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Padre Antonio Vieira
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L'Inquisizione portoghese è stata un istituto religioso analogo all'Inquisizione spagnola.
Fondata nel 1536, si diffuse alle colonie dell'impero portoghese e fu abolita ufficialmente nel 1821.
L'inquisizione portoghese fu istituita nel 1536 su richiesta del re João III.
In realtà, Manuel I aveva già avanzato richieste in tal senso, ma il papa si era rifiutato.
Così come in Spagna, l'Inquisizione fu posta sotto l'autorità del re.
Al suo vertice c'era un Grande Inquisitore, o Inquisitore Generale, nominato dal papa ma scelto dal re sempre all'interno della famiglia reale.
Il Grande Inquisitore, a sua volta, nominava gli altri giudici inquisitoriali.
Il primo Grande Inquisitore portoghese fu il Cardinale Enrico, fratello del re, che più tardi sarebbe divenuto re egli stesso.
Tribunali dell'Inquisizione furono istituiti a Lisbona, Coimbra ed Évora.
Il primo autodafé si tenne a Lisbona il 20 settembre del 1540.
Come per l'omologa Inquisizione spagnola, l'obiettivo principale di questa inquisizione, almeno inizialmente, furono quei convertiti (soprattutto ebrei, i conversos, appunto) che praticavano un Cristianesimo puramente formale mantenendo in segreto le proprie usanze religiose.
Col tempo l'Inquisizione passò alle colonie portoghesi sparse per il mondo (Brasile, Capo Verde e Goa, in India).
Anche nelle colonie, l'ambito primario di attività erano i nuovi convertiti, infatti, a rigore, i tribunali dell'Inquisizione potevano giudicare solo i battezzati.
Per i non battezzati si poteva al massimo procedere con la denuncia presso le autorità civili, ma in quel caso la competenza era della magistratura ordinaria.
Esattamente come accadde nel caso della Spagna, proprio il fatto che l'ambito di competenza della magistratura civile fosse limitato territorialmente, mentre quello della magistratura inquisitoriale si estendeva a tutti i battezzati ovunque si trovassero (quindi a tutto l'impero) fece sì che i sovrani si servissero degli inquisitori al di là degli scopi puramente religiosi.
Così i compiti dell'Inquisizione furono estesi, già da João III, alla censura sui libri, alla stregoneria e alla bigamia che invece, a rigore, era di competenza dei tribunali civili.
In questo modo l'Inquisizione diventava uno strumento per intervenire non solo nell'ambito della fede religiosa, ma anche della cultura, dei costumi, della società in generale.
A Goa l'Inquisizione fu stabilita nel 1560 da Aleixo Dia Falcão e Francisco Marques.
Il compito primario di questa Inquisizione asiatica era sorvegliare chi si era convertito al Cristianesimo dall'induismo.

Fonte: http://www.cultura-barocca.com/inquisizionep.htm

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Brano tratto da Luigi Vincenzo Mamiani della Rovere, Quaresimale del Padre Antonio Vieyra Della Compagnia di Giesù, Venezia, 1722

