Carlo De Cesare, Agli elettori, Firenze 1865
Parte II
Si possono intavolar negoziati col più potente nemico d’Italia, quando l’Italia non è compiuta, quando manca della sua capitale ch’è Roma, quando abbiamo le frontiere scoperte. l'Austria nel Veneto, parecchie provincie sotto il tristissimo giogo pontificio, e quando non abbiamo ancora compiute ed attuate le più necessarie riforme interne che ci mettano nella felice condizione di poter trattare con maggiore libertà?
Accorderemo noi sul terreno spirituale tutte le libertà al Pontefice, estenderemo la sua influenza nel territorio libero del Regno, quando il suo territorio rimane un covo di briganti e di assassini in abitudine di minaccia e di certi danni pel governo e per le libere popolazioni italiane?
Qual è il compenso cho ci offre la Curia Romana in vista di quello che noi accordiamo ad essa?
Si tratti pure col Papa, ma sul terreno politico e spirituale ad un tempo; io non osteggio le trattazioni, non mi oppongo alla conciliazione, ma desidero che le une e l'altra guardino alla doppia natura del pontefice, e che la pace sia duratura e non momentanea e fittizia.
Infine, se il governo stima cosa impossibile il possesso di Roma, se crede che la questione italiana rispetto all'Europa ed al mondo cattolico debba ricomporsi col lasciare il Papa signore assoluto di Roma e principe temporale, lo dica apertamente, abbia il coraggio della propria opinione, e l'Italia giudicherà quello che meglio potrà convenire ai suoi propositi, ed ai suoi vitali interessi.
Ma sinché ci aggiriamo sopra un falso terreno, sinché vogliamo e non vogliamo venire a trattative, sinché il governo non ha una opinione certa e il coraggio di ptopugnarla, il prestigio e la forza dell’autenticità andran sempre più declinando in Italia, i partiti romperanno in lotte pericolose, e il governo potrà un giorno o l’altro trovarsi a fronte di eventualità terribili e difficoltà insuperabili. Ecco il mio concetto intorno alle trattative con Roma, e tengo per fermo che il popolo italiano non ne ha uno diverso dal mio.
L'opera della unificazione è già compiuta tanto nelle leggi, che nei rami speciali delle amministrazioni.
Ma l'unificazione non basta; bisogna creare l'amministrazione, e questo dev’essere il principale compito del secondo Parlamento.
Non ha guari io scriveva che senza una buona finanza non è possibile che l'Europa impari a rispellarci ed averci in seria considerazione, a pesare la nostra parola, sia che venga pronunciata nell’assemblea legislativa, o nei congressi dei principi, o nelle conferenze diplomatiche.
Di fatto, come si vuole che l'Europa ci rispetti abbastanza, se il nostro governo dimanda in ogni anno al credito pubblico un prestito, se il promesso pareggio fra le spese e l’entrate si allontana sempre più da noi; se le nostre leggi d’imposta fruttan poco, e vessano molto; se non diamo garanzie sufficienti della nostra capacità amministrativa alle banche ed ai governi d'Europa?
Le mie non erano profezie, ma conseguenze di studi anteriori sulle condizioni delle nostre finanze, e per formo non mi ingannavo.
Le diilicoltà finanziarie sono gravi, ma non invincibili, io penso che uno Stato in tempo di pace dee vivere colle sue rendite, attingere le sue risorse da sé, equilibrare le spese con l’entrate senza picchiare continuamente alle porte del credito pubblico.
Col sistema dei prestiti incessanti sarà impossibile formaro un regolare bilancio, stabilire le previsioni, assestare le imposte, ordinate l’amministrazione; perciocché ogni prestito porta con sé una cifra considerevole d’interessi; gl interessi turbano l’ordine delle previsioni, aumentano il passivo, e per fronteggiarlo conviene assolutamente accrescere l’attivo; quindi allargare la base delle imposte esistenti, ovvero crearne delle nuove e con esse accrescere gl’impiegati e le spese.
