III
La pastorizia è giustamente detta la sorella primogenita dell'agricoltura. L’una non può prosperare senza dell’altra, ed a vicenda si soccorrono e si difendono; rimettendo di frequente il pastore i danni sofferti al colono, e questi al mandriano.
La pastorizia sin dai primi tempi del mondo fu la prediletta industria di questa contrada.
E sinché i Pugliesi la riguardarono rispettando i pascoli furono ricchi e potenti.
L’agricoltura si appoggiava alla pastorizia, e questa non faceva che proteggerla.
Dal mutuo soccorso ne seguiva la prosperità privata, e la ricchezza nazionale.
Scriveva il De Dominicis: “la vera felicità dei popoli del Regno, e la ricchezza del Regio Erario si è sempre sostenuta col giusto equilibrio della pastorizia e dell’agricoltura, regolato provvidamente dalla diversa qualità del clima e della natura delle terre”.

E per vero dire, immensi sforzi durarono i Re Aragonesi per sollevare la pastorizia a stato prosperoso, dopoché la trovarono quasi distrutta per opera degli Angioini occupati in continue guerre, in fazioni, in perpetue discordie civili e coi baroni e con le popolazioni del Reame; ed assai più die all’amministrazione interna dello stato ed alla prosperità nazionale; alle guerre, agli armamenti, alle imposte gravose, ai balzelli, ed al tener soggiogati ed oppressi i popoli soggetti rivolsero l'animo costantemente.
Abbandonati i campi, negletta la pastorizia, distrutte le diverse industrie, il Regno piombò in quella desolante miseria, che in ogni tempo fu mai sempre fomite di mali più seri!
Indubitatamente al senno di Alfonso d’Aragona andò dovuto il ristabilimento della pastorizia per cui fu rafforzata l’agricoltura, onde la Puglia Piana si vide salire a tal grado di potenza, che non fu mai più vista in seguito.
I pascoli della Puglia compresi una volta negli antichi vettigali, sin dai tempi di Varrone eran destinati alla industria pastorale, la trasmigrazione degli animali Aprutini nelle praterie pugliesi si conservò sino ai Normanni ed agli Svevi.
Sotto gli Angioini vennero a mancare tutte le industrie per le ragioni innanzi dette.
Salito al trono delle Sicilie Alfonso d’Aragona, egli trovò che il Tavoliere si divideva tra il fisco, i baroni, le chiese, ed i privati.
Laonde credette utile quel principe, che lo stato ne acquistasse tutta la estensione, e ciò fatto, ei ne regolò l’amministrazione con savie leggi economiche, e la pastorizia rinfiorì.
Epperò gli armenti di tutto il regno passarono a svernare nei pingui pascoli pugliesi; rinacque l’emulazione tra le diverse provincie nel migliorare le industrie gregarie in generale; quindi le nostre lane richiedersi avidamente dallo straniero in preferenza di tutte le altre e comprarsi a vistoso prezzo; i nostri cavalli spandersi in tutta Italia; i nostri buoi richiedersi da per ovunque; i nostri castrati apportare l’abbondanza delle carni in Italia, i nostri formaggi competere coi migliori d'Olanda e del Parmigiano. E ponete che nella fiera di Foggia si depositavano per vendersi non meno di 150.000 cantaja di lana; ed oggi se ne depositano appena 12.000! E si rimembri, che nella fiera del 1677 i mercadanti dell’Umbria, della Toscana, delle Romagne e delle Marche comprarono di soli castrati un numero pari a 24.424, ed altri 2.000 ne furono comprati dai negozianti di Terra di Lavoro e di Abruzzo per rivenderli nello stato Romano.
Quanta ricchezza non percolava allora in questa provincia, destinata topograficamente dalla natura alla pastorizia ed all’agricoltura!
Le poche nostre fabbriche di panno prosperavano felicemente: le pelli ed i cuoi vendevansi a giusto prezzo; di ottime carni e formaggio abbondava il Regno.
E l’agricoltura?
L'agricoltura non meno della pastorizia fioriva.
Dissodati i migliori pascoli, gli Abruzzesi non calarono più in Puglia con quella quantità di bestiame lanuto che prima solevano condurre nella stagione d’inverno.
Diventato in seguito fanatismo il dissodameuto sotto vari pretesti, onde deludere la legge del 13 gennajo 1817 con cui fu vietata la dissodazione ed il cambiamento di coltura, la pastorizia in un baleno fu quasi distrutta.
Non si vide più per le pianure pugliesi un pastore Aprutino, ad eccezione di quelli che posseggono ancora qualche tenuta del Tavoliere a censuazione.
I piccoli censuarl Aprutini vedendo progressivamente restringersi i pascoli, e gli animali diciam così imprigionati; avvegnaché qua vedevi una prateria, ed intorno intorno ad essa terreni dissodati; non avendo più sfogo le pecore, né tutti quegli agi che prima godevano prodigati loro dal primo Ferdinando d' Aragona sopratutto, il quale con prudentissima legge restrinse la semina a giusta misura, fissò le distanze del sito tra le poste e il territorio coltivato, alfine di evitare i danni che per la vicinanza apportavano gli animali ai campi, concedendo al bestiame tutto lo sfogo possibile; venderono ad altri censuari le loro tenute, ed abbandonarono le Puglie, ricovrandosi con i loro armenti nella campagna Romana.
