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Gaetano Salvemini
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Rep.15.05.99
La scuola dell’azionismo
di Giorgio Bocca

"In tutte le cose della vita bisogna metterci l'anima. Io l'ho sempre fatto e continuerò a farlo".

I guerra mondiale
I guerra mondiale
La prima dichiarazione pubblica di Carlo Azeglio Ciampi, nuovo presidente della Repubblica, forse fa capire agli italiani che cosa si debba intendere per retaggio azionista o liberal socialista: non una scuola di potere, che fu fallimentare, e neppure di politica, che fu quasi incomprensibile nell'età dei grandi poteri economici e militari. Al confronto era politico molto più abile e realistico il Giovanni Giolitti che diceva "ho trovato un paese gobbo e gli ho fatto un abito da gobbo". E così Togliatti e De Gasperi padri della patria "gobba". No, l'azionismo e prima di lui tutti i filoni risorgimentali, mazziniani, garibaldini, gobettiani della rivoluzione democratica sono stati una scuola di carattere, una scuola negletta e disprezzata dall'Italia clericale e del "Francia o Spagna purché si magna". Il miracolo laico dell'elezione di Ciampi, per noi di Giustizia e Libertà, è che dopo mezzo secolo di politica machiavellica o retorica sia tornato alla Presidenza della Repubblica un "fesso" come Togliatti chiamava Ferruccio Parri, uno che non si vergogna a dire "in tutte le cose della vita bisogna metterci l'anima. Io l'ho sempre fatto e continuerò a farlo". I cronisti dell'elezione presidenziale raccontano che all'annuncio dell'elezione avvenuta, ci fu come una esplosione di gioia, come una liberazione che accomunava tutti i rappresentanti di un ceto politico che ancor di recente ha protetto, a ogni costo, i suoi corrotti pur di non perdere il potere che viene dalla impunità. Anche i 185 franchi tiratori che avevano sfogato la loro inimicizia caratteriale per Ciampi al punto di preferirgli il "grande uomo di Stato" Andreotti che aveva pubblicamente definito il banchiere mafioso Sindona come "il salvatore della lira", anche loro arrivati alla fine o alla miracolosa deroga dal privilegio non confessabile applaudivano la "buona azione". Non la scelta provvidenziale di un demiurgo capace di salvare il paese dalle tempeste del secolo che muore e di quello imprevedibile che seguirà, ma semplicemente la scelta della decenza, della buona educazione, del rispetto per la cosa pubblica, della resistenza a quella "immoralità di massa" che negli ultimi anni sembrava una tendenza inarrestabile della nostra società. Dire che cosa sia oggi la sinistra è un'impresa ideologicamente ardua, forse impossibile. Ma dire che la sinistra deve essere capace e promotrice, anche oggi, di buone azioni è lecito e ragionevole.
I guerra mondiale
I guerra mondiale
L'elezione di Carlo Azeglio Ciampi è stata anche un'operazione politica opportuna, che non vuol dire una cattiva operazione. Il ceto politico ha dato prova con questa scelta di essere ancora capace di reazioni salutari e la reattività è una prova decisiva per la sopravvivenza. Ha capito, vogliamo dire, di essere arrivato all'ultima spiaggia come dimostravano le diserzioni in massa dalle recenti elezioni, il calo degli iscritti, la crescita del volontariato e di altre forme politiche fuori dai partiti; ha capito che il consenso - che è il fondamento vero della democrazia, non sostituibile da ingegnerie istituzionali - stava esaurendosi. Gli unici a non averlo capito in tempo sembravano gli eredi dei dorotei fino all'ultimo schierati in difesa di un diritto democristiano alla Presidenza della Repubblica, anch'essi però alla fine arresi "alla buona azione".
