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L'Inquisizione portoghese è stata un istituto religioso analogo all'Inquisizione spagnola.
Fondata nel 1536, si diffuse alle colonie dell'impero portoghese e fu abolita ufficialmente nel 1821.
L'inquisizione portoghese fu istituita nel 1536 su richiesta del re João III.
In realtà, Manuel I aveva già avanzato richieste in tal senso, ma il papa si era rifiutato.
Così come in Spagna, l'Inquisizione fu posta sotto l'autorità del re.
Al suo vertice c'era un Grande Inquisitore, o Inquisitore Generale, nominato dal papa ma scelto dal re sempre all'interno della famiglia reale.
Il Grande Inquisitore, a sua volta, nominava gli altri giudici inquisitoriali.
Il primo Grande Inquisitore portoghese fu il Cardinale Enrico, fratello del re, che più tardi sarebbe divenuto re egli stesso.
Tribunali dell'Inquisizione furono istituiti a Lisbona, Coimbra ed Évora.
Il primo autodafé si tenne a Lisbona il 20 settembre del 1540.
Come per l'omologa Inquisizione spagnola, l'obiettivo principale di questa inquisizione, almeno inizialmente, furono quei convertiti (soprattutto ebrei, i conversos, appunto) che praticavano un Cristianesimo puramente formale mantenendo in segreto le proprie usanze religiose.
Col tempo l'Inquisizione passò alle colonie portoghesi sparse per il mondo (Brasile, Capo Verde e Goa, in India).
Anche nelle colonie, l'ambito primario di attività erano i nuovi convertiti, infatti, a rigore, i tribunali dell'Inquisizione potevano giudicare solo i battezzati.
Per i non battezzati si poteva al massimo procedere con la denuncia presso le autorità civili, ma in quel caso la competenza era della magistratura ordinaria.
Esattamente come accadde nel caso della Spagna, proprio il fatto che l'ambito di competenza della magistratura civile fosse limitato territorialmente, mentre quello della magistratura inquisitoriale si estendeva a tutti i battezzati ovunque si trovassero (quindi a tutto l'impero) fece sì che i sovrani si servissero degli inquisitori al di là degli scopi puramente religiosi.
Così i compiti dell'Inquisizione furono estesi, già da João III, alla censura sui libri, alla stregoneria e alla bigamia che invece, a rigore, era di competenza dei tribunali civili.
In questo modo l'Inquisizione diventava uno strumento per intervenire non solo nell'ambito della fede religiosa, ma anche della cultura, dei costumi, della società in generale.
A Goa l'Inquisizione fu stabilita nel 1560 da Aleixo Dia Falcão e Francisco Marques.
Il compito primario di questa Inquisizione asiatica era sorvegliare chi si era convertito al Cristianesimo dall'induismo.
Fonte: http://www.cultura-barocca.com/inquisizionep.htm
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Brano tratto da Luigi Vincenzo Mamiani della Rovere, Quaresimale del Padre Antonio Vieyra Della Compagnia di Giesù, Venezia, 1722

Essendo dunque così universale l'applauso di sì rinomato Predicatore, non è maraviglia, ch'ancor le Nazioni straniere offerissero prontamente i suoi torchi alla ristampa delle sue Prediche nella propria favella: come fece la Spagna, traducendone alcune nella lingua Spagnuola, l'italia nell'Italiana, la Francia nella Francese, e la Germania nella Latina. Non soddisfatti però gli eruditi d'Italia del primo saggio de' pochi Sermoni, già tradotti nell'idioma Italiano, anzi accendendosi con essi vie più la curiosità, bramavano la continuazione degli altri molti, che rimaneano a tradursi, per godere ancor essi al pari de' portoghesi di tutte le Opere di sì famoso Oratore. Onde fin da' primi giorni, dacchè feci ritorno in Italia, dopo quasi vent'anni di soggiorno nel Brasile, dov'ebbi la sorte di conoscere l'Autore, d'ammirare le virtù, e l'ingegno, e d'assistere alla sua felice morte, mi furono fatte replicate istanze da molti amici d'accettare quest'impresa col motivo della notizia perfetta, ch'io poteva avere di amendue le lingue, Italiana, e Portoghese; l'una naturale, e l'altra acquistata con l'uso continuato di tant'anni; condizione molto necessaria per una fedele traduzione di una lingua in un'altra.