La Rocca Costanza di Pesaro, città natale del gesuita Luigi Vincenzo Mamiani Della Rovere.
La Rocca Costanza di Pesaro, città natale del gesuita Luigi Vincenzo Mamiani Della Rovere.
Difficilmente à mio credere potrà ritrovarsi in qualunque altro celebre Predicatore dei nostri tempi il vanto d'esser stato ammirato, ed applaudito da differenti Nazioni, anzi da due Mondi, come il P. Antonio Vieyra, famoso Predicatore, che già fu delle tre Maestà di Portogallo, di D. Giovanni IV, D. Alfonso VI e D. Pietro II, è gloria incomparabile così della nostra Compagnia, come della nobile Nazione Portoghese. Poichè non contento d'avere illustrata co' raggi del suo chiarissimo, e profondissimo ingegno l'Europa nelle due Corti primarie di Roma, e di Lisbona, comunicò altresì la luce della sua dottrina Evangelica all'America ne' pulpiti della Bahia, e del Maragnone, che sono le due Corti primarie della vastissima Provincia del Brasile.
Essendo dunque così universale l'applauso di sì rinomato Predicatore, non è maraviglia, ch'ancor le Nazioni straniere offerissero prontamente i suoi torchi alla ristampa delle sue Prediche nella propria favella: come fece la Spagna, traducendone alcune nella lingua Spagnuola, l'italia nell'Italiana, la Francia nella Francese, e la Germania nella Latina. Non soddisfatti però gli eruditi d'Italia del primo saggio de' pochi Sermoni, già tradotti nell'idioma Italiano, anzi accendendosi con essi vie più la curiosità, bramavano la continuazione degli altri molti, che rimaneano a tradursi, per godere ancor essi al pari de' portoghesi di tutte le Opere di sì famoso Oratore. Onde fin da' primi giorni, dacchè feci ritorno in Italia, dopo quasi vent'anni di soggiorno nel Brasile, dov'ebbi la sorte di conoscere l'Autore, d'ammirare le virtù, e l'ingegno, e d'assistere alla sua felice morte, mi furono fatte replicate istanze da molti amici d'accettare quest'impresa col motivo della notizia perfetta, ch'io poteva avere di amendue le lingue, Italiana, e Portoghese; l'una naturale, e l'altra acquistata con l'uso continuato di tant'anni; condizione molto necessaria per una fedele traduzione di una lingua in un'altra.
Affreschi che si trovano a Villa imperiale, a Pesaro.
Affreschi che si trovano a Villa imperiale, a Pesaro.
Ristetti però sul principio dubbioso a risolvermi, sì per considerare esser stata già principiata quest'Opera da altri, e non parermi conveniente metter la mano nell'altrui messse, come per essere Opera di dodici Tomi di Prediche, per la di cui compita traduzione si richiedea più tempo di quel, che mi possono promettere le mie occupazioni. Mi lascia finalmente persuadere, non tanto per compiacere alle moltiplicate richieste di varie persone, quanto per soddisfare insieme ad un desiderio più antico del medesimo Autore, che avendo saputo, essendo ancor vivo, che si trattava di tradurre le sue Prediche parimente in Italia, e temendo, che se il Traduttore non fosse perfettamente versato nella lingua Portoghese, rimanessero alterati i suoi sensi, e confusa l'intelligenza dei suoi ingegnosi concetti, m'avea più volte insinuato, che prendessi io la cura d'esserne il Traduttore. Ciò, ch'allora non mi fu possibile per le continue eccupazioni nelle Missioni tra Barbari, mi determinai di porlo adesso in esecuzione dopo d'esser ritornato in Italia. Ma per scansare le due difficoltà accennate, che mi trattenevano sul principio dal mettermi a quest'impresa, pigliai per ispediente il dar un nuovo metodo più facile, e più plausibile, non intrapreso da altri, alle sue Prediche.
Veduta di Pesaro Urbino.
Veduta di Pesaro Urbino.
Queste stampate nella lingua Portoghese son divise in dodici Tomi, e ciaschedun Tomo ne contiene quindici di materie fra sè totalmente diverse, leggendovisi or una Predica di Quaresima, or un'altra dell'Avvento, quale d'alcuna festa della Madonna, quale della festa d'alcun Santo, e quale fatta in altre occasioni. Mi parve adunque, che sarebbe più gradita la traduzione, se distinguendo tutte le materie delle Prediche, si desse alcuna unione a ciascheduna, sicchè raccolte tutte le fatte sopra gli Evangeli di Quaresima in un sol Tomo formassero un intero Quaresimale, le altre fatte nell'Avvento, ò nell'altre Domeniche dell'Anno s'unissero a formare un'Annuale, e così parimente i Sermoni della Madonna, i Panegirici de' Santi, e quelli del Santissimo Sagramento fossero distintamente tradotti. In questo modo, oltre riuscir la divisione più comoda, e più utile a' Lettori, non si pregiudicarebbe alle fatiche cominciate da altri con diverso metodo, nè il Traduttore s'impegnerebbe a terminare tutt'i Tomi dell'Autore; poichè ogni Parte con l'ordine accennato riuscirebbe un Opera compita da sè, senza dipendere dall'altre, le quali potrebbero continuarsi da diverso Traduttore con il medesimo metodo. Eccovi adunque in questo primo Tomo tutte le Prediche del P. Antonio Vieyra, dette ne' giorni di Quaresima, raccolte da vari suoi Tomi, ne' quali erano disperse, ed ora vengono disposte per ordine in ciaschedun giorno della Quaresima. Devesi però avvertire, che non essendosi introdotto in Portogallo l'uso pratticato in Italia di predicare tutt'i giorni della Quaresima fuori del Sabbato, ma solamente due, e tre volte alla Settimana sopra alcuni Evangeli più segnalati, quindi è, che a molti giorni mancavano le sue Prediche proprie, ed in altri erano moltiplicate. Onde per riempire i giorni vacanti, hò assegnato a ciascheduno di questi alcuna dell'altre Prediche replicate negli altri pur di Quaresima, affinchè ne risulti un pieno, ed intero Quaresimale.
Pesaro
Pesaro
Per ciò fare con proprietà, mi è convenuto adattare con un breve esordio all'Evangelio corrente l'argomento delle suddette Prediche, accomodate ad altro Evangelio. In questi casi però sempre ho procurato di ritenere altresì gli esordj dell'Autore, ò inserendoli nel corpo della Predica, ò servendomi de' suoi stessi concetti per applicare il suo tema all'altro Evangelio, affinchè non si defraudi il Lettore di parte alcuna delle sue dottissime Prediche. Anzi per distinguere le dette brevi aggiunte, ò applicazioni, dal vero Testo dell'Autore, vengono contrassegnate con alcune virgolette nel margine, e comprese tra due stelluccie, non volendo il Traduttore derogare con le sue debolezze a' veri concetti del medesimo Auttore. In ogni Predica si aggiugne nel titolo l'argomento in breve di tutto il discorso, conforme all'intento, ed alle prove dell'Autore, e nel margine si cita la parte de' Sermoni, stampati in Portoghese, dalla quale si è cavata ciascheduna Predica per tradurla, acciò gl'intendenti di quella lingua, se ne hanno curiosità, possano confrontare la traduzione coll'originale. Questi sono gli avvertimenti, che mi è parso bene premettere alla presente traduzione, la quale se non riuscirà del tutto elegante nella nostra lingua volgare, almeno mi persuado, che riuscirà in tutto fedele, spiegando per quanto far si può con proprietà i veri sensi dell'Autore, ch'è ciò, che più desidera in simili traduzioni.

