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Il Diavoletto, Anno XIII, N. 133, 8 giugno 1860.
III
Una lotta sanguinosa, tremenda si combatte a Palermo, indeciso da qual parte piegherà la fortuna - ché se la Sicilia fosse perduta, noi dovremmo aspettarci una guerra ancor più accanita al di qua del faro. Al Piemonte, in nome del quale e del suo re si combatte una tal pugna, e già proclamata l'annessione da parte degli insorti di quell'isola sulla quale altra fiata i Borboni di Napoli trovarono la loro salvezza; e al Piemonte ormai toccherà dichiararsi, che il più oltre attendere sarebbe per quel governo impossibile; o esso accetta il fatto di Garibaldi - e lo sostiene, e allora è inevitabile la guerra generale; o declina la responsabilità dell'ardita spedizione, il che, stando le cose come sono è quasi impossibile, e la rivoluzione prenderà il sul posto per proclamare traditore l'idolo del ieri.
Napoleone ritira i suoi reggimenti dal Piemonte, e proclama volersi tenere amico de' suoi alleati, di questi tenta aquietare i dubbii protestando non volere ingrandimenti.
Ma le sue parole smentiscono i fatti, e la propaganda francese che si distende, d'intorno a Genova e nella montuosa ed abbandonata Sardegna, è prova che il sistema della rivendicazione non è abbandonato.
Napoleone guarda all'Europa, e nel suo occhio brilla la compiacenza, dacché la vede pronta ai suoi voleri - esso l'ha ammaliata, ne magnetizzò per così dire i popoli col prisma d'una parola, i Re, dividendo le loro forze.
La vita di Napoleone III, nato col genio del dominio, ci rappresenta a meraviglia il principio incarnato del fatalismo. Quell'uomo che guarda alla sua stella, né impallidisce se la vede oscurarsi, né s'abbandona alla gioia se la vede brillare di luce superba, quell'uomo che studia ognora le mosse da lunga mano preparate nel segreto del suo incontrastabile genio politico, tiene in sua mano i destini d'Europa. Il piano ch'esso muta all'opera nei particolari, ma non abbandona giammai nell'essenza, è sempre lo stesso, e di tutto si serve e di tutti, delle passioni più nobili, come delle più ree, suscita la discordia, onde poscia farsi potente della nuova amicizia, e lega al suo carro i deboli e fa balenare dinnanzi alle spente nazioni il prisma della resurrezione... e tutto, tutto ad un sol fine.... il quale egli solo il legge nella sua stella che guarda fidente, e credo lo scorga alla meta, a quella meta che il primo Napoleone non potè raggiungere.
L'Inghilterra rode il freno, e passa dall'ira alle blandizie, e come il malato, or sull'un fianco si posa or sull'altro, senza trovar, pace, tanto la travaglia la febbre che le ha cacciata nei polsi l'amicizia del potente vicino.
E sostiene quindi ciò che l'amico abbatte, e trema al pensiero che la Russia sia legata a Napoleone ed abbia segnati patti a' suoi danni, e pel futuro seppellimento della Turchia.
IV.
D'Italia troppe e troppe amare cose dovremmo ripetere: ché nessuna delle sue terre è felice per quanto d'alcuno si vantino le gioie. Tutto è in forse anche nello stesso Piemonte che presto giuocherà l'ultima sua carta - spintovi dalla rivoluzione alla quale esso s'è infeudato - e stretto fra questa e il vassalaggio francese esso ha perduta la sua libertà.
Il conte di Cavour a forza dovette confessare nella seduta del 29 maggio alle Camere, che votavano in questo giorno la cessione di Nizza e Savoia, che la Francia non aveva guarentito al Piemonte il possesso dell'Italia centrale e nell'ira per la strappatagli confessione una più rimarcabile ne faceva, che cioè il Piemonte vuol essere libero d'agire come le parrà del caso contro l'Austria.
È evidente che il ministro si prepara ad una nuova lotta contro di questa.
Nella parola del ministro v'è il programma del suo governo - il Piemonte vuole tutto o niente, giuocare cioè la propria esistenza in una partita la cui posta è il possesso d'Italia o la sua caduta.
Questo programma è vasto, tanto vasto che sulla scena il conte di Cavour potrebbe trovare personaggi che non figurano ora nel medesimo, e che esso vedrebbe di mal occhio; tuttochè alleati ed amici, prendere parte alla rappresentazione.
V.
Sì - i popoli dell'Italia centrale si dice ch'hanno votato per essere uniti al Piemonte - ma altri ancora votarono per esserne staccati - e Guerrazzi nel suo discorso contro il trattato che cede alla Francia parte d'Italia, parlò ben tremende verità in proposito - ed una di queste colpisce per la evidenza stessa che in essa contiensi.
“Io delle conseguenze del voto di Nizza, egli disse, vo toccarne una sola, che mi sembra averne a uscire immediata. Come le provincie di nuovo annesse non penseranno? Onde avviene mai, che popoli da noi tenuti avventurosi di formare parte della monarchia piemontese, comeché felicitati dalla libertà, congiunti con vincoli sì vetusti di sangue, di patria e di benemerenza appena ebbero campo di manifestare la loro volontà precipitarono piuttostoché si affrettassero a separarsi da lui?
