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Almanacco
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Concessione di usi civici agli abitanti di San Marco in Lamis da parte dell’abbate commendatario Vincenzo Carrafa

1559

In primis detta università et huomini di quella umilmente supplicano V.S.I. si degna concedergli che possano con lor bestiame usare et pascolare in tutti li terreni herbe et spiche e gliande di detta abbazia si come anticamente li hanno pasculato e posseduto et al presente godono pasculano e  posseggono Ancora si supplica V.S.I. R li piaccia concedere alla detta università et huomini che non possano essere comandati dal suo uffigiale né da qualsivoglia governatore né affittatori di detta abbazia in esercitio alcuno reale o personale senza competente e giusto salario siccome anticamente è stato solito et osservato et al presente si osserva. Ancora supplica V.S.I.R si compiaccia concedere a detta università et huomini di quella che possano fare forni e centimoli per loro uso di case loro senza pagamento alla corte. Ancora si supplica V.S.I.R. si degna concedere alla detta università et huomini di quella che possano con loro animali domiti pascolare nella Difesa di detta abbazia abbeverare allo Cutino e cisterna siccome è stato solito per il passato. Ancora si supplica V.S.I.R. si degna concedere a detta università et huomini di quella che comunamente possano tagliare nella Defensa di detta abbazia legna secca cioè pollati in buoni tempi et in tempo fortuito possano tagliare hogni sorte di legni in fratti et ancora lo cippone del Natale come anticamente è stato solito. Ancora si supplica V.I.R. si degna concedere alla detta università et huomini farli godere et usare hogni immunità, communità et unione che hanno havuto et al presente hanno con l’università et huomini di S.Giovanni Rotondo e Rignano siccome anticamente tra loro è stato usato e consueto quando per li signori offigiali et huomini di dette terre di S.Giovanni e Regnano sarà osservato et adempiuto alla detta uriversità et huomini di S.Marco Ancora si supplica V.S.I.R. si degna concedere di grazia speciale ad essa università et uomini che quandocumque li piacerà affittare detta abbazia V.S.I.R. abbia da ponere e [...] offigialo e non l’affittatori quali offigiali deputeranno per quella abbiano da essere giudici tra l’afflttatori et huomini di detta università acciò non siano vessati e molestati ingiustamente dalli affittatori e si degna l'offigiale mutarli anno per anno come è stato et solito consueto. Ancora detta università et huomini di quella faranno intennere a V.S.I.R. come ab antiquo da per sé detta università have havuto una Defensa per l'antecessori concessali per uso di l’uso di loro bestiame. Quale Defensa si nomina la Defensa de Valle Stignano dentro li territori di detta abbazia esistente e detta Defensa è stata solita vendersi per beneficio e bisogno di detta università.
Ancora detta università et huomini di quella supplicano a V.S.I.R. si degna concedere per grazia un giorno di franco la settimana et specialmente sabbato per quelli che veneranno a questa terra di Santo Marco in vendere o vero comprare e tale che essendoci in detto di franco si possano conducere e vendere vettovaglie et altri subsìdi in beneficio et utile di detti poveri vassalli ut alltissimus etc. Dechiarando che tal franchitia si defenda per le grascie e vettovaglie solamente e non per altra sorte di mercanti etc. Ista ut supra concedimus manu nostra quatenus universitas in possessione existat presentata per Donatellum Compagnone civem Sancti Marci in Lamis curn potestate relationis copiam primi capituli et recuperandi originale die XXII Junii A. D. MDXXXVII Foggiae; capituli et immunità et franchitie quali si dimandano per l'oniversità et huomini di Santo Marco in Lamis humili e devoti vassalli dell'I.A.S. Vincenzo Carrafa di Napoli perpetuo commendatario della venerabile abbazia di Santo Giovanni in Lamis A.S.I.R. Locus sigilli. Vincentius Carrafa. Datum in terra nostra Sancti Marci de quinto mensis aprilis millesimo quingentesimo quinquagesimo nono.