Ristretti in limiti angusti i pascoli, segnatamente per la pessima ripartizione delle terre dissodate, si restrinsero eziandio le razze cavalline e le vacche.
Quindi mancarono gli animali in giusta proporzione all’agricoltura, i generosi cavalli alle nostre stalle, le giumente alla trebbia.
Così pure per le razze delle giumente, ad eccezione di poche vantaggiosamente migliorate, tutte le altre son povere e neglette.
E le mandrie vaccine? Non danno più neanche tanti buoi, per quanti ne abbisognano all’attuale agricoltura; cosicché se non fossero i buoi delle Calabrie e della Basilicata, ed in parte i bufali, la semina non potrebbe assolutamente eseguirsi.
Egli è noto eziandio come, per le auliche leggi della Dogana, i Censuari del Tavoliere per i bisogni delle pecore e dei pastori e per la cura dei formaggi , ricevevano in dono dal Governo, mercè la convenzione sopratutto del 1721 regolata su quella degli Aragonesi 18.000 tomoli di sale, del peso ogni tomolo di rotoli 37, in una parola 6.666 cantaja di sale, che al prezzo di 15 carlini il cantajo come correva allora, fruttava una somma pari a ducati 9.990 annui.
Altra legge di Alfonso di Aragona non derogata prescriveva il solo quinto da mettersi a coltura.
E siccome la estensione del Tavoliere di Puglia è di 12.314 carri, 9 versure, e 8 catene, cosi il quinto avrebbe dovuto essere di 2.462 carra, e versure 18 circa da coltivarsi.
E per vero dire sino al 1807 tale legge si mantenne in pieno vigore. Ma in seguito sendosi accordate altre dissodazioni, il saldo si restrinse a 9.351 carri, e il coltivato si estese sino a 2.962 carri, 500 carri al di là del quinto.
Oggi per novelle dissodazioni il saldo è rimasto di 8.351 carri, e il dissodato di 3.962, cioè 1.500 carri oltre il quinto. Epperò i censuari sulla intera estensione dissodata han perduto 555 cantaja di sale all’anno che al prezzo corso insino al 1848 fruttava una somma uguale a ducati 6.660; ed a seconda del prezzo corrente una somma pari a ducati 4.440.
Non ci si dica che queste sono inezie, e che noi siamo troppo minuti a far conti persino sul sale; avvegnaché la saggia economia si giova di tutto, mette a calcolo tutto, tien ragione di tutto.
I piccoli rigagnoli formano i fiumi, e i fiumi ingrossano il mare.
Questo è per lo meno un errore.
Imperocché ogni prodotto, e segnatamente il territoriale non deve misurarsi in ragione della estensione, sibbene in rapporto della buona coltura, del processo agrario, dello spesato, e sopratutto del concime nel quale sta il segreto dell'agricoltura, che trionfa pienamente, allorché si appoggia al sistema pastorale, che suole offrire all'agricoltore il mezzo e le materie atte a rendere fertilissimi i campi.
E l’errore cresce a mille doppi, sol che si consultino le antiche istorie.
Queste stesse provincie, che ora compongono il Regno di Napoli, tre secoli innanzi dell’era volgare, secondo il Grimaldi, presentavano una popolazione di circa venti milioni. E si è calcolato che i popoli del Sannio sommavano tre milioni e mezzo di uomini: i Japigi tre milioni e trecento mila: i Lucani un milione e mezzo, i Marsi, i Maruccini, i Frontoni ed i Vestini un milione e dugento mila.
La sola Campagna Felice nudrì eserciti immensi, per cui l’Arpinate l’appellò il granaio, l’annona delle romane legioni.E i campi di Puglia non solo fornivano viveri alle provincie italiane, ma rendevano necessaria l’esportazione in Francia, in Inghilterra, nella Svizzera, e nell'impero d’Austria.
E intanto si seminava la metà della estensione che si semina oggi.
Ma donde scaturiva sì immensa ricchezza?
Dall’accordo della fiorente pastorizia con l’agricoltura; quindi le terre erano largamente concimate, ed una versura di terreno dava di prodotto ordinariamente da 70 ad 80 tomoli di grano, il triplo di quello che suol produrre attualmente.
Ed è sì vero, che non altrimenti, secondo ci assicura Plutarco, i Sanniti, i Lucani, i Messapii e i Tarentini nel quinto secolo di Roma avrebbero potuto offrire a Pirro un’armata di 350 mila fanti e 20 mila cavalli.
Non altrimenti i Sanniti, secondo ci narra Strabone avrebbero potuto mantenere e nudrire un esercito di 80 mila fanti e 8 mila cavalli in tempo di guerra.
Non altrimenti la sola Città di Taranto nudriva 30 mila fanti, 300 cavalli, e cacciava in mare una flotta imponentissima.
Non altrimenti in fine gli Appuli e i Messapii per la temuta incursione dei Galli Gessati offrivano 50 mila fanti, e 16 mila cavalli.
Che siamo noi meschini appetto dei nostri Avi sì ricchi e sì potenti!