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L’epopea di Primo Carnera
di Nantas Salvataggio

Da Epoca n. 545 del 1961
Da Epoca n. 545 del 1961
Non succede a tutti i ragazzi di incontrare una leggenda dello sport, un campione in carne ed ossa che ti fa sedere sulle sue ginocchia e ti racconta la propria straordinaria avventura. A me è capitato a 13 anni con Primo Carnera, il gigante di Sequals che divenne il campione del mondo dei massimi. Era un uomo di una forza smisurata, pari solo alla sua bontà. E adesso vi racconto com’è andata.
Veneziano, vivevo ai margini della laguna, a due passi dalla chiesa gotica della Madonna dell’Orto. Doveva essere settembre, l’anno 1936, l’Italia aveva appena conquistato l’Etiopia e io stavo per entrare in seconda ginnasio. Un pomeriggio mi mandò a cercare il parroco don Giacomo Velo; la cosa era urgente e dovevo subito raggiungerlo: in città era arrivato Primo Carnera.
Carnera? L’Uomo più forte del mondo? Mi domandavo cosa potesse volere da me, ero uno scricciolo e di sicuro non tiravo di boxe. In compenso facevo ginnastica artistica, sbarra e anelli: proprio ciò che Carnera cercava, un mini-acrobata per la sua compagnia di Circensi.
Vengo all’osso: insieme al campione c’era un signore elegante, in cappotto di cammello, disse che faceva l’impresario e che il ‘Circo Carnera’ avrebbe debuttato a Pordenone, Teatro Licinio. “Se lei mi presta il ragazzo per una sera” propose l’impresario al parroco, “le offro cento lire per le Opere Pie. Il ragazzo avrà vitto e alloggio e venti lire di ingaggio.” Per quei tempi, cifre da capogiro.
Poiché erano anni di miseria e le casse della parrocchia non contenevano che polvere e cambiali, don Velo ne parlò con mio padre e alla fine ottenni il permesso. Così partimmo in treno, l’impresario, Carnera ed io. “Ma perché a Pordenone?” domandai all’impresario, che si faceva chiamare ‘conte’ e fumava Macedonia Extra col bocchino d’oro. “Non l’hai capito?” replicò il conte: “Pordenone è Friuli, la regione di Primo. Vi sarà accolto come un re”.
Da Epoca n. 545 del 1961
Da Epoca n. 545 del 1961
In effetti, già alla stazione, la gente friulana fece subito capannello e i ragazzini intorno a gridare: “Carnera, Carnera!” Non era ancora tempo di autografi, ma tutti tentavano di toccarlo, di tastargli i muscoli. Una donnetta dai capelli grigi, che non arrivava al metro e quaranta, gli gridò: “Carnera, dammi un bacio!” Lui la sollevò per aria come una bambola, la fece volteggiare e poi la strinse al petto. Al che lei gridò: “Ma tu sei più forte di King-Kong!”.
La sera alle sette, un’ora prima dello spettacolo, il conte ci condusse tutti al ristorante ‘Italia’. Facevano parte del Circo due pugili magri come fachiri, che dovevano boxare arbitrati da Carnera; un giocoliere che spezzava catene a petto nudo e sputava fuoco; una danzatrice del ventre; un lanciatore di coltelli con la sua amica coperta di cicatrici; e infine il sottoscritto, che alla sbarra montata sul palcoscenico doveva eseguire svolazzi e granvolte.
Per attirare la curiosità del pubblico, che ci osservava dalla piazza, il cameriere servì a Carnera una montagna di spaghetti al pomodoro, mentre io dovetti contentarmi di quattro maccheroni su un piattino da caffè.
Quella ingenua messinscena, escogitata dal conte, servì a poco: lo spettacolo fu un clamoroso fiasco. C’era una tale micragna in giro, in quei tempi di crisi mondiale, che a malapena si riempirono le prime tre file della platea. Lo spettacolo, in verità modesto, filò via nella cortese indifferenza. Dopo il mio “numero” alla sbarra, ricordo che Carnera mi assestò un’affettuosa sventola che per poco non persi i sensi. “Oh, scusami tanto” disse. Non si capacitava della sua stessa energia.
“E adesso, che succede?” domandai al conte sul calar del sipario. “Niente” disse “Si chiude.” E consegnandomi quattro monete d’argento, dette ‘colombine’, aggiunse: “Adesso torni a casa. Salutami il parroco”.
Vent’anni dopo, come nel romanzo di Dumas, ritrovai l’eroe della mia infanzia, il D’Artagnan della Boxe che un giorno di settembre era venuto a cercarmi a Venezia. Ma allora, 1936, Carnera era un mito, una leggenda sulla bocca di tutti. Campione del mondo dei massimi, dopo aver messo k.o. Jack Sharkey alla sesta ripresa, aveva difeso la corona con l’idolo spagnolo Paulino Uzcudum e l’anglosassone Loughran. Ma nel 1954, quando sbarcai a New York come corrispondente di Epoca e Il Giorno, Carnera era un mito annebbiato, eco lontana dell’età del jazz e del Charleston. Quanto a me, molte cose erano cambiate dal tempo in cui facevo parte della Banda Carnera.
Da Epoca n. 545 del 1961
Da Epoca n. 545 del 1961
E così una mattina, mentre sfogliavo nel mio ufficio di New York la mazzetta dei giornali, mi colpì un articolo del Post dove si annunciava un incontro di lotta libera al Saint Nicholas Arena fra l’ex campione del mondo Carnera e un gigante nero dell’Alabama.
Carnera! L’idea di ritrovarlo in America mi diede un brivido lungo la schiena. La foto riprodotta dal giornale era quella del suo trionfo contro Sharkey, nel 1933: era di una bellezza statuaria, a suo modo tenebroso e avvenente, una specie di Rodolfo Valentino coi guantoni.
Devo assolutamente rivederlo, pensai. Tramite l’ufficio stampa del Saint Nicholas venni a sapere che Carnera era sceso al Weston Hotel, in Lexington Avenue. Fortunosamente, lo beccai al telefono. “Mister Carnera, my name is Nantas ... Do you remember Pordenone, the Licinio Theatre?” No, sulle prime non gli diceva un bel niente. Nel suo curioso accento yankee-veneto volle che precisassi il luogo e l’anno. Ed io: “Do you remember il conte Morello? Aveva messo su il Circo Carnera, io ero il piccolino che faceva le acrobazie alla sbarra …”. Seguì una di quelle risate candide, quasi infantili, che ogni tanto rallegravano il volto angoloso e austero dell’ex campione. “Okay” mi disse alla fine: “Perché non vieni a colazione da me? Prenoto chez Capri un ristorante di Times Square, lì mi conoscono, si ricordano ancora di me … ”.
Ci andai, non da solo. In quei giorni era arrivato a New York Federico Fellini, insieme al produttore Dino De Laurentiis, per la ‘prima’ dei Vitelloni. Non appena seppe che andavo a colazione con Carnera, Fellini volle esserci a tutti i costi, anche lui attaccato al mito del Gigante di Sequals. Senza contare che, fanatico com’era del circo, lo intrigava la nostra avventura a Pordenone, finita in un fiasco finanziario.
Il bello è che Carnera poco sapeva di Fellini e ancora meno di cinema. Lo trovammo piuttosto malinconico e stanco. Non era stato bene in salute, ci disse, e aveva avuto qualche fastidio ai reni. “Però bisogna campare” sospirò, mostrando i grandi denti che non erano più bianchi e forti come al tempo che c’eravamo conosciuti.
Lo show al Saint Nicholas Arena non fu emozionante, il pubblico era maleducato e distratto, un gruppo di sguaiate ragazze faceva un sacco di rumore e ridacchiava nei momenti meno opportuni. Alla fine dell’incontro Primo Carnera sembrava provato, sudava e aveva un’espressione di disgusto. Egli sapeva bene che quello non era sport vero, neppure da paragonare con quei matches che aveva vinto sui ring di Parigi, Londra e New York.