Ci si chiede perché nelle ultime settimane questo sistema politico cresciuto nella difesa della sua impunità, dunque anche dei ladri e ladroni e mediocri e servitori, questo ceto che era solito praticare una selezione alla rovescia premiando i mediocri e proteggendo i disonesti, abbia improvvisamente fatto due scelte virtuose: quella di Romano Prodi alla presidenza della Commissione europea e quella di Ciampi alla Presidenza della Repubblica. Forse la caduta del Muro di Berlino in uno dei suoi cento effetti è arrivata anche nei nostri palazzi, forse anche nei nostri partiti si è capito che non siamo più una marca di confine contro il "regno del demonio" a cui tutto viene perdonato, forse anche da noi si è capito che il mondo sta cambiando, che siamo entrati nell'Europa, soggetti alle comparazioni e alle critiche dell'Europa, che non possiamo più permetterci di nominare a rappresentarci dei fedeli e magari zotici servitori di un partito, che anche per noi è arrivata l'ora di selezionare i migliori.
Carlo Azeglio Ciampi non è, Dio ce ne guardi, un uomo della provvidenza, non risponderà alle nostre domande di assoluto, alle nostre speranze di paradisi in terra, però sarà sicuramente, anche da presidente, una persona perbene. E che si può volere di più?

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La Politica cieca al bisogno di nuovo
di Guido Carandini Rep. 021199

I guerra mondiale
I guerra mondiale
Una diffusa e ragionevole reazione alle cronache politiche di questi giorni potrebbe essere quella di dire bruscamente "scusate: non ce ne importa un fico secco". Di che cosa? Ma ovviamente delle vere o finte liste di spioni del Kgb, delle riabilitazioni di Andreotti, del rientro in Italia di Craxi, o dei dubbi se sarà il Parlamento a dover "fare la storia" della corruzione politica e delle contiguità malavitose. E poi ancora meno ci interessano le diatribe di Boselli, Cossiga, Cacciari, Paissan, Mastella, La Malfa, Occhetto, Parisi, Cossutta, Del Turco, e compagnia cantando. Non parliamo poi del discutere se sia opportuno "disincagliare la maggioranza" con l'Ulivo due, se il "quadrifoglio" (ultima nata fra le sigle campestri) possa "far saltare il tavolo" del rinnovamento della coalizione, e così via cianciando, con l'inesauribile succedersi di parole vuote ma fitte e dannose come la grandine.
Ma perché non ce ne importa niente? Siamo forse diventati qualunquisti noi cittadini insofferenti (attenzione: anche di sinistra), oppure "qualunque" è diventata la politica italiana nel senso che non ha più capo né coda, né direzione, né qualità? Non è forse questo un nodo serio da analizzare invece dei finti dissapori che rivelano un plateale disinteresse per i problemi reali del paese? Perché una politica fatta così non porta proprio da nessuna parte, né a destra né a sinistra, ma solo indietro rispetto agli altri paesi dell'Unione Europea attivamente impegnati, con le sinistre al governo, a innovare quasi tutto.
Ognuno di noi che si dichiari insofferente dell'attuale confusione politica ha fatto parte, un tempo, del vecchio mondo comunista o fascista, socialista o cattolico o liberale, poco importa. Ma restare aggrappati a quel tempo e trattarlo come attuale invece che come un passato remoto, significa illudersi o fingere di vivere ancora in una realtà scomparsa. Forse non più quella delle ideologie estreme, del Piano contrapposto al Mercato, ma neppure la realtà della socialdemocrazia opposta al liberismo sfrenato.
I guerra mondiale
I guerra mondiale
Prendiamo atto che tutto questo è passato, buono o cattivo, realistico o utopico che fosse. Il presente è completamente altra cosa e, tranne che da noi, se ne sono accorti quasi tutti nei paesi occidentali di tradizione politica democratica. Mettetela come vi pare, aggiungete sottigliezze dottrinali a questa cruda analisi, ma le cose stanno così. Piuttosto, a quale "altra cosa" dobbiamo far fronte?
Tanto per cominciare la politica non è mai stata così ancella dell'economia come oggi, così "sovrastruttura" subalterna alle superpotenze finanziarie, industriali e commerciali (che Marx sia avanti a noi e non dietro?). Le hanno tagliato le ali dei voli ideologici lo sviluppo scientifico (dunque culturale) e le innovazioni tecnologiche. Non le "rivoluzioni" politiche ma l'elettronica, la chimica o la biologia, che stanno unificando il mondo con rapidità inaudita, hanno trasformato l'economia a tal punto da farle sottomettere la politica, mutandola da fine a mezzo.