Se le imposte hanno un limite, e debbono per necessità averlo, conviene che s’infreni il disastroso sistema dei prestiti che sono i prepotenti generatori delle nuove imposte e i facili consumatori delle migliori forze del paese.
Poche leggi d’imposte voglio io, ma bene assestate e fruttuose.
Una vera ed esatta perequazione dell’imposta prediale gioverebbe egl’interessi dei contribuenti e del pubblico Tesoro; ed a questo oggetto mi trovo già d’aver formulato e pubblicato un progetto di legge.
Giusta ed utile tassa è quella su i redditi della ricchezza mobiliare; ma come è stata impiantata incontra serie difficollà nella salutazione dei redditi stessi, ed assai larghe sproporzioni tra i contribuenti.
Sotto questo aspetto io la combattei nella Camera quando fu presentata la prima volta, e propugnai per un diverso sistema, cioè per quello della quotità razionalmente fondato sulla certezza della rendita, e sulla proporzionalità della tassa al profitto del capitale, al salario del lavoro, ed al frutto della rendita risultante dal capitale e dal lavoro accoppiati insieme, ciò che in linguaggio economico chiamasi rendita mista.
All’uopo presentai alla Camera anche un analogo progetto da sostituire a quello dei contingenti; e dei famosi criteri che hanno fatto perdere il criterio agli agenti della finanza nell’upplicarli.
La Camera sulla proposta del governo rimandò agli uffici la mia proposta, ovvero alle Calende greche; io la ritirai promettendo di riproporla dopo un anno come legge di iniziativa parlamentare; cosa che farò se il vostro suffragio mi assisterà nelle prossime elezioni.
Intanto il popolo italiano ha pronunziata la sua sentenza sul sistema del contingente; e non credo che il governo questa volta rigetterà il sistema opposto da me formulato.
Assai più proficua e più giusta può tornare la imposta del registro e bollo, ma col fondarla sul salutare principio delle tasse minime che impinguano il pubblico Tesoro, rese facili e tollerabili con semplici chiari e brevi regolamenti.
Sono contento di ripetere qui le stesse parole che pronunziai in Parlamento, perchè i fatti e le discussioni avvenute nel termine dell' ultima sessione parlamentare mi hanno dato pienamente ragione.
Secondo me, il dazio sugli oggetti di consumo dovrebb’essere di esclusiva spettanza dei Comuni; la finanza invece potrebbe appigliarsi ad una tassa sulle bevande, ovvero prelevare il quinto o il sesto dell’Intero prodotto in generale del dazio di consumo.
In tal guisa saranno restituite ai Comuni le risorse proprie, e il Tesoro pubblico parteciperà indirettamente e senza spesa di sorta anche ai proventi della tassa di consumo.
Le privative non possono mai fruttare col sistema del massimo prezzo; profondamente convinto di ciò combattei l’aumento del prezzo del sale e del tabacco.
Le privative per uccidere il molesto e immorale contrabbando che fa loro guerra incessante, per accrescere il consumo, e quindi i proventi debbono avere a fondamento i due infallibili elementi economici del giusto prezzo o della buona produzione.
Ogni altro espedienle è erroneo, e non frutta.
Il coronamento infine di un buon sistema finanziario è il metodo razionale ed esatto della contabilità a partita doppia.
Senza contabilità non havvi ordine e regolarità di amministrazione, senza l'ordine e la regolarità non havvi possibile bilancio di previsione, senza previsioni razionali e ben fondale non havvi credito.
E pure l’Italia manca tuttora di un buon sistema di contabilità!
L’ordinamento in breve che l’Italia dovrebbe adottare in fatto di finanza non consta, a parer mio, che di poche leggi fondate sopra i dazi minimi che sono i più fecondi, sopra i sistemi più facili e men dispendiosi delle riscossioni, sulla riduzione dei lussuosi e intralciati servizi pubblici; sulla esatta contabilità.
Questi non sono concetti che formulo al presente; ma gli espressi negli uffici della Camera, nelle Commissioni parlamentari e governative, dinanzi alla Rappresentanza del paese, e in libri per me pubblicali in questi ultimi cinque anni.
