VIII
Chi vi entra non può non profanarlo. Ciò nullameno vi sono tali fatti, che appalesandosi nel pubblico, obbligano imperiosamente l’economista ad esaminarli, studiarli, approfondirli per cavarne da essi regole opportune e salutari precetti di ben vivere civile, e di economia domestica.
A prima giunta sembra uno strano fenomeno, come tante famiglie della Puglia Piana, oggi costituite e ricche, possano dimani precipitare nelle più abbietta e squallida miseria!
Ieri vedeste dieci famiglie lussureggiare, passeggiare in superbi cocchi, e nello stato di procurarsi tutte le soddisfazioni.
Il loro nome era sulle bocche di tutti, e ciascuno affaticavasi a tessere il panegirico delle loro grandezze, delle ricchezze acquistate in breve tempo, dei loro palagi addobbati lussuosamente, delle splendide carrozze, dei cavalli generosi, della gente di servizio, e delle loro entrate.
Oggi le vedete misere, abbiette, non curate; e nello stesso tempo udite a dire: la colpa della loro miseria sta in esse, perché vollero fare dei passi che non potevano, e precipitarono!
Questa non è una illusione, la opinione generale non è malfondata; poiché la espressione dello stato economico di un paese è il linguaggio della moltitudine.
La prodigalità è vizio altamente anti-economico.
Il prodigo o spende in cose vane e superflue, o si lascia prendere il suo per ostentata dabbenaggine. Nel primo caso consuma più di quello che acquista, e quindi sensibilmente distrugge il capitale; arrecando per giunta gravissimo danno all’Economia sociale, perché collo spendere molto in cose inutili spinge la produzione alla formazione di oggetti inutili, e ad impilare capitali, tempo e fatica in cose, che domani ben facilmente potrebbero restare invendute, e detrarre in perdita sullo stesso capitale impiegato.
Nel secondo, adesca la lusinga altrui, lo scrocco, la cabala, e tutt’i vizi più culminanti d’una guasta morale.
Ecco perché il prodigo non fu mai visto solo, ma circondato sempre da una turba volgare di adulatori e di gente corrotta e corrompitrice, morbo spaventevole delle società.
Non meno funesto della prodigalità è il lusso.
Ciò scaturisce dal non aver dato il vero significato suo alla parola lusso. Spendere molto, quando molto si può spendere, senza oltrepassare i limiti delle rendite, questo è un vantaggiare sicuramente le condizioni economiche di un paese, promuovere la industria in generale, allargare e distendere il commercio , e con esso la pubblica ricchezza.
Ma spendere molto, quando si può spendere senza arrecar danno al capitale, lusso non è, ma satisfazione voluttuosa.
In questo caso non si può non plaudire al significato economico dato sì malamente alla parola lusso. Epperò sotto tale aspetto si fa bene a propugnar per esso.
Ma ripetiamo che non è questo. il significato tassativo della parola lusso.
Per lusso invece vuoisi intendere ogni spesa che supera le proprie forze, e che tende solo, per mezzo di una stupida e inetta ostentazione a soddisfare più stupide, inette e precarie vanità.
Sotto questo aspetto ch’è il vero, non possiamo immaginare di esservi un solo scrittore di economia che abbia buon criterio cui possa costituirsi campione del lusso.
E se ve ne furono, ciò dipese esclusivamente dall’aver voluto dare un significato arbitrario alla parola lusso.
Ad esso in ogni tempo si appigliarono tutti coloro che vollero falsamente conquistare una stima con fallaci apparenze; egli è per questo che la civiltà apparente di un popolo dedito al lusso, civiltà vera non è ma corruzione imbellettata.
E l’esempio ce l’offre la storia di Roma ai tempi terribili di Augusto e di Tiberio, in cui ogni senso di pudore, di morale, e di buon costume restò soffocato sotto i morbidi cuscini e le merci di lusso colle quali l’Asia vinta imponea tributo a Roma vincitrice, ed ai degeneri nipoti dei Curi, dei Fabrizi e dei Cincinnati.
