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Mercoledì, 01 Giugno 2016 07:42

Pioppo canadese

In Italia vegetano spontaneamente tre specie di Pioppo: il Pioppo bianco (Populus alba L.), il Pioppo nero (Populus nigra L.) e il Pioppo trèmolo (Populus tremula L.). Poi c'è il Pioppo grigio o gatterino (Populus canescens Sm.) che è un ibrido naturale tra il Pioppo tremolo maschio e il Pioppo bianco femmina.
Già parlando del Pioppo tremolo si è detto che la maggior parte dei Pioppi coltivati in Italia non sono individui appartenenti a specie pure ma sono ibridi tra il Pioppo nero europeo (Populus nigra L.) e il Pioppo nero americano (Populus deltoides). Si è anche detto che essi una volta andavano sotto il nome di Pioppi canadesi, virgiliani, caroliniani, eccetera, a seconda della zona di provenienza e che oggi invece sono indicati sotto il nome della specie convenzionale Populus euroamericana (Dodie) Guinier. Ciò nonostante, questi ibridi continuano ad essere chiamati imprecisamente Pioppi canadesi.
Qui aggiungiamo che non è facile distinguere gli ibridi tra di loro e talora è impossibile perché i Pioppi sono soggetti a ibridazioni facili e ripetute.
Poiché le piante coltivate devono assolvere al compito di produrre reddito, negli impianti produttivi si va alla ricerca di piante che abbiano omogeneità di crescita, di portamento, di resistenza. A tale scopo si utilizzano piante che provengono da uno stesso clone (che è un insieme di individui derivanti da un unico soggetto di partenza per moltiplicazione agamica - nel nostro caso per talea).
Le piante appartenenti a uno stesso clone hanno la caratteristica di conservare i caratteri fisici, fisiologici, ecologici, eccetera dell'individuo originario.
Sono stati isolati tanti di quei cloni che gli studiosi, per semplificare le cose, al posto di dar loro un nome latino, se la sono cavata con delle sigle composte da nomi, lettere e numeri.
Rispetto alle specie indigene dell'Italia, gli ibridi presentano alcune caratteristiche differenziali che sono:
- maggiore produttività;
- foglie più grandi (9-15 cm), triangolari o deltoidi;
- foglie con due ghiandole ai lati del picciuolo, dalla parte della pagina superiore;
- foglie giovanili spesso colorate in rosso.Normalmente il Pioppo canadese è coltivato a fustaia coetanea con turni molto brevi di 10-15 anni tanto che queste colture sono considerate più agrarie che forestali. I Pioppi sono coltivati per la produzione della cellulosa ma anche per la produzione di compensati, legno da imballaggio, eccetera.
I Pioppi vengono utilizzati anche come piante ornamentali perché sono di rapido accrescimento e, avendo una chioma larga ed espansa, danno molta ombra.
Nella Difesa i Pioppi canadesi si trovano nell'Orto della Menta e alla Pinciara. Nell'Orto della Menta sono quasi tutti malati e alcuni di essi sono stati tagliati perché pericolosi in quanto carichi di rami secchi che potevano cadere all'improvviso.
Visto che sui Pioppi ci siamo un po' dilungati, fatto ventinove, facciamo trenta. Anzi facciamo tombola e diamo anche degli accenni sulle altre specie di Pioppo.
Del Pioppo nero diciamo che è detto anche Pioppo italico o Pioppo cipressino per il suo portamento slanciato e affusolato, simile al Cipresso maschio. E' possibile osservarne qualche esemplare nel cortile delle Scuole Francesca De Carolis e Balilla. Le sue caratteristiche sono la corteccia nerastra, screpolata e con forti protuberanze, l'aver gemme vischiose e il portamento eretto.
Il Pioppo nero in questione è una cultivar, cioè una varietà coltivata della specie Populus nigra L. che in natura di solito non è slanciata come il Cipresso maschio, ma ha la chioma espansa. Vegeta lungo i fiumi, i laghi e nelle zone umide.
Il Pioppo bianco invece è caratterizzato dall'aver la corteccia adulta biancastra e coperta da pruina farinosa. Le foglie turionali sono palmate o lobate, verdi di sopra e bianche lanose di sotto. Quelle brachiblastali sono invece ovali e dentate o poco lobate; nella pagina superiore sono verdi mentre nella inferiore grigiastre. Le gemme sono pelose.

