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Carlo Bossoli, L'armeria del nobiluomo Ubaldo invasa dagli insorti milanesi per provvedersi delle armi il 19 marzo 1848, Museo del Risorgimento, Milano (Italia)
Carlo Bossoli, L'armeria del nobiluomo Ubaldo invasa dagli insorti milanesi per provvedersi delle armi il 19 marzo 1848, Museo del Risorgimento, Milano (Italia)
Porta Ticinese, Giuseppe Broggi cade colpito a morte mentre anima e rincuora i compagni.
Il Maresciallo Radetzky pensa allora di ritirare le proprie truppe dal centro e di assediare la città dalle porte; intanto chiede rinforzi ai presidi delle altre città lombarde. Ma Lodi è insorta, Monza e Pavia si sono sollevate in armi, Bergamo, Gallarate e Busto Arsizio sono in rivolta: i patrioti hanno devastato le strade e i ponti, impegnano al combattimento i reparti austriaci e ne ritardano la marcia.
Questo perché i Milanesi si sono serviti di palloni di carta riempiti di aria calda per appendervi i comunicati del Comando Cittadino e gli appelli alle popolazioni lombarde, invitandole ad aiutare con ogni mezzo la città in rivolta; i palloni sono stati trascinati dal vento fuori città cadendo poi nelle diverse zone della Lombardia, dalla Brianza al Bresciano.
Scrive il repubblicano Carlo Cattaneo (all’epoca alla testa del Consiglio di Guerra), in Dell’insurrezione di Milano nel 1848 e della successiva guerra, un riesame critico dell’impresa quarantottesca scritto durante l’esperienza dell’esilio in Svizzera:

“In quelle prime giornate, avidi alcuni d’avere armi e polvere si spingevano a cercarne anco fuori delle barricate; e si ponevano alle porte delle case, sperando che sopravenisse qualche drappello di nemici per corrergli sopra e afferrarlo e disarmarlo, essendo che l’Austriaco è naturalmente meno destro e meno audace dell’Italiano.
A San Francesco da Paola, vidi il cadavere ancora spirante d’un soldato, che un giovine, balzando fuori da un vicolo, aveva disarmato e coll’arme stessa ucciso, sotto li occhi d’un intero battaglione. La penuria delle armi dava un aspetto singolare alla pugna; poiché il popolo non le voleva vedere in mano di chi non gli paresse ben esperto a maneggiarle.
Rare volte si spendeva un colpo, dove la vicinanza del nemico non lo rendesse quasi certo. Al quartier generale si distribuiva ai combattenti la polvere quasi a prese; contenti d’averne anche solo per uno o due colpi, correvano a lontane barricate; poi tornavano a cercarne ancora.
Alcuni studenti, ai quali si dimandò perché non tirassero se non di concerto e l’uno dopo l’altro, risposero che temevano di spendere due tiri per uccidere un Croato solo.
Il nostro foco era dunque lento e raro, ma micidiale, mentre il nemico, ridondante d’armi e munizioni, e manifestamente sgomentato, prodigava il suo, cacciando le palle di cannone a fracassare fin presso al tetto balconi e finestre.
Intorno alle barricate, i ragazzi facevano mille burle al nemico, sviando il suo foco sopra qualche gatto, o qualche cappello calabrese confitto sopra un manico di scopa, e dando così agio ai nostri d’appostarlo con maggior sicurezza.
Radetzki, nella sua relazione, attribuì l’efficacia della nostra difesa, non a questa cura nostra di fare il miglior uso delle poche forze, bensì alla perizia d’officiali stranieri!
Ma dopo il terzo giorno, dopo la presa di tanti edificii, nei quali il nemico aveva accumulato molte materie di difesa, quella penuria ebbe fine.
Le barricate intanto divenivano sempre più numerose; se ne contavano nella città da mille e settecento; e caricate assiduamente con sassi, potevano resistere anche al cannone. Intorno ad una, ch’era di fronte al Castello, ed era costrutta con lastre di granito legate con catene e ingombre di terra, si raccolsero settantadue palle.
Li allievi del Seminario barricarono coi loro letti il largo di Porta Orientale, sotto il più violento foco.
Attraversate alle vie si vedevano balle di merci, mobiglie, carrozze eleganti; v’erano mucchi di tegole sull’orlo dei tetti, mucchi di sassi ad ogni finestra; rotti in molti luoghi i ponti; sfondati i sotterranei canali. Presso la sera del terzo giorno, la bandiera tricolore fu inalberata sulla aguglia del Duomo da Luigi Torelli e Scipione Bagaggia.
Nella terza notte, anche il corpo che aveva espugnato il palazzo municipale, e contava parecchie centinaia di soldati, vedendosi stretto e tempestato d’ogni parte, si salvò vergognosamente a tutta corsa, trascinando stupidamente seco i bambini del Bellati e sua moglie, ch’era pur figlia del marchese Ragazzi, il più zelante tra i censori delle stampe; poco dipoi per effetto del crudele trattamento uno dei fanciulli morì.
I soldati facevano cose atroci; nelle case dei Fortis trucidarono undici persone inermi, rubando quanto v’era di stoffe e di denari; al cadavere d’un soldato si trovò in tasca una mano feminile adorna d’anelli; brani di corpi feminili si trovarono mal sepolti in castello; più d’una famiglia fu arsa viva; infilzati sulle baionette i bambini; nel ruolo dei morti si contarono più di cinquanta donne; essendo però vero che alcune di esse erano fra i combattenti, anzi combattevano audacemente.
Si udivano officiali ben nati aizzare a crudeltà il soldato, dandogli a credere bugiardamente che i cittadini facessero scempio dei prigionieri.
Tanto la condotta dei nostri nemici disonora la civiltà germanica quanto quella del nostro popolo onora la infelice Italia”.