Quando la politica si è opposta a questo cambiamento epocale è stata sonoramente sconfitta (come nei regimi comunisti). Quando oppone resistenza, delle due l'una: o si impantana nella corruzione e nella tirannide o si immiserisce nelle risse personali.
I guerra mondiale
I guerra mondiale
Alla politica, declassata dal ruolo di Grande Progetto, rimane però il compito essenziale di dar voce e sostegno ai nuovi bisogni e alle esigenze insoddisfatte dei cittadini. Non potendo più sostituirsi alla dinamica globale della società, ai suoi multiformi interessi materiali e culturali che si organizzano spontaneamente e imprevedibilmente, alla politica spetta tuttavia di intervenire modificando le regole del gioco a vantaggio degli interessi che intende tutelare e promuovere. La sinistra ha tradizionalmente appoggiato gli interessi dei più deboli e deve continuare a farlo ma, attenzione, in un senso rovesciato che il presente impone rispetto al passato.
Infatti oggi sono i gruppi sociali che una volta erano tipicamente deboli e quindi meritevoli di assistenza, a essere relativamente i più forti. Sono quelli cioè degli occupati sindacalmente protetti, degli impiegati pubblici, dei titolari di pensione.
I guerra mondiale
I guerra mondiale
Mentre invece sono diventati più deboli i giovani nelle scuole inadeguate e nelle università arretrate, gli occupati nel lavoro nero e i disoccupati, i piccoli produttori taglieggiati dalle burocrazie, i consumatori in balìa di strapoteri commerciali, i malati negli ospedali inefficienti, i cittadini in attesa di una giustizia che non arriva mai, gli emarginati per razza, miseria o droga.
Proprio da questo rovesciamento di prospettiva rispetto ai gruppi da tutelare stanno traendo ispirazione le sinistre europee che, concentrandosi su questi nuovi soggetti collettivi, guadagnano voti mentre la nostra rimane abbarbicata alla difesa corporativa dei diritti acquisiti, e quindi perde consensi.
L'attuale governo è pericolosamente in bilico fra il vecchio e il nuovo: tra il conservatorismo sindacale (operaio e padronale) e la nuova domanda di regole che rendano più liberi ed efficienti i rapporti dei cittadini con le strutture dell'amministrazione pubblica e delle imprese. D'Alema in verità esprime personalmente quella tendenza europea al nuovo stile della sinistra, a fare della politica una buona amministrazione del presente piuttosto che una mediocre gestione del passato. Se ondeggia è perché è condizionato dalla corte dei miracoli che lo circonda.
Provi allora, mi consenta il suggerimento, a rivolgersi direttamente a quei nuovi interessi collettivi che l'economia globale ha portato alla ribalta. Quando avrà dato spazio nei programmi di governo alle richieste dei giovani, dei consumatori, dei piccoli imprenditori e degli emarginati, la novità e la forza delle loro voci sommergerà il brusio dei politici sopravvissuti al diluvio della modernità. E forse allora si faranno anche le riforme e la stabilità dei governi sarà imposta da esigenze reali di continuità nell'attuazione dei programmi approvati dagli elettori.
Se l'attuale maggioranza non si renderà direttamente interprete del bisogno di nuovo - e del fastidio del vecchio - che sorge dalla società italiana, allora sarà inevitabile che la destra vinca. Purtroppo sarà una destra vecchia anch'essa, intrisa di populismo, che in Italia significa rifiuto delle regole, trasgressione continuata degli obblighi di legge, insofferenza di ogni forma di autodisciplina. E quindi si perpetuerebbe il nostro allontanamento dalle forme avanzate della convivenza civile.

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Quella che segue è la trascrizione di un intervento pronunciato da Leo Valiani il 2 ottobre 1992, nel corso di un forum organizzato per il cinquantesimo anniversario del Partito d’Azione. Si tratta di un testo molto interessante, sia per le osservazioni che contiene sulla vicenda del PdA, sia per i giudizi dell’autore su quel momento di grave crisi della democrazia italiana, caratterizzato da Tangentopoli, dalle stragi di mafia e dal crollo della lira. La versione integrale del dibattito è contenuta nel libro La Lezione dell’intransigenza, curato da Antonio Carioti e pubblicato dalle Edizioni Acropoli di Roma nel 1992.