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Martedì, 31 Maggio 2016 18:13

Noce

Il Noce è originario dell'Asia centrale ed è stato introdotto in Europa da molto tempo naturalizzandosi in diverse zone. E' specie che vegeta nell'orizzonte fitoclimatico del Castanetum con frequenti escursioni verso il Lauretum. Non ama spingersi più in alto perché non sopporta i freddi intensi che influiscono negativamente sulla produzione dei frutti.
In fatto di terreni è esigente in quanto li vuole profondi, fertili e senza ristagni idrici. Importante la disponibilità di acqua la cui carenza influisce sulla produzione dei frutti.
Cresce allo stato sporadico formando dei piccoli popolamenti dove il terreno, fertile e profondo, lo consente. E' esigente in fatto di luce e pertanto non lo si trova tra le piante della fustaia che inevitabilmente lo ombreggerebbero.
Non ha una grande importanza selvicolturale; è più importante come pianta agraria per la produzione di noci. A scopi forestali, per la produzione di legname, va meglio il Noce nero (Juglans nigra) di origine americana che ha meno esigenze in fatto di luce. Dove però le condizioni del terreno sono tra le migliori (vallette fresche e riparate dai venti), spesso si riscontrano boschetti di Noce, mai troppo fitti.
Va bene nelle alberature stradali.
Del Noce si utilizzano: a) le noci, oltre che come frutti, anche per la produzione di un liquore, il nocino (dai frutti immaturi); b) il legname per la costruzione di mobili di lusso perché duro, pesante, facilmente lavorabile. Il legname è utilizzato massiccio, sotto forma di compensati, di tranciati e impiallicciature, oltre che per i mobili, per lavori di intarsio, ebanisteria, di rivestimento, per liste di pavimenti, eccetera; e) la legna, ottima come combustibile; d) la corteccia e il mallo per la produzione di tannini.
Nella Difesa è presente a formare un boschetto sotto il Convento di S. Matteo dove gli alberi sono stati piantati troppo fitti. A sfoltirli ci ha pensato l'abbondante nevicata del gennaio 95 (un metro di neve).
Il Noce, assieme al Castagno, a buon diritto fa parte dell'immaginario collettivo del Sammarchese. E va bene, ci è scappato. Si voleva soltanto dire che quando un Sammarchese pensa ad un terreno di montagna non può fare a meno di pensare al Noce.
A questa pianta si allacciano tradizioni, canzoni, favole e leggende di ogni genere molte delle quali legate al periodo del brigantaggio. La cosa non deve stupire perché la cultura contadina sammarchese si è sviluppata soprattutto nella zona montana. Infatti, prima della bonifica agraria del 1923, una buona parte del Tavoliere delle Puglie era zona dove la malaria era molto diffusa e induceva, a chi gli era possibile, a tenersi a debita distanza.
Inoltre, sino a non molto tempo fa, poiché ancora non prodotte o ancora non diffuse, mancavano le macchine per la lavorazione della terra, mancavano i concimi, gli antiparassitari, le sementi selezionate, eccetera. Pertanto, le terre di valore erano quelle della montagna e non quelle della pianura non solo perché in montagna l'aria era più salubre ma pioveva anche di più.
Il Noce, che non ama le pianure assolate e con scarse precipitazioni, per la varietà dei prodotti e la loro elevata qualità, era sicuramente l'albero più prezioso che potesse esserci dalle nostre parti, un po' come l'Olmo campestre per gli Emiliani. I Sammarchesi, riconoscenti hanno messo quella pianta bene in rilievo nella loro cultura contadina.

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Martedì, 31 Maggio 2016 17:05

