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Rep.15.05.99
La scuola dell’azionismo
di Giorgio Bocca
"In tutte le cose della vita bisogna metterci l'anima. Io l'ho sempre fatto e continuerò a farlo".


Ci si chiede perché nelle ultime settimane questo sistema politico cresciuto nella difesa della sua impunità, dunque anche dei ladri e ladroni e mediocri e servitori, questo ceto che era solito praticare una selezione alla rovescia premiando i mediocri e proteggendo i disonesti, abbia improvvisamente fatto due scelte virtuose: quella di Romano Prodi alla presidenza della Commissione europea e quella di Ciampi alla Presidenza della Repubblica. Forse la caduta del Muro di Berlino in uno dei suoi cento effetti è arrivata anche nei nostri palazzi, forse anche nei nostri partiti si è capito che non siamo più una marca di confine contro il "regno del demonio" a cui tutto viene perdonato, forse anche da noi si è capito che il mondo sta cambiando, che siamo entrati nell'Europa, soggetti alle comparazioni e alle critiche dell'Europa, che non possiamo più permetterci di nominare a rappresentarci dei fedeli e magari zotici servitori di un partito, che anche per noi è arrivata l'ora di selezionare i migliori.
Carlo Azeglio Ciampi non è, Dio ce ne guardi, un uomo della provvidenza, non risponderà alle nostre domande di assoluto, alle nostre speranze di paradisi in terra, però sarà sicuramente, anche da presidente, una persona perbene. E che si può volere di più?
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La Politica cieca al bisogno di nuovo
di Guido Carandini Rep. 021199
Ma perché non ce ne importa niente? Siamo forse diventati qualunquisti noi cittadini insofferenti (attenzione: anche di sinistra), oppure "qualunque" è diventata la politica italiana nel senso che non ha più capo né coda, né direzione, né qualità? Non è forse questo un nodo serio da analizzare invece dei finti dissapori che rivelano un plateale disinteresse per i problemi reali del paese? Perché una politica fatta così non porta proprio da nessuna parte, né a destra né a sinistra, ma solo indietro rispetto agli altri paesi dell'Unione Europea attivamente impegnati, con le sinistre al governo, a innovare quasi tutto.
Ognuno di noi che si dichiari insofferente dell'attuale confusione politica ha fatto parte, un tempo, del vecchio mondo comunista o fascista, socialista o cattolico o liberale, poco importa. Ma restare aggrappati a quel tempo e trattarlo come attuale invece che come un passato remoto, significa illudersi o fingere di vivere ancora in una realtà scomparsa. Forse non più quella delle ideologie estreme, del Piano contrapposto al Mercato, ma neppure la realtà della socialdemocrazia opposta al liberismo sfrenato.

Tanto per cominciare la politica non è mai stata così ancella dell'economia come oggi, così "sovrastruttura" subalterna alle superpotenze finanziarie, industriali e commerciali (che Marx sia avanti a noi e non dietro?). Le hanno tagliato le ali dei voli ideologici lo sviluppo scientifico (dunque culturale) e le innovazioni tecnologiche. Non le "rivoluzioni" politiche ma l'elettronica, la chimica o la biologia, che stanno unificando il mondo con rapidità inaudita, hanno trasformato l'economia a tal punto da farle sottomettere la politica, mutandola da fine a mezzo.
Quando la politica si è opposta a questo cambiamento epocale è stata sonoramente sconfitta (come nei regimi comunisti). Quando oppone resistenza, delle due l'una: o si impantana nella corruzione e nella tirannide o si immiserisce nelle risse personali.

Infatti oggi sono i gruppi sociali che una volta erano tipicamente deboli e quindi meritevoli di assistenza, a essere relativamente i più forti. Sono quelli cioè degli occupati sindacalmente protetti, degli impiegati pubblici, dei titolari di pensione. 
Proprio da questo rovesciamento di prospettiva rispetto ai gruppi da tutelare stanno traendo ispirazione le sinistre europee che, concentrandosi su questi nuovi soggetti collettivi, guadagnano voti mentre la nostra rimane abbarbicata alla difesa corporativa dei diritti acquisiti, e quindi perde consensi.
L'attuale governo è pericolosamente in bilico fra il vecchio e il nuovo: tra il conservatorismo sindacale (operaio e padronale) e la nuova domanda di regole che rendano più liberi ed efficienti i rapporti dei cittadini con le strutture dell'amministrazione pubblica e delle imprese. D'Alema in verità esprime personalmente quella tendenza europea al nuovo stile della sinistra, a fare della politica una buona amministrazione del presente piuttosto che una mediocre gestione del passato. Se ondeggia è perché è condizionato dalla corte dei miracoli che lo circonda.
Provi allora, mi consenta il suggerimento, a rivolgersi direttamente a quei nuovi interessi collettivi che l'economia globale ha portato alla ribalta. Quando avrà dato spazio nei programmi di governo alle richieste dei giovani, dei consumatori, dei piccoli imprenditori e degli emarginati, la novità e la forza delle loro voci sommergerà il brusio dei politici sopravvissuti al diluvio della modernità. E forse allora si faranno anche le riforme e la stabilità dei governi sarà imposta da esigenze reali di continuità nell'attuazione dei programmi approvati dagli elettori.
Se l'attuale maggioranza non si renderà direttamente interprete del bisogno di nuovo - e del fastidio del vecchio - che sorge dalla società italiana, allora sarà inevitabile che la destra vinca. Purtroppo sarà una destra vecchia anch'essa, intrisa di populismo, che in Italia significa rifiuto delle regole, trasgressione continuata degli obblighi di legge, insofferenza di ogni forma di autodisciplina. E quindi si perpetuerebbe il nostro allontanamento dalle forme avanzate della convivenza civile.
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Quella che segue è la trascrizione di un intervento pronunciato da Leo Valiani il 2 ottobre 1992, nel corso di un forum organizzato per il cinquantesimo anniversario del Partito d’Azione. Si tratta di un testo molto interessante, sia per le osservazioni che contiene sulla vicenda del PdA, sia per i giudizi dell’autore su quel momento di grave crisi della democrazia italiana, caratterizzato da Tangentopoli, dalle stragi di mafia e dal crollo della lira. La versione integrale del dibattito è contenuta nel libro La Lezione dell’intransigenza, curato da Antonio Carioti e pubblicato dalle Edizioni Acropoli di Roma nel 1992.
La democrazia vive se sa farsi Stato
Leo Valiani
da Caffè Europa 1999
Passo subito però alla prima questione, il bilancio della storiografia.
Sul Partito d’Azione si è scritto molto: naturalmente un partito d’intellettuali suscita molte riflessioni e anche ricordi di intellettuali. E’ tutta buona storiografia. Però, se potessi fare una osservazione, che vale anche per l’ottimo libro del professor De Luna, occorre guardare con più attenzione i fatti particolari e non fidarsi dei ricordi personali. Ci sono gli archivi, ci sono le persone: occorre andare a verificare tutto con quello scrupolo filologico estremo che a volte è mancato. Sono tutte cose giuste quelle che sono state dette del Partito d’Azione, ma sono stati commessi un’infinità di piccoli errori di fatto.
Nel Partito d’Azione questo difetto era affiancato da due elementi negativi: uno, senz’altro negativo, era l’eccesso di personalismo. “O io o lui”: così abbiamo vissuto le lotte interne nel Partito d’Azione e in tutti gli altri movimenti che ho conosciuto. Invece in un partito di massa c’è spazio per tutti. Quindi non occorre dire “o io o lui”, perché ci stiamo tutti e due. L’altro invece non è un elemento negativo, ma agì negativamente nel Partito d’Azione. Era il nostro vanto, il nostro orgoglio, ma giocava contro di noi: l’estremo antifascismo.
Sono personalmente uno dei quattro (gli altri furono Pertini, Longo e Sereni) che hanno deciso la fucilazione senza processo di Mussolini.
Vedo che adesso c’è un certo signor Gobbi che ce lo rimprovera: dice che dovevamo fargli un processo regolare. Ma questa è ignoranza dei fatti, perché il processo non potevamo farglielo: se si fosse arreso, avremmo dovuto consegnarlo agli americani che ce lo chiedevano. Proprio perché lo chiedevano e lui non si era arreso, se non vestito da soldato tedesco, lo abbiamo fatto fucilare senza processo. Naturalmente se si fosse arreso il 25 aprile in arcivescovado, lo avremmo consegnato proprio agli americani.