La democrazia vive se sa farsi Stato
Leo Valiani
da Caffè Europa 1999

I nostri soldati leggevano nella I guerra mondiale ...
I nostri soldati leggevano nella I guerra mondiale ...
Sono felice e commosso di rivedere qui tanti compagni, a cominciare dal primo che ho conosciuto a Parigi nel ’38 e che è stato il mio maestro, Aldo Garosci. A diciannove anni mi iscrissi al Partito comunista, perché avevo visto la bancarotta di tutti i vecchi partiti davanti all’offensiva fascista e il comunismo sembrava l’unico immune dalle colpe della sconfitta. Garosci mi avvicinò a Giustizia e Libertà: io, che arrivai a Roma qualche settimana prima di lui nel ’43, lo portai nel Partito d’Azione. Saluto anche tutti gli altri con i quali ho combattuto nella Resistenza: Tom Carini a Roma, Vittorio Foa a Torre Pellice e a Milano e via dicendo. Tutti avete il mio affetto.
Passo subito però alla prima questione, il bilancio della storiografia.
Sul Partito d’Azione si è scritto molto: naturalmente un partito d’intellettuali suscita molte riflessioni e anche ricordi di intellettuali. E’ tutta buona storiografia. Però, se potessi fare una osservazione, che vale anche per l’ottimo libro del professor De Luna, occorre guardare con più attenzione i fatti particolari e non fidarsi dei ricordi personali. Ci sono gli archivi, ci sono le persone: occorre andare a verificare tutto con quello scrupolo filologico estremo che a volte è mancato. Sono tutte cose giuste quelle che sono state dette del Partito d’Azione, ma sono stati commessi un’infinità di piccoli errori di fatto.
I guerra mondiale
I guerra mondiale
Passo alla seconda questione. Perché è mancato un partito di democrazia moderna in Italia. Innanzitutto ci sono da considerare i difetti organizzativi, che sono fondamentali nel mancato successo del Partito d’Azione. Essi peraltro caratterizzano i partiti di intellettuali di tutto il mondo. Gli inglesi dicono che i partiti di intellettuali falliscono sempre, perché vanno dietro alle idee e non vanno dietro alla gente. Pensano che la gente verrà loro dietro, ma così non accade.
Nel Partito d’Azione questo difetto era affiancato da due elementi negativi: uno, senz’altro negativo, era l’eccesso di personalismo. “O io o lui”: così abbiamo vissuto le lotte interne nel Partito d’Azione e in tutti gli altri movimenti che ho conosciuto. Invece in un partito di massa c’è spazio per tutti. Quindi non occorre dire “o io o lui”, perché ci stiamo tutti e due. L’altro invece non è un elemento negativo, ma agì negativamente nel Partito d’Azione. Era il nostro vanto, il nostro orgoglio, ma giocava contro di noi: l’estremo antifascismo.
Sono personalmente uno dei quattro (gli altri furono Pertini, Longo e Sereni) che hanno deciso la fucilazione senza processo di Mussolini.
Vedo che adesso c’è un certo signor Gobbi che ce lo rimprovera: dice che dovevamo fargli un processo regolare. Ma questa è ignoranza dei fatti, perché il processo non potevamo farglielo: se si fosse arreso, avremmo dovuto consegnarlo agli americani che ce lo chiedevano. Proprio perché lo chiedevano e lui non si era arreso, se non vestito da soldato tedesco, lo abbiamo fatto fucilare senza processo. Naturalmente se si fosse arreso il 25 aprile in arcivescovado, lo avremmo consegnato proprio agli americani.
Una cosa però è fucilare Mussolini senza processo, e un’altra cosa, invece, l’atteggiamento verso la maggioranza fascista del paese. Si, la maggioranza del paese era fascista, anche se naturalmente il 25 aprile erano tutti antifascisti. Vi cito un esempio. A Milano nella settimana dopo l’insurrezione 52 mila persone avevano la tessera del Partito d’Azione, ma l’avevano richiesta perché pensavano che con quella tessera sanavano il loro passato fascista. Quando hanno visto che noi eravamo antifascisti, ci hanno voltato le spalle. Qualche tempo dopo a casa mia capita Vittorio Valletta, che mi dice: “Voglio fare un giornale con lei”. Neanche sapeva chi fossi, ma aveva visto sull’Italia Libera (il giornale del PdA) che figuravo come direttore. Insomma, Valletta voleva fare un quotidiano col Partito d’Azione, naturalmente per essere disepurato. Chiedemmo a Sandro Galante Garrone, che ci rappresentava nella commissione di epurazione di Torino, e lui rispose: “Assolutamente no, Valletta non può essere disepurato”. Invece Valletta, contro l’opinione del Partito d’Azione, fu disepurato.