Olmo campestre

In Italia sono indigene due specie di Olmo: l'Olmo campestre e l'Olmo montano. Poi ci sono le specie di Olmo introdotte tra le quali l'Olmo siberiano
(Ulmus pumila L.) e l'Olmo ciliato o Olmo liscio (Ulmus laevis Pall.).
L'Olmo campestre, nella Difesa, è presente nelle vicinanze del Rifugio Forestale della Lammia Nuova, uno dei pochi posti dove gli Olmi si possono rinvenire.
Macchie verosimilmente di questa specie (non è stato possibile approfondire meglio la questione), non piante adulte ma più che altro polloni nati da ceppaie, si trovano tra il Convento di S. Matteo e la Statale 272 all'altezza dell'ultima curva, prima del rettilineo che porta ai SS. Medici.
La sua zona fitoclimatica di preferenza è il Lauretum ma di frequente quest'Olmo si spinge anche nel Castanetum. E' presente in tutta l'Italia raggiungendo la massima diffusione nelle regioni centrali e in particolare nell'Emilia dove, più che la presenza spontanea, risalta la presenza legata alle colture agrarie e a particolari sistemazioni del terreno che hanno marcato il paesaggio di questa regione in modo incisivo e caratteristico.
È infatti opportuno ricordare che i terreni agrari sono sistemati in modo tale che quando c'è un eccesso di pioggia, l'acqua in sovrabbondanza possa essere eliminata per impedire i ristagni che fanno marcire le piante. Il sistema è semplice: i terreni sono divisi in appezzamenti di forma più o meno regolare e attorno ad essi sono scavati dei piccoli canali, detti 'scoline', nei quali viene convogliata l'acqua in eccesso. E' ovvio che il numero di canali e la loro profondità dipende dalla quantità di pioggia che cade in un anno. Nelle zone dove Giove pluvio si fa sentire di più, oltre alle scoline, i contadini hanno dato agli appezzamenti una doppia pendenza con la parte più alta posta al centro. Ciò affinché, anche nelle situazioni peggiori (acqua in quantità tale da non poter essere smaltita dalle scoline), ci fosse una zona (la linea di colmo) dove non si verificasse ristagno, salvando così una parte del raccolto.
E bravi gli Emiliani, operosi e previdenti nell'assicurarsi la farina per i tortellini!
La seconda ragione della preferenza accordata dai contadini di quelle zone all'Olmo campestre era legata alla sua grande adattabilità ai terreni argillosi, lì molto frequenti. Infatti questa specie ama i terreni profondi e freschi ma si adatta benissimo ai terreni argillosi.
Una terza ragione della preferenza dell'Olmo campestre era che in estate offriva un discreto foraggio verde, facilmente ottenibile perché i rami si sfogliano senza sforzo. Gli Emiliani, in tal modo, pensando alle vacche, pensavano ad assicurarsi il latte per il formaggio necessario ai suddetti tortellini.
Se poi viene messa in conto la produzione di una quantità di legna non trascurabile, ottenuta con la potatura, si capisce ancora meglio perché questa pianta in Emilia fosse ritenuta preziosa.
Il binomio Olmo-Vite è molto antico: ne parlano già gli autori latini classici. Ma di recente, al pari di molti di quelli umani, il matrimonio è andato in crisi a causa di un fungo, il Grafium ulmi, il quale porta la grafiosi. La grafiosi è una malattia che attacca tutte le forme spontanee italiane di Olmo campestre tanto che in molti casi si è dovuto arrivare al divorzio tra la Vite e quest'Olmo, sostituito dall'Olmo siberiano, dall'Acero campestre o da altri fruttiferi.
E' molto raro rinvenire allo stato spontaneo popolamenti puri di Olmo campestre che vive in piccoli gruppi o isolato, di solito associato alle specie degli orizzonti vegetazionali dove è presente.
Sino a una diecina di anni fa, un esemplare maestoso si trovava nella Villa Comunale prima che venisse stroncato dalla grafiosi. Un altro esemplare si trovava di fronte al Convento di Stignano. Olmi campestri erano probabilmente gli alberi che si trovavano nel mercato della frutta e verdura prima che questo venisse coperto.
Anche se l'Olmo campestre non ha una grande importanza forestale perché non forma popolamenti estesi, le sue utilizzazioni attuali sono numerose. Va benissimo nelle alberature stradali: infatti molte strade interne del Tavoliere sono alberate con questa specie; va bene come pianta ornamentale per viali e siepi; ha una corteccia tintoria (in giallo); infine il legno è molto pregiato per la costruzione di mobili, liste per pavimenti, compensati, torchi, calci di fucile; è discreto come materiale da ardere.

