Luigi Russo, I narratori (1850-1950, Casa editrice Principato Milano-Messina 1951, pp. 204-208
Marinetti Filippo Tommaso.

Luigi Russo
Luigi Russo
Nato ad Alessandria d'Egitto il 22 dicembre 1876; morto a Bellagio nel 1944.
Scrittore italo-francese. Tra il 1904 e il 1914 ebbe celebrità italiana ed europea, come inventore e promotore del futurismo. Ora che il futurismo si è rifugiato, come una religione esaurita, nei pagi, nei vichi delle ultime città di provincia (Marcianise di Terra di Lavoro, Canosa di Puglia, Catania, ecc. ecc.), ed il suo duce si lascia scappare frasi malinconiche sulla gloria che passò, è possibile discorrere, sine ira et studio, di cotesto rumoroso episodio della vita letteraria novecentesca, e definire nei suoi termini reali l'opera del suo principale protagonista. Non è qui lecito peraltro accennare ad alcuni complessi particolari del futurismo, ma, visto, così, sinteticamente, esso può definirsi che un movimento di avanguardia un movimento di retroguardia (avanguardisti oggi, in Italia, non ci sono che i filosofi, i quali si compiacciono invece di indossare la giornea d'ordinanza dei conservatori): il futurismo liquida il vecchio adempiendo alle funzioni precipitose delle squadre di polizia in un esercito in ritirata, ma non inizia il nuovo; esso non è tanto la vita presente e ancora meno il futuro, quanto semplice negazione del passatismo; non è il lievito di una nuova civiltà letteraria, ma chiude catastroficamente il secolo del romanticismo; non esprime nuove tesi, ma esaspera fino all'assurdo alcune esigenze nascoste nel decadentismo europeo. Per molti lati, e per quel che si riferisce specialmente all'Italia e agli immediati progenitori, i futuristi sono degli sconoscenti scolari del D'Annunzio e del Pascoli; dall'uno hanno derivato il dilettantismo delle sensazioni, che, sintatticamente, è tradotto nelle immagini in libertà, dall'altro hanno imparato i modi ineffabili ed esclamativi che necessariamente e facilmente si trasmutano nel più gretto materialismo verbale, nella riproduzione fonica della realtà esteriore e meccanica. Giovanni Pascoli, quando non è poeta, o è un esclamativo o fa il verso agli animali; e il futurista o condensa tutta la sua poesia in un “ah”, o riproduce le voci del mondo nella loro immediata rozzezza. Così, anche le parole in libertà sono la dissoluzione pura e semplice di quella sintassi fittizia che reggeva alla meglio l'infinita collana delle immagini nella prosa dannunziana; e lo stile del Notturno, in cui i futuristi vedrebbero gli insegnamenti del loro lirismo sintetico, con le sue spezzature, con i suoi versetti rapidi, con la simultaneità delle sue rappresentazioni, è invece un dialettico sviluppo dell'originario sensualismo dannunziano che quanto più si avviava al suo affinamento e idealizzamento, tanto più si faceva lieve, aereo, veloce; e non si crederà mai il contrario che il D'Annunzio abbia riveduto la sua prosa sui compiti dei suoi scolari. Il futurismo dunque non è un movimento originale e indipendente, ma subisce dalla storia la sua direzione e il suo programma: e i futuristi, più che duci ed alfieri, sono semplici reclute, reclute rumorose, perché troppo ignoranti. Quanto al Marinetti in particolare, sarebbe difficile sostenere che il suo sia un temperamento di poeta e di narratore; ci avvicineremo di più al vero, se, senza intenzioni ingiuriose, definiamo il Marinetti un attore. Dell'artista della scena difatti egli ha le phisique du róle: l'enfasi teatrale (tutte le sue opere, in prosa o in versi, hanno un tono “montato”, non si leggono ma necessariamente si declamano); e una versatilissima mimica, per la quale ogni sua pagina, anche graficamente, ci dà la sensazione fisica della persona dell'autore, atteggiata in un virtuosissimo e volubilissimo sforzo muscolare; e il gusto di sorprendere, disorientandola o esasperandola, l'aspettazione del pubblico; e quel mediocre fervore, proprio della gente di teatro, per il quale egli ha potuto scaldarsi a freddo e investirsi delle parti più assurde e più diverse. La sua opera ci apparirebbe, da questo lato, una mostruosa facezia romantica, recitata con quella consapevolezza critica che fa sempre superiori gli attori alle folle che applaudiscono o urlano: sennonché non sempre il Marinetti ha saputo discernere i limiti della “finzione scenica”, ed egli talvolta è rimasto vittima sentimentale del suo stesso allegro inganno e ha finito con l'attribuire un significato simbolico e messianico e un valore organico alla sua estemporanea “commedia dell'arte”. Quando il Marinetti ha avuto di tali debolezze, egli ha mostrato troppo apertamente quali profondi vincoli di sangue lo legassero al pubblico più passatista e convenzionale d'Italia.
