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Storia fotografica della Repubblica Sociale Italiana, 1961 (?)
Il discorso del Lirico
Milano, 16 dicembre 1944
C
E' Milano che deve dare e dà gli uomini, le armi, la volontà e il segnale della riