Carlo De Cesare, Agli elettori, Firenze 1865
Parte I
Ai miei elettori
Signori,
Nessuno ignora che il primo parlamento inaugurò i suoi lavori nel maggiore entusiasmo delle miracolose vittorie riportate dalla rivoluzione e dall’esercito nazionale, e quando tenevasi per fermo che nuove o prossime battaglie al più presto avrebbero ridonato all'Italia il possesso di Roma e Venezia.
Erano giorni di grandi commozioni, di nobili entusiasmi, d'ineffabili contenti, e non si avvertirono lo rovine che ci stavano d’intorno, gli scettri spezzali di straniere e paesane tirannidi che pur tentavano di ricomporsi, le lotte crudeli e sanguinose che i vecchi partili apparecchiavano al nuovo Stato con l’aiuto delle vergognose armi brigantesche, dei perfidi eccitamenti del governo di Roma, e delle scorrerie di disperati estranei avventurieri.
La concordia degli animi e la fortuna delle armi ci avevan restituita la patria italiana; ma per conservare i miracolosi risultati delle vittorie bisognava ordinare la nazione, e Governo e Parlamento si misero coraggiosamente all’opera, gareggiando a vicenda.
Ma il lavoro risultò più malagevole di quel che si credeva; perciocché le difficoltà del presente parvero insuperabili ai molti nell’innalzare di pianta un edifizio novello; sembrò invece più acconcio di far rampollare il nuovo dal vecchio, ed il vecchio era già una mina.
Se in quest'opera difficilissima Governo e Parlamento non associavano le loro forze per formare una sola leva potente, onde uscire incolumi dalle ruine, il Regno d’Italia or non sarebbe la più splendida affermazione del mondo moderno e civile delle nazioni.
Da qui la necessaria armonia tra i grandi poteri del nuovo Stato; da qui l’accordo della gran maggioranza parlamentare col potere esecutivo; senza di che non sarebbe stato possibile di condurre a termine il maestoso edifizio dell'Unità.
Il grande atto di coraggio civile, il patriottismo innalzato sino al grado di virtù eminente non consisteva nel creare difficoltà ad un governo che nasceva, che si formata, che camminava appena; ma nel sorreggerlo, nel fortificarlo, nello spingerlo innanzi.
E questo fu il compito del gran partito liberale, al quale mi pregio di appartenere.
Politicamente adunque io volli agevolare la via alla ricostituzione di un governo nazionale come necessità del nuovo stalo; ma non per questo mi stetti dal combattere certi indirizzi amministrativi e politici che mi parvero dannosi, o non conformi alla natura degl'Italiani: non ci riuscii, però sento d'aver fatto il mio dovere.
La prima Camera elettiva non poteva non essere quasi esclusivamente politica; perciocché ad essa era affidata la grand’opera della unificazione del nuovo stato, ed ella adempì a questo mandato.
L'Europa non poteva considerare l’Italia come nazione costituita con le larve di governi autonomi e regionali che ci presentavano tuttora divisi; non poteva collocarci nel rango di potenza primaria senza l'unificazione finanziaria amministrativa e legislativa.
D’altronde, il Parlamento, il Governo centrale, la magistrature, gli amministratori provinciali e comunali, i funzionari pubblici, e le diverse amministrazioni dello Stato, non potevano camminare speditamente con bilanci diversi, con leggi amministrative diverse, con codici e tribunali diversi. L’unificazione era adunque l’obbiettivo principale del primo parlamento italiano, e il Parlamento fu unificatore.
Ma nel portare a compimento la grand’opera dell’unificazione non si potevano far leggi unificatrici migliori; non si poteva creare un’ amministrazione semplice, facile, spedita ed economica; non si potevano meglio ordinare i servizi pubblici; non si potevano infine creare leggi leggi d’imposta fondate sopra principi migliori e formulate con chiarezza e semplicità?
Sì, potevasi fare tutto questo, ed io non mancai di additare i modi come ciò potevasi ordinare e compiere; ma la forza irresistibile dalla quale era trascinato la Camera Elettiva era la pronta unificazione ad ogni costo, e i Ministeri che si successero dal Conte di Cavour sino al presente non seppero formulare e presentare alle deliberazioni del Parlamento un sistema compiuto di governo facile e spedito, attinto dai precedenti storici e tradizionali d’Italia, dai nuovi bisogni del popolo, dalle aspirazioni della nuova civiltà, dalla natura stessa della rivoluzione italiana.
Un sistema unificatore così formulato avrebbe trovato piena adesione nel Parlamento, perchè offriva ad esso ed al popolo italiano il grande benefizio dell’unità non discompagnato dai vantaggi inestimabili di un governo nuovo e puramente italiano.
Il Parlamento per propria iniziativa non poteva far questo, e non trovando altro sistema migliore dinanzi a sé, accettò quello delle antiche cintorno al quale con forze politiche prevalenti lavorava il potere esecutivo, e lo estese al gran Regno Italiano.
Da qui la preponderanza degli elementi piemontesi in tutte le amministrazioni dello Stato, non richiesta da quelle buone e patriottiche popolazioni; ma scaturita dalla sostanza delle cose, cioè dalla prevalenza del sistema adottato.
Cotesta preponderanza fu combattuta aspramente nella stampa, nelle associazioni popolari, negli uffici pubblici, nella Camera Elettiva; ma la pugna fu vana perchè male impegnata, muovendosi guerra alle persone in luogo delle cose.
Bisognava creare ed assestare una nuova amministrazione in forza di nuove leggi e novelli organici, e questo era compito del potere esecutivo.
Ciò non fu fatto, e il Parlamento non potè aspirare anche alla gloria di riformatore; a lui rimase intiero il solo vanto di unificatore.
Or qual fu la parte ch’io sostenni come deputato in questa grande opera della unificazione e dell’ordinamento del nuovo Stato?
Innanzi tutto dirò che per quattro anni assistetti indefessamente com'era mio dovere alla Camera, anche malsano non lasciai di pigliar parte ai lavori parlamentari, e ciò feci con passione, con quell’affetto senza del quale è vano che un uomo possa adempiere ai suoi obblighi in qualunque uffizio trovasi collocato.
La coraggiosa perseveranza, la virtù del sagrifizio, l’amore alla fatica, il vincere le difficoltà non sono che conseguenza della passione verso l’uffizio che si accetta e sostiene.
Io l’ebbi, io la sentii questa passione, e da ciò forse l’inclinazione irresistibile al lavoro, la costanza nel perdurare, l’amore al compimento dei miei doveri.
In quattro anni feci parte delle più importanti commissioni parlamentari soprattutto in materie di finanza; riferii sopra parecchie leggi gravissime; fui membro per quattro anni della Commissione del Bilancio, per due della Commissione di vigilanza della Cassa dei depositi e prestiti; e per tanto lavoro non indietreggiai dinanzi agli inviti del Governo per altri incarichi puramente governativi. Lavorai per sei mesi intorno alla materia ed ai progetti dei trattati di Navigazione e Commercio che furono stipulati con le potenze alleate; lavorai per due anni nella Commissione del Conguaglio provvisorio dell’imposta prediale; lavorai intorno alla materia demaniale; lavorai nella Commissione per l'abolizione delle decime feudali nelle provincie meridionali; lavorai infine nella Commissione per la riforma non ancora discussa delle leggi del Registro e Bollo.
Fui oppositore del presente sistema d’imposte, perchè non mi parve acconcio al maggior frutto delle tasse, ed al minore aggravio dei contribuenti; osteggiai l’impianto delle amministrazioni, perchè mi parve dannoso sotto molteplici aspetti; ed affinché l’opposizione non campasse in aria volli giustificarla col presentare alla Camera dei progetti formali di leggi capaci, secondo me, di maggiori proventi al Pubblico Erario, e di facile tolleranza pei contribuenti.
Il governo si oppose alla presa in considerazione dei miei progetti, la maggioranza della Camera com’era naturale accolse il voto del governo; ma io restai fermo nel mio convincimento, cioè che le presenti leggi d’imposte renderanno poco al Tesoro, e nello stesso tempo torneranno gravi e vessatorie ai contribuenti, appunto perchè mancano dei grandi requisiti dell’eguaglianza e della proporzionalità che sono gli elementi principali di qualunque imposta.
Il grido delle popolazioni dall’Alpi al Lilibeo mi ha dato assai più ragione di quello che non fece il potere esecutivo e il Parlamento.
In quanto all’impianto ed al personale di tutte le amministrazioni dello Stato lamentai e tuttora lamento la inutilità di taluni servizi e la superfluità di altri che in luogo di giovare all’andamento regolare dell'amministrazione, la intralciano e la rendono meno facile e spedita.
Trovai e provo infinito dolore nel vedere gl’ingegni più nobili, le capacità più distinte, i patrioti più chiari tenuti in non cale, e sovente oltraggiati da un governo che pur non dovrebbe dimenticare la sua origine.
Il governo italiano sinora per colpa di falsi indirizzi e di poca conoscenza del personale non ha favorito che gl’ignoranti e gli uomini devoti agli antichi reggimenti e dinastie.
Gli uffizi speciali e le speciali attitudini degl’individui furono disconosciute, e il solo governo italiano diede il triste esempio di collocare in alti uffizi persone incapaci o disadatte.
Da questo lato il sistema costituzionale fu capovolto; perciocché vedemmo uno stesso individuo amministrar la guerra, la marina e i lavori pubblici; un altro che ieri amministrò l'interno, oggi tener la finanza e gli affari esteri; vedemmo gli architetti alle finanze, e i militari ai lavori pubblici ed agli affari esteri; i medici dalle finanze all’interno, e così di seguito.
Vedemmo lo stesso stravolgimento d'idee e di stiitudini personali nelle amministrazioni speciali, nelle prefelture, e persino nella magistratura.
Oltracciò, ministri che presentarono progetti di leggi attinte dalle loro personali opinioni e convinzioni, e che furon rigettati o trasformati dal Parlamento, e nondimeno li vedemmo rimanere al loro posto: ministri che in questioni gravi si trovarono in contraddizione aperta con i loro colleghi, pure continuarono a tenere il potere: ministri che protestarono con inviati straordinarii presso le Corti estere per le loro personali opinioni, e continuarono a sedere nello stesso consiglio della Corona.
Cotesto stravolgimento nelle idee governative non cagionò che ferite all’autorità del governo e debolezza nei pubblici funzionati.
Se il secondo Parlamento non richiama le funzioni della vita costituzionale alla sua origine, guai all’Italia!
Nel campo finanziario adunque io propugnai per un sistema diverso di amministrazione in generale, per un migliore assetto d’imposte, per un sistema semplice e fruttuoso attinto da studi anteriormente fatti nella scienza delle finanze e nelle pratiche delle più libere e civili nazioni applicabili alle nostre condizioni.
Nel campo economico combattei per la libertà della proprietà territoriale; per lo scioglimento dei vincoli feudali; per l’affrancamento dei canoni del Tavoliere di Puglia, affrancamento iniziato da me e da altri due miei onorevoli colleghi Pugliesi; per la ripartizione e rivendicazione del Demanio; per le istituzioni di credito fondiario ed agricolo cotanto necessario alle provincie meridionali che sono esclusivamente agricole; per una esposizione industriale italiana in Napoli, progetto iniziato pure da me insieme all'amico e collega Conforti; per le opere di bonificamento e d’irrigazione universalmente reclamate in Italia.
Fu mio costante pensiero poi la sollecita costruzione delle ferrovie e strade nazionali nelle provincie napolitano e siciliane, e non mancai di eccitare con la voce e cogli scritti il governo a farle e presto, tanto nell’interesse economico del Regno, che della pubblica sicurezza delle provincie meridionali. Nel campo commerciale propugnai sempre per la libertà degli scambii, per le giuste proporzioni delle tariffe daziarie, per lo sviluppo della marina mercantile separata di amministrazione dalla guerresca, senza di che la prima incontrerà sempre delle gravi difficoltà nel suo incremento.
E come mezzo necessario e capace di assicurare ed accrescere la vita commerciale non mancai d’invocare i più solleciti provvedimenti per la costruzione dei porti di Napoli e Bari, per la restaurazione di quello di Brindisi, e per gli altri più urgenti delle marine napolitane.
Nel campo legislativo ed amministrativo mostrai la necessità della unificazione dei codici, delle leggi di amministrazione comunale e provinciale, delle magistrature, delle giurisdizioni, ed affrettai coi miei voti la desiderata riforma.
Votai con animo lietissimo l’abolizione della pena di morte, perché sono intimamente persuaso che ai tempi nostri dev’essere la istruzione e non la intimidazione, il maestro di scuola e non il carnefice che debbono far buoni pacifici e morali i cittadini.
Nel campo dell'istruzione pubblica feci aperta la necessità di favorirla ed estenderla nel popolo, dotando il Regno di scuole primarie, secondarie e tecniche sopra un'ampia scala, e rendendo libera poi gradatamente l’alta istruzione.