Manifesto del futurismo, pubblicato nel 1909 in Francia su Le Figaro
Manifesto del futurismo, pubblicato nel 1909 in Francia su Le Figaro
Pure un merito reale, sebbene frammentario, riserba la sua opera, del quale forse l'autore stesso è scarsamente consapevole, e del quale non si sono mai avvisti molti suoi maldestri apologeti: il Marinetti ha una sua maschile sanità che si riflette nell'opera dello scrittore, ispirando una grottesca e mostruosa parodia della letteratura sessuale dei nostri giorni. In un tempo in cui il sensualismo si è affinato fino al misticismo, e le giostre dei sensi sono cantate, esaltate, e divinizzate come si trattasse di vere epopee cavalleresche, il Marinetti ha mostrato uno spirito gioviale e beffardo, direi, se non fossi frainteso, rabelesiano o folenghiano, nell'ingrandire sino alla mostruosità tutto ciò che è osceno e carnale: i maschi del Marinetti non sono uomini ma giganti, e le loro imprese erotiche gareggiano con quelle di Marte e di Venere di tassoniana memoria (si ricordi lo stupro Lo stupro delle Negre, in Mafarka il futurista), mentre d'altra parte tutta la vita, anche nei suoi simboli più casti o nei suoi strumenti più meccanici, è rappresentata con ossessionanti immagini sessuali, dalla Patria alle mitragliatrici o alle autoblindate, che apparirebbero alla sua fantasia grottesca come amanti “d'acciaio”. Da tali rappresentazioni, dove serpeggia una lieve intenzione caricaturale, scoppia spesso una schietta comicità che purifica il racconto da ogni equivoco profumo di spirituale sensualità e che giustifica il grottesco delle immagini.
Ma si tratta di semplici frammenti: poiché al Marinetti, come ad altri migliori futuristi, manca la lena per dare un'espressione compiuta ed organica a quello spirito parodistico, che, come mostrano le più significative testimonianze della letteratura futuristica (dall'opera del Palazzeschi a quella del Folgore), sarebbe la vena più schietta di cotesto movimento, il quale, però se è stato ricco di programmi, manca di avere avuto finora il suo Folengo o il suo Tassoni. Opere di carattere dimostrativo-narrativo del Marinetti: 1. Mafarka le futuriste, roman africain (Paris, Sansot 1910 ; in italiano, Mafarka il futurista, trad. da Decio Cinti, Milano, Poesia, 1910) ; 2. La Bataille de Tripoli (Milano, Poesia 1912) ; 3. Le Monoplan du Pape, roman prophétique en vers libres (Paris, Sansot 1912); 4. Zang-tumb-tumb: assedio di Adrianopoli: parole in libertà (Milano, Poesia 1911); 5. Come si seducono le donne (Firenze, Edizioni di cento mila copie, 1917) ; 6. Cinque anime in una bomba (Milano, Facchi, 1919) ; 7. Democrazia futurista (ivi, 1919) ; 8. L'Alcova d'acciaio (Milano, Vitagliano, 1921) ; 9. L'indomabile (Piacenza, Porta, '22); 10. Novelle con le labbra tinte (Milano, 1930); 11. Il fascino dell'Egitto (ivi, 1933); 12. L'aeropoema del Golfo della Spezia (ivi, 1935) ; 13. Il poema africano della divisione 28 ottobre (ivi, 1937). [...]