Il

Carlo Bossoli, La ritirata degli Austriaci dal dazio di Porta Tosa, 1848
Carlo Bossoli, La ritirata degli Austriaci dal dazio di Porta Tosa, 1848
20 marzo, i Milanesi si rendono conto che il centro della città è stato abbandonato dagli Austriaci durante la notte; sulla guglia più alta del Duomo è issata la bandiera tricolore, e dal Castello il Radetzky vede sventolare l’odiato vessillo della libertà italiana.
Antonio Leoncini attacca proprio il Castello, gridando a coloro che lo sconsigliano: “Lasciate fare, le palle non ci toccano, portiamo in fronte il nome di Pio IX”.
Il lattivendolo Giovanni Meschia, dietro un camino sul tetto davanti al campanile di Sant’Eustorgio, uccide con 10 colpi altrettanti soldati austriaci. La sera porta un’eclisse totale di luna; “Anche la luna si è messa la coccarda” si scherza dalle barricate.
Alle 5 del 21 marzo il Maresciallo Austriaco manda un suo rappresentante per trattare una tregua d’armi, ma le trattative falliscono. I patrioti attaccano con decisione le ultime posizioni che sono rimaste al nemico nella città.
Una mischia furiosa si accende davanti alla caserma del Genio Militare, presidiata da un buon numero di soldati. Augusto Anfossi respinge un reparto di granatieri, prende un cannone, lo punta contro la porta sbarrata e poi si inerpica per piantare sul cornicione il tricolore; è colpito in fronte da una palla di moschetto.
Il ciabattino Pasquale Sottocorno, benché sciancato e per di più ferito, si avvicina al portone dell’edificio tra le fucilate austriache e vi sparge dell’acqua ragia; poi vi porta due fascine di legna alle quali velocemente appicca il fuoco, che in breve tempo si sparge per tutto l’edificio costringendo i 160 Austriaci alla resa. Non contento, corre a Porta Tosa, disperde ed uccide senza pietà chiunque porti l’insegna dell’aquila bicipite.
Quattro caserme cadono in mano ai Milanesi.
Immagine tratta da L'Arte (già Archivio storico dell'Arte) diretta da Adoldo Venturi e Domenico Gnoli Volume II, 1899Il 22 marzo gli insorti, ormai padroni di tutta la città, attaccano le porte, decisi a rompere l’assedio. A Porta Ticinese e a Porta Comasina (oggi Porta Garibaldi) gli assalitori vengono respinti, ma l’assalto a Porta Tosa viene preparato con estrema cura. Per distrarre l’attenzione del nemico, si finge dapprima di assalire Porta Romana.
Intanto sul corso di Porta Tosa si preparano le “trincee mobili”, cioè grosse fascine di legna che possono essere facilmente spinte in avanti a proteggere gli attaccanti. All’improvviso le trincee mobili vengono fatte avanzare mentre dai tetti delle case si spara sul nemico.
Gli Austriaci rispondono con cannonate e con un intenso fuoco di fucili.
“La spada del Maresciallo Radetzky, per 65 anni tinta nel sangue dei fratelli, è nelle nostre mani; sarà balocco dei nostri fanciulli” promette il Governo Provvisorio.
Si combatte con furore. Andrea Cazzanini spara da indiavolato e muore benedicendo Dio per la vittoria.
I Milanesi riescono a far indietreggiare i nemici fino alla Porta e, verso sera, i più arditi, trascinati da Luciano Manara e dai fratelli Enrico ed Emilio Dandolo, sferrano l’attacco decisivo.
Paolo Pirovano, un falegname di 17 anni, è il primo a lanciarsi all’assalto. Un ragazzo a cavalcioni sulla barricata provoca ed insulta i Croati, un altro coglie le palle dei cannoni nemici e le rigetta ironico e beffardo perché imparino a lanciarle meglio.
Porta Tosa cade nelle mani degli Italiani e l’assedio è rotto. Da allora si chiamerà Porta Vittoria. Poco dopo anche Porta Comasina viene occupata.
Già si prepara per il giorno seguente l’attacco decisivo al Castello, ma ormai il Maresciallo Radetzky, temendo di vedersi ogni via di fuga chiusa dagli insorti della campagna, si ritira verso il Mincio, nel formidabile Quadrilatero (le fortezze di Mantova, Peschiera, Verona e Legnago).
Nella notte tra il 22 e il 23 marzo l’esercito austriaco abbandona Milano agli insorti.
Alle due dopo la mezzanotte il cannone tace, mentre si accendono fuochi di gioia e si elevano canti di vittoria.
La prima ad intonarli è la ventiquattrenne Luigia Battistotti Sassi, che per tutte le Cinque Giornate ha combattuto senza sosta, uccidendo Croati e cacciatori tedechi a colpi di carabina, strappando le armi di mano ai soldati, inseguendo i nemici fin oltre i bastioni.
Un morente ha scritto col proprio sangue sulla parete di una casa: “Coraggio fratelli, sangue di martiri Iddio compenserà, in terra resterà la corona del trionfo. Viva l’Italia”.
I Milanesi, civili male armati e con poca o nessuna preparazione militare, hanno vinto; gli Austriaci, soldati addestrati alla guerra e ad una dura disciplina militare, con artiglierie, armi moderne ed abbondanza di munizioni, hanno perso.
Secondo le stime ufficiali, 409 Milanesi (disoccupati, artigiani, operai, negozianti, impiegati...) e circa 1.000 Autriaci bagnano col loro sangue le vie di Milano.

Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?