Insomma, la maggioranza ex fascista del paese ci trovò troppo intransigenti. E non potevamo far niente: anche se avessimo disepurato Valletta, rimaneva che tutta la massa degli ex fascisti ci considerava come il partito dell’epurazione. E lo eravamo. Eravamo il partito che aveva più violentemente contestato Togliatti, quando entrò nel governo Badoglio; eravamo repubblicani, intransigenti anche verso la monarchia; eravamo laici, quindi la Chiesa ci vedeva come il fumo negli occhi. Non avevamo spazio, non c’era ancora una massa antifascista, laica e repubblicana in Italia, all’infuori delle masse che seguivano già il Partito comunista e il Partito socialista.
Non si inventano i ceti sociali che seguono un partito. Se ci sono, ci sono. In prospettiva, evidentemente, l’opinione di Ugo La Malfa era valida. Comunisti e socialisti - lui pensava - organizzano già la classe operaia, noi dobbiamo guardare ai ceti intermedi. Però noi non li rappresentavamo. Una volta Pajetta disse a Parri: “Voi dovete cercare voti fra i bottegai e gli artigiani”. E Parri rispose: “Ma che discorso sono in grado di fare io ai bottegai?”. Certo non era la persona più indicata, Parri, per acquisire i voti dei bottegai, però la maggioranza di quelli che non erano operai e di quelli che non erano capitalisti in Italia erano, in un modo o nell’altro, bottegai, espressione appunto di quell’economia di mercato nella quale l’Italia si trova da secoli. In fondo è nata in questo paese, l’economia di mercato.
I guerra mondiale
I guerra mondiale
Passiamo alle prospettive attuali. Questo mi pare l’elemento più interessante e fondamentale. I partiti che hanno vinto portavano nel loro cervello, oltre che nella loro realtà, l’eredità della disfatta.
Garosci e io a Parigi avevamo visto tutti questi difetti, perché conoscevamo i vecchi partiti, e speravamo che Giustizia e Libertà avesse una maggiore diffusione. Ma i vecchi partiti erano quelli che erano e hanno dato i frutti che potevano dare: governi deboli, assemblee impotenti, molta attenzione agli interessi particolari e nessun senso della democrazia, che poi è il senso dello Stato. In realtà la democrazia funziona se c’è uno Stato, se sa farsi Stato. Invece, dopo il crollo del regime fascista, la democrazia non si è fatta Stato e lo Stato non si è fatto democratico. In queste due parole c’è a mio avviso la spiegazione di 47 anni di storia. Né la Democrazia cristiana, né il Partito comunista, né il Partito socialista, neppure il Partito liberale erano in grado di creare qualche cosa di valido in Italia. Abbiamo avuto 47 anni di ricchezza, perché inseriti nell’economia di mercato internazionale e perché gli italiani lavoravano e risparmiavano. La politica non ha mai funzionato: neppure con De Gasperi, che era di gran lunga quello che aveva più buon senso. Tanto meno funziona adesso.
Che cosa fare? A mio avviso, attualmente, occorre difendere questa democrazia zoppa, zoppa di tutti e due i piedi, non con un solo piede come la democrazia prefascista di cui parlava Salvemini. Non funzionava quella democrazia prefascista e non ha funzionato neanche questa, che adesso sta per tirare le cuoia. Però dobbiamo difenderla, perché se no arriva una dittatura peggiore di quella di Mussolini. Almeno Mussolini aveva un’esperienza politica acquisita come capo del Partito socialista, poi come direttore di un grande quotidiano. Malgrado tutti i loro difetti, quegli uomini che lui cacciò via, ma dai quali imparò a fare politica, venivano ancora dal Risorgimento. Adesso si vede solo il vuoto, dopo la fine di questa democrazia, e quindi è doveroso difenderla con qualsiasi mezzo che si dimostri necessario a questo scopo. Io non sono per l’indulgenza, non sono per la permissività.