Talune idee che prima parvero ardite, od inapplicabili alle nostre condizioni; talune proposte che tre anni fa sembrarono ai molti di dubbia riuscita; taluni principi di pubblica amministrazione che si dissero buoni soltanto in teoria, ora li vedo propugnali da molti uomini autorevoli, assai meglio giudicati dalla libera stampa, ed accettati eziandio della pubblica opinione.
Potrei citare ad esempio il principio della qualità nella legge d'imposta pei redditi della ricchezza mobile.
Nel 1862 fui solo nella Camera a combattere per la quotità, cioè per una teguale per tutti i cittadini siccome imposta, e proporzionato poi alle rendite effettive di ciascun contribuente: fui solo a contrapporre un progetto razionale a quello arbitrario del contingente proposto dal governo, la Camera si tenne forte al progetto governativo; ma dopo tre anni ho visto quei medesimi che allora approvarono il progetto per contingente propugnare invece per la mia antica proposta, e sono gli uomini più autorevoli della rappresentanza nazionale.
Ciò mi conforta per l’avvenire, e giudico sempre più vera la sentenza che afferma di non potere le idee fare il loro corso o fruttare senza il benefìzio del tempo.
Il Regno d’Italia ha fatto in quattro anni circa tre miliardi di debiti; ha venduto tutt’i suoi beni demaniali non escluse le ferrovie che possedeva, ha esaurite tutte le sue risorse straordinarie, e ciò non ostante presenta ancora un forte disavanzo tra la spesa e l’entrata.
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La scienza e la pratica della politica finanziera riconoscono vantaggiosi i prestiti, quando si tratta di solcare un paese di strade ordinarie e vie ferrate, provvederlo di scuole primarie, tecniche, agrarie, commerciali e d’instiluti scientifici; di eccellenti servizi marittimi, di linee telegrafiche, d’opere di bonificamento e d’irrigazione, di costruzioni utili atte a spandere la civiltà dappertutto, e ad ecciiare ed accrescere la produzione, il lavoro, il traffico, l’attività del popolo.
Allora le consumazioni diventano produttive, il prestito si trasforma in capitale fruttifero per la nazione, e nel giro di un periodo più o meno lungo di anni la pone in condizione di soddisfare ai suoi impegpi verso i creditori dello stato, ai carichi pubblici, alle necessità del governo.
Ma sventuratamente i debiti sinora contratti sono stati in gran parte impiegati in spese largamente improduttive; in armi ed armati, in navigli e cannoni al di là della nostra potenza economica, senza neppur fare la guerra all Austria pel Veneto; in impianti di amministrazioni non bene ordinate; in cattedre di arabo, di chinese e di siriaco non frequentate da nessuno; in vistose indennità accordate sopra un’ampia scala a tutti gli uffiziali delle amministrazioni; infine nel fare e disfare, nel guastare e rattoppare servizi pubblici, e nel crearne degli inutili; nel mutare e rimutare piani di opere pubbliche sino a cancellare linee di ferrovie già cominciate!
Vi fu chi in Parlamento nel 1862 volle chiamarmi Cassandra in vista dei mali finanziarii ch’io previdi per l'avvenire, e che si sono in gran parte verificati: forse anche oggidì chi legge i miei scritti vedrà ch’io parlo sempre di una cosa; ma a voi aprirò intieramente l'animo mio, e dirò quello che penso in cotesta seria faccenda.
Io non tendo per l’Italia né Austriaci, né Borbonici, né Lorenesi, né papisti, né preti, né frati, costoro non vinceranno mai le forze nazionali; quella che mi fa paura è la finanza.Una finanza fondata esclusivamente sui sacrifizi perenni del popolo è un germe funesto che cova un gran malore; è la rosea guancia del tisico che accenna allo sfinimento, ed alla morte a lungo andare. La storia di Sparta, d'Atene e di Roma nei tempi antichi; e quella di Spagna e d’Austria nei tempi moderni c’insegnano che senza una buona finanza si vive una vita stentata e grama, si diventa debole, e si finisce col divenir preda del primo che ti assalta, ovvero della reazione interna.