Martedì, 31 Maggio 2016 16:50

Robinia

E' stata introdotta dall'America nord-orientale agli inizi del 1600. Ben presto si è però naturalizzata in Italia dove la si rinviene a formare anche piccoli boschetti puri. Per lo più però è isolata o a piccoli gruppi. Non è esigente né in fatto di terreno né in termini nutrizionali per cui va ad occupare spazi incolti, terreni sabbiosi e sciolti lasciati liberi da altre specie, scarpate ferroviarie.
E' pianta ubiquitaria e la troviamo dal Lauretum sino al Castanetum. E' considerata una specie arborea infestante per la sua grande capacità di emettere polloni, in ciò molto simile all'Ailanto e ai Pruni.
La Robinia, oltre al legno, ha in canna altri colpi da sparare: vanno infatti ricordati i suoi fiori che, molto profumati, forniscono il cosiddetto 'miele di gaggia' (Poletti) molto apprezzato per la sua fluidità e la zuccherificazione lenta.
Le virtù dei suoi fiori però non finiscono qui. Ben le conosce infatti chi, per suo fastidio e disappunto, soffre di spasmi allo stomaco e agli intestini o di acidità di stomaco e ad essi si affida fiducioso ingurgitando tiepidi infusi. Ad essi si affida anche chi cerca di liberarsi di noiose flatulenze di cui soffre il basso intestino.
Nel bosco è presente lungo la strada che porta al Convento e nei pressi della Lammia Nuova. Resiste molto all'inquinamento atmosferico e perciò la si trova spesso nelle alberature di viali e giardini di città, ma anche in alberature lungo strade extraurbane.
Sopporta benissimo la potatura e, pur capitozzata, cioè priva di tutti i rami, fornisce, già nell'anno di potatura, un'abbondante chioma apportatrice di un'ombra continua.
In Italia, dove forma dei boschetti, la Robinia è governata a bosco ceduo dando legna da ardere con buona capacità calorica. Dal legname degli individui adulti, molto duro e resistente, si ricavano liste per pavimenti, materiale per paleria, eccetera.
La Robinia si presta però bene ad essere governata anche a fustaia e da molti è definita, per le caratteristiche tecnologiche del suo legno, la pianta del futuro.

Martedì, 31 Maggio 2016 16:34

Ailanto

L'Ailanto è stato introdotto in Inghilterra dalla Cina nel 1751. Subito dopo (1760) è stato portato anche in Italia (Orto Botanico di Padova) con lo scopo di servire da nutrimento ad un insetto, appartenente alla famiglia delle Api (Bombix cinthia), produttore di una interessante seta il quale avrebbe dovuto sostituire il Baco da Seta, minacciato da diverse malattie. I tentativi di allevare l'insetto fallirono, ma la pianta si diffuse in giro e si naturalizzò.
E' ubiquitario e lo si può facilmente rinvenire dalla pianura sino ai mille metri ed oltre, cioè dal Lauretum al Castanetum.
L'Ailanto è considerato una specie arborea infestante perché, grazie alla sua grande capacità di emettere polloni e sostenuto da una grande frugalità, colonizza in breve gli spazi liberi attorno a lui. Tuttavia non forma dei gruppi numerosi ma si mantiene piuttosto isolato o in raggruppamenti limitati. Lo si trova lungo le strade, attorno alle macerie, lungo scarpate sassose, in terreni agricoli abbandonati.
Insomma, ha subìto il destino di Marco Polo alla rovescia: tanto il Veneziano è stato trattato bene in Cina quanto l'Ailanto è trattato male da noi. Si sa: la nostra società adora il dio quattrino e l'Ailanto, poveraccio, con il suo legno tenero e di scarso valore commerciale non è in grado di procurarne assai. E' quindi tollerato purché se ne stia alla larga dai terreni grassi e fertili.
Nella Difesa lo si incontra ai lati della strada sotto il Convento di S. Matteo, lungo la strada che porta al Convento, attorno alle costruzioni della Lammia Nuova, alla Pinciara, eccetera.
Nelle nostre campagne viene utilizzato come pianta da ombra perché cresce anche nei terreni impossibili e ha rapidi ritmi di accrescimento. Proprio per queste caratteristiche è utilizzato per ricoprire di vegetazione i versanti pietrosi; è inoltre utilizzato dove l'inquinamento atmosferico è elevato. Fa la sua bella figura come pianta ornamentale e nelle alberature stradali; peccato, per lui e per noi, che non sopporta neve e vento, sotto la cui azione subisce gravi danni.
Non ha importanza forestale perché, come già detto, il legno è di scarsa qualità; però può essere utilizzato per opere di falegnameria grossolana e nella industria cartaria.