Non lasciando fra tanto di ricordare al Lettore, che niun Opera, tradotta di una lingua in un altra, può ritenere quell'eleganza, e grazia naturale, che gode nel proprio linguaggio, in cui fu composta (Grassetto del webmaster).

Se le occupazioni, e la vita mi daranno tempo a tradurre ancor l'altre Prediche di sì celebre Oratore, non mancherò di continuare l'impresa col metodo accennato, e quando ciò non mi sia permesso, mi basterà d'aver accennato il modo, con cui potrà esser meglio proseguita da altri; e vivi felice.

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La Pietà o Deposizione di N. S. dalla Croce - Di fra Bartolomeo di S. Marco - Stampa del 1839
La Pietà o Deposizione di N. S. dalla Croce - Di fra Bartolomeo di S. Marco - Stampa del 1839
Lo storico della Sardegna, il Barone Manno, in una preziosa operetta intitolata: 'Quesiti sui pubblici ufficiali', e nella quale svolge i doveri loro con grande saviezza di vedute, reca molti esempi di virtù e di prudenza ne’ pubblici amministratori, fra quali una tradizionale di Carlo Emanuele III che ne piace riferire.
Il re avea per ragioni di personale benevolenza promesso ad una persona calorosamente raccomandatagli la preferenza nella nomina ad una carica rendutasi vacante. Il ministro Bogino, al quale Carlo Emanuele palesò dappoi quella sua intenzione, consapevole com’era dell’incapacità del candidato, evitò con questa destrezza di portare a conclusione il discorso tenutogli dal re in tal proposito, pregando gli si concedesse di meglio chiarire l’attitudine della persona. La persona si chiarì incapacissima, e la relazione del ministro accennava perciò ad una ripulsa della dimanda. Ma il dispiacere che il re avrebbe sentito se avesse dovuto indietreggiare nella sua promessa lo facea venir sopra alle osservazioni del ministro, al quale perciò davasi l’ordine di tenere apprestate per l’udienza successiva le lettere patenti necessarie per quella nomina. Le patenti adunque presentavansi dal ministro, il quale non altro argomento si riserbò onde lasciare l’opportunità per un nuovo discorso sopra quella persona, che di ordinare le sue relazioni in guisa che quelle patenti fossero le ultime a venire sotto gli occhi del re. Il re avvisatosi della tacita scaltrezza di quel suo leale, prese allora in sembiante tra benigno e scherzevole a ricordare le passate difficoltà, le quali però non aveano tolto affatto dal suo animo la fiducia di una buona riuscita in quel candidato. Si farà, diceva il re al ministro, si farà come tanti altri che non palesano da principio tutta la loro attitudine, Ma il ministro, il quale avea saggiamente pronosticato anche dell’avvenire di quel candidato, coglieva allora felicemente il destro per rimettere nel cuore del re la dubbiezza mal dileguata; e rispondeva con le seguenti gravi parole.