Trascrizione a cura di Tommaso Nardella

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Il brano è tratto da Paolo Malanima, L'economia italiana nell'età moderna, Editori Riuniti, 1982. Per vedere come si viveva in un paese del Meridione nel '500, puoi leggere anche la trascrizione, curata da Tommaso Nardella, della lapide sugli usi civici agli abitanti di San Marco in Lamis. Tale lapide, risalente al 1559, si trova al primo piano della sede municipale di San Marco in Lamis.
Senza conoscenza del passato non c'è futuro.
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Gli usi civici.
Gli usi civici.
Anche nei secoli dell'età moderna (come del resto ancor oggi), quando i viaggiatori che provenivano dal Settentrione s'inoltravano nella Maremma senese diretti verso il Sud della penisola si trovavano di fronte ad una realtà agricola con caratteri ben diversi da quella del Nord. Il paesaggio agrario delle pianure non presentava quella varietà tipica dell'agricoltura promiscua settentrionale; prevaleva di gran lunga l'insediamento accentrato in villaggi; la coltura cerealicola risultava dominante; la pastorizia aveva un peso sconosciuto nell'agricoltura del Nord. I caratteri del paesaggio indicavano, insomma, che qualcosa era cambiato nella sostanza stessa dell'economia agricola.
Se nel Nord possiamo considerare la struttura poderale come la cellula del mondo rurale, nel Mezzogiorno è necessario spostare l'attenzione sull'azienda feudale. È il feudo l'elemento ricorrente nell'organizzazione produttiva delle campagne meridionali. Le differenze che esistono nella realtà agricola del Mezzogiorno non possono oscurare l'esistenza di una forma di organizzazione ricorrente.
Innanzitutto, l'azienda signorile è un complesso fondia­rio. Essa comprende le terre di uno o più comuni ed è di soli­to, almeno nel Quattrocento, la sede del signore. Le terre che compongono il feudo sono distribuite in piccoli appezzamenti, assegnati a numerosi coloni. Questi possono coltivarle: a) sulla base di rapporti di tipo consuetudinario, secondo cui l'occupazione viene tacitamente riconsacrata ogni anno in seguito al pagamento di un censo o di un canone in natura; b) in base a contratti agrari che prevedono il pagamento annuo ai un fìtto o un 'terraggio' (un canone in natura proporzionale all'estensione delle terre coltivate e non al raccolto). Di solito, anche se non sempre, una parte più o meno grande del feudo viene coltivata in economia diretta dal signore, oppure viene dotata di qualche struttura edilizia centrale, e cosi trasformata in una sorta di azienda autonoma ('masseria' nel continente; 'gabella" in Sicilia) e affittata a coltivatori relativamente agiati: i 'massari' del Mezzogiorno continentale, i 'gabelloti' siciliani, i 'mercanti di campagna' romani. In qualche caso questa azienda può essere nuovamente divisa in piccoli appezzamenti ai contadini. Spesso essa viene coltivata dall'affittuario in parte con salariati stabili e in parte facendo ampio ricorso al lavoro di braccianti, soprattutto nei periodi di più intenso lavoro. La masseria e la gabella tendono a diffondersi nel Cinquecento particolarmente nelle aree più fertili.
Paesaggio agrario meridionale.
Paesaggio agrario meridionale.
Le entrate del feudo non provenivano soltanto dai canoni e dagli affitti. In alcuni casi, come per esempio nei feudi abruzzesi, erano considerevoli i redditi procurati dall'allevamento, gestito direttamente dal barone. Notevoli erano le entrate (rendita giurisdizionale) derivanti dai diritti che il signore esercitava sui sudditi: l'esercizio della giustizia, il monopolio di determinate attività (forni, frantoi, mulini, ecc.), i censi sui prodotti della pesca, dell'allevamento, della caccia e delle manifatture. L'entità di questo prelievo di tipo feudale variava da zona a zona, e corrispondeva, in molti casi, a circa la metà delle entrate complessive del feudo.
La struttura delle entrate signorili appariva dunque composta da molti elementi diversi. Altrettanto composito risultava il reddito della famiglia contadina. Quest'ultima, infatti, non otteneva i mezzi indispensabili per la propria sussistenza nella forma concentrata e organica caratteristica della realtà poderale (Giorgetti, p. 83). Il contadino meridionale poteva, nello stesso tempo, coltivare qualche appezzamento in qualità di 'terraticante' (sulla base cioè di un contratto di terraggio); poteva essere bracciante in alcuni periodi dell'anno; poteva possedere un fazzoletto di terra o un orto che integrasse le magre risorse familiari; si dedicava talora alla pastorizia. Non a caso i braccianti meridionali venivano descritti nei documenti dell'epoca come contadini «li quali viveno non sulo come bracciali, ma seminano chi sei tomola de grano et orgio chi più chi meno lo anno, fanno hortalicii et vendeno, tagliano ligne a li boschi et le vendeno, et fanno viaticarie con le bestie» (cit. in Galasso, p. 179). La distanza delle varie fonti di reddito colonico tendeva a favorire l'insediamento accentrato in villaggi anziché l'abitato rurale sparso, caratteristico di tanta parte dell'agricoltura settentrionale.
Coltura di cereali e pastorizia
Coltura del grano.
Coltura del grano.
Altri elementi fanno dell'agricoltura del Mezzogiorno una realtà ben distinta da quella del Settentrione.
La cerealicoltura estensiva appare come uno dei caratteri salienti del latifondo meridionale e risulta ampiamente diffusa sia nelle aree della Sicilia occidentale, sia nelle zone pianeggianti della Calabria, sia in gran parte della Puglia. In questo caso, una vasta estensione di terra (latifondo) viene sottoposta a metodi di coltivazione e a rotazioni elementari. Prevale, per esempio, la rotazione biennale delle colture, contrariamente a quanto accade nel Nord. Ancora nel Seicento, nelle più avanzate masserie pugliesi, per la concimazione viene molto usato l'antico metodo di spargere sul terreno le ceneri dei cespugli bruciati (debbio). Soltanto vicino alle città maggiori, come nelle pianure intorno a Napoli, la coltivazione diventa più intensiva: lo sfruttamento del terreno è più razionale e il paesaggio risulta così più vario, più simile a quello delle aree settentrionali. Sono una caratteristica di queste zone i 'giardini', ricoperti di alberi da frutto, e le 'starze', in cui la coltura cerealicola si alterna con quella della vite. Più stretto appare qui il rapporto fra coltura e allevamento, mentre esso risulta del tutto inesistente nelle zone del latifondo.
Attività agricole.
Attività agricole.
Molto diffusa, in tutto il Mezzogiorno, è la pastorizia. Su vaste distese (non solo montuose o collinose) dell'Abruzzo, della Campania, della Puglia, l'agricoltura estensiva basata sul grano convive con l'allevamento ovino, che spesso sottrae risorse alla cerealicoltura. La pratica della 'transumanza' (cioè il trasferimento stagionale degli armenti dalle montagne alle pianure e viceversa) si afferma sempre più nell'economia meridionale dell'età moderna. All'inizio del Cinquecento, per esempio, le pecore condotte, verso la fine di novembre, dall'Abruzzo, dalle Puglie, dalla Basilicata e anche dal Lazio a svernare nei pascoli pianeggianti della Capitanata e della Terra d'Otranto erano più di 1.300.000 e più di 20.000 le vacche. In seguito il loro numero aumentò.
Come si è visto, elementi di carattere feudale sono ben più evidenti nell'agricoltura del Mezzogiorno che in quella del Nord. Sarebbe tuttavia un errore sottovalutare le trasformazioni intervenute nella realtà economica del Meridione durante la fase di espansione tardo-medievale. Vi è la tendenza a orientare sempre più verso il mercato i prodotti dell'agricoltura; le fonti di sussistenza della popolazione derivanti dai beni comunali cominciano a essere in parte espropriate; appaiono classi intermedie; scompaiono le prestazioni d'opera sulle terre condotte in economia dal signore. Non c'è da stupirsi di queste trasformazioni, a volte assai importanti. Le crescenti relazioni di mercato in cui si era trovata inserita la penisola durante la fase di crescita del tardo Medioevo, infatti, non avevano mancato di esercitare la loro influenza anche nel Mezzogiorno. La realtà economica del Sud si era venuta strettamente collegando con quella settentrionale in forme tali da risultare sempre più subordinata.