La ragione politica ci obbligò a provvedere alla sicurezza interna ed esterna dello stato, e la spesa per le armi e l’esercito fu necessaria comunque lussuosamente fatta ; ora convien pensare alle ferrovie, alle strade nazionali, alla istruzione del popolo, alle bonifiche, al progressivo miglioramento dell’agricoltura e dell'industria nazionale.
Faremo per questo nuovi debiti? No, o signori; sono ormai troppi quelli che ci gravano le spalle.
Le garanzie delle ferrovie a farsi sono in gran parte collocate in bilancio; bisogna pensare alla istruzione invece, ed alle istituzioni più benefiche. Noi dobbiamo rivolgere a benefizio del povero basso clero, dei comuni, delle provincie e dello stato una grande riforma apparecchiata e non condotta a termine per velleità diplomatiche o vane speranze di accordi con la Santa Sede.Noi dobbiamo sopprimere le corporazioni religiose e convertire l’asse ecclesiastico a favore non solo del basso clero o per sottrarlo alla tirannia dei vescovi, ma eziandio del popolo e dello stato. Sottratte le spese del culto e le pensioni dovute ai monaci ed alle monache, dobbiamo convertire il rimanente delle rendite dell'Asse ecclesiastico a favore dell’istruzione popolare e delle opere di beneficenza nei comuni e provincie, ove i beni ecclesiastici son siti. In tal guisa potremo gradatamente convenire eziandio lo oscure intelligenze in forze operose e illuminate, e toglierci la vergogna d’avere sopra 22 milioni di cittadini 17 milioni d’analfabeti. In questo ramo ci vogliono risorse straordinarie, e il nuovo Parlamento non deve farsi sfuggire la bella occasione della soppressione delle fraterie e della conversione dell’Asse ecclesiastico per rivolgere i loro beni in benefizio reale e produttivo della istruzione del popolo e della pubblica beneficenza.
Il popolo italiano non solo ci guadagnerà la sua vita morale; ma gioverà eziandio alle sue condizioni economiche sotto un doppio aspetto, cioè delle forze intelligenti che sono assai piu produttive, e del risparmio delle spese cavate da una mala intesa carità.
L’assetto interno della Nazione, la finanza bene ordinata, l'amministrazione ben difetta, le riforme sollecitamente attuate, le leggi eccezionali bandite, le relazioni dello Stato con la Chiesa ben distinte, tutti i servizi pubblici bene organizzati e presieduti dagli ingegni operosi e solleciti del pubblico bene non solo daranno forza e solidità all'interno, ma peseranuo moltissimo eziandio all'esterno nella bilancia delle potenze, in quella del credito pubblico, e nell'altra delle relazioni internazionali.Allora il compimento dei destini d’Italia sarà una legittima e necessaria conseguenza della nostra forza, e Venezia sarà liberata dalle sole armi nazionali senza timore di subitanei rovesci, e Roma sarà trasformata dal nostro alito incivilitore senza bisogno di umilianti e indecorosi trattati con la Curia Romana.
Il nostro programma nazionale deve dunque rimanere intatto; noi dobbiamo percorrete la nostra via senza provar sgomento delle soste, o spaventarci delle contrarietà degli uomini e degli eventi.
Una Nazione non si forma senza patir prima molte amarezze, molti disinganni, molti disordini, infiniti dolori.
I trionfi della libertà e della indipendenza furon sempre preceduti da una lunga sequela di mali e di sagrifizi. Una Nazione non prende assetto fermo e solido senza lotta di partiti, senza gare politiche, senza ardenti ambizioni, senza combattimenti nella stampa, nel Parlamento, nelle scuole, nelle accademie, sul campo, dappertutto.