Come difendere la democrazia si vedrà.
I guerra mondiale
I guerra mondiale
Non ci vorrà molto: è questione di mesi. Con la disgregazione della lira, quando la gente si accorgerà che ha in mano dei pezzi di carta, vedremo che razioni avrà. Può darsi che manderà come primo esperimento al potere i due partiti ex comunisti. Però anche quelli non reggeranno, perché se in tutto il mondo il comunismo è crollato, non è che l’Italia possa avere un avvenire comunista. Se andranno al governo, faranno da battistrada a quello che verrà dopo.
In queste condizioni certamente una forza come il Partito d’Azione ritroverebbe una sua funzione, ma ogni previsione rischia di essere smentita. Occorre ricostituire una comunità ideale fra quelli che operano in diversi partiti. Io sono rimasto senza tessera, ma faccio parte del gruppo parlamentare repubblicano. Paolo Vittorelli fa parte, credo almeno, del Partito socialista: un partito che, come già nel primo dopoguerra, si può attualmente considerare, proprio per la sua forza passata, l’indice dello sfacelo odierno. Insomma, vediamo cosa si può fare insieme per difendere questa democrazia ancora larghissima ma già cadaverica, al cui destino siamo personalmente legati.Probabilmente occorre un governo di salute pubblica, ma temo che non ci sarà niente del genere, perché naturalmente nessuno oserà costituirlo se non quando sarà troppo tardi. E’ come nel primo dopoguerra: Giolitti e Nitti avrebbero dovuto mettersi d’accordo per difendere lo Stato liberale, ma si odiavano reciprocamente come accade ai politici di oggi.
E Mussolini vinse senza dover combattere, se non localmente con le singole Camere del Lavoro o con singoli personaggi come Giovanni Amendola, che certamente fu il migliore di gran lunga di quel ceto politico liberaldemocratico. Quindi noi, che abbiamo consapevolezza della gravità della situazione, cerchiamo di restare uniti e di batterci quando tornerà l’occasione di difendere la democrazia. Vorrei aggiungere solo che tutti questi scioperi affrettano la fine della democrazia: come spesso accade, la classe operaia viene chiamata dai suoi capi incapaci e ottusi a combattere contro se stessa.

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Il paese di sabbia
di Michele Serra Rep 161199

Adolf Hitler
Adolf Hitler
Forse, per fare i famosi conti col famoso passato, basterebbero un geometra, un geologo e un ingegnere. Che srotolino i mappali polverosi, rifacciano i carotaggi dei terreni, ricalcolino la portanza dei piloni. E ci aiutino a ricordare su quanto cemento, e quanta sabbia, e quanta poca legge poggia l'Italia fatta dai nostri padri poveri.
I telegiornali sono carichi di polvere, la polvere soffocante e appiccicosa che sprigiona dai crolli e dalle demolizioni. Quella tragica del condominio di Foggia, che l'ingiusto processo del tempo ha sgretolato senza dare la parola alla difesa, e quella pur sempre desolante di Palermo, di Catania e prossimamente di Agrigento, dove le ruspe spianano, senza poter troppo distinguere, l'arroganza dei prepotenti e la sventatezza degli incauti. Sono quasi sempre case brutte, ma sono case. Nelle quali si è vissuto, e qualcuno ci è entrato in una culla, qualcuno ne è uscito in una bara. Vederle in macerie spiana la vista, in molti casi, a un paesaggio migliore. Ma schiude la memoria, anche, a un passato dimenticato eppure prossimo, quello del primo grande Boom italiano, dai primi Sessanta fino a metà dei Settanta. Quando, scriveva Calvino, "gli edifizi nuovi facevano a chi monta sulle spalle dell'altro", e al Nord le seconde case, al Sud le prime, crescevano come l'erba, nutrite più dall'assenza di piani regolatori che dalla presenza del cemento armato, risparmiando sul quale si poteva spremere qualche milione in più da ogni lotto conquistato al mattone.