Una cosa però è fucilare Mussolini senza processo, e un’altra cosa, invece, l’atteggiamento verso la maggioranza fascista del paese. Si, la maggioranza del paese era fascista, anche se naturalmente il 25 aprile erano tutti antifascisti. Vi cito un esempio. A Milano nella settimana dopo l’insurrezione 52 mila persone avevano la tessera del Partito d’Azione, ma l’avevano richiesta perché pensavano che con quella tessera sanavano il loro passato fascista. Quando hanno visto che noi eravamo antifascisti, ci hanno voltato le spalle. Qualche tempo dopo a casa mia capita Vittorio Valletta, che mi dice: “Voglio fare un giornale con lei”. Neanche sapeva chi fossi, ma aveva visto sull’Italia Libera (il giornale del PdA) che figuravo come direttore. Insomma, Valletta voleva fare un quotidiano col Partito d’Azione, naturalmente per essere disepurato. Chiedemmo a Sandro Galante Garrone, che ci rappresentava nella commissione di epurazione di Torino, e lui rispose: “Assolutamente no, Valletta non può essere disepurato”. Invece Valletta, contro l’opinione del Partito d’Azione, fu disepurato.
Insomma, la maggioranza ex fascista del paese ci trovò troppo intransigenti. E non potevamo far niente: anche se avessimo disepurato Valletta, rimaneva che tutta la massa degli ex fascisti ci considerava come il partito dell’epurazione. E lo eravamo. Eravamo il partito che aveva più violentemente contestato Togliatti, quando entrò nel governo Badoglio; eravamo repubblicani, intransigenti anche verso la monarchia; eravamo laici, quindi la Chiesa ci vedeva come il fumo negli occhi. Non avevamo spazio, non c’era ancora una massa antifascista, laica e repubblicana in Italia, all’infuori delle masse che seguivano già il Partito comunista e il Partito socialista.
Non si inventano i ceti sociali che seguono un partito. Se ci sono, ci sono. In prospettiva, evidentemente, l’opinione di Ugo La Malfa era valida. Comunisti e socialisti - lui pensava - organizzano già la classe operaia, noi dobbiamo guardare ai ceti intermedi. Però noi non li rappresentavamo. Una volta Pajetta disse a Parri: “Voi dovete cercare voti fra i bottegai e gli artigiani”. E Parri rispose: “Ma che discorso sono in grado di fare io ai bottegai?”. Certo non era la persona più indicata, Parri, per acquisire i voti dei bottegai, però la maggioranza di quelli che non erano operai e di quelli che non erano capitalisti in Italia erano, in un modo o nell’altro, bottegai, espressione appunto di quell’economia di mercato nella quale l’Italia si trova da secoli. In fondo è nata in questo paese, l’economia di mercato.
Garosci e io a Parigi avevamo visto tutti questi difetti, perché conoscevamo i vecchi partiti, e speravamo che Giustizia e Libertà avesse una maggiore diffusione. Ma i vecchi partiti erano quelli che erano e hanno dato i frutti che potevano dare: governi deboli, assemblee impotenti, molta attenzione agli interessi particolari e nessun senso della democrazia, che poi è il senso dello Stato. In realtà la democrazia funziona se c’è uno Stato, se sa farsi Stato. Invece, dopo il crollo del regime fascista, la democrazia non si è fatta Stato e lo Stato non si è fatto democratico. In queste due parole c’è a mio avviso la spiegazione di 47 anni di storia. Né la Democrazia cristiana, né il Partito comunista, né il Partito socialista, neppure il Partito liberale erano in grado di creare qualche cosa di valido in Italia. Abbiamo avuto 47 anni di ricchezza, perché inseriti nell’economia di mercato internazionale e perché gli italiani lavoravano e risparmiavano. La politica non ha mai funzionato: neppure con De Gasperi, che era di gran lunga quello che aveva più buon senso. Tanto meno funziona adesso.
Che cosa fare? A mio avviso, attualmente, occorre difendere questa democrazia zoppa, zoppa di tutti e due i piedi, non con un solo piede come la democrazia prefascista di cui parlava Salvemini. Non funzionava quella democrazia prefascista e non ha funzionato neanche questa, che adesso sta per tirare le cuoia. Però dobbiamo difenderla, perché se no arriva una dittatura peggiore di quella di Mussolini. Almeno Mussolini aveva un’esperienza politica acquisita come capo del Partito socialista, poi come direttore di un grande quotidiano. Malgrado tutti i loro difetti, quegli uomini che lui cacciò via, ma dai quali imparò a fare politica, venivano ancora dal Risorgimento. Adesso si vede solo il vuoto, dopo la fine di questa democrazia, e quindi è doveroso difenderla con qualsiasi mezzo che si dimostri necessario a questo scopo. Io non sono per l’indulgenza, non sono per la permissività.
Come difendere la democrazia si vedrà.
