Epoca, n. 547 del 26 marzo 1961
L’Italia allo specchio
di Domenico Bartoli
Il Centenario servirà? Almeno per un giorno Tutti sentono l'alto valore di un confronto.
La grande giornata del 27 marzo
Che accadde il 25 e il 27 marzo? Per ricordare quelle giornate non c’è modo migliore di una semplice cronaca con qualche breve spiegazione che la scarsa efficacia dei nostri corsi di storia alla scuola media rende opportuna.
Alla Camera di Torino, appena eletta in tutto il regno, Cavour venne interrogato il 25 marzo dal deputato Audinot sulla questione di Roma capitale. Il Presidente del Consiglio rispose con un discorso abbastanza lungo, nel quale rivelò le meditazioni che da molto tempo andava facendo. Non disse, naturalmente, che erano appena falliti i tentativi di negoziato ufficioso con la Santa Sede attraverso il medico liberale Pantaleoni, che proprio il 19 marzo, dopo un aspro discorso pronunciato da Pio IX in Concistoro per escludere ogni possibilità di conciliazione con la civiltà moderna, gli aveva scritto: “Finalmente il papa ha bruciato i suoi vascelli, si è chiusa ogni ritirata ... “ (l’episodio è noto: una chiara analisi si trova nel saggio di Luigi Salvatorelli incluso in Spiriti e figure de! Risorgimento, appena uscito a Firenze presso Le Monnier).
Nel discorso del 25, che è forse il migliore e certo il più noto di quelli da lui pronunciati, Cavour spiegò perché l’Italia avesse bisogno di Roma, la sola città della Penisola dove le memorie municipali non prevalessero su quelle nazionali, e che potesse senza discussione imporre il proprio nome e la propria fama a tutte le altre. Aggiunse che non avrebbe lasciato Torino senza dolore. “In mezzo ai più splendenti monumenti di Roma antica e di Roma moderna”, disse, “io rimpiangerò le severe e poco poetiche vie della mia terra natia. E Costanza d’Azeglio, la cognata di Massimo, in una delle sue vivacissime lettere, ora raccolte nel Giornale degli anni memorabili, afferma addirittura che Cavour non avrebbe mai voluto lasciare il Piemonte e che, trasferendosi altrove il governo, “avrebbe chiesto il posto di governatore di Torino”.
Ma, nonostante le sue preferenze sentimentali, Cavour non esitò ad affermare la necessità storica, il dovere di andare a Roma per stabilirvi la capitale. Pose due condizioni, che furono poi incluse nell’ordine del giorno votato dalla Camera: agire d’accordo con la Francia; garantire ai cattolici la piena libertà del Pontefice e della Chiesa. Questa seconda condizione venne riassunta dallo stesso Presidente del Consiglio, il 27 marzo, quando la Camera approvò solennemente la politica del governo e acclamò Roma capitale, in un secondo discorso con la formula concisa e famosa: ”Libera Chiesa in libero Stato”. Secondo lui, e lo disse, la civiltà cessava di progredire “sia che una casta sacerdotale usurpasse il potere temporale, sia che un califfo o sultano riunisse nelle sue mani il potere spirituale”.
Il perché di una data
Questi sono gli avvenimenti che l’Italia ricorda. Ci domandiamo ora perché si sia scelta la data del 27 marzo per festeggiare il centenario. La Camera aveva votato l’unita nazionale il giorno 14, proclamando l’assunzione del titolo di re d’Italia da parte di Vittorio Emanuele II, fino allora re di Sardegna. La legge, firmata dal sovrano, venne pubblicata il 17 sulla Gazzetta ufficiale, diventando così valida. Perché il 27, dunque, e non il 14 o il 17? Se fu per attenuare e quasi cancellare il fatto dell’origine monarchica del nostro Stato unitario, la decisione non ci sembra felice.
Speriamo, invece, che la giornata del 27 marzo sia stata scelta perché ricorda un grande fatto della nostra storia, e soprattutto della nostra coscienza nazionale: la capacità e il dovere di mantenere rigorosamente la distinzione fra lo Stato e la Chiesa. Cavour era cattolico e morì da cattolico, pochi mesi dopo le grandi tornate parlamentari che abbiamo rapidamente riassunte. Ma decise e agì sfidando apertamente la scomunica che Roma aveva lanciato centro gli invasori dello Stato pontificio per ragioni temporali, politiche. Pensiamo anche ai grandi credenti di quel tempo,
a Manzoni, a Gioberti, a Ricasoli, uomini assai più religiosi e osservanti di Cavour. Neppure loro avevano dubbi. Manzoni, che era senatore, venne a Torino per votare l’unità nazionale, che già comprendeva l’Emilia, le Romagne, le Marche, l’Umbria, tutte provincie, fino a pochi mesi prima, dello Stato pontificio. Spesso un animo pio si mostra ardito e risoluto di fronte alle decisioni e agli atteggiamenti della Chiesa al di fuori delle materie di fede, e sorprende e scandalizza gli increduli non meno dei bigotti: gli increduli perché non afferrano la complessità dei rapporti fra il clero e i fedeli, i bigotti perché non hanno nessuna indipendenza di giudizio e di coscienza.
Ma, per far questo, occorre uno Stato, occorre una classe politica che abbia una propria forza morale. Non c’è bisogno di afferrare e condividere l’alta idea dello Stato che esprimeva Silvio Spaventa: basta una semplice e onesta coscienza dei propri doveri. Abbiamo oggi questi uomini? Servirà a qualcosa il centenario che ricorre adesso? Comprenderanno la grandezza e l’ammonimento, degli esempi, i nostri ministri, mentre renderanno omaggio a Vittorio Emanuele II. a Mazzini, a Garibaldi, a Cavour? Per un giorno almeno la nostra classe politica senta il valore di un confronto e di un avvenimento.
Domenico Bartoli
1961 - La grande giornata del 27 marzo
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