Carlo De Cesare, Intorno alla ricchezza pugliese, Bari 1853
Agli abitanti delle tre provincie di Puglia
Pugliesi,
Ma non vuoisi tacere, che in ciò fare s'abbia a tener presente, che la economia sociale per rendersi utile, ha forte necessità di essere applicata agli elementi particolari di produzione di ciascun suolo, alla natura del terreno, alla situazione topografica, alla popolazione, all’indole, ai costumi e all’attitudine degli abitanti di ciascuna provincia.
Non vuoisi dimenticare di persuadere a misura della bontà del terreno la varietà delle raccolte, affinché la scarsezza e lo scemato valore una sia rimessa e compensata dall’abbondanza e valore dell’altra: di propagare la notizia di quelle arti, scoperte ed invenzioni che sono più affini al lavoro agrario: di dimostrare la necessità di proporzionare le spese alle rendite, e quali pericoli partorisca il coltivare per sola smania di coltivare: quali derrate possono avere un più facile e prossimo smercio, e quali e quanti sieno i bisogni rispetto ad esse dell’attuale società europea e del commercio straniero quali mezzi ed innovazioni sieno più efficaci ad agevolare lo smaltimento dei frutti della lena e dei lavori dell’ uomo: in quali proporzioni si mantengano i bisogni e i mezzi di soddisfarli: quali perfezionamenti e macchine nuove potrebbero aumentare i mezzi di produzione, e con esse l'economia pubblica e la popolazione: quali ricchezze non adoperate, o poco o male adoperate per nuovi usi; potrebbero dare impulso ed incremento all'arte, alla produzione, ed al commercio: quali cagioni materiali, morali, intellettuali o superstiziose che sieno si oppongono all’attuazione di principi noti e proficui: qual educazione morale è mestieri dare al popolo: d’istituir ragionata comparazione tra il passato e il presente, e metterli in relazione per quanto si può coll'avvenire; elevare insomma l‘agricoltura sorgente d'ogni ricchezza da arte cieca qual è a pura scienza sperimentale; creare una scienza ch'è ancora infante, la scienza dei fatti, in che sia il vero principio d’ogni prosperità.
Siccome tenni sempre in dispregio l'anime abbiette e codarde, così aborrii pure la ipocrisia e l'adular chicchesia.
Epperò non posso tacere, che la maggior parte dei nostri Economisti presenti lungi dal fare la scienza teatro perpetuo d'osservazioni e di prove, si son messi a ragionare di cose che non osservarono giammai, da poche o minime circostanze deducendo non assiomi, ma intere teorie e sistemi; e correndo dietro ad essi senza la pratica de’ bisogni diversi delle nazioni, han dato nelle chimere e creato le utopie civili.
Quando i principi d’una scienza si son rifermati sopra basi solidissime, dall’astratto bisogna scendere al concreto, ovvero all’applicazione particolare; avvegnaché quello che in uno stato può esser sorgente di ricchezze, in un altro per circostanze diverse può esser fonte di miseria.
“La pubblica economia è per avventura la sola scienza la quale immediatamente intende all’universale beneficenza ed alla prosperità degli uomini, poiché è desso quella che specialmente si avvisa d insegnar a’ reggitori de’ popoli come possono conservare ed accrescere le ricchezze delle nazioni, venir incoraggiando l’agricoltura, rendendo floridi i commerci, dividendo i beni della terra a seconda dell’industria e perfezionando le arti e moltiplicando quindi i godimenti degli uomini.
A qual uopo tender faranno tutte ad uno scopo le altre scienze. Ma non basta che una scienza tenda ad utile scopo, egli è mestieri che si raggiunga, e che gli sforzi de’ cultori di essa tornino in prò del genere umano, perciocché una scienza che intende alla pubblica prosperità diviene un oltraggio ogni qualvolta si restringe a vani principi , de’ quali non s'imprenda l’applicazione a prò dell’universale.
La scienza della pubblica economia più che ogni altra si vuol togliere a' spazi vuoti della probabilità e dello spirito di sistema ed a' principi esclusivi degli economisti. Essa deve farsi sperimentale; vuoisi, che abbandonate le discussioni ontologiche, direm così, si presentino i calcoli dell'esperienza, se ne chiarisca la patologia”.
Laonde fermo in questi principi non volli farmi di quella schiera di pensatori che secondo la bella espressione di un illustre italiano, passeggiano soli fra le nuvole dell’aereo ragionamento.
Invece mi ricordai di Sully, il quale volendo sopra fondamenti più stabili riorganizzare la sconcertata finanza del suo paese, non si chiuse nel gabinetto a stendere progetti su principi astratti, ma volle egli stesso percorrere le città della Francia, onde conoscere i mali che l’affliggevano, e trovarvi pronto ed efficace rimedio.
E Sully creò quel piano di economia pubblica che salvò il credito d’una grande nazione, e si rise delle melense spiritosità di A. d'Epernon, e di tutti coloro che lo somigliarono nell'estorcere dallo stato ingenti somme con la rovina del pubblico erario.
E mi convinsi pienissimamente che la economia sociale non potrà giammai partorire quegli utili effetti che la rendono benefattrice dell'umanità, se non si poggia sui fatti, ed ora non li segni come punto di partenza disposandoli poi e mettendoli in relazione dei più sani principi economici.
Tutto questo io praticai per fare il meglio che per me si poteva nel vostro interesse, o Pugliesi; e se lo scopo propostomi non raggiunsi, la scarsità del mio ingegno incolpatene, e non il buon volere.
Scrivere un libro di economia ai tempi nostri, non è cosa tanto agevole, quanto si crede; e ciò per mille ragioni che ognuno intende da sé, e ch'è inutile il noverare.
So ben io che lo scioglimento delle questioni economiche è subordinato alle morali; nondimeno la parte economica da me trattata in questo libro, è scritta in guisa e con tal disegno, che il principio invisibile non è chi no ’l vede nelle cose visibili per me dette e messe a rassegna.
E se con animo libero e indipendente nella parte della economia domestica volli addentrare certe piaghe che han bisogno di pronto rimedio, non ve l’abbiate a male; perchè i grandi principi non si rinnegano che dalle mezz’anime tratteggiate dal padre della poesia Greca, ed io per avventura superbisco d’averne una intera!
Sappiatelo sempre, che dove la economia domestica è ignorata o falsata, ivi mal si conosce la pubblica o si disprezza.
E l’economia domestica è il primo fondamento della ricchezza, poiché essa c’insegna, che una famiglia non sarà mai ricca, quante volte non produca assai più di quello che spende, ovvero che la rendita non ecceda la spesa.
Possa intanto il vostro senno coronare di un felice risultamento questo mio libro; perciocché esso fu scritto del vostro bene, e per la vostra felicità.
Ai Pugliesi
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