Come si prese possesso di Roma.

1879 Illustrazione italiana pag.124
1879 Illustrazione italiana pag.124
Il mese di agosto 1870 passò, e non solo Lanza e Visconti-Venosta dichiaravano di non voler andare a Roma, ma facevano arrestare a Gaeta Giuseppe Mazzini, che voleva andarvi.
L'Impero francese poteva ancora non cadere; poteva darsi che il Bazaine, in una battaglia decisiva, strappasse dagli artigli dell'aquila alemanna le riportate vittorie, e Napoleone III ridivenisse arbitro delle sorti dell'Italia; perciò quel proposito di stracciare la Convenzione del settembre 1864 si doveva tenere coperto con prudenza. Quindi l'Opinione, nel n. 230 del 20 agosto, predicò che, sebbene il Parlamento avesse "affermato il nostro diritto ad aver Roma per capitale", tuttavia "esso ha respinto assolutamente il ricorso alla violenza ed alle arti vigliacche, peggiori della violenza".
Ma il 4 settembre pervenivano a Firenze le prime notizie sicure della disfatta patita a Sédan dall'esercito francese, capitanato da Mac-Mahon, il quale, invece di poter aprire il passo a quello di Bazaine, chiuso a Metz, era stato vinto, circondato alla sua volta, e costretto a darsi prigioniero. L'imperatore Napoleone III ancor esso era prigioniero del re Guglielmo I. Dunque a Roma!
L'Opinione stampata il 5 per il 6 settembre, n. 247, uscì fuori a dare il primo annunzio della mossa guerriera alla conquista di Roma, con dire che: "Nel Consiglio dei ministri tenuto oggi si fu d'avviso che conveniva risolutamente procedere al compimento del voto della nazione coll'andare a Roma. Il Ministero è unanime... Il Governo informerà la Santa Sede della presa risoluzione, offrendole tutte le cautele che possa creder necessarie alla sua sicurezza. La questione romana è politica e morale. Non possiamo volerla risolvere con la violenza. Non si entra in uno Stato estero, ma in un paese che è territorio nazionale. Non si va a combattere un esercito, ma a prevenire disordini".
1879 Illustrazione italiana pag.125
1879 Illustrazione italiana pag.125
Con queste belle parole si disdiceva tutto quel che aveva detto Visconti-Venosta, quando in pieno Parlamento aveva posto in sodo che il territorio pontificio costituiva uno Stato sui iuris, riconosciuto come tale da tutte le potenze, epperciò estero. La Gazzetta Ufficiale del 6 settembre, trovando forse prematura la pubblicità di quella risoluzione, diede una smentita all'Opinione, in questi termini: "Il giornale l'Opinione ed altri periodici hanno riferito di supposte risoluzioni prese dal Governo in Consiglio dei ministri, che riguarderebbero la questione romana. Noi siamo autorizzati a dichiarare che tali notizie sono erronee". L'Opinione del 7 settembre, recitando questa mentita, ne rise saporitamente, e mantenne la sua affermazione. E ne aveva pieno diritto; imperocché chi avea autorizzato la Gazzetta Ufficiale a dare quella mentita, sapeva che la notizia dell'Opinione era verissima. Non solo la spedizione era decisa, ma erano già allestite le istruzioni, date poi dal Lanza, presidente del Consiglio dei ministri, al conte Gustavo Ponza di San Martino, senatore del Regno.
Costui giunse in Roma il 9 settembre 4870 con una lettera del re Vittorio Emanuele II per il Papa: fu ammesso a udienza privata da Sua Santità il 10; ed il Giornale di Roma stampava il 12 la nota seguente:

Il re Vittorio Emanuele ha inviato a Roma il conte Ponza di San Martino, latore di una lettera al S. Padre. Il Re incomincia la lettera colle dichiarazioni di figlio affettuoso, di fede cattolica e di regia lealtà. Lo scopo però della lettera è di far conoscere che, non potendosi resistere, come ivi si asserisce, al partito d'azione ed alla così detta aspirazione nazionale, si è determinata la presa di possesso di quanto rimane di territorio alla Santa Sede. È superfluo qualsiasi commento su questo atto inqualificabile; come pure è inutile dire che il Santo Padre si è dichiarato recisamente contrario a qualunque proposta.

1879 Illustrazione italiana pag.129
1879 Illustrazione italiana pag.129
In quella che il Ministero Lanza, Sella, Visconti-Venosta e compagnia divisavano di assalire il Papa, il guardasigilli Raeli il 12 settembre scriveva una lettera a tutti i Vescovi italiani per obbligarli al silenzio.
Frattanto tre divisioni intere si erano raccolte, sotto gli ordini del generale Raffaele Cadorna, nei pressi di Terni, Rieti ed Orte. Una quarta, di cui il comando fu dato a Nino Bixio, chiamato per ciò da Bologna, si radunó ad Orvieto. La quinta, formatasi con truppe tratte dai presidi del regno di Napoli, sotto gli ordini del generale Angioletti, fu riunita al confine presso Ceprano. Le prime tre con il Cadorna dovevano marciare per Civita Castellana direttamente contro Roma; la quarta col Bixio doveva gettarsi su Viterbo, e quindi per Corneto, raccogliendo altre truppe ivi giunte dalla maremma toscana, assalire Civitavecchia, ed, avutala, investire Roma dalle alture del Gianicolo.
1879 Illustrazione italiana pag.140
1879 Illustrazione italiana pag.140
La quinta, occupate le provincie meridionali, venne per l'Appia a formare l'ala sinistra del corpo d'esercito del Cadorna, per il momento dell'assalto tra porta Salara e porta San Sebastiano.
Non si ignorava a Roma né la quantità delle forze nemiche, né il disegno dell'assalto concentrico contro Roma. Perciò il pro-ministro delle armi, generale Kanzler, comandante supremo delle truppe pontificie, ricevuti gli ordini del Santo Padre, li aveva fedelmente eseguiti; richiamando alla capitale le scarne milizie disseminate nelle provincie, per evitare conflitti troppo disuguali ed inutile spargimento di sangue. Ma l'ordine non giunse in tempo al presidio di Civita Castellana; e questo fece bravamente il dover suo di difendere il passo, quanto era consentito dalla condizione dei luoghi e dalla sproporzione tra men che 350 soldati senza cannoni, contro una intera divisione di più migliaia forniti di numerosa artiglieria. E ciò avvenne il giorno 11 settembre, cioè quando la risposta del Santo Padre Pio IX alla lettera del re Vittorio Emanuele II non poteva ancor essere giunta a Firenze.