Non tutto quello che chiesi, e di cui mostrai l’utilità, ottenni; non tutte le idee e le proposte furono accolte; ma ho la coscienza d’aver reso un gran servizio alle provincie meridionali col mostrare praticamente al Governo ed al Parlamento come il più ampio e felice avvenire economico che il Regno possa sperare si acchiuda in gran parte nelle provincie napoletane e siciliane, quante volte il Governo abbia il talento di rivolgere le sue cure incessanti e una parte dei mezzi che la Nazione possiede in benefizio di celeste provincie, onde mutare in fatto italiano la ricchezza potenziale e speciale del mezzogiorno d’Italia.
Invece affermai e sostenni sempre in tempo opportuno e quando la necessità lo richiese, di non potersi integrare tutto quanto il territorio nazionale senza buone armi proprie, e buone finanze. L'Europa non svrà stima vera di noi, gli alleati e le potenze amiche non si uniranno a noi sulla via di Venezia e Roma, se non quando avranno toccato con mano che il nostro bilancio è al pari, che non abbiamo più bisogno di ricorrere al credito pubblico, che possiamo mantenere colle nostre sole risorse un esercito di trecento mila baionette e un naviglio armato di 1.500 cannoni.
Non disconobbi mai il gran benefizio delle forze irregolari e pensiero poi la sollecita costruzione delle ferrovie e strade nazionali nelle provincie napolitano c siciliane, e non mancai di eccitare con la voce e cogli scritti il governo a farle c presto, tanto nell’interesse economico del Regno, che della pubblica si- curezza delle provincie meridionali. Nel campo commerciale propugnai sempre per la libertà degli scambii, per le giuste proporzioni delle tariffe daziarie, per lo sviluppo della marina mercantile separata di amministrazione dalla guerresca, senza di che la prima incontrerà sempre delle gravi difficoltà nel suo incremento. E come mezzo necessario e capace di assicurare ed accrescere la vita commerciale non mancai d’invocare i più solleciti provvedimenti per la costruzione dei porli di Napoli e Bari, per la restaurazione di quello di Brindisi, e per gli altri più urgenti delle marine napolitane. Nei campo legislativo ed amministrativo mostrai la necessità della unificazione dei codici, delle leggi di amministrazione comunale e provinciale, delle magistrature, delle giurisdizioni, ed affrettai coi mici voti la desiderata riforma. Votai con animo lietissimo l’abolizione della pena di morte, perchè sono intimamente persuaso che ai tempi nostri dev’essere la istruzione e non la intimidazione, il maestro di scuola e non il carnefice che deb- bono far buoni pacifici e morali i cittadini.
Nel campo dell'istruzione pubblica feci aperta la necessità di favorirla ed estenderla nel popolo, dotando il Regno di scuole primarie secondarie e tecniche sopra un'ampia scala, e rendendo libera poi gradatamente l’alta istruzione. Non tutto quello che chiesi, e di cui mostrai l’utilità, ottenni; non tutte le idee c le proposte furono accolte; ma ho la coscienza d’aver reso un gran servizio alle provincie meridionali col mostrare praticamente al Governo ed al Parlamento come il più ampio e felice avvenire economico che il Regno possa sperare si acchiuda in gran parte nelle provincie napoletane e siciliane, quante volte il Governo abbia il talento di rivolgere le sue cure incessanti e una parte dei mezzi che la Nazione possiede in benefizio di celeste provincie, oude mutare in fatto italiano la ricchezza potenziale e speciale del mezzogiorno d’Italia. Nel campo politico infine non mi feci abbagliare dalla pompa di rimbombanti parole e di vuote declamazioni; non mi feci trascinare dalle proteste e dalle interpellanze intempestive, spesso imprudenti, o quasi sempre inutili, od avverse allo scopo che si voleva raggiungere.
Invece affermai e sostenni sempre in tempo opportuno e quando la necessità lo richiese, di non potersi integrare tutto quanto il territorio nazionale senza buone armi proprie, e buone finanze. L'Europa non svrà stima vera di noi, gli alleati e le potenze amiche non si uniranno a noi sulla via di Venezia e Roma, se non quando avranno toccato con mano che il nostro bilancio è al paro, che non abbiamo più bisogno di ricorrere al credito pubblico, che possiamo mantenere colle nostre sole risorse un esercito di trecento mila baionette e un naviglio armato di 1.500 cannoni.
Non disconobbi mai il gran benefizio delle forze irregolari e la potenza del generale Garibaldi, al quale mi legano gratitudine ed affetto, e come napolitano, e qual uomo che prese parte attiva al suo governo in Napoli nel 1860, quando i molti che ora godono i frutti della rivoluzione e i favori del governo se ne stavano spettatori inerti, e lontani da ogni pericolo.