Se le patenti che conferiscono una carica avessero il valore e l’efficacia dei Sagramenti che infondono per sè stessi la grazia, avrei anch’io la medesima speranza in favore del candidato; ma io sono pur troppo persuaso che l’esercizio della carica non lo muterà da quell’inetto ch’egli è - Il re colpito da questo franco parlare non disse cosa veruna; ma operò da quel grande ch’egli era; ripose la patente non segnata nelle mani del ministro, e non si parlò più di quella nomina.

In Cosmorama pittorico, 1836

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Lo svolgersi del Consiglio richiedeva che, dopo la proposta, seguissero i vari pareri e la decisione. Ma per maggior chiarezza del discorso, lasciamo questa terza parte per ultima e passiamo invece alla finale. L'ultima buona proprietà di questo Consiglio fu la migliore di tutte le altre esaminate, e fu l'efficacia e la prontezza del­l'esecuzione: Ad illa autem die cogitaverunt eum interficere. Il Testo greco dice: Ab illa autem hora. Nel giorno stesso, anzi nell'ora stessa dell'assemblea, si co­minciò con tutta sollecitudine a porre in atto la decisio­ne. La proposta portata in Consiglio era stata Quid facimus?: che facciamo? E la conclusione del Consiglio fu di eseguire nello stesso istante ciò che si era deciso di fare.

I Ministri pensano che, convocate le Assemblee, fatto il Consiglio, fatte le consulte, fatti i decreti, sia fatto tutto. E invece non è fatto niente. L'inizio degli affari è dato dalla loro realizzazione, e finché questa non è stata posta in atto, si è ancora assolutamente a zero.

In prin­cipio creavit Deus coelum et terram. Sono le prime parole della Scrittura: In principio Dio creò il cielo e la terra. La creazione di questo cielo e di questa terra non era già decretata ab aeterno nel pensiero della sua sa­pienza? Sì, lo era. Ma dunque fu allora che si iniziò la creazione del cielo e della terra? No assolutamente. Dice il Testo: In principio creavit Deus coelum et terram.

Fu quando Dio creò il cielo e la terra che diede inizio alla creazione: perché fino a che non si dà esecuzione ai decreti, per quanto grandi e per quanto importanti essi siano per la loro natura e per il loro numero, non si è dato inizio a niente. Che importa che ci siano Consigli sopra Consigli, o decreti sopra decreti, se fra il decreto e l'esecuzione passeranno poi dei secoli?