In certe disperate difese odierne dell'abusivismo di massa di quegli anni, furberia politica a parte, echeggia anche l'indifendibile ma rispettabile memoria di una fatica titanica. Fu, quella, la nostra Lunga Marcia: le rimesse degli emigrati, i risparmi degli operai, il sogno popolare di una "casa moderna", anonima ma funzionale, invece degli antichi rustici e tuguri che poi i professionisti di città e i turisti avrebbero recuperato, ma all'Italia ex-contadina parevano soltanto la faccia impietrita della miseria. Di contro l'entusiasmo degli ambientalisti, che affiancano le ruspe increduli di avercela fatta, racconta la frustrazione di mille battaglie perdute, di cento campagne inascoltate. Come certi giudici inquirenti, che per una vita si sono visti avocare i processi e insabbiare le inchieste, per gli ambientalisti italiani comincia adesso, nell'ora tanto attesa del "via libera", la difficile ricerca della giusta misura tra legalità da ripristinare e vendetta da consumare a suon di mazzapicchio.
Adolf Hitler
Adolf Hitler
Tolti questi due estremi sentimenti, colpisce invece la quasi totale assenza, nel paese dei roventi dibattiti, di un vero dibattito. E dire che niente ci parla con tanta eloquenza del passato, della prima Repubblica, dell'ultimo cinquantennio, quanto quei piloni pencolanti, quelle mura atterrate. Parlano di febbrile crescita e insieme di precarietà, di operosità e di leggerezza incosciente. Parlano, soprattutto, di fretta, della formidabile ma patologica fretta con la quale, in nemmeno due generazioni, il nostro paese uscì dai campi per inurbarsi, uscì dal passato per diventare "moderno". Forse che non c'è ancora traccia, di quella spaesante accelerazione, nell'affanno attuale per "raggiungere l'Europa", risanare bilanci rosi dai debiti, adeguare tutti i parametri (economici, civili, culturali) a quelli di chi, per farsi i parametri suoi, è partito con un secolo e anche più di anticipo?
Se non è un alibi, e non lo è, la fretta è però una spiegazione. Una verificabile, ragionevole spiegazione dei nostri sconquassi, del forzato bluff che fu da noi "il moderno", della debolezza strutturale che ci fa percepire noi stessi, ancora adesso, come un paese povero abitato da ricchi. Come un paese che ha condotto in porto, negli ultimi cinquant'anni, soprattutto una laboriosa finzione. Che è meno solido di quanto appaia quando si contano i suoi infiniti muri, tirati su senza troppe domande su come e quanto avrebbero retto.
Eppure l'Italia fisica non appassiona quanto l'Italia ideologica. Come se per esempio la Dc, premurosa levatrice del benessere da un lato, complice della faciloneria e dell'illegalità dall'altro, non fosse perfettamente descritta, nel bene e nel male, dall'attuale paesaggio italiano, così ricco di intonaci scrostati, di pilastri pericolanti, di ricchezze per metà legittimate dal lavoro, per l'altra metà gonfiate a dismisura dall'evasione fiscale, dall'elusione delle leggi, dall'ignoranza delle regole. Come se il nostro sviluppo, lo stesso che vediamo smottare a ogni piena, tremare a ogni seria ricognizione delle autorità, non fosse così tragicamente svelato, in tutta la sua disarmonica abnormità, da queste giornate di fango e macerie, di polvere che mozza il respiro, di bare allungate sotto un capannone.

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Le due facce contrapposte della società civile d'oggi
CdS 140999

Adolf Hitler
Adolf Hitler
Dov'è finita la “società civile”? Il concetto ebbe fortuna e suscitò aspri dissensi alla metà degli anni Ottanta, nel vivo del decennio craxiano. Nacquero allora circoli, associazioni, gruppi ispirati a quell'idea. Il termine “società civile” veniva usato soprattutto in contrapposizione alla società partitica. Rappresentava una reazione all'eccesso di potere dei partiti, al controllo ossessivo su tutte le attività sociali, alla corruzione palpabile, alla lottizzazione impudica che non teneva conto delle qualità degli uomini, ma della loro etichetta e della loro disponibilità a servire interessi spesso inconfessabili. Non nasceva dal rifiuto della politica, piuttosto dalla passione delusa e dalla volontà di contribuire a por fine e rimedio a una situazione insostenibile.