In queste condizioni certamente una forza come il Partito d’Azione ritroverebbe una sua funzione, ma ogni previsione rischia di essere smentita. Occorre ricostituire una comunità ideale fra quelli che operano in diversi partiti. Io sono rimasto senza tessera, ma faccio parte del gruppo parlamentare repubblicano. Paolo Vittorelli fa parte, credo almeno, del Partito socialista: un partito che, come già nel primo dopoguerra, si può attualmente considerare, proprio per la sua forza passata, l’indice dello sfacelo odierno. Insomma, vediamo cosa si può fare insieme per difendere questa democrazia ancora larghissima ma già cadaverica, al cui destino siamo personalmente legati.Probabilmente occorre un governo di salute pubblica, ma temo che non ci sarà niente del genere, perché naturalmente nessuno oserà costituirlo se non quando sarà troppo tardi. E’ come nel primo dopoguerra: Giolitti e Nitti avrebbero dovuto mettersi d’accordo per difendere lo Stato liberale, ma si odiavano reciprocamente come accade ai politici di oggi.
E Mussolini vinse senza dover combattere, se non localmente con le singole Camere del Lavoro o con singoli personaggi come Giovanni Amendola, che certamente fu il migliore di gran lunga di quel ceto politico liberaldemocratico. Quindi noi, che abbiamo consapevolezza della gravità della situazione, cerchiamo di restare uniti e di batterci quando tornerà l’occasione di difendere la democrazia. Vorrei aggiungere solo che tutti questi scioperi affrettano la fine della democrazia: come spesso accade, la classe operaia viene chiamata dai suoi capi incapaci e ottusi a combattere contro se stessa.
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Il paese di sabbia
di Michele Serra Rep 161199
I telegiornali sono carichi di polvere, la polvere soffocante e appiccicosa che sprigiona dai crolli e dalle demolizioni. Quella tragica del condominio di Foggia, che l'ingiusto processo del tempo ha sgretolato senza dare la parola alla difesa, e quella pur sempre desolante di Palermo, di Catania e prossimamente di Agrigento, dove le ruspe spianano, senza poter troppo distinguere, l'arroganza dei prepotenti e la sventatezza degli incauti. Sono quasi sempre case brutte, ma sono case. Nelle quali si è vissuto, e qualcuno ci è entrato in una culla, qualcuno ne è uscito in una bara. Vederle in macerie spiana la vista, in molti casi, a un paesaggio migliore. Ma schiude la memoria, anche, a un passato dimenticato eppure prossimo, quello del primo grande Boom italiano, dai primi Sessanta fino a metà dei Settanta. Quando, scriveva Calvino, "gli edifizi nuovi facevano a chi monta sulle spalle dell'altro", e al Nord le seconde case, al Sud le prime, crescevano come l'erba, nutrite più dall'assenza di piani regolatori che dalla presenza del cemento armato, risparmiando sul quale si poteva spremere qualche milione in più da ogni lotto conquistato al mattone.
In certe disperate difese odierne dell'abusivismo di massa di quegli anni, furberia politica a parte, echeggia anche l'indifendibile ma rispettabile memoria di una fatica titanica. Fu, quella, la nostra Lunga Marcia: le rimesse degli emigrati, i risparmi degli operai, il sogno popolare di una "casa moderna", anonima ma funzionale, invece degli antichi rustici e tuguri che poi i professionisti di città e i turisti avrebbero recuperato, ma all'Italia ex-contadina parevano soltanto la faccia impietrita della miseria. Di contro l'entusiasmo degli ambientalisti, che affiancano le ruspe increduli di avercela fatta, racconta la frustrazione di mille battaglie perdute, di cento campagne inascoltate. Come certi giudici inquirenti, che per una vita si sono visti avocare i processi e insabbiare le inchieste, per gli ambientalisti italiani comincia adesso, nell'ora tanto attesa del "via libera", la difficile ricerca della giusta misura tra legalità da ripristinare e vendetta da consumare a suon di mazzapicchio.

Se non è un alibi, e non lo è, la fretta è però una spiegazione. Una verificabile, ragionevole spiegazione dei nostri sconquassi, del forzato bluff che fu da noi "il moderno", della debolezza strutturale che ci fa percepire noi stessi, ancora adesso, come un paese povero abitato da ricchi. Come un paese che ha condotto in porto, negli ultimi cinquant'anni, soprattutto una laboriosa finzione. Che è meno solido di quanto appaia quando si contano i suoi infiniti muri, tirati su senza troppe domande su come e quanto avrebbero retto.