Martedì, 31 Maggio 2016 15:46

Tiglio

Le Latifoglie allòctone della Difesa sono: l'Ailanto, la Robinia, l'Olmo campestre, il Noce e il Pioppo canadese.
Il Tiglio invece è da ritenere una specie autòctona e pertanto, anche se viene trattato qui, andava inserito nel libretto di due anni fa.
Il Tiglio nella Difesa è presente a destra e a sinistra della strada che porta al Convento di S. Matteo; è presente anche lungo la stradella che dal Convento porta alla Pinciara ed è altresì presente, come pianta ornamentale, di fronte alle baracche di Ambrosio e di De Giovanni. E' inoltre presente nella zona dell'Agrifoglio all'altezza del Km 1 della strada vicinale che da S. Marco porta a Cagnano. E' stata segnalata la sua presenza anche nella zona del Faggio.
In Italia, allo stato spontaneo, ci sono due specie di Tiglio: il Tiglio comune e il Tiglio selvatico detto anche Tiglio riccio (Tilia cordata Mill.). C'è anche il Tilia vulgaris che è un ibrido tra le due specie.
Infine, sempre in Italia, ci sono numerose specie provenienti da altri continenti e introdotte in Europa a scopo ornamentale. Tra queste il Tiglio nero (Tilia americana) che ha le foglie molto grandi.
Il Tiglio comune e quello selvatico si distinguono per una caratteristica delle foglie. Il primo ha nella pagina inferiore, all'ascella delle nervature, dei ciuffi di peli bianchi; il secondo ha peli rossiccio-brunastri.
I Tigli, presenti in Italia in tutte le Regioni con preferenza nel Centro-Nord, vegetano tra il Castanetum e il Fagetum, isolati o in piccoli gruppi. Non formano mai dei popolamenti puri come avviene in qualche altra parte d'Europa. Dove sono presenti si associano alle specie dell'orizzonte nel quale vivono, in particolare alle Latifoglie.
Preferiscono terreni profondi, freschi e calcarei.
Poiché questa specie non forma popolamenti puri, la sua importanza selvicolturale è modesta. Dove sono presenti, i Tigli sono governati a fustaia, ma anche a ceduo perché hanno una buona capacità di emettere polloni. In ogni caso, almeno in Italia, la coltura del Tiglio è poco remunerativa da un punto di vista economico perché, nelle zone dove vegeta, deve patire la competizione del Faggio che è più produttivo e pertanto gli lascia poco spazio. Come suoi dirsi, è fregato dalla concorrenza.
Se la cava molto meglio come pianta ornamentale in giardini e parchi e nelle alberature stradali perché resiste molto bene agli inquinanti atmosferici e alle potature.
Il legno è tenero, leggero e di facile lavorazione. Va bene negli intarsi e per le sculture in quanto non è attaccato dai tarli. Prendete questa faccenda dei tarli così com'é: tale è riportata in letteratura e tale ve la giriamo. Dal suo legno si ricavano zoccoli, cornici, giocattoli. Che ci risulti, non abbiamo mai sentito parlare di armadi o di comò o di credenze di Tiglio.
Un uso particolare che si faceva dei polloni di questa pianta a S. Marco era la produzione di manici per le falci. All'avvicinarsi dell'estate, tempo della mietitura, un tempo fatta a mano, i fabbri ferrai del paese andavano nella Difesa a tagliare polloni di Tiglio in grandi quantità.
I fiori, molto odorosi, trovano un grande utilizzo in erboristeria: per i fragili di nervi in infusi sedativi; per i sofferenti alle vie respiratorie in infusi antinfiammatori; per chi ha una concezione autenticamente epicurea della vita in bagni rilassanti e profumati.