La creazione del mondo in un dipinto di Giovanni di Paolo.
La creazione del mondo in un dipinto di Giovanni di Paolo.
I decreti potranno essere di­vini o superdivini - come erano quelli di Dio - ma tutti questi progetti divini decretati e non realizzati che cosa sono? Che cos'era il cielo e la terra prima della crea­zione del mondo? Il cielo era decretato, era decretata la terra, erano decretati gli elementi; ma tutte queste cose decretate che cosa erano? Il cielo era un nulla, la terra era un altro nulla, i quattro elementi erano quattro nul­la, e tutta questa infinità di cose era un infinità di nulla.
Che importa la sentenza del Consiglio di giustizia, se poi non viene data esecuzione? Che importano gli ordini nel Consiglio dei Ministri, quando poi non vengono eseguiti? Che importa decidere preparativi nel Consiglio di guerra, quando poi questi non vengono attuati? Che importano i misteri di un Consiglio di Stato, quando rimangono senza realizzazione? Il mistero altissimo e divinissimo dell'Incarnazione era decretato da un'eternità ed era stato rivelato da quattromila anni: eppure che cos'era questo mistero prima che Cristo si incarnasse di fatto? Niente.
E allora che rimedio si può trovare affinché tutti questi niente si trasformino in qualcosa, o meglio in un tutto? Il rimedio è creare un nuovo Consiglio. Come? Un altro ancora? Si comincia bene: e che tipo di Consiglio? Che nome avrà? Salomone, da cui è partita questa idea, gli dette un nome: Consilium manuum'(Nota 10). Un Consiglio di mani cioè di esecuzione. Questo è il Consiglio dei Consigli.

Tutti gli altri Consigli senza questo sono Consigli senza consiglio. I Consigli delle intenzioni discorrono, altercano, disputano, consultano, decidono, de­cretano, e fino qui tutto è niente. Il Consiglio di esecuzione è quello che fa le cose. Anche il Vangelo lo dice: Operata est consilium manuum suarum. Gli altri Con­sigli cercano, questo agisce.

Il re Salomone in un dipinto di Pedro Berruguete.
Il re Salomone in un dipinto di Pedro Berruguete.
Ma chiedo scusa un momento a Salomone: questo cosiddetto Consiglio di mani non dovrebbe chiamarsi Consiglio, perché il consiglio è un atto di intelletto, e le mani non possiedono intelletto. Ma che sto dicendo? Correggo: solo le mani hanno la capacità di intendimento che è necessaria all'azione. La testa possiede un intelletto speculativo; le mani un intelletto pratico: e soltanto questo intelletto è quello che fa le cose.
Così disse un Re che possedeva un intelletto eccellente ed eccellenti mani, il re David: In intellectibus manuum suarum deduxit eos (Nota 11). David ci descrive la felicità di quello Stato, il cui sistema di Consiglio è quello che stiamo esaminando; e conclude che, in tutte le occasioni in cui ottenne felici successi, fu assistito da Dio che lo conduceva, ed egli per conto suo governava seguendo i consigli delle sue mani: 'In intellectibus manuum suarum'. E notate che non dice con il consiglio delle sue mani ma con i consigli delle sue mani: in intellectibus manuum suarum'
La testa - che è una sola - possiede un intendi­mento: le mani - che sono due - possiedono più in­tendimenti: 'In intellectibus'. Qui c'è un intendimento e qui un altro; uno nella sinistra e uno nella destra; e se questi due intendimenti si danno la mano, tutto si può ottenere. I più beati fra i regni non sono quelli che possiedono i cervelli più esperti, ma quelli che possiedono le mani più esperte.

È dagli intendimenti delle mani che si formano i consigli prudenti; o almeno dall'intendimento delle mani prendono la qualità di prudenti, perché i consigli prudenti che non passano dall'intendi­mento alle mani, da prudenti diventano sciocchi.

Assalonne si ribellò contro il re David. Tutto il regno seguì Assalonne, avendone questi guadagnato la benevo­lenza: Toto corde universus Israel sequitur Absalon (Nota 12). La notizia giunse al Re proprio in questi termini; e sic­come gli animi grandi si dimostrano tali nei momenti difficili, Davide si rassegnò alla sua sorte e si ritirò, accompagnato soltanto dai capitani della sua guardia che si trovavano con lui.
Stava già da un pezzo salendo il monte Oliveto, quando ricevette la seconda notizia, e cioè che Achitofel, il suo grande consigliere, era passato dalla parte di Assa­lonne. Fu allora che il cuore del Re accusò i primi turbamenti. Si inginocchiò, alzò le mani al cielo e disse a Dio: Infatua, quaeso, Domine, consilium Achitofel (Nota 13).

Vedete che peso aveva nel giudizio di Davide, e che peso dovrebbe avere nel giudizio di tutti, il potere di un buon consigliere.

