Epoca, n. 0319 del 11 novembre 1956, pp. 70-73
Trabocca la pentola di Togliatti
I tragici fatti d'Ungheria, oltre ad affrettare l’unificazione socialista staccando il PSI dai comunisti, hanno aperto una crisi nei quadri stessi capeggiati da Togliatti.
di Giorgio Vecchietti
Roma, settembre
La pentola, nel frattempo, è passata in altre mani, ma non ha cessato per questo di essere l’arnese più pericoloso della cucina politica italiana. E’ curioso notare subito come la federazione comunista di Mantova, una delle più forti del partito, sie stata fra le più decise a criticare la direzione centrale e a richiedere addirittura, si dice, le dimissioni di colui che appena qualche anno fa era la guida suprema, indiscutibile dell’estrema sinistra. Nenni si è dimostrato assai più avveduto. La pentola scotta ormai per Togliatti soltanto.
I comunisti non hanno né avranno mai, nel linguaggio e nell'azione, quegli slanci e quegli abbandoni che distinguono i socialisti. A un atto di accusa interno essi faranno seguire sempre una ritrattazione più o meno esile, una rettifica sdegnosa, un mutamente di fronte per non darla vinta alla borghesia, per non concedere nulla al nemico di classe, che vede e che ascolta. Monaci vigilanti, i comunisti avvertono subito la presenza del diavolo nelle loro celle e son pronti a combatterlo. Ma tutte ciò non impedisce ormai che la crisi sia evidente persino agli osservatori meno prevenuti. “La boi”. I coperchi di Togliatti, insomma, non bastano più a fermare l’acqua che trabocca dalle sue pentole surriscaldate.
In quell‘articolo l‘insurrezione ungherese è definita “un putsch controrivoluzionario”, “un criminoso tentativo”, una “sedizione”, si pronostica la “rapida e totale sconfitta dei ribelli”, si tirano in ballo Horthy, i feudatari, le guardie bianche. Prima di essere una menzogna, un grossolano travisamento dei fatti, quello scritto è un grave infortunio politico. Starace avrebbe parlato di uno “sfasamento”, punibile col Tribunale Speciale. I redattori dell’Unità milanese protestano, non se la sentono di stampare simili invenzioni; da Torino, secondo certe voci che non tardano a trapelare, si fa anche di più: un “compagno” indignato straccia l’articole, lo butta nel cestino, tanto che bisogna farselo ritrasmettere da Roma. Certo è che i direttori delle tre edizioni non passano una notte tranquilla nel tentativo di rabberciare alla meglio quell'Unità che non sta insieme. Il rospo pajettiano, come si vedrà, pesa sulle stomaco di molti, di troppi militanti della “base” e provoca smarrimenti, ribellioni, sarcasmi feroci. “Togliatti è servo di un fantasma: nen si è accerto che Stalin è morto e continua a servirlo”, dice un noto dirigente provinciale. Un giornalista comunista ne riferisce volentieri il giudizio, avendo cura soltanto di tacere il nome del giudice severissimo. Il giorno 26, alla Camera, assenti tutti i pezzi grossi del Partito, il secondo dei Pajetta, Giuliano, è investito del penoso compito di svolgere l’interrogazione comunista sugli avvenimenti ungheresi, e lo assolve con una goffaggine che muove al riso perfino gli avversari più austeri.
““Quando la nave affonda, mandano il mozzo in coperta”, grida divertito il socialdemocratico Bonfantini.) Prima di Giuliano Pajetta, ha parlato per i socialisti Riccardo Lombardi, ma in un modo ben pie chiaro e più franco.
E’ una nota di commento alla seduta, sei righe di corsivo sull'Avanti del 27, una pagina di giornale che viene conservata e segnata nervosamente dagli scrittori e dal giornalisti comunisti romani, che hanno diramato le famose lettere di protesta alla direzione del partito e dell’Unità. A questo punto conviene soffermarsi un poco sull’episodio delle due lettere che i redattori comunisti del Paese e del Paese sera, i due giornali indipendenti di sinistra romani, scrissero quel giorno stesso. Press’a poco uguali nella sostanza, la lettera del Paese sera era tuttavia più dura nella forma. In essa i firmatari dichiaravano di avere appreso con profondo rammarico l’atteggiamento dei deputati comunisti che, non associandosi all'omaggio ai caduti, avevano dato prova di scarsa sensibilità morale e di inefficienza politica. Deploravano inoltre la faziosità degli articoli dell’Unità sulla situazione ungherese, facendo rilevare come la stessa Unità prima avesse messo in guardia i compagni contro la linea Gomulka, e poi non avesse esitato a definire controrivoluzionario il moto e insurrezionale e popolare dell’Ungheria. Concludevano dichiarandosi offesi per l'intervento armato sovietico.
Questa lettera era indirizzata, come l'altra, al direttore dell’Unità di Roma, on. Ingrao.