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La miserrima situazione del luogo in cui vivo, dell'Italia tutta e dell'Europa mi ha dato la possibilità di riprendere i miei amati studi, con ri-letture e considerazioni anche scritte su quello che sta succedendo.
La consultazione di carte e materiale informatico accumulatosi nel tempo, mi ha costretto a creare una nuova sezione, che ho chiamato (olé!) Almanacco. In essa pubblicherò tanti materiali, senz'altro disparati ma, per me, interessanti.
Dice il Vangelo:
In quel tempo, Gesù diceva alla folla: 'Si porta forse la lampada per metterla sotto il moggio o sotto il letto? O non piuttosto per metterla sul lucerniere? Non c'è nulla infatti di nascosto che non debba essere manifestato e nulla di segreto che non debba essere messo in luce. Se uno ha orecchi per intendere, intenda!'.
Marco 4,21-25
Chi avesse deciso di mettere la lampada sotto stia attento agli eventuali incendi.
Parlerò di libri e biblioteche, di emigrazione ed immigrazione, di istruzione e cultura, di turismo e territorio e di quant'altro da me ritenuto interessante.
Avrete certamente notato che questo web sta pubblicando, in forma integrale, dei testi forse poco conosciuti ma, a mio parere, molto importanti per comprendere cosa siamo e da dove veniamo. Penso a Pasquale Soccio, a p. Doroteo Forte, a p. Mario Villani ed alle sue pubbliche conferenze, ad Umberto Eco, ad autori poco conosciuti, come Sebastiano Rendina, al grandissimo poeta e scrittore di San Marco in Lamis Giuseppe Tusiani, del quale tantissimi hanno preparato un bellissimo 'coccodrillo' ed al quale, invece, auguro una lunghissima vita. Per non dimenticare Francesco Borazio, il grandissimo poeta in vernacolo e Tommaso 'Masino' Nardella, grande cultore di Storia locale e meridionale.
Penso a Paolo Sylos Labini, al suo immenso lavoro di insegnante e di grande economista, molto conosciuto e rispettato (forse più all'estero). Ricordo una sua intervista a Die Zeit, in tedesco, che ho avuto il piacere di leggere ed apprezzare. Ho avuto anche l'onore di stringere la mano a questo galantuomo, che ha onorato ed onora l'Italia.
Egli scriveva, in Saggio sulle classi sociali (1975):