Quando dissero a Davide che tutto inte­ro il reame aveva seguito Assalonne, egli non fece alcuna preghiera a Dio, perché lo proteggesse dalle loro armi. Ma quando gli dissero che anche Achitofel aveva seguito il nuovo capo, pronunciò una calda orazione perché lo proteggesse dai consigli di lui.

David ebbe più timore dell'intelletto di un solo uomo, che delle braccia di una moltitudine.

Il Monte degli Ulivi - Diapositiva dell'inizio del '900 presente nel santuario di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Il Monte degli Ulivi - Diapositiva dell'inizio del '900 presente nel santuario di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Egli stesso aveva fatto una ottima esperienza personale con la sua sassata contro il gigante, quando aveva potuto vedere con i suoi occhi quanto poco importa che il corpo e le braccia siano protetti da armi, se la testa è debole. In questo caso Davide si trovava di fronte ad Assalonne, come si era trovato una volta contro Golia. Egli lanciò la sua preghiera non contro il bersaglio del reame, che era rappresentato dall'esercito armato, ma contro Achitofel che era la testa di quel corpo.
Un gran consigliere nel Consiglio deve essere la cosa più cara e stimata; e nel Consiglio del nemico deve essere la cosa più odiata e più temuta.
E vediamo ora che cosa avvenne in seguito. La Scrittura ci dice due cose notevoli, che sembrano totalmente contrarie fra loro: la prima che Dio ascoltò la preghiera di Davide riguardo al consiglio di Achitofel; la seconda che Achitofel consigliò saggiamente Assalonne: Domini autem nutu dissipatum est consilium Achitofel utile (Nota 14). Ma allora, se Achitofel consigliò utilmente e prudentemente Assalonne, in che modo Dio ascoltò la preghiera di Davide? La preghiera di David chiedeva che Dio ren­desse vani i consigli di Achitofel; ma se il giudizio di Achitofel fu utile e prudente, come si può dire che Dio rese vani i suoi consigli?
Andate avanti a leggere il Testo, e vedrete come Dio rese vani i consigli. La Scrittura dice che il consiglio di Achitofel fu saggio; ma dice pure che Assalonne non lo seguì: e questa fu la via scelta dal Signore per render vani i consigli.

Perché consigli saggi non seguiti, non sono saggi, ma vani.

Dio poteva render vani in due modi i consigli di Achitofel: o colpendo Achitofel nel suo intelletto, facendo in modo che egli consigliasse male; o colpendo Assalonne nelle sue mani, cioè facendo in modo che, pur essendo buono il consiglio ricevuto, Assalonne non lo seguisse.
E Dio per render totalmente nullo il consiglio di Achitofel, come David gli aveva chiesto, scelse il secondo modo; perché il consiglio che si sbaglia per mancanza di intelletto, è un consiglio sbagliato; ma il consiglio che pure è giusto, ma che non viene seguito, diventa non solo sbagliato ma addirittura vano. Sbagliare un consiglio può accadere anche a uomini prudenti e saggi; ma darlo giusto e vederlo volatilizzarsi per mancanza di esecuzione può accadere soltanto a uomini fatui.

Oh quanti regni si perdono a causa di consigli saggi, che vengono resi vani!

Il Monte Tabor in un negativo dei primi del '900 - Santuario di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Il Monte Tabor in un negativo dei primi del '900 - Santuario di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Vedano un pò i Principi se i loro progetti non siano resi vani dall'intelletto degli Achitofel o dalle mani degli Assalonne. Per queste ragioni ho auspicato un Consiglio di cattivi: pur essendo un consiglio di cattivi quello che ci presenta il Vangelo nel passo che oggi esaminiamo, esso ebbe tanta parte di buono. Cominciò meravigliandosi di quello che non si faceva: Quid facimus?, e finì iniziando senz'altro ciò che si doveva fare: Ab illa autem hora cogitaverunt eum interficere.
Pure non riesco a capacitarmi come tutto ciò potesse avvenire in un giorno solo, anzi nello stesso momento in cui si radunò il Consiglio. Ma quando si depositarono i voti? Quando si scrissero i verbali? Quando vennero sottoscritti? Quando si decise di renderli esecutivi? Quando si diramarono? Quando si registrarono? Quando vennero promulgati? Tutto questo non si poteva fare in un momento, né in un giorno, né in molti giorni. Nel nostro tempo e nel nostro paese, no, tutto questo, in così poco tempo non si sarebbe potuto fare. Ma tutto ciò invece fu fatto. Come mai? Perché in quel Consiglio non si fece uso né di carta né di inchiostro.