Io lamentai il fatto di Aspromonte che fu un grande errore; ma non temei di palesare in Parlamento che la ferita dell’illustre generale Garibaldi toglieva una delle maggiori forze all'Italia, ed anche il prestigio delle miracolose vittorie.
Non osteggiai mai il concorso dei generosi che consacrano la vita alla patria nei giorni del pericolo o delle battaglie nazionali; ma oggi che l’Italia è una Nazione; oggi ch'ella è entrata nel concerto delle grandi potenze, ed è universalmente riconosciuta come tale, è cattiva politica voler mettere in primo ordine le forze iiregolari e il principio d’azione armata come iniziativa privata.
L'Europa ci aviebbe in conto non di vendicatori dei nostri più santi diritti; ma di perturbatori della pace e del riposo di essa, e si solleverebbe contro di noi.
La guerra e la pace ormai non debbono essere iniziate e decise che dai poteri costituzionali.
Fu questa la mia linea di condotta nella questione politica e nazionale, e non vi son ragioni per doverla mutare.
Fermo in questo concetto votai la convenzione del 15 settembre 1864 e il trasporto della sede del governo in Firenze.
Non si trattava di eleggere una capitale definitiva, ma di avvicinarci a Roma. Se si fosse trattato invece di stabilire una vera capitale definitiva, non so se avrei dato il mio voto per la Convenzione e per Firenze.
La diplomazia si affatica a dare una diversa interpretazione alle nostre aspirazioni; ma l'Italia ormai sa quello che vuole, e ponendo da parte la violenza, anche con le sole forze morali noi potremo andare a Roma, se porremo da banda la inopportuna politica di trattative facili a proporsi ed accettarsi, ma difficili o quasi impossibile a condurle a termine nelle presenti condizioni d'Italia e della Curia Romana.
Ora vista la doppia natura del Papa ch’è principe temporale ad un tempo e pontefice della cristianità, è impossibile stipulare accordi spirituali o di pura disciplina ecclesiastica senza compromettere la questione politica connaturata, secondo i canoni della Curia Romana, al potere spirituale.
L’accordo anche in via ecclesiastica trae seco il principio politico quando si ha da fare col Papa: l’accordo indica riconciliazione, e riconciliati una volta il , l’Italia e il Pontefice, non è possibile che alle prime trattative non ne sottentrino altre di natura diversa e tutte nell’interesse della Santa Sede. Verranno dopo le trattative pel debito pubblico, per la guarnigione di Roma, o con ciò implicitamente anche senza dichiararlo avremo riconosciuto lo statu quo del governo temporale del Papa.
Ammettasi pure che in egual modo risulterà la riconoscenza del Regno d’Italia com'è al presente da parte del Pontefice; ma dopo ciò si potrà più sperare ed ottenere la riunione di Velletri, Viterbo e Frosinone al Regno Italiano; potremo più andare a Roma; potremo abbattere gli estremi avanzi del potere temporale dei pontefici?
E se i Romani si muovono, se dichiarano con plebiscito di volersi unire al Regno d'Italia, cosa farà il governo italiano, il governo dei plebisciti?
Schiaccerà nel sangue la rivoluzione?
Rifiuterà il plebiscito romano?
Ed allora avrà perduta tutta la fede che gli italiani ripongono in esso.
Aiuterà i Romani? Ed allora si avrà meritata la taccia di sleale e fedifrago verso il Papa; e le nazioni e governi cattolici sdegnati o interverranno d’accordo in Italia a favore del pontefice, ovvero ci creeranno tali imbarazzi diplomatici da non esservi gli eguali.
Allora sarà possibile un congresso nell'interesse del pontefice, e l’Italia che esiste in forza della massima del non intervento sarà vittima della massima contraria.
Nell’un caso e nell’altro noi saremo chiamati a sostener lunghi e difficili conflitti diplomatici, ovvero gigantesche guerre con parecchi stati d'Europa.
E l’Inghilterra che si cura poco degli affari del continente, l'Inghilterra che teme ed aborre la guerra, l’ Inghilterra o se ne starà con le mani alla cintola, o ci persuaderà a cedere.
Di questo fosco avvenire non potrà giovarsene che l’Austria tuttora formidabile in Italia.
Ecco quali disastrosi effetti, a senso mio, potranno scaturire dagli accordi spirituali.
Io desidero la conciliazione più perfetta col Papa; desidero col Macchiavelli di mantenere incorrotte le cerimonie della religione e tenerle sempre nella loro venerazione; in quella guisa che voglio incorrotto il principato italiano.
Parte I
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