Non lasciando fra tanto di ricordare al Lettore, che niun Opera, tradotta di una lingua in un altra, può ritenere quell'eleganza, e grazia naturale, che gode nel proprio linguaggio, in cui fu composta (Grassetto del webmaster).
Se le occupazioni, e la vita mi daranno tempo a tradurre ancor l'altre Prediche di sì celebre Oratore, non mancherò di continuare l'impresa col metodo accennato, e quando ciò non mi sia permesso, mi basterà d'aver accennato il modo, con cui potrà esser meglio proseguita da altri; e vivi felice.
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Il re avea per ragioni di personale benevolenza promesso ad una persona calorosamente raccomandatagli la preferenza nella nomina ad una carica rendutasi vacante. Il ministro Bogino, al quale Carlo Emanuele palesò dappoi quella sua intenzione, consapevole com’era dell’incapacità del candidato, evitò con questa destrezza di portare a conclusione il discorso tenutogli dal re in tal proposito, pregando gli si concedesse di meglio chiarire l’attitudine della persona. La persona si chiarì incapacissima, e la relazione del ministro accennava perciò ad una ripulsa della dimanda. Ma il dispiacere che il re avrebbe sentito se avesse dovuto indietreggiare nella sua promessa lo facea venir sopra alle osservazioni del ministro, al quale perciò davasi l’ordine di tenere apprestate per l’udienza successiva le lettere patenti necessarie per quella nomina. Le patenti adunque presentavansi dal ministro, il quale non altro argomento si riserbò onde lasciare l’opportunità per un nuovo discorso sopra quella persona, che di ordinare le sue relazioni in guisa che quelle patenti fossero le ultime a venire sotto gli occhi del re. Il re avvisatosi della tacita scaltrezza di quel suo leale, prese allora in sembiante tra benigno e scherzevole a ricordare le passate difficoltà, le quali però non aveano tolto affatto dal suo animo la fiducia di una buona riuscita in quel candidato. Si farà, diceva il re al ministro, si farà come tanti altri che non palesano da principio tutta la loro attitudine, Ma il ministro, il quale avea saggiamente pronosticato anche dell’avvenire di quel candidato, coglieva allora felicemente il destro per rimettere nel cuore del re la dubbiezza mal dileguata; e rispondeva con le seguenti gravi parole.
Se le patenti che conferiscono una carica avessero il valore e l’efficacia dei Sagramenti che infondono per sè stessi la grazia, avrei anch’io la medesima speranza in favore del candidato; ma io sono pur troppo persuaso che l’esercizio della carica non lo muterà da quell’inetto ch’egli è - Il re colpito da questo franco parlare non disse cosa veruna; ma operò da quel grande ch’egli era; ripose la patente non segnata nelle mani del ministro, e non si parlò più di quella nomina.
In Cosmorama pittorico, 1836
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Lo svolgersi del Consiglio richiedeva che, dopo la proposta, seguissero i vari pareri e la decisione. Ma per maggior chiarezza del discorso, lasciamo questa terza parte per ultima e passiamo invece alla finale. L'ultima buona proprietà di questo Consiglio fu la migliore di tutte le altre esaminate, e fu l'efficacia e la prontezza dell'esecuzione: Ad illa autem die cogitaverunt eum interficere. Il Testo greco dice: Ab illa autem hora. Nel giorno stesso, anzi nell'ora stessa dell'assemblea, si cominciò con tutta sollecitudine a porre in atto la decisione. La proposta portata in Consiglio era stata Quid facimus?: che facciamo? E la conclusione del Consiglio fu di eseguire nello stesso istante ciò che si era deciso di fare.
I Ministri pensano che, convocate le Assemblee, fatto il Consiglio, fatte le consulte, fatti i decreti, sia fatto tutto. E invece non è fatto niente. L'inizio degli affari è dato dalla loro realizzazione, e finché questa non è stata posta in atto, si è ancora assolutamente a zero.
In principio creavit Deus coelum et terram. Sono le prime parole della Scrittura: In principio Dio creò il cielo e la terra. La creazione di questo cielo e di questa terra non era già decretata ab aeterno nel pensiero della sua sapienza? Sì, lo era. Ma dunque fu allora che si iniziò la creazione del cielo e della terra? No assolutamente. Dice il Testo: In principio creavit Deus coelum et terram.