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La seconda qualità superlativamente buona che ebbe questo Consiglio, fu il modo di formulare la proposta: Quid facimus, quia hic homo multa signa facit? Non so se avete prestato attenzione a quello che dicono e a quello che non dicono.

Non dicono: che dobbiamo fare? bensì Che facciamo?. Grande Consiglio, e grandi consiglieri: consiglieri del Che dobbiamo fare? non sono consiglieri. I consiglieri devono essere gli uomini del che facciamo?

E osservate quanto saviamente analizzarono la questione e la controbilanciarono. Essi erano nemici di Cri­sto, e naturalmente giudicarono Cristo come loro nemico e dissero: Quid facimus, quia hic homo multa signa facit? Notate il facit'e il quid facimus. Ma come? Il nostro nemico fa e noi non facciamo? Il nostro nemi­co fa e noi dobbiamo fare? Il nostro nemico fa mira­coli e noi non facciamo ciò che può essere fatto senza miracoli? Opera lui, operiamo anche noi!
La ragione, per cui sì perde tanta parte di quella Monarchia d'Asia, così gloriosa e guadagnata con sangue tanto illustre, quale fu? Fu che il nemico faceva e noi dovevamo fare. E non importa andare così lontano.

Fintanto che il Portogallo ebbe uomini del 'dobbiamo fare' (e purtroppo sempre li ha avuti), noi non avevamo libertà, né regno, né corona. Appena si ebbero uomini del Che facciamo, subito si ottenne tutto.

La Santissima Trinità in un dipinto di Guido Reni
La Santissima Trinità in un dipinto di Guido Reni
Quando Cristo compì quel famoso miracolo dei cinque pani nel deserto, volevano acclamarlo' Re; ma il Signore non lo permise. Quando invece entrò in Geru­salemme lo acclamarono Re: Benedictus qui venit in nomine Domini, rex Israel (Nota 5); e Gesù non solo permise il gesto e lo approvò, ma lodò e difese quelli che lo avevano acclamato. Allora, se Cristo permise che gli dessero il titolo di Re quando si trovava a corte, dove cioè c'era maggior rischio, perché non lo permise nel deserto, dove non c'era nessun rischio? Sapete perché? Per­ché volle accettare il titolo di Re dalle mani di uomini che lo facevano Re, non dalle mani di quelli che dovevano ancora farlo.
Osservate l'espressione del Vangelo: Jesus autem cum cognovisset, quia venturi erant, ut raperent eum, et facerent eum regem, fugit (Nota 6)): Vedendo il Signore che quegli uomini dovevano venire per prenderlo e farlo Re, fuggì. Si trattava di persone che dovevano venire, dovevano prenderlo, dovevano farlo Re. Ecco perché Cristo non volle essere acclamato da quegli uomini

Accettò il titolo dagli uomini che lo fecero, e non da quelli che lo dovevano fare; perché gli uomini del 'dobbiamo fare' non sono uomini, e tanto meno uomini che possan fare un Re e mantenerlo.

