
Vediamo, che cosa può darmi questo stesso carro di terreno saldo, se lo dissodassi.
La terra vergine è ricercata con avidità: ogni versura pel primo novennio giunge ad affittarsi sino a 10 tomoli di grano annui; un carro dunque mi frutterà annualmente 200 tomoli di grano, che al prezzo medio di 10 carlini per ogni tomolo, importano duc. 300.
Toltone 60 di pesi, mi restano netti duc. 240; per un novennio un carro mi darà di lucro duc. 2.160. Ponghiamo che il secondo novennio l’affittassi per sei tomoli a versura, percepirò da un carro in un’anno tomoli 120 di grano, che al prezzo medio di carlini 10, mi daranno duc. 180; in altri termini duc. 120 netti. Pel secondo novennio un carro mi darà di lucro duc. 1.080.
Riteniamo pure che nel terzo novennio l’affittassi alla ragione estrema di tomoli 4 a versura; un carro mi darà annualmente tomoli 80 di grano, che al prezzo medio di carlini 10, mi frutteranno una somma pari a duc. 120. Per un terzo novennio percepirò dunque da un carro duc. 540.
Col prezzo coacervato nel giro di 27 anni, un carro di terreno saldo messo a coltura mi darà di lucro la vistosa somma di duc. 3.780, tre volte il valore intrinseco del dominio utile, se lo alienassi. Dunque affrettiamoci a dissodare questo carro di terreno saldo, che in 27 anni ad uso di pascolo non mi può fruttare che soli duc. 1.620.
Ma il vostro carro di terreno è di natura boscoso ? Distruggerò il bosco.
Ma le vostre industrie gregarie mancheranno di pascolo? Venderò le industrie gregarie.
Or esaminiamo un poco se questo calcolo è giusto ed esatto. Senza dubbio; il terreno vergine suol dare il doppio del prodotto di ogni altra terra, buona che sia.
Ma profondere nel vecchio tutto ciò che si ricava dal nuovo, risponde a non averne affatto. Dilucidiamo la massima che ci serve di guida.
Se le terre di fresco dissodate son dallo stesso proprietario sementate, è indispensabile che per la sua industria agricola, egli abbia altri terreni per la seminagione delle avene, per le civaje use a sementarsi dai salariati, e per le maggesi, onde occupare gli animali addetti all’agricoltura.
Or da questo sistema agrario quali effetti saranno per iscaturire? Quello di versare nel terreno vecchio tutto il lucro cavato per un novennio dal terreno di fresco dissodato.
Le forze profìcue di questo saran distrutte dalla sterilità dell' altro, e dopo il giro di un novennio si troverà in possesso di una intera estensione di terre isterilite.
Se per lo contrario il proprietario del terreno saldo messo a coltura con più sano giudizio si avviserà di affittarlo, anche in questo caso i suoi calcoli sono malfondati.
Il saldo della puglia piana non è boscoso; perchè possa aver forze sufficienti, allorché vien dissodato, di sopportare non due novenni di semina con due maggesi, ma un solo novennio anche con due maggesi, cioè l’una nel primo anno della dissodazione, e l’altra nel quinto anno; sopratutto se manca di opportuna letamazione. Da ciò ne sorge, che se pel primo novennio fece il proprietario i suoi calcoli sopra dieci tomoli di estaglio per ogni versura; nel secondo si avvisò male a calcolare sopra sei, perchè non troverebbe un colono cosi balordo da prendersi in fitto per sei tomoli a versura una terra sfruttata con otto semine continue; e così pel terzo novennio.
Per la qualcosa mal non ci opponemmo nel ritenere e nell’un modo e nell’altro malfondato il calcolo del proprietario.
Ma per ciò fare, vi è di bisogno della industria pastorale; quindi miglior consiglio sarebbe di non dissodare i feraci pascoli, ma di accrescerli per conseguire con minor spesato un vantaggio eguale. Industriosi della puglia piana, noi non ci faremo a dire col vostro concittadino Giuseppe Rosati, che la pianura di puglia sia stata fatta dalla natura per un solo oggetto, che è solo pascolo d’inverno delle pecore, e niente più, perchè la storia ci smentirebbe; ma procurate almeno pel vostro esclusivo vantaggio, che le due sorelle primogenite della industria umana, la pastorizia e l'agricoltura non si facciano la guerra a vicenda; procurate, che vi sia un giusto equilibrio tra esse, e sarete ricchi Come una volta, e potenti quanto i vostri antichi padri.
E aggiungi, che la miseria in cui siamo caduti ci fa credere che questi fatti non sieno mai avvenuti, non ostante le testimonianze dell’eloquente Tullio, del virtuosissimo Plutarco, e dell’accurato Strabone!
La vera e salutare scienza agraria dunque non consiste nel molto; ma nel ben coltivare; e basta un solo esempio per meglio validare il nostro concetto.
Il primo Federico fondatore della Monarchia Prussiana, protettore esimio delle classi infime e laboriose, e felice cultore della scienza economica, cosicché ottenne fama in tutta Europa di gran finanziere, obbligando con apposite leggi i fittajuoli dei Demanj e persino i privati coloni a lavorar bene le terre ed a concimarle, creò il miglior processo agrario che vi fosse in Germania, e con esso rese fruttifere le sabbie della Marca, le paludi, e i terreni più infecondi.
La Prussia in breve tempo divenne ricca e popolosa, e i grani del suo territorio vennero richiesti da per ovunque e comprati a maggior prezzo degli altri di Germania e di Russia nelle piazze commerciali di Odessa, di Amburgo e di Lubecca, d’Amsterdam, Rotterdam, Oporto, Barcellona, Presburgo, e Marsiglia.
