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Corriere della Sera del 14 giugno 1998
Tutte confermate le pene per il tangentone, ma nessuno andrà in carcere.
Di Paolo Foschini

Da Epoca n. 144 del 1953
Da Epoca n. 144 del 1953
MILANO - Nessun colpevole andrà in prigione per 1'affare Enimont, o almeno: quasi sicuramente non ci andrà nessuno di quelli la cui colpevolezza è´ stata sancita ieri dalla Cassazione. Da Arnaldo Forlani a Umberto Bossi, da Renato Altissimo a Giorgio La Malfa, da Luigi Bisignani a Mauro Giallombardo, la Suprema Corte ha in pratica confermato tutte le condanne distribuite in appello, concedendo solo a Carlo Sama e Giuseppe Garofano (unitamente a un terzo ex manager del gruppo Montedison) il piccolo sconto che ha fissato la loro pena sui tre anni: la più alta, tra tutte quelle sottoseritte ieri. E tuttavia coincidente col limite che da domani, grazie alla legge „Simeone“, da´ diritto alla sospensione automatica.
Si chiude così il capitolo storico, inaugurato nel ‚93 col suicidio di Cagliari e Gardini, della saga intitolata la „madre di tutte le tangenti“. La storia di oltre 150 miliardi di fondi neri messi insieme da Gardini, con l'aiuto di Sergio Cusani e del costruttore Domenico Bonifaci (mesi fa tornato in cella a Perugia), quindi distribuiti a segretari politici, tesorieri di partito e mediatori vari all'inizio degli anni ,90: un pò per oliare la buonuscita di Gardini dall'Enimont, un pò perché nel ,92 c'erano le elezioni e a quei tempi - dissero in aula i protagonisti - usava così.
Da Epoca n. 141 del 1953
Da Epoca n. 141 del 1953
Unico condannato con sentenza definitiva, fino a ieri, era proprio Cusani, a suo tempo processato „da solo“ nel dibattimento-sfilata che ha poi fornito gli atti per processare anche gli altri: e Cusani, ironia della sorte, è non solo colui che per l'affare Enimont ha avuto la condanna piü dura di tutte (5 anni e 10 mesi, resa definitiva dalla Cassazione il 21 gennaio scorso), ma è anche l'unico che rischia, fatti i debiti „cumuli“ col resto, di scontarla nella cella in cui si trova tuttora.
Certo resta in ballo Craxi, la cui posizione era stata stralciata con quelle di Cirino Pomicino e Martelli.
In secondo grado aveva preso 4 anni e l'udienza decisiva in Cassazione è fissata per il 30 giugno prossimo. Ma per gli altri, come si è detto, la partita è finita: 2 anni e 4 mesi all'ex segretario della Dc Forlani, e 3 anni al suo ex tesoriere Citaristi; sei mesi e 20 giorni a La Malfa per il Pri (col beneficio della non menzione), 8 mesi ad Altissimo per il PLI, 8 mesi a Bossi per i 200 milloni dei Ferruzzi alla Lega, e via elencando. La ricostruzione finale dei fatti, giä suggellata in appello, ricalca così quella compiuta da Antonio Di Pietro il 6 dicembre 94, nell'ultima requisitoria della sua carriera. Con una sola, piccola ma significativa, correzione giuridica sul miliardo elargito dal Ferruzzi a una manciata di giornalisti perchè parlassero bene del gruppo: soldi per cui Sama e Garofano, secondo la Cassazione, non possono essere accusati di appropriazione indebita avendoli essi distribuiti „nell'interesse dell'azienda“. Di qui lo sconto di due mesi ottenuto ieri dai due manager.
Se una pagina si è chiusa, d'altronde, la fine del romanzo è ancora lontana. In dicembre, sempre a Milano, partirà in primo grado il processo sul grosso dei fondi neri Montedison, e che comprenderà non solo altri tronconi dell'affare Enimont ma ripercorrerà addirittura la storia del tangentone che pur sembrava appena chiarita: qualificandola non più come sequerza di finanziamenti illeeciti, ma come affare di corruzione. Per non parlare dell'inchiesta tuttora in corso a Perugia: secondo cui, in realtà, il tangentone Enimont fu ancora più grosso di quanto le attuali sentenze non dicano.

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