Il lusso adunque fu mai sempre la rovina delle famiglie e degli Stati, e la buona ragione economica lo vuol fulminato ed abbonito.
Or non si può per noi tacere che a questo Nume ingordo e divoratore i Pugliesi industriosi sacrificano in ogni anno le loro fortune, né gli esempi passati valgono ad ammaestrare chi dovrebbe del giorno che va imparare pel giorno che viene!
Ieri non sapevi che esistesse Cajo; oggi lo vedi sdraiato in cocchio, e darsi l’aria del gran Signore e bel tempo.
Ti sembra un Baronetto inglese, e se ti fai a dimandare donde scaturiscono quelle lussuose apparenze, ti si rispode: l’anno scorso quel Signore raccolse dalle terre che tiene in fitto un prodotto di 50 tomoli a versaura, e mise carrozza.
Ei crede, che nell’ anno vegnente un ricolto eguale deve felicitarlo, e spende inconsideratamente.
Il ricolto fallisce, e per sopperire ai bisogni urgenti dell’Agricoltura si gitta nelle unghie degli Usurai.
Nel terzo anno la sua fallita è inevitabile, poiché non ha più bisogno di 50 tomoli a versura onde fronteggiare gli esiti e le smodate usure, ma di 100.
Intanto egli non calcola, ma spera; le speranze malfondate falliscono, ed eccolo precipitato in miseria, e per giunta fors’anche in carcere per debiti non pagati.
Questo sistema funesto è la rovina dell’industria Pugliese, e non lascia di dare il crollo alle più grandi e invidiate fortune.
Molti attribuiscono quest’amore smodato pel lusso alla ragione del clima ed al temperamento dell'indole degli abitanti del mezzogiorno; questa è un'utopia.
Imperocché se un proprietario industrioso pensasse, ch’egli ha bisogno d’avere in serbo tanti capitali per quanto possa fronteggiare i sinistri eventi di due ricolti falliti, se ponesse a calcolo la perdita del 10 per 100 sugli animali della propria industria; se riflettesse che mentre introita da un solo cespite soggetto a sensibili variazioni, la spesa domestica non varia nel fornirsi di panni per vestire, di cuoj conciati, di stoviglie, di vetri, di cristalli, di tele, e di oggetti necessari, che bisogna comperare dallo straniero a non discreto prezzo; se misurasse la spesa dall'introito certo, e non dalle malfondate speranze dell’avvenire, e dalle spiche verdi che suol portargli il massaro di campo a vedere, promettendogli un ricolto che quasi sempre fallisce; la economia domestica saria regolata sopra un diverso sistema, e i fallimenti numerosi de' proprietari e industriosi Pugliesi non avverrebbero di frequente e da un giorno all’altro.
Noi non diremo con Seneca che sia lusso il bere gelato; non diremo con Plinio che sia lusso il portare un anello; non con Giovanni Villani che la economia domestica vuol che le donne vadano coi calzari senza ornamenti, e che vestano il panno grosso; ma diremo bensì che le spese di vestire sieno in proporzione delle loro entrate.
L'economia domestica dunque consiste nel ricercare i mezzi più opportuni e speciali da risparmiare nel procurarsi le satisfazioni necessarie, utili, ed anche voluttuose.
Ecco perchè Smith diceva che una buona massaja é la più preziosa delle possessioni, anche in ordine alle pubbliche ricchezze.
I padri nostri che furono primi ad innalzare a scienza la ragione economica, la chiamarono perciò donna di governo. E per vero dire, molte famiglie van debitrici delle loro ricchezze ad una saggia economia domestica, e questa al governo di una donna.
Perlocché ogni famiglia dovrebbe tener sempre presente questo assioma: Satisfare i propri bisogni che ci rechino utile, ovvero innocenti e veri piaceri, ma senza oltrepassare i mezzi possibili ad ottenerne la soddisfazione.
Economia domestica
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