Fu quando Dio creò il cielo e la terra che diede inizio alla creazione: perché fino a che non si dà esecuzione ai decreti, per quanto grandi e per quanto importanti essi siano per la loro natura e per il loro numero, non si è dato inizio a niente. Che importa che ci siano Consigli sopra Consigli, o decreti sopra decreti, se fra il decreto e l'esecuzione passeranno poi dei secoli?
Che importa la sentenza del Consiglio di giustizia, se poi non viene data esecuzione? Che importano gli ordini nel Consiglio dei Ministri, quando poi non vengono eseguiti? Che importa decidere preparativi nel Consiglio di guerra, quando poi questi non vengono attuati? Che importano i misteri di un Consiglio di Stato, quando rimangono senza realizzazione? Il mistero altissimo e divinissimo dell'Incarnazione era decretato da un'eternità ed era stato rivelato da quattromila anni: eppure che cos'era questo mistero prima che Cristo si incarnasse di fatto? Niente.
E allora che rimedio si può trovare affinché tutti questi niente si trasformino in qualcosa, o meglio in un tutto? Il rimedio è creare un nuovo Consiglio. Come? Un altro ancora? Si comincia bene: e che tipo di Consiglio? Che nome avrà? Salomone, da cui è partita questa idea, gli dette un nome: Consilium manuum'(Nota 10). Un Consiglio di mani cioè di esecuzione. Questo è il Consiglio dei Consigli.
Tutti gli altri Consigli senza questo sono Consigli senza consiglio. I Consigli delle intenzioni discorrono, altercano, disputano, consultano, decidono, decretano, e fino qui tutto è niente. Il Consiglio di esecuzione è quello che fa le cose. Anche il Vangelo lo dice: Operata est consilium manuum suarum. Gli altri Consigli cercano, questo agisce.

Così disse un Re che possedeva un intelletto eccellente ed eccellenti mani, il re David: In intellectibus manuum suarum deduxit eos (Nota 11). David ci descrive la felicità di quello Stato, il cui sistema di Consiglio è quello che stiamo esaminando; e conclude che, in tutte le occasioni in cui ottenne felici successi, fu assistito da Dio che lo conduceva, ed egli per conto suo governava seguendo i consigli delle sue mani: 'In intellectibus manuum suarum'. E notate che non dice con il consiglio delle sue mani ma con i consigli delle sue mani: in intellectibus manuum suarum'
La testa - che è una sola - possiede un intendimento: le mani - che sono due - possiedono più intendimenti: 'In intellectibus'. Qui c'è un intendimento e qui un altro; uno nella sinistra e uno nella destra; e se questi due intendimenti si danno la mano, tutto si può ottenere. I più beati fra i regni non sono quelli che possiedono i cervelli più esperti, ma quelli che possiedono le mani più esperte.
È dagli intendimenti delle mani che si formano i consigli prudenti; o almeno dall'intendimento delle mani prendono la qualità di prudenti, perché i consigli prudenti che non passano dall'intendimento alle mani, da prudenti diventano sciocchi.
Assalonne si ribellò contro il re David. Tutto il regno seguì Assalonne, avendone questi guadagnato la benevolenza: Toto corde universus Israel sequitur Absalon (Nota 12). La notizia giunse al Re proprio in questi termini; e siccome gli animi grandi si dimostrano tali nei momenti difficili, Davide si rassegnò alla sua sorte e si ritirò, accompagnato soltanto dai capitani della sua guardia che si trovavano con lui.
Stava già da un pezzo salendo il monte Oliveto, quando ricevette la seconda notizia, e cioè che Achitofel, il suo grande consigliere, era passato dalla parte di Assalonne. Fu allora che il cuore del Re accusò i primi turbamenti. Si inginocchiò, alzò le mani al cielo e disse a Dio: Infatua, quaeso, Domine, consilium Achitofel (Nota 13).
Vedete che peso aveva nel giudizio di Davide, e che peso dovrebbe avere nel giudizio di tutti, il potere di un buon consigliere.
Quando dissero a Davide che tutto intero il reame aveva seguito Assalonne, egli non fece alcuna preghiera a Dio, perché lo proteggesse dalle loro armi. Ma quando gli dissero che anche Achitofel aveva seguito il nuovo capo, pronunciò una calda orazione perché lo proteggesse dai consigli di lui.
David ebbe più timore dell'intelletto di un solo uomo, che delle braccia di una moltitudine.

Un gran consigliere nel Consiglio deve essere la cosa più cara e stimata; e nel Consiglio del nemico deve essere la cosa più odiata e più temuta.
