Cletto Arrigi, I 450 deputati del presente, Volume IV, Milano 1864
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Carlo De Cesare.
Gli antenati dell’ attuale rappresentante di Spinazzola perdettero la vita sul palco e le loro ricchezze vennero confiscate dal Borbone.
Carlo De Cesare che oggi ha 41 anni, dopo essere stato educato a Potenza in Basilicata, andò a Napoli per studiarvi filosofia e come tutti i giovani napoletani, si dedicò con amor grande alle Muse.
Scrisse versi a Cloe e a Nice, alla luna ed alle stelle, dettò romanzi e tragedie, oggi dimenticate, finché incontratosi in Matteo De Augustinis, distinto patriola e libero pensatore, diede un addio alle Muse e si dedicò invece alle scienze economiche e politiche.
Apparecchiato cosi alla redenzione della patria, il De Cesare si gettò a capofitta nella rivoluzione del 1848 e combattè colla penna nei giornali liberali dell’epoca, e col fucile alle barricate del 15 maggio.
Egli trovavasi al fianco di Biagio Miraglia che oggi copre una carica nel ministero dell’interno, di Giuseppe del Re, or ora rapito a’ suoi colleghi, di Silvio Spaventa e di D’Errico, entrambi deputati. Vinta quella resistenza dalle truppe borboniche, il De Cesare poté fuggir da Napoli e guadagnar le foreste dell’inferno.
Cercato, errò per 27 giorni in quei boschi di Basilicata che oggi sono ricettacolo dei nemici della libertà; ma non trovando asilo, fu costretto a presentarsi spontaneamente all’autorità.
Fu condannato a domicilio coatto in Spinazzola, dove messosi a ristudiare economia pubblica, diede poco dopo un libro alle stampe sulle condizioni della Puglia, libro che gli procacciò nuovi alfanni. Nel 1853 i patrioti delle provincie meridionali avevano copertamente apparecchiato un movimento insurrezionale. Il segnale fu dato pel 2 agosto, e' in quel giorno infatti Spinazzola per opera dei fratelli De Cesare si provò a insorgere; ma siccome nessuno si associò al movimento, essi furono carcerati e posti sotto processo.
Negli anni che fece dimora in Napoli, il De Cesare pubblicò molte opere di economia, di statistica e di studii sociali. Abbiamo di lui: il Mondo civile e industriale - una Statistica del Comune di Spinazzola e un Trattato dell’ enfiteusi - un altro sille Prove in materia civile - un saggio sull’Industria asiatica - sulla Proprietà letteraria - sulla Protezione e sul libero scambio. Abbiamo un libro sull’Educazione alle arti e mestieri - del Metodo statistico - delle Condizioni economiche e morali delle classi agricole nella provincia di Puglia, che fu premiato dall’Accademia pontoniana.
Nello stesso tempo egli aveva accettato di essere segreto corrispondente della Rivista contemporanca di Torino e dell’Archivio storico del Viesseux, nel quale ultimo comparve tra il 1857 e il 1858 un lungo articolo: Sul Progressivo svolgimento degli studii storici nel reame di Napoli e Sicilia dalla seconda metà del secolo decimottavo fino alla metà del secolo decimonono; quest’articolo ebbe in quell’epoca in Italia un successo di entusiasmo, per la ragione che, parlando sugli studi danteschi, vi si diceva che l’allegorico veltro del primo canto, altri non era che Vittorio Emanuele.
Il Borbone avuta la prova ch’egli era autore di quegli articoli, lo confinò a Torre del Greco per tre mesi, sicché gli fu necessario interrompere i suoi studi e le altre pubblicazioni.
Se egli accettando abbia fatto bene o male, ciascuno può giudicarlo colla propria opinione. Dicono gli amici del De Cesare ch'egli sulle prime rifiutasse, ma che quando il Manna gli ebbe detto non trattarsi di opinioni politiche, ma di salvare il paese dal saccheggio e dal sangue, accettò e fece il suo dovere.
Quando il Manna fu mandato a Parigi, ei dovette resistere alle richieste di Francesco II che voleva denaro a ogni costo; glielo negò dicendo essere ormai il denaro pubblico denaro della nazione, e in tal modo contribuì a tener le casse in buono stato fino all’arrivo di Garibaldi, che vi trovò quindici milioni di lire, colle quali gli fu possibile fondar la dittatura e aprir la campagna di Capua e del Volturno.
Diversamente la rivoluzione avrebbe dovuto ricorrere ad imposte forzate e a misure odiose, che l’avrebbero forse schiantata sul più bello.
Il generale apprezzò il beneficio, e volle che il De Cesare restasse segretario generale di Antonio Scialoja, chiamato da Torino a dirigere la finanza napoletana.
I nostri lettori conoscono il valore dell’amminislrazione di questi uomini della così detta consorteria; non ripeteremo il già detto.
Il De Cesare fra costoro non fu certo il peggiore; ma quando il Bertani, segretario generale cominciò a far da despota, il ministero di cui faceva parte Scialoja, lasciò il posto al Conforti, e cominciarono allora le lotte fra i partiti autonomo, liberale e repubblicano.
Alla venuta del re, nel novembre del 1860, un nuovo ministero fu composto. Lo Scialoja tornò su e rivolle il De Cesare a suo segretario generale, e fu allora che i più, sdegnati per l’allontanamento di Garibaldi, si scagliarono più che mai contro i consorti.
Questi tollerarono in pace le offese, alcuni per amore della monarchia, altri per amore del portafogli; quanto al De-Cesare, ebbe dal generale alla vigilia della sua partenza da Napoli questo autografo:
“Signor De-Cesare.
Le devo una paróla di lode e di ringraziamento in nome d’Italia per tutto quello che ho fatto nell’interesse della patria e gliela do liberamente. Garibaldi”.
Il Collegio d’Acerenza, che poi mandò il Saffi al Parlamento, aveva eletto il De-Cesare nel gennaio del 1861. Annullata quell’elezione, ei fu rieletto nel secondo Collegio di Napoli, che è quello di Chiaja. Alla Camera egli sedette sempre al centro sinistra, facendo parte, ben inteso, della maggioranza.
Si può francamente metterlo fra i deputati assidui alle sedute; è buon lavoratore e quando parla non provoca gli sbadigli.
Consigliò sempre le economie in tutte le amministrazioni, e formulò anche un piano di finanza nel luglio 1862, il quale, se fosse stato accettato, forse non saremmo oggi al mal partito in cui ci troviamo. Egli fu per tre volte eletto membro della Commissione nel bilancio; due volte per la vigilanza della Cassa dei depositi, altre volte nella Commissione governativa della perequazione, della fondiaria, delle decime feudali ed ecclesiastiche, dei trattati di commercio e navigazione, della riforma delle leggi di registro e bollo, ecc., ecc.
E trovò tempo anche di scrivere opuscoli, tra i quali giova citare: il Primo unitario italiano; il Potere, temporale del papa risguardato sotto l’aspetto storico, religioso, giuridico e politico; un Manualedi economia politica ad uso delle scuole del regno; il Tavoliere di Puglia e la legge d’affrancamento; il Credito fondiario e il Credito agricolo; ed oggi stesso egli sta presso il Lemonnier stampando un libro Il passato, il presente e l’avvenire dell'amministrazione del regno italiano, nel quale sappiamo ch’ei si propone di svelar tutte le piaghe e porgere salutari consigli per l’impianto d’un’amminislrazione che non trascini l’Italia alla rovina. Se saranno rose fioriranno.
Firenze, 5 giugno.[...]