuno ha un progetto insieme nobile e fattibile
di Piero Ottone

Da Epoca n. 141 del 1953
Da Epoca n. 141 del 1953
I Vecchi dèi, cioè i notabili della Prima Repubblica, sono ormai un ricordo lontano. Con una sola eccezione, sono scomparsi dalla scena, non esistono più. E anche l'unico superstite ha i suoi problemi. Ma i nuovi dèi sono emersi? Se ne vede qualcuno all'orizzonte?
C'è chi sostiene che un uomo politico dimostra di avere la stoffa di leader quando agisce per l'attuazione di un progetto. Mi sembra un pò poco. Certo è preferibile chi abbia un progetto a chi proceda a tentoni, vivendo alla giornata, senza sapere dove vuole andare a parare. Ma per salutare l'avvento di un vero leader, di un uomo politico cioè in grado di suscitare entusiasmi, di avere un seguito, di lasciare un'impronta, occorre qualche cosa di più.
In primo luogo, il progetto deve avere una certa nobiltà. Non basta prefiggersi un obiettivo e inseguirlo con tenacia. Bisogna che valga la pena di raggiungerlo. De Gasperi, il più grande leader del dopoguerra, si era prefisso un obiettivo nobile: quello di restituire dignità a un'Italia distrutta dal fascismo e dalla guerra. È stato un grande leader, a mio parere, anche Enrico Berlinguer, un uomo di alta moralità, di saldi principi. I progetti degli uomini politici contemporanei, all'alba di quella che forse è la Seconda Repubblica, devono essere misurati alla stregua dei progetti dei loro predecessori: e bisogna dire che dal confronto non escono bene.
Da Epoca n. 141 del 1953
Da Epoca n. 141 del 1953
In secondo luogo, il progetto di un vero leader deve essere fattibile: nel senso che deve essere possibile realizzarlo. Ciò non significa che un uomo politico sia un leader solo se ha successo. Può anche darsi che fallisca. De Gasperi, tanto per tornare ai nostri esempi, riuscì solo in parte a raggiungere l'obiettivo di rimettere l'Italia sulla retta via; Berlinguer non riuscì a reinserire il partito comunista nel gioco democratico. Però si trattava di obiettivi possibili: e infatti i successori di quei due leader sono stati in grado di completare l'opera, o per lo meno di proseguire sulla strada che i predecessori avevano indicato.
Misurati secondo questi criteri, i leader della Seconda Repubblica ancora non si vedono. Non parliamo di Silvio Berlusconi, che avrà anche tante doti, ma uomo politico certamente non è: se ne sono accorti gli stessi suoi seguaci più intelligenti: Colletti, Vertone, Martino, Urbani, che non nascondono la loro delusione (resta da chiedersi come fossero riusciti a illudersi). Non supera l'esame, per ora, neanche l'altro protagonista della vita politica italiana.
Massimo D'Alema è un caso interessante. Intelligente senza alcun dubbio, tenace, dotato di una sprezzante alterigia che può anche suscitare ammirazione, egli dà l'impressione di un personaggio in cerca d'autore; nel senso che si rende conto che occorre un grande progetto per fare politica sul serio, ma non lo trova. È emblematica la faccenda della Cosa Due: D'Alema capisce che bisogna dare un senso a quel gran partito che si trova fra le mani, ma non sa imprimergli una direzione, e come in una simulazione ricorre a nomi astratti, parla di Cose in modo puramente teorico, in attesa di sostituire le astrazioni con la realtà.
In attesa del leader, procediamo alla meno peggio col governo: uomini come Romano Prodi e Carlo Azeglio Ciampi, per citare i due migliori, sono cresciuti in questi due anni, hanno conseguito risultati. La tecnocrazia riempie il vuoto della politica. Fino a quando?

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