La Torre di Babele in un dipinto di Bruegel il Vecchio.
La Torre di Babele in un dipinto di Bruegel il Vecchio.
Il Vangelo dice che Cristo fuggì verso il monte, ma non dice da che cosa fosse fuggito. Invece, è proprio questo che io mi chiedo. Da chi era fuggito allora Cristo? Comunemente si dice che fosse fuggito dalla corona; ma io dico che se era fuggito dalla corona, più ancora era fuggito da quegli uomini. Perché non c'è cosa al mondo dalla quale un Re debba maggiormente fuggire, che dagli uomini del 'dobbiamo fare'.
Per cui penso che se quelli fossero stati uomini del Quid facimus, certamente Cristo non sarebbe fuggito da loro.
Il primo Consiglio, che si riunì nel mondo, fu quello della torre di Babele. Un'assemblea, composta da tutti gli uomini allora esistenti, decise, per eternare la memo­ria dei loro nomi, di costruire una torre, i cui estremi pinnacoli toccassero le stelle: Cujus culmen pertingat ad caelum (Nota 7).
La meraviglia che produsse in cielo questa decisione fu indescrivibile. Dio fece suonare l'adunata, e, circon­dato immediatamente da tutti gli eserciti degli Angeli, tenne loro questo discorso: Coeperunt hoc lacere, nec desistent a cogitationibus suis, donec eas opere compleant (Nota 8): questi uomini riuniti in Consigli hanno de­ciso di fare una torre che giunga fino al cielo, e non desisteranno dal loro intento prima di aver compiuto la loro opera: Descendamus igitur et confundamus linguas eorum. Bisogna discendere subito sulla terra a confondere i loro linguaggi, affinché non possano proseguire nel loro intento.
Nel loro intento. Signore! Ma che importanza o che peso possono avere gli intenti degli uomini contro il Cielo? Ma se il cielo e gli Angeli, e più ancora Dio, sono così al sicuro, così al di sopra di ogni potenza umana? Se tutte le macchinazioni dell'ingegno degli uomini e delle loro mani contro il cielo sono da considerarsi vaneggiamenti più che propositi, perché si preoccupa il cielo? Di che temono gli Angeli? Da che cosa si protegge Dio con tanta cura, con tanta preoccupazione, con tanta ostentazione?
E c'è di più. Se la costruzione immensa di quella progettata torre era non solo temeraria, ma assoluta­mente impossibile (non fosse altro per la distanza infi­nita che corre fra la terra e il cielo), come mai Dio poté continuare ad affermare che gli uomini non avrebbero desistito dall'impresa, finché non l'avessero portata a termine? Ve lo dirò io il perché; e lo stesso Testo scrit­turale lo dice.

Quegli uomini non si consigliarono che su due punti, per tutto quello che iniziarono e decisero: si consiglia­rono sui mezzi e sul fine. Nel primo consulto decisero: Venite, faciamus lateres: suvvia facciamo mattoni. Nel secondo: Venite, faciamus turrim: Suvvia facciamo la torre. Uomini che nelle loro assemblee non dicono faremodobbiamo fare, ma facciamo (Faciamus late­res, faciamus turrim), uomini così, anche se si met­tono nelle più impossibili imprese, le portano a termine. Uomini che si radunano operando, uomini che hanno decisioni di pietra e di calce, uomini che, quando devono tirar fuori una discussione, tirano fuori muraglie! Di fronte a uomini simili, stia in guardia il mondo, stia in guardia il cielo, stiano in guardia gli Angeli e (se è lecito dire una cosa simile) stia in guardia lo stesso Dio!

La Santissima Trinità - Il mistero svelato in un abbraccio.
La Santissima Trinità - Il mistero svelato in un abbraccio.
Non è esagerazione mia, questa, ma Dio stesso stimò la cosa di tanta importanza da non dilazionare nep­pure di un attimo il suo intervento; e non si limitò a mandare qualcuno, ma discese egli stesso in persona, e non solo, ma accompagnato da tutti i suoi eserciti: Descendamus
Dello stesso tipo e della stessa potenza fu il Concilio riunitesi contro Gesù, del quale abbiamo parlato all'inizio di questa lezione. Ed ebbe effetti della stessa potenza. Appena Cristo vide che cosa era stato discusso e deciso in quella adunanza, che fece? L'Evangelista dice che il Signore si ritirò subito da Gerusalemme, e nascosta­mente fuggì ad Efrem e si nascose nel deserto: Jesus ergo jam non palam ambulabat apud judaeos, sed abiit in regionem juxta desertum in civitatem, quae dicitur Ephrem (Nota 9). Ma come. Cristo si ritira? Si nasconde? Sparisce? Sì. Perché uomini, che nei loro Concili e nelle loro Assemblee non dicono Che dobbiamo fare? ma piuttosto Che facciamo? preoccupano anche Dio, incu­tono timore, e si direbbe quasi che Lui stesso non si sen­ta sicuro di fronte a tali uomini e a tali Consigli: Non palam ambulabat, abiit in regionem iuxta desertum.

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