L'espressione “società civile” ha una lunga storia. Risale ad August Ludwig von Schlözer (1794), ma le interpretazioni, da Hegel a Marx a Gramsci, divergono, anche se il significato riguarda sempre la sfera dei rapporti sociali distinta dalla sfera dei rapporti politici. Ha ricordato in un suo scritto Norberto Bobbio che una società diventa tanto più ingovernabile quanto più aumentano le domande della società civile e non aumenta la capacità delle istituzioni di rispondervi.
Ma in quegli anni Ottanta la discussione non verte sull'interpretazione culturale del concetto di società civile. E’ assai più empirica, coinvolge da un lato la volontà di rendere limpida la vita pubblica, dall'altro la difesa di corposi interessi. Anche se resta spesso irrisolta la disputa sulle qualità della società civile che non è l'antitesi onesta della società politica disonesta. L'una e l'altra sono mescolanze difficilmente quantificabili.
Tutti, in quegli anni, sanno tutto ciò che succede, come nella Russia di Eltsin. La corruzione è generalizzata, esistono anche le tabelle delle tangenti. Ma pochi parlano. La caduta del Muro di Berlino fa come da spartiacque nella storia della Repubblica e permette ai magistrati di aprire indagini poco prima neppure immaginabili in materia di mafia e di corruzione politica. Quel tempo sospeso, tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta assomiglia a un limbo che esploderà nel 1992 con l'inchiesta Mani pulite.
Adolf Hitler (alla tua dx)
Adolf Hitler (alla tua dx)
Le idee della “società civile”, più progressiste che moderate, ma aperte a tutte le persone di buona volontà, allora vengono considerate essenziali per il tentativo di rigenerazione del sistema politico. Pesa anche l'affermarsi della Lega come movimento di protesta. Nell'XI legislatura, tra il '92 e il '94 basta un avviso di garanzia perché un parlamentare coinvolto in qualche trama tangentizia si dimetta. Chi, invece, non aveva fatto parte del sistema di potere è ricercato, vezzeggiato. Pare che le idee ispirate ai principi della società civile siano per sempre entrate nel patrimonio della politica.
Poi, nel 1994, “scende in campo” Berlusconi. Il suo era ed è un movimento antipartito che vince anche in odio alla politica. Forza Italia appartiene teoricamente alla società civile anche se per il nuovo movimento non contano le idee portanti di giustizia sociale e civile. Il gran parlare di libertà è astratto. Le regole sono inciampi, i magistrati acerrimi nemici.
L'opposizione progressista, che non ha tratto vantaggi dalla campagna moralizzatrice, attribuisce le ragioni della sconfitta all'attacco frontale fatto a Berlusconi durante la campagna elettorale. A piccoli passi, per porre rimedio, per conquistare gli elettori di centro, si adegua, si omologa, quasi. Spesso i comportamenti del centro-sinistra, anche quando vince le elezioni del 1996, non risultano diversi da quelli del centro-destra.
La politica riprende rapidamente in mano le redini. Il suo primato ridiventa indiscusso. Il principio di legalità, la lotta contro la mafia, il risanamento civile finiscono in coda nell'agenda di quel che si deve fare. La questione morale non esiste più. Un pericolo pubblico. In Parlamento e negli Enti locali i progressisti che appartengono alla società civile vengono accantonati, emarginati. Sembra che non servano i loro saperi e le loro capacità professionali. Prevalgono di nuovo i personaggini dell'ubbidienza di partito, secondo i vecchi riti.
E la società civile? Ha due facce. L'erede degli anni Ottanta, minoritaria e sotterranea, vorrebbe operare in nome degli interessi collettivi e lo fa nel volontariato e nell'elaborazione di nuove forme di rappresentanza politica. La società civile vincente sembra per ora l'altra, quella di tutte le deregolamentazioni, che disprezza i principi e pensa soltanto a tutelare i propri interessi privati.
Il bilancio? La separazione tra politica e uomini in carne e ossa è sempre più profonda. Il Paese reale è un'entità sconosciuta. Nel corpo della sinistra (lo si vede dall'astensionismo elettorale) serpeggia la delusione alimentata soprattutto dalla politica delle tattiche. E dalla mancanza di passione.

Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?