II
Le sole città di Foggia e Cerignola seminano a grano in ogni anno 186.440 moggi legali di terreno, circa 800 carra all'uso di Puglia, e 62.146 moggi in orzo ed avena, oltre quelli per le civaie, che si considerano incluse nella parte destinata a maggese.
Eppure, se si consultano le statistiche de' primi anni del secolo corrente, si vedrà che queste città coltivando non più che la metà della estensione attuale raccoglievano tanti cereali quanti oggi se ne cavano da una estensione doppia.
E ponete che quelli erano terreni dissodati da tempo immemorabile, ed oggi una metà delle terre che si tengono ad uso di semina, sono di fresco cacciate a coltura.
A prima giunta questo sembra un paradosso, eppure è così!
Si è creduto generalmente che i terreni saldi di fresco dissodati potessero aumentare del doppio il ricolto in proporzione di quelli cacciati a coltura da secoli, quindi i Censuari sopratutto da trent'anni in quà si son fatti di fuoco per ottenere dal Governo sotto vari pretesti il permesso di poter dissodare i terreni destinati ad uso di pascolo.
Per provare 1’erroneità di questa credenza è d’uopo leggere tutt’i libri che trattano di proposito d’agronomia da Columella al Padre Onorati.
Oltreaciò l’esperienze di fatto sono la più chiara pruova per combattere l’errore in cui vivono tuttavia i nostri agricoltori.
La fertilità dei campi, egli è ormai una verità dimostrata, dipende complessivamente dalla qualità intrinseca del terreno, dal concime, e dal processo agrario.
Un terreno ben concimato e lavorato non si stanca mai scrive il Pollini nel suo catechismo agrario. L’agricoltura è mestieri che sia in ragione e proporzione della quantità del bestiame necessario alla coltura.
Quindi i prati naturali ovvero artificiali costituiscono la base d’ogni saggia coltivazione. L’abbondanza de’ prati procura la bontà del lavoro e del concime.
Le osservazioni pratiche e le durate esperienze di tutto il mondo agrario han dimostro ad evidenza, che dove più abbondano i prati e conseguentemente il letame, ivi è più ferace il suolo.
Ora nella Puglia piana si son voluti soverchiamente accrescere i campi a scapito dei prati: non si è voluto tener ragione dei bisogni dell'agricoltura e del bestiame; si son voluti cacciare a coltura in detrimento della pastorizia i migliori prati, i più pingui pascoli; e si è rovinato ogni sistema economico col disquilibrio tra l'agricoltura e la pastorizia.
Consumati rapidamente dalla continua seminagione i principi nutritivi dei saldi messi a coltura, andò di anno in anno diminuendo il prodotto sino ad averne in tanta quantità, quanto ne davano i terreni antichi.
Né più si potè riparare col concime alla perduta fertilità; perciocché mancati i pascoli venne eziandio a mancare il bestiame, e quindi il letame e la bontà del lavoro; onde i terreni andarono progressivamente ad isterilirsi.
E mentre prima riparavasi col concio agli antichi terreni, e se ne ottenevano proficui risultati; oggi manca assolutamente per gli uni e per gli altri.
Mancati al proprietario tutti gli altri provventi, che prima traeva dai prodotti della pastorizia, le sue risorse si sono ristrette ai soli cereali.
D’altronde falliti i ricolti; accresciuto del doppio lo spesato per la scarsezza delle braccia lavoranti, egli è stato costretto a gittarsi tra i crudeli artigli degli usuraj per non lasciare incolti i suoi campi, sperando che il futuro ricolto sanasse le acerbe piaghe cagionate da quella schiera d’avvoltoi, cui si pasce di lagrime e di sangue, a punir la quale saria ben poca cosa l'ergastolo.
Quindi a codesta gente, egli è stato costretto eziandio di vendere in erba i futuri cereali al prezzo impostogli dall’usura commerciale, cioè a 12 carlini il grano per ogni tomolo del peso di rotoli 48 effettivo, a 6 l’orzo, e 5 l’avena.
Nella stagione del ricolto per un decennio intero, il prezzo del grano è risultato di carlini 20 per ogni tomolo, 7 per l’avena, e 9 
Ed è da notarsi, che il calcolo si è fatto sul prezzo della stagione del ricolto; e non su quello del verno, quando il prezzo dei cereali aumenta.
Nel 1845 il grano comprato a carlini 10 il tomolo l’anno antecedente per tali assegni, fu venduto dagli usuraj a carlini 34, ed anche sino a 36. Ma di ciò terremo in seguito più minuto calcolo: ora basta l’aver semplicemente accennato, che questa è un’altra sorgente della miseria pugliese. A questi mali gravissimi sono da aggiungersi gli altri provenienti dalla scarsezza dei prodotti attenenti all’agricoltura.
Impiegata una metà della pianura che comprende 1.030 miglia quadrate ad uso di semina, l’altra per pascolo, inclusi i demanj, non rimane che una settima parte dell’intera superficie quadrata della provincia, per i diversi prodotti d’industrie differenti, e questa comprende la lunga catena degli appennini detta Monte S. Angelo, e le montagne di Bovino. la sola parte montuosa in breve, è coperta da boschi, da selve , e da piantagioni di viti e di ulivi.
Laonde il prodotto in olio e in vino che si ricava da codesti fondi non è sufficiente nemmeno ai bisogni della provincia; ed essa è obbligata a comprare dal principato Ulteriore, dalla Terra di Bari e dalla Basilicata due terze parti del vino necessario ai bisogni dell’agricoltura, l'olio dal Barese, e i salami dai due principati e dalla Lucania.
Tutto ciò per vero dire, è da addebitarsi esclusivamente alla incuria degli industriosi e proprietari di Capitanata.
Imperciocché i pochi e negletti vigneti di Foggia, Cerignola, Ascoli, Lucera, e Sansevero mostrano abbastanza la feracità del suolo nel produrre uve squisite, zuccherine, ed abbondanti. Ma sono tutte le mire rivolte con avidità alla seminagione, e non tenendosi conto di queste industrie secondarie, esse tolgono all’agricoltura un’altro capitale non indifferente, che viene impiegato nella compra dei vini, degli olj, e de' salami.Ma non son questi i soli danni prodotti dalla estesa colonia alla ricchezza ed alla prosperità degli abitanti della Puglia Dauna.
Nei seguenti paragrafi terremo ragione degli altri, che patentemente ritardano la civiltà in questa contrada, e funestano la privata ricchezza nella quale sta rinchiusa la pubblica.
Industria agricola: La ricchezza della Puglia
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