E vediamo ora che cosa avvenne in seguito. La Scrittura ci dice due cose notevoli, che sembrano totalmente contrarie fra loro: la prima che Dio ascoltò la preghiera di Davide riguardo al consiglio di Achitofel; la seconda che Achitofel consigliò saggiamente Assalonne: Domini autem nutu dissipatum est consilium Achitofel utile (Nota 14). Ma allora, se Achitofel consigliò utilmente e prudentemente Assalonne, in che modo Dio ascoltò la preghiera di Davide? La preghiera di David chiedeva che Dio rendesse vani i consigli di Achitofel; ma se il giudizio di Achitofel fu utile e prudente, come si può dire che Dio rese vani i suoi consigli?
Andate avanti a leggere il Testo, e vedrete come Dio rese vani i consigli. La Scrittura dice che il consiglio di Achitofel fu saggio; ma dice pure che Assalonne non lo seguì: e questa fu la via scelta dal Signore per render vani i consigli.
Perché consigli saggi non seguiti, non sono saggi, ma vani.
Dio poteva render vani in due modi i consigli di Achitofel: o colpendo Achitofel nel suo intelletto, facendo in modo che egli consigliasse male; o colpendo Assalonne nelle sue mani, cioè facendo in modo che, pur essendo buono il consiglio ricevuto, Assalonne non lo seguisse.
E Dio per render totalmente nullo il consiglio di Achitofel, come David gli aveva chiesto, scelse il secondo modo; perché il consiglio che si sbaglia per mancanza di intelletto, è un consiglio sbagliato; ma il consiglio che pure è giusto, ma che non viene seguito, diventa non solo sbagliato ma addirittura vano. Sbagliare un consiglio può accadere anche a uomini prudenti e saggi; ma darlo giusto e vederlo volatilizzarsi per mancanza di esecuzione può accadere soltanto a uomini fatui.
Oh quanti regni si perdono a causa di consigli saggi, che vengono resi vani!

Pure non riesco a capacitarmi come tutto ciò potesse avvenire in un giorno solo, anzi nello stesso momento in cui si radunò il Consiglio. Ma quando si depositarono i voti? Quando si scrissero i verbali? Quando vennero sottoscritti? Quando si decise di renderli esecutivi? Quando si diramarono? Quando si registrarono? Quando vennero promulgati? Tutto questo non si poteva fare in un momento, né in un giorno, né in molti giorni. Nel nostro tempo e nel nostro paese, no, tutto questo, in così poco tempo non si sarebbe potuto fare. Ma tutto ciò invece fu fatto. Come mai? Perché in quel Consiglio non si fece uso né di carta né di inchiostro.
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La seconda qualità superlativamente buona che ebbe questo Consiglio, fu il modo di formulare la proposta: Quid facimus, quia hic homo multa signa facit? Non so se avete prestato attenzione a quello che dicono e a quello che non dicono.
Non dicono: che dobbiamo fare? bensì Che facciamo?. Grande Consiglio, e grandi consiglieri: consiglieri del Che dobbiamo fare? non sono consiglieri. I consiglieri devono essere gli uomini del che facciamo?
E osservate quanto saviamente analizzarono la questione e la controbilanciarono. Essi erano nemici di Cristo, e naturalmente giudicarono Cristo come loro nemico e dissero: Quid facimus, quia hic homo multa signa facit? Notate il facit'e il quid facimus. Ma come? Il nostro nemico fa e noi non facciamo? Il nostro nemico fa e noi dobbiamo fare? Il nostro nemico fa miracoli e noi non facciamo ciò che può essere fatto senza miracoli? Opera lui, operiamo anche noi!
La ragione, per cui sì perde tanta parte di quella Monarchia d'Asia, così gloriosa e guadagnata con sangue tanto illustre, quale fu? Fu che il nemico faceva e noi dovevamo fare. E non importa andare così lontano.
Fintanto che il Portogallo ebbe uomini del 'dobbiamo fare' (e purtroppo sempre li ha avuti), noi non avevamo libertà, né regno, né corona. Appena si ebbero uomini del Che facciamo, subito si ottenne tutto.