Ne ignoriamo le cause, ma se delle nostre sorti future, noi cittadini delle nuove provincie annesse, cominciassimo ad occuparci con inquietudine..... protesto che questo non sarebbe nostro torto, e basta: intelligenti pauca.
Sì - furono chiamati i popoli a votare e formare si dice la nazione - ma questi popoli che oggi si dànno a chi ebbe i mezzi di condurli, domani voteranno per altri, e crederanno d'averne il diritto, perchè voi moderni politici gliel avete detto, per altri che non saranno né conservativi puri né impuri, né costituzionali né nazionali, ma repubblicani, o terroristi.
L'arma che avete messa nelle mani al popolo oggi, domani potrà volgerla contro di voi... basta che nuovi arditi e fortunati si trovino nelle condizioni in cui voi vi poneste ieri; il popolo è di chi sa condurlo, la storia, non voi, ne lo insegna; e le passioni e la natura di quegli uomini le cui ceneri riposano in braccio ai secoli, sono ora le stesse di coloro che vivono e gridano oggi: viva Vittorio Emanuele.
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Il Diavoletto, Anno XIII, N. 151, 30 giugno 1860.
Ma se in noi è tuttavia fermo il convincimento che l'Europa cammina verso ad una grande crisi, e che si preparano eventi, sconosciuti è vero, ma attesi come inevitabili, talchè le grandi potenze, mentre la parola di pace va ripetendosi qua e là, pur non tralasciano gli apprestamenti militari; se noi abbiamo un tale convincimento, non per questo ci vien meno l'obbligo di segnalare ai nostri lettori tutte quelle circostanze e quei fatti che vengono notati come indizi di un possibile assestamento delle questioni politiche che formano il nodo delle attuali complicazioni.
Sarà, a modo di dire, il rovescio della medaglia di quel pessimismo da cui siamo invasi, che oggi presenteremo ai nostri lettori; sarà una via fiorita di rose sulla quale noi li condurremo, nascondendo al loro sguardo le spine, onde possano godere intero il quadro gradito dell'ottimismo di cui va in cerca il mondo commerciale, e nel suo interesse non sappiamo dargli torto.
A tutto ciò potrebbesi opporre una miriade d'argomenti negativi; fatti che tolgono l'illusione che si accarezza con tanto piacere, ma queste sarebbero le spine che noi abbiamo promesso di nascondere per oggi ai nostri lettori, e quindi continueremo il cammino poggiando sui fiori delle care speranze.
E fra queste alcuni si lasciano trasportare fino a credere realizzabile ancora l'italiana Confederazione, nata morta coi patti di Villafranca, strozzata nel parto dal non intervento.
Napoleone non ha riconosciuto l'annessione della Toscana - e quindi ecco una novella ragione per credere che il Piemonte, non essendo più sicuro dell'appoggio della Francia nei suoi progetti d'assorbimento di tutta Italia, sarà costretto a contenersi ne' suoi confini, in quei confini cioè che piacerà al magnanimo alleato di tracciargli, pena l'abbandono, che sarebbe la sua distruzione.
Il Santo Padre, imitando Francesco II di Napoli, si dice ancora, scongiurerebbe il pericolo d'una rivoluzione, allontanando da sé il pretesto d'una invasione. Così il Governo borbonico, Roma, e il re Vittorio Emanuele potrebbero formare un tutto che costituirebbe la vera pace d'Italia; il Veneto entrando quarto nel concerto con una propria autonomia, come la Toscana alla quale fu promessa vita indipendente da Napoleone III, assicurerebbe un quieto avvenire alla penisola.
Quanto siamo però lontani da questo poetico sogno, ce lo dicano i positivi lettori che seguendo la politica non col cuore o colle proprie speranze, la guardano al lume della storia e dei fatti - e colla inesorabile ragione che emana da questi.
Noi abbiamo accennato a quanto si dice e si spera; abbiamo tracciata la situazione guardandola dal lato che la veggono gli ottimisti.
Al tempo toccherà profferire chi vide meglio nell'avvenire, se questi o i pessimisti pei quali è supremo argomento il fatto dello armarsi a furia delle potenze, il sordo movimento che minaccia l'Oriente, preda disputata, la rivoluzione che alza le sue cento teste ad imporre la sua volontà, e che fa sentire la sua voce pronta a ribellarsi a chi l'ha dominata fino a ieri quando i padroni non ne abbiano a seguire funesti comandi.
La Sicilia può essere l'ultima stazione della grande lotta fra il diritto e la rivoluzione, o può essere il principio d'una conflagrazione generale; d'intorno ad essa e per essa l'Europa può essere divisa in due grandi campi ove vengano a schierarsi i campioni dei due principii - chi scenderà in essi per il diritto, chi per la rivoluzione?
E appunto questa tremenda soluzione che tutti, popoli e re paventano, ed è questa che tiene sospesa l'inevitabile lotta verso la quale ci incamminiamo. L'urto sarebbe orribile, poichè per ambe le parti si tratta di essere e non essere, di vita e di morte.