'Sotto molti aspetti, l'attuale quadro politico italiano appare come una desolata palude: specialmente (ma non esclusivamente) nella cerchia dei ceti medi, la corruzione, le spinte corporative e la caccia ai privilegi si moltiplicano, come una volta in Uruguay, con un progressivo aumento dell'uso parassitario delle risorse a danno degli impieghi produttivi e quindi a danno delle capacità di sviluppo economico. Al centro del quadro - con ramificazioni a destra e a sinistra - c'è una gran massa di piccoli borghesi che pensa principalmente, o esclusivamente, al proprio 'particulare' e se ne infischia della cosa pubblica. A sinistra ci sono quei partiti di cui ho parlato e che, senza una profonda riorganizzazione e senza una 'trasfusione di sangue', rischiano di corrompersi o di sclerotizzarsi in modo irreversibile. All'estrema sinistra ci sono alcuni gruppi, che oggi tutto possono far meno che la rivoluzione. Ancora a sinistra, nelle fabbriche, c'è un consistente nucleo di classe operaia industriale moderna in netta ascesa. Corrispondentemente, all'estrema destra si profila il pericolo di una reazione fascista di tipo nuovo. Insomma, sembra che la prospettiva sia quella di uscire dalla palude per andare a finire o in un campo di concentramento o in un bel cimitero, con i viali ordinati ed ornati di fiori, oppure in una palude di altro genere'.

Sono passati oltre 40 anni e 'tutto si è compiuto'. Non ho citato le parole di un tirapiedi, ma quelle di un uomo lucidissimo, che ci metteva in guardia.
Penso, inoltre, a tanti autori poco conosciuti ma meritevoli di essere letti.
Accompagnerò il tutto con immagini e materiale multimediale mai pubblicato e presente nel mio archivio, informatico e cartaceo.
Vi propongo un brano musicale, adattato ed eseguito da Ciro Iannacone, nipote del mitico Gire Maruzze: La vadda de Stignane, a mio avviso la più bella versione della struggente canzone sammarchese.

Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?