Un addio ai sogni e alle illusioni del passato
I firmatari erano per lo più molto giovani, venuti al comunismo da varie esperienze di vita e di cultura, resi più smaliziati e più insofferenti di ogni imposizione dall'alto dai contatti, sempre liberi e facili, che gli intellettuali, e specialmente i giornalisti di sinistra, hanno qui a Roma coi colleghi di altri partiti, Tra essi spiccava un giovane napoletano di ingegno vivace, Antonio Ghirelli, che ha lasciato la letteratura per dedicarsi con successo, più per una forma di difesa personale che non per vera vocazione, alla cronaca sportiva. La scrittrice Anna Maria Ortese lo definì una volta “un comunista dalle tenere sfumature liberali”.
L’anno scorso Ghirelli era stato a Budapest per la partita Italia-Ungheria e aveva riportato di quel Paese un’impressione disastrosa. In Russia quando comandava Malenkov egli si era reso conto di molte cose, ne aveva giustificato molte altre, ma in Ungheria, in quel regime coloniale, le sue facoltà critiche erano state messe a dura prova. Passando da Budapest a Varsavia, egli aveva avuto la sensazione, sono sue parole, di passare da un film di De Sica a un film di Lubitsch: dallo squallore del Tetto alla gaiezza della Vedova allegra.
Era giusto, era onesto persistere nell’errore? Quando aveva firmato la lettera per Ingrao, Ghirelli ne aveva già spedita un’altra, da un mese, al sue giornale: di dimissioni, coi tre mesi regolamentari di preavviso. E un'altra ancora ne teneva pronta per Il partito: di dimissioni in tronco. Un addio ai sogni e alle illusioni del passato.
Com’è che la lettera per l'on. Ingrao, non destinata alla pubblicazione, venne annunciata e in parte riassunta (se anche non nel modo nostro) su un quotidiano indipendente di Torino, la sera stessa in cui fu recapitata? Da fonte attendibile si ha ragione di ritenere che l’anticipazione sulla stampa “borghese” sia avvenuta non per l’indiscrezione di qualcuno dei firmatari, ma per lo zelo sospetto di un elemento fidato dell'on. Pajetta, alle scopo di fare apparire gli oppositori dei traditori, secondo una vecchia, sperimentata tecnica staliniana. Di fronte alla “speculazione borghese”, che non tarda mai a manifestarsi in tutta la sua ampiezza, l’oppositore-traditore finisce presto screditato. E se non vuole proprio essere messo al bando, è forzato a pentirsi, a ritrattarsi. E ciò che accadde più o meno a tutti i firmatari dei documenti recenti, tranne ai pochi che, come Ghirelli, avevano maturato la loro decisione; e oggi forse sono riguardati con invidia da chi è rimasto sull‘altra sponda.
La base ha perduto la fiducia nei capi
A Roma il termine “gramsciano” ha cessato di definire scolasticamente gli allievi dell’istituto di studi marxistici e ha davvero un nuovo corso: si applica a una quantità di gente che punta polemicamente sull’autonomia, su una certa liberalizzazione del partito.
“Gramsciani” sono classificati molti deputati, da Gullo a Corbi, da Capalozza a Giolitti, da Reali di Cesena all’ex ambasciatore a Varsavia, Reale; “Gramsciani” sono quei giovani che si dichiarano stanchi della “patologia di partito” (l’unica materia di esame obbligatorio, oggi, dicono per scherno), che frequentane i coetanei del PSI e del PSDI e che affrettano col desiderio l’unificazione socialista, “per uscire dalla prigione”.
Si vive tra alti e bassi psicologici. L‘aggressione anglo-francese all'Egitto ha, senza dubbio, ridotto e arrestato l'entusiasmo di molti.
Ma il ritorno delle truppe sovietiche in Ungheria, con quel loro disporsi attorno alla frontiera come un drago pronto a vomitare fuoco, ha dato nuovo turbamento.
Il carro dell’unificazione socialista seguita ad avanzare. Saragat e Nenni, nel loro colloquio del 25, avrebbero già preso gli accordi e stabilito perfino l'ordine di marcia: congresso del PSI in gennaio; due giorni dopo, uscita del PSDI dal Governo; congresso del PSDI; congresso dell‘unificazione; infine il 1 maggio grande comizio a Milano, oratori i due leaders, di nuovo insieme come dieci anni or sone. “Cinque anni all’opposizione per tentare poi il Governo socialista”, avrebbe concluso Saragat. Congresso del PCI in dicembre: i dissidenti informano che il voto segreto e la lista doppia, prime manifestazioni di una democratizzazione interna, sono già tramontati. Si tratterà di una lista bloccata in anticipo che verrà comunicata al congresso dall’apposita commissione di controllo. Unica forma di opposizione: respingere alcuni nomi della lista senza poterne includere dei nuovi. Altre delusioni attendono i “gramsciani”. La boi.
Giorgio Vecchietti