Da Epoca n. 545 del 1961
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Confesso che non andammo a trovarlo in camerino. Gli lasciammo un biglietto di auguri per la sua nuova avventura, e soprattutto per la sua salute.
Strana cosa è il tempo. Così strana che io ricordo meglio i fatti lontani che quelli prossimi. Carnera, ad esempio, è come se l’avessi incontrato ieri mattina. Eppure sono trascorsi settant’anni, era la fine dell’estate del 1936. Lo rivedo che scende dalla gondola sulla fondamenta Vandramin e incede come il Colosso di Rodi verso il sagrato. Lì trova ad aspettarlo il parroco che lo abbraccia all’altezza dell’ombelico, mentre lui posa la grande mano sulla chierica del reverendo e gli dice con il suo vocione da orco buono: “Stia comodo, padre, che mi confonde”.
Un poco più sbiadita è invece la memoria che ho di lui a distanza di trent’anni: è l’autunno del 1966 e il mio arrivo a Sequals è come avvolto in una nebbiolina leggera. Parcheggio l’auto davanti a un bar, e al ragazzo del banco chiedo se abbia notizie di Primo. Il ragazzo scuote la testa come per dire, “eh, non se la passa mica bene, l’è malà".
Difatti al giornale s’era saputo che Primo aveva avuto problemi di salute, gli era già stato tolto un rene ed era afflitto da problemi di circolazione, forse nefrite o addirittura di cuore. Piccolo particolare: il caffè espresso che ho ordinato al bar è una sorta di bomba. Non che sia cattivo, è dinamite: c’è tanta grappa e solo un velo di moka. Senza farne un dramma, lo accenno al barista. E lui, serio: “Ma qui il caffè lo beviamo tutti così: se uno lo vuole sciapo, deve dirlo”.
Pochi minuti dopo varcavo il portone di casa Carnera. Era linda e lustra, come tutte le dimore del Friuli: un altissimo attaccapanni nel corridoio, un salotto con un tavolo rotondo, le sedie in stile vittoriano e la credenza sfavillante di vetri molati e di bicchieri. Primo non si rammentò subito del nostro incontro a Times Square, ai tavolini del ristorante Capri; invece gli tornava a mente, nei più piccoli particolari, la visita a Venezia e il clamoroso fiasco della compagnia a Pordenone.
Parlammo anche d’America. Nei confronti di quel paese Primo serbava un sentimento misto, tra la riconoscenza e la delusione. “Da una parte ho trovato amici generosi” mi diceva, “ma anche troppi critici. Specie nei giornali”.
Naturalmente capivo dove andava a parare. C’era stato uno scrittore, Bud Schulberg, che in un colorito romanzo aveva ventilato l’ipotesi di una ‘combine’ della mafia italo-americana. In altre parole, Jack Sharkey, il detentore del titolo mondiale, sarebbe andato kappaò per un gancio inesistente. L’insinuazione, come tutti sanno, era del tutto infondata. Ma Primo ne aveva sofferto, come se a uno scrittore si dicesse che è colpevole di plagio.
La notizia della morte, anche se non del tutto inattesa, mi colpì duramente. In fondo, Carnera, io lo avevo amato; era stato un eroe della mia infanzia e un compagno di avventura. Andai al funerale con due amici: Nino Benvenuti, il futuro campione del mondo del medi, e Piero Campisi, inviato de l’Unità. C’era una folla immensa dietro il feretro, ricoperto di fiori; ma quel che mi fece più impressione, è che c’era un’interminabile fila di scolari, bambini piccoli delle elementari.
So che non si dovrebbero confessare le proprie debolezze, ma durante la messa solenne non riuscivo a deglutire né a parlare: un groppo doloroso mi serrava la gola. E quando il prelato, benedicendo la salma, disse “vai con Dio, caro gigante buono”, vidi che Benvenuti aveva un luccichìo nello sguardo. Appena il gioco si fa duro, anche i duri piangono.
Nantas Salvalaggio

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