Fu tale l’emulazione che questo Principe destò nei suoi popoli agricoli, che allorquando viaggiava nell'interno della monarchia, i fittuarij dei Demanj lo accoglievano lietamente, e per fargli piacere mostravano a lui dinanzi alle proprie abitazioni grandi ammassi di letame, e Federico ne gioiva.
Nè meno del primo, protettore dell'agricoltura e della pastorizia fu il secondo Federico: il quale prendendo ad esempio il padre, e promovendo la buona coltura dei campi e il sistema di concimazione, rese fertilissime le sterminate e deserte lande arenose del Brandeburgo.
Ciò valse di esempio alla Francia, all’Inghilterra, alla Svizzera, all’Austria, e sinanco ai Russi meridionali, e sospinse quei popoli a vagheggiare l’economia Prussiana, per cui resero i loro terreni fertilissimi.
Adunque coll’aver distrutto il giusto equilibrio tra la pastorizia e l’agricoltura presso di noi con le smodate dissodazioni, si son distrutte generalmente le industrie gregarie, nel senso d’industrie.
Nel 1536 quando la pastorizia si ristorava dei danni sofferti, il Doganiere Michele Girolamo Sanchez collocò negli erbaggi pugliesi un milione quarantotto mila trecento novantasei pecore; quattordici mila e quattrocento vacche, ed altrettante giumente presso a poco, che ai varii prezzi stabiliti per la Fida fruttarono la rendita di ducati 90.827,27; dalla qual somma dedotto il prezzo degli erbaggi in ducati 18.223,11, fu dal Regio Erario percepito l’utile di ducati 72.604,16.
Nel 1541 il Reggente Figueroa immise nei pascoli di puglia un milione sessanta mila trecento e diciassette pecore; dodici mila quattrocento cinquantotto vacche, e un numero maggiore di giumente; onde il prodotto della Fida fu di ducati 93.264,62; dal quale toltone il prezzo degli erbaggi in ducati 20.596,42, ebbe di utile il Regio Erario ducati 62.768,16.
Ma ciò non basta.
Ai tempi della dominazione Austriaca ed anche dopo; nonché ai principi del governo di Ferdinando I., le pecore immesse nel Tavoliere di Puglia giunsero sino ad un milione e mezzo, e le vacche a sedici mila, oltre le giumente.
Ed è da notarsi che metà delle pecore appartenevano ai proprietarii pugliesi, le vacche e le giumente interamente ad essi.
E ciò nelle ultime epoche della floridezza pastorale, senza risalire ad un secolo più in là, quando pascolavano nel territorio del Tavoliere 13.952 tra vacche e giumente Abruzzesi, e 57.332 vacche e giumente della puglia, in uno 71.313 animali grossi, e questa quantità si riferisce al 1604, quando la popolazione di questa parte del Regno non giungeva a quattro milioni di uomini.
Ora vi pascolano in ogni anno da Ottobre a Maggio circa 800.000 pecore, delle quali appena 150.000 appartengono ai proprietarii industriosi di Capitanata, poche migliaja alla Terra di Bari, e il resto ad Abruzzesi, e Lucani.
Le vacche non giungono a seimila.
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Eppure una pecora suol dare in ogni anno un rotolo e mezzo di lana, otto rotoli di cacio fresco, un agnello, e una buona quantità di letame, in breve da 28 a 30 carlini annui di prodotto, coacervati i prezzi della lana, dell’agnello, del cacio, ed anche del letame!
Or chi non vede la grande utilità che viene dalla industria pastorale?
Ecco i mali gravissimi che alla prosperità pugliese, ed alla ricchezza Nazionale han prodotto, e non lasciano di apportare la estesa agricoltura e la prostrazione della pastorizia; in una parola il disquilibrio tra queste due prime e vere sorgenti della ricchezza pubblica.
E poi si menano piati e querele per gli scarsi ricolti, senza intendere che la terra non ben coltivata e senza concime darà sempre il terzo del prodotto delle terre coltivate con arte e concimate.
Secondo il più stretto calcolo economico per coltivare e sementare cento versure vi bisognano per lo meno 25 buoi; invece potremmo citar mille proprietarii pugliesi che ne seminano non cento, ma dugento con 20 buoi solamente e pochi aratri cavallini.
Mentre non più che cinquant’anni fa per seminare un campo di cento moggi, antica misura, s’impiegavano non meno di cinquanta buoi in istretto limite.
Che cosa ne sorge da ciò?
Distruzione del capitale, perchè non proporzionato al lavoro, e pessima rotazione agraria.
Difatti, è ben raro che la maggese morta si faccia con cinque arature, e se ciò vien praticato da qualche proprietario, pure l’ultima aratura si esegue a grandi solchi, che si risolve a niente.
Impiegare dunque una forza di 10 ove se ne richiede indispensabilmente una di 20, è detrarre in perdita, e struggere il capitale.
Così pure per le razze cavalline.
Alla regolare trebbia del prodotto di cento versure si richieggono almeno 20 giumente. Non diremo, già che molti proprietari non ne hanno affatto, e quindi raddoppiano lo spesato; ma generalmente se ne impiegano 20 non per cento ma per dugento versure; epperò le defaticano oltre le loro forze, e per siffatte ragioni partoriscono allievi malsani, ovvero abortiscono.
Pochi facoltosi che le tengono per industria esclusivamente sono intesi a migliorarle; quindi naturalmente ottengono cavalli di belle forme e generosi.
Eppure, non ostante sì gravi mali arrecati alla industria pastorale, diremmo quasi che si congiura dagli stessi proprietari a distruggerla interamente; avvegnaché la smania del dissodare non cessa.
E il disquilibrio cresce a misura che crescono i calcoli malfondati dei proprietari sulla ragione del dissodare.
La pastorizia II
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