Una Nazione infine non si consolida che a prezzo di abnegazioni, di sagrifizi, di operosità; e tutto ciò anche dopo che avrà versato fiumi di sangue ed oro per acquistare la perduta indipendenza, l’unità e la libertà.
L’Italia al presente sembra un caos di stravolgimenti d'idee, di pervertimenti morali o di discordie nei partiti polifici, non v’ha riputazione, non servizio reso alla patria, non opera d’ingegno, non attività individuale che non sia attaccata e calunniata dai vecchi parliti e dagli esaltati: pare che non ci sia più un’idea grande abbastanza, capace di riunire una maggioranza; un uomo autorevole che rappresenti la personificazione di un grande interesse; un principio comune intorno al quale potessero giurarsi fede tutti i patrioti italiani.
La suddivisione delle opinioni e le lotte dei partiti accrescono la confusione, e il governo che non è all’altezza della situazione erra in balia della ventura.
Il disaccordo nel gran partito nazionale comincia soltanto dal modo di ordinare tutto quanto lo Stato.
Sinora prevalsero gli ordinamenti di una sola parte d’Italia e fecero già cattiva prova: prevalsero gli uomini dello antiche provincie e non seppero assettare ed ordinare la pubblica amministrazione italiana; bisogna dunque eliminare la preponderanza di qualunque regione d’Italia, e scegliere gli amministratori veri, ove si trovano, e dare la prevalenza alle sole idee, e non alla fede di battesimo; ai soli grandi concetti, e non alle persone.
La lotta dei partiti dev’essere sul campo delle idee, e non delle misere gare e delle tortuose influenze personali.
Si afferma e si ripete che l’Italia non ha amministratori, non uomini di Stato, non individui di specchiata capacità governativa; questo non è vero; ed io dispererei delle sorti del mio paese se fra 23 milioni d'abitanti non si trovassero amministratori eccellenti, sagaci e prudenti riformatori.
Non manchiamo di uomini capaci noi, ed anche di abili amministratori; manchiamo invece, salvo i pochi, di grandi caratteri.
Sì, quello che manca in Italia è il carattere; e i soli nobili caratteri signoreggiano il mondo.
Ma che cosa s’intende per nobile carattere?
Quello che ha un oggetto fisso per sè e per gli altri, che lo vede con chiarezza, che lo vuole con fermezza, e s’incammina a raggiungerlo senza dubitare, a conseguirlo senza esitare, senza giri e rigiri, ma con fede piena ed intera, e con la quasi certezza di riuscire a bene.
I più grandi amministratori del tempo passato, i più illustri capitani, i più coraggiosi politici del mondo antico e moderno esercitarono senza dubbio un’azione affascinatrice col loro genio; ma il vero segreto della loro possanza, di quell’impulso superiore che vince gli ostacoli, di quella fermezza che trascina dietro di sè i più timidi, era l'unità del loro pensiero, la immutabile forza della esecuzione , per cui si manifestava in essi la fermezza del loro carattere che dava loro sopra gli altri uomini una superiorità immensa.
Noi dobbiamo sforzarci a creare questi nobili caratteri, e possiamo farlo con l’esempio e la disciplina dei partiti politici sul terreno costituzionale.
La politica e l'amministrazione prendono vita e norma dalle idee e dai fatti personali dei politici e degli amministratori; se costoro mancano di unità di pensiero e di forza di carattere l’ordine sarà sempre in pericolo, e la stabilità di un governo sarà continuamente minacciata.
Senza unità non ci è ordine, e senza fermezza non vi è stabilità; e così nell'ordine morale come nel fisico nessuna cosa può prosperare che non sia ordinata e stabile.
Se la mia condotta passata e le idee che nutro per l'avvenire rispondono alle vostre opinioni, ed ai vostri propositi continuatemi la vostra fiducia; diversamente eleggete chi possa far più di me.
Io ho francamente esposto quello che feci nella passata legislatura, e quello che mi propongo di fare nella futura, ho adempiuto ad un doppio dovere, ed ora son tranquillo di spirito e di coscienza
Firenze 15 Settembre 1865
Parte II
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