Osservate l'espressione del Vangelo: Jesus autem cum cognovisset, quia venturi erant, ut raperent eum, et facerent eum regem, fugit (Nota 6)): Vedendo il Signore che quegli uomini dovevano venire per prenderlo e farlo Re, fuggì. Si trattava di persone che dovevano venire, dovevano prenderlo, dovevano farlo Re. Ecco perché Cristo non volle essere acclamato da quegli uomini
Accettò il titolo dagli uomini che lo fecero, e non da quelli che lo dovevano fare; perché gli uomini del 'dobbiamo fare' non sono uomini, e tanto meno uomini che possan fare un Re e mantenerlo.

Per cui penso che se quelli fossero stati uomini del Quid facimus, certamente Cristo non sarebbe fuggito da loro.
Il primo Consiglio, che si riunì nel mondo, fu quello della torre di Babele. Un'assemblea, composta da tutti gli uomini allora esistenti, decise, per eternare la memoria dei loro nomi, di costruire una torre, i cui estremi pinnacoli toccassero le stelle: Cujus culmen pertingat ad caelum (Nota 7).
La meraviglia che produsse in cielo questa decisione fu indescrivibile. Dio fece suonare l'adunata, e, circondato immediatamente da tutti gli eserciti degli Angeli, tenne loro questo discorso: Coeperunt hoc lacere, nec desistent a cogitationibus suis, donec eas opere compleant (Nota 8): questi uomini riuniti in Consigli hanno deciso di fare una torre che giunga fino al cielo, e non desisteranno dal loro intento prima di aver compiuto la loro opera: Descendamus igitur et confundamus linguas eorum. Bisogna discendere subito sulla terra a confondere i loro linguaggi, affinché non possano proseguire nel loro intento.
Nel loro intento. Signore! Ma che importanza o che peso possono avere gli intenti degli uomini contro il Cielo? Ma se il cielo e gli Angeli, e più ancora Dio, sono così al sicuro, così al di sopra di ogni potenza umana? Se tutte le macchinazioni dell'ingegno degli uomini e delle loro mani contro il cielo sono da considerarsi vaneggiamenti più che propositi, perché si preoccupa il cielo? Di che temono gli Angeli? Da che cosa si protegge Dio con tanta cura, con tanta preoccupazione, con tanta ostentazione?
E c'è di più. Se la costruzione immensa di quella progettata torre era non solo temeraria, ma assolutamente impossibile (non fosse altro per la distanza infinita che corre fra la terra e il cielo), come mai Dio poté continuare ad affermare che gli uomini non avrebbero desistito dall'impresa, finché non l'avessero portata a termine? Ve lo dirò io il perché; e lo stesso Testo scritturale lo dice.
Quegli uomini non si consigliarono che su due punti, per tutto quello che iniziarono e decisero: si consigliarono sui mezzi e sul fine. Nel primo consulto decisero: Venite, faciamus lateres: suvvia facciamo mattoni. Nel secondo: Venite, faciamus turrim: Suvvia facciamo la torre. Uomini che nelle loro assemblee non dicono faremo né dobbiamo fare, ma facciamo (Faciamus lateres, faciamus turrim), uomini così, anche se si mettono nelle più impossibili imprese, le portano a termine. Uomini che si radunano operando, uomini che hanno decisioni di pietra e di calce, uomini che, quando devono tirar fuori una discussione, tirano fuori muraglie! Di fronte a uomini simili, stia in guardia il mondo, stia in guardia il cielo, stiano in guardia gli Angeli e (se è lecito dire una cosa simile) stia in guardia lo stesso Dio!

Dello stesso tipo e della stessa potenza fu il Concilio riunitesi contro Gesù, del quale abbiamo parlato all'inizio di questa lezione. Ed ebbe effetti della stessa potenza. Appena Cristo vide che cosa era stato discusso e deciso in quella adunanza, che fece? L'Evangelista dice che il Signore si ritirò subito da Gerusalemme, e nascostamente fuggì ad Efrem e si nascose nel deserto: Jesus ergo jam non palam ambulabat apud judaeos, sed abiit in regionem juxta desertum in civitatem, quae dicitur Ephrem (Nota 9). Ma come. Cristo si ritira? Si nasconde? Sparisce? Sì. Perché uomini, che nei loro Concili e nelle loro Assemblee non dicono Che dobbiamo fare? ma piuttosto Che facciamo? preoccupano anche Dio, incutono timore, e si direbbe quasi che Lui stesso non si senta sicuro di fronte a tali uomini e a tali Consigli: Non palam ambulabat, abiit in regionem iuxta desertum.