Eppure l'Italia fisica non appassiona quanto l'Italia ideologica. Come se per esempio la Dc, premurosa levatrice del benessere da un lato, complice della faciloneria e dell'illegalità dall'altro, non fosse perfettamente descritta, nel bene e nel male, dall'attuale paesaggio italiano, così ricco di intonaci scrostati, di pilastri pericolanti, di ricchezze per metà legittimate dal lavoro, per l'altra metà gonfiate a dismisura dall'evasione fiscale, dall'elusione delle leggi, dall'ignoranza delle regole. Come se il nostro sviluppo, lo stesso che vediamo smottare a ogni piena, tremare a ogni seria ricognizione delle autorità, non fosse così tragicamente svelato, in tutta la sua disarmonica abnormità, da queste giornate di fango e macerie, di polvere che mozza il respiro, di bare allungate sotto un capannone.
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Le due facce contrapposte della società civile d'oggi
CdS 140999

L'espressione “società civile” ha una lunga storia. Risale ad August Ludwig von Schlözer (1794), ma le interpretazioni, da Hegel a Marx a Gramsci, divergono, anche se il significato riguarda sempre la sfera dei rapporti sociali distinta dalla sfera dei rapporti politici. Ha ricordato in un suo scritto Norberto Bobbio che una società diventa tanto più ingovernabile quanto più aumentano le domande della società civile e non aumenta la capacità delle istituzioni di rispondervi.
Ma in quegli anni Ottanta la discussione non verte sull'interpretazione culturale del concetto di società civile. E’ assai più empirica, coinvolge da un lato la volontà di rendere limpida la vita pubblica, dall'altro la difesa di corposi interessi. Anche se resta spesso irrisolta la disputa sulle qualità della società civile che non è l'antitesi onesta della società politica disonesta. L'una e l'altra sono mescolanze difficilmente quantificabili.
Tutti, in quegli anni, sanno tutto ciò che succede, come nella Russia di Eltsin. La corruzione è generalizzata, esistono anche le tabelle delle tangenti. Ma pochi parlano. La caduta del Muro di Berlino fa come da spartiacque nella storia della Repubblica e permette ai magistrati di aprire indagini poco prima neppure immaginabili in materia di mafia e di corruzione politica. Quel tempo sospeso, tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta assomiglia a un limbo che esploderà nel 1992 con l'inchiesta Mani pulite.
Poi, nel 1994, “scende in campo” Berlusconi. Il suo era ed è un movimento antipartito che vince anche in odio alla politica. Forza Italia appartiene teoricamente alla società civile anche se per il nuovo movimento non contano le idee portanti di giustizia sociale e civile. Il gran parlare di libertà è astratto. Le regole sono inciampi, i magistrati acerrimi nemici.
L'opposizione progressista, che non ha tratto vantaggi dalla campagna moralizzatrice, attribuisce le ragioni della sconfitta all'attacco frontale fatto a Berlusconi durante la campagna elettorale. A piccoli passi, per porre rimedio, per conquistare gli elettori di centro, si adegua, si omologa, quasi. Spesso i comportamenti del centro-sinistra, anche quando vince le elezioni del 1996, non risultano diversi da quelli del centro-destra.
La politica riprende rapidamente in mano le redini. Il suo primato ridiventa indiscusso. Il principio di legalità, la lotta contro la mafia, il risanamento civile finiscono in coda nell'agenda di quel che si deve fare. La questione morale non esiste più. Un pericolo pubblico. In Parlamento e negli Enti locali i progressisti che appartengono alla società civile vengono accantonati, emarginati. Sembra che non servano i loro saperi e le loro capacità professionali. Prevalgono di nuovo i personaggini dell'ubbidienza di partito, secondo i vecchi riti.
E la società civile? Ha due facce. L'erede degli anni Ottanta, minoritaria e sotterranea, vorrebbe operare in nome degli interessi collettivi e lo fa nel volontariato e nell'elaborazione di nuove forme di rappresentanza politica. La società civile vincente sembra per ora l'altra, quella di tutte le deregolamentazioni, che disprezza i principi e pensa soltanto a tutelare i propri interessi privati.
Il bilancio? La separazione tra politica e uomini in carne e ossa è sempre più profonda. Il Paese reale è un'entità sconosciuta. Nel corpo della sinistra (lo si vede dall'astensionismo elettorale) serpeggia la delusione alimentata soprattutto dalla politica delle tattiche. E dalla mancanza di passione.