Martedì, 31 Maggio 2016 15:13

Cipresso comune

E' una specie diffusissima non solo in campagna, ma anche nella città dove si trova per motivi ornamentali. Pur essendo un albero abbastanza familiare ad ognuno di noi, del Cipresso in genere si conoscono solo certi aspetti particolari legati a una sua forma specifica e a determinati luoghi. Qualora provassimo a chiedere a un gruppo di persone se conosce i Cipressi, la risposta più comune sarebbe questa: i Cipressi sono gli alberi alti e stretti che si trovano nel cimitero. In una tale risposta non vi è nulla di sbagliato, tuttavia è opportuno sottolineare che la forma slanciata, alla quale in genere si associa il Cipresso, appartiene solo ad una varietà della specie Cupressus sempervirens. Infatti, in natura ci sono più varietà che sono:
a) - Cupressus sempervirens varietà stricta Ait o pyramidalis Nym o fastigiata Hans. E' il cosiddetto Cipresso maschio. Questa varietà ha un tronco che, all'altezza della chioma, presenta delle biforcazioni dando origine a più branche molto ravvicinate tra di loro. Anche i rami sono molto appressati e verticali tanto che, a guardare la pianta da lontano, si ha l'idea che ci sia un solo tronco al posto di rami e branche. Questa è generalmente la varietà che troviamo nei cimiteri, indicati a S. Marco con un sinonimo curioso: "Alli cèrre pezzute" (Agli alberi appuntiti) che sono appunto i Cipressi. Questa varietà ha interesse ornamentale.
b) - Cupressus sempervirens varietà horizontalis Gord. Questa varietà è detta anche Cipresso femmina. Ha un solo tronco dal quale partono dei rami che sono inseriti su di esso a palchi e sono più o meno orizzontali rispetto al terreno. Questa varietà ha interesse forestale.
C) - A causa della ibridazione continua e multipla ci sono poi forme intermedie tra le due con rami inseriti sul tronco con angolo attorno ai 45 gradi.
Nonostante siamo abituati a vedere quasi sempre le forme verticali, il bello è che dove il Cipresso cresce spontaneo, esiste quasi esclusivamente nella forma orizzontale. Rarissimi sono gli esemplari della varietà verticale che invece appare così diffusa perché l'uomo l'ha fatta riprodurre artificialmente.
Questo è un fatto molto importante. Infatti, se la natura ha selezionato la forma orizzontale, è perché è più resistente alle avversità. Di ciò si deve tener conto nei rimboschimenti.
Il Cipresso non è originario della Difesa, ma non lo è neanche dell'Italia. Infatti, proviene da paesi che si affacciano sul Mediterraneo orientale (Grecia, Turchia), però si è naturalizzato in diverse parti, anche nella nostra penisola, in particolar modo in Toscana dove si è insidiato nelle zone più miti e calde, cioè nel Lauretum, spingendosi talora anche nelle zone più calde del Castanetum.
Le sue caratteristiche più importanti sono: una grande resistenza alla siccità, ma un'altrettanta grande sensibilità al gelo, soprattutto nella fase giovanile e nelle forme piramidali; una capacità di adattamento a tutti i tipi di terreno; una scarsa esigenza dal punto di vista nutrizionale perché frugalissimo. Se ci aggiungiamo l'abbondanza della fruttificazione e la facilità della riproduzione, abbiamo il quadro del perfetto albero da impiegare nel rimboschimento dei terreni nudi, superficiali e degradati.
E gli inconvenienti? Abbiamo già detto che è sensibile al gelo. Ora aggiungiamo che il suo limite nel rimboschimento è dato dal fatto che il Cipresso depone poca lettiera e quindi migliora poco il suolo. Se pertanto ci sono terreni poverissimi dove solo lui può prosperare, si può pensare anche a una cipresseta pura; quando invece il terreno ha un minimo di spessore e di fertilità si deve pensare alla consociazione con altre specie: Pini, Carpini, Orniello, Ginestre, cioè con specie pioniere e miglioratrici.
Oltre che nel rimboschimento e nei cimiteri, il Cipresso è molto utilizzato:
- nelle alberature stradali;
- come siepi per i giardini il che è da collegare alla sua capacità di emettere nuova e abbondante vegetazione. A questo proposito v'è da dire però che per questi scopi sta subendo dei grossi colpi perché attaccato da un fungo, il Coryneum cardinale.
Una curiosità
L'uso particolare nei cimiteri trova la spiegazione nel suo apparato radicale che si mantiene sempre superficiale anche nei terreni profondi. Ora che i morti sono sotterrati nei loculi, questo fatto non ha rilevanza, ma quando lo erano nella nuda terra, era opportuno piantare nei cimiteri alberi che con le loro radici non andassero a frugare nelle casse.
Per concludere l'esposizione sul Cipresso, diamo qualche notizia di carattere selvicolturale. I Cipressi non emettono polloni e quindi per le cipressete il solo governo possibile è quello a fustaia che, come al solito, può essere coetanea o disetanea. Dal Cipresso si ricava un legno molto pregiato perché resistentissimo ai marciumi (è praticamente immarcescibile) e alle tarme perché impregnato di una "oleoresina" che lo rende tra l'altro molto odoroso.
Va benissimo per mobili e anche per usi dove necessitano resistenza e non marcescenza: infìssi, travature, eccetera. Per la sua durezza è impiegato per lavori al tornio e in ebanisteria.

Martedì, 31 Maggio 2016 11:25

Pino nero

Pino neroIn varie parti dell'Europa che confina con il Mediterraneo ci sono dei Pini che hanno molte caratteristiche in comune, ma anche alcune caratteristiche distintive, non tali però da far pensare a raggruppamenti molto specifici. Capita poi che, in ogni singola nazione, queste piante presentano altri caratteri che le distinguono ulteriormente.
Tutti questi gruppi sono fatti rientrare da alcuni botanici sotto la specie generica o collettiva di Pino nero. Altri non sono d'accordo e dicono che non si tratta di una sola specie, ma di più specie. Altri ancora parlano di sottospecie, di varietà, di razze geografiche e così via.
Noi, per semplificare le cose, ci occuperemo solo delle piante che si trovano in Italia e, seguendo il Pignatti, le faremo rientrare in due specie:
- Pinus nigra Arnold o Pinus austriaca Host, detto Pino austriaco (Alpi Orientali);
- Pinus laricio Poiret, detto Pino laricio o Pino silano (Sila, Aspromonte, Etna). A Villetta Barrea (Abruzzo) ci sono poi dei Pini con caratteristiche intermedie tra i due i quali, pur ascritti ai Pini austriaci, di solito sono indicati come Pini di Villetta Barrea.
Le distinzioni non sono basate tanto sulle caratteristiche morfologiche ma avvengono piuttosto su quelle ecologiche, colturali e di portamento. Questo perché, a causa delle numerose forme intermedie, è difficile stabilire l'appartenenza di un individuo a un gruppo o all'altro. In poche parole, se sappiamo che un Pino ha la sua origine sulla Sila, diciamo che è un Pino laricio; se ha origine sulla Carnia diciamo che è un Pino austriaco e se ha origine in Abruzzo è un Pino di Villetta Barrea.
Il Pino austriaco è più resistente al freddo e richiede più pioggia del Pino laricio. Si mantiene di solito nel Fagetum scendendo sin verso il Castanetum. E' rustico e si adatta a vari terreni: poco profondi, sterili, carsici, dolomitici. Insomma, non fa troppe storie. Non forma pinete pure, ma vive in consociazione con le specie del suo orizzonte vegetazionale: Faggio, Abete, Pino silvestre, Castagno, Querce.
Il Pino laricio, invece, stando al Sud, ha maggiori esigenze termiche e di solito si mantiene tra il Castanetum e il Fagetum spingendosi raramente nella sottozona fredda di quest'ultimo. Poiché al Sud piove di meno, il Pino laricio vi si è adattato per cui sopporta anche un certo grado di siccità. E' più esigente però in fatto di terreno che preferisce non superficiale e fertile anche se si adatta bene a terreni di diversa natura. Allo stato spontaneo forma delle pinete pure, ma si associa anche a Faggio e Querce.
Per il governo del Pino nero, si ripete che i Pini non emettono polloni e pertanto possono essere governati solo a fustaia, coetanea o disetanea. Il trattamento, cioè i tagli, è analogo a quello del Pino d'Aleppo. Il turno, per il Pino laricio, supera i 100 anni; per il Pino austriaco è invece inferiore ai 100 anni e segue quello delle specie con le quali è consociato.
I Pini neri in molti impianti produttivi vengono tagliati prima. Nel parco di Villani, alle Chiancate, dove ci sono dei rimboschimenti di questo genere, il turno è previsto in 30 anni per la produzione di cellulosa.
Il Pino laricio ha un portamento eretto e slanciato da cui derivano fusti lunghi e diritti che danno un buon legname da opera che si presenta tenero e resinoso, ad alburno bianco e durame scuro. Un tempo i fusti erano molto ricercati per le alberature navali. Venivano ricercati anche per le traverse ferroviarie e per i pali della luce che ora sono sostituiti da prodotti in cemento armato. Nella Foresta Umbra c'è un arboreto sperimentale di questa specie.
Il legname del Pino austriaco invece non è molto pregiato perché contorto e ricco di nodi: va bene per la falegnameria grossolana e come legna da ardere.
Per entrambi i Pini si può applicare la resinazione; vanno bene per la produzione di cellulosa e benissimo nelle alberature stradali di montagna.
Entrambi, per la loro frugalità e per l'elevato ritmo di accrescimento, sono impiegati moltissimo come specie preparatorie nei rimboschimenti.

Martedì, 31 Maggio 2016 10:36

Pino d'Aleppo

Tra Torre Pucci e Peschici: pini in una zone percorsa da incendi.Le Conifere presenti nella Difesa sono tre: Pino d'Aleppo, Pino nero e Cipresso comune. Non mancano degli esemplari di Cipresso dell'Arizona dalle inconfondibili foglie di color glauco (azzurro-verde), ma il loro numero è troppo esiguo per rivestire una qualche importanza.
Per avere un'idea abbastanza precisa delle principali esigenze ambientali del Pino d'Aleppo, basta farsi un giro dalle parti di S. Menaio, uno dei luoghi dove questa specie è indigena. Nel resto dell'Italia non si è sicuri che lo sia e forse è stato importato, anche se tempo fa, dai suoi centri vegetazionali principali che sono le coste più calde del Mediterraneo.
Chi è stato sulla costa garganica sa che, dalle parti di S. Menaio e di Peschici, ci sono lunghi periodi di tempo senza che cada una goccia di acqua, soprattutto d'estate. Quindi, le piante che vivono da quelle parti devono essere resistenti alla siccità, essere cioè xerofile; ma, dato che lì fa molto caldo, devono essere anche resistenti al caldo, cioè termofile. In altre parole, il Pino d'Aleppo si trova bene nelle zone caldo-aride e risente dei climi più piovosi per cui non si sposta gran che verso il Nord dell'Italia (eccetto la Liguria) e neanche in alto, nel senso dell'altitudine, tanto da insediarsi soprattutto nelle sottozone più calde del Lauretum.
E' poco esigente in fatto di terreni: si adatta a tutti prediligendo quelli calcarei e rifuggendo solo quelli molto argillosi. Date le sue caratteristiche, nella Difesa, dove è stato introdotto a scopo di rimboschimento, ha avuto maggior successo, come c'era da aspettarselo, nelle parti più esposte a Sud e con minore altitudine.
Il Pino d'Aleppo forma delle bellissime pinete pure o si consocia con specie del suo orizzonte vegetazionale, in particolare con il Leccio. Nel suo sottobosco prevalgono arbusti quali il Lentisco, le Filliree, il Mirto, l'Asparago, eccetera.
Le piante possono essere governate solo a fustaia poiché i Pini non emettono polloni e quindi non possono essere governati a ceduo. Naturalmente, come tutte le fustaie, le pinete di Pino d'Aleppo possono essere coetanee o disetanee. Nel primo caso, come ormai dovremmo sapere bene, si adotteranno i tagli a raso o i tagli successivi; nel secondo caso i tagli saltuari, per singola pianta o per gruppi di piante. A questo punto una raccomandazione: per piacere, non facciamo tragedie se vediamo tagliare una pineta, in quanto per mantenersi vitale essa deve essere tagliata. Sempre che si tratti di tagli autorizzati, beninteso.
Il turno è piuttosto breve perché le piante maturano precocemente (50-70 anni), Anche se il Pino d'Aleppo non dà grandi produzioni di massa legnosa è una specie di notevole interesse perché il suo ruolo, oltre che nella difesa del suolo, si esplica nella funzione paesaggistica che è rimarchevole.
I Pini che si trovano lungo la Statale 272 che da S. Marco in Lamis va a S. Giovanni Rotondo, sono tutti Pini d'Aleppo che, infatti, si adattano benissimo nelle alberature stradali.
Il legname, anche se duro, non è molto apprezzato nella falegnameria fine perché è resinoso. E' utilizzato invece nella falegnameria grossolana come imballaggi, eccetera.

Giovedì, 26 Maggio 2016 17:03

Il Ciavardello

È una specie senza particolari esigenze sia di clima che di terreno tanto che è facilmente rinvenibile dal Lauretum al Fagetum non solo in tutta l'Italia ma anche in buona parte d'Europa.
Si presenta sporadico e quindi non forma popolamenti puri.
Nella Difensa lo troviamo quasi sempre come arbusto anche se è possibile rinvenirne qualche esemplare allo stato arboreo. Uno di questi alberi si trova lungo la strada vicinale S. Marco-Cagnano proprio là dove parte il sentiero per Monte Nero.
Non ha grande significato produttivo e lo si trova come componente del sottobosco o in cedui misti.
Il suo legno è duro e può essere usato per lavori al tornio.
Da noi viene apprezzato per i frutti, le sorbestrelle, che sono eduli e dal sapore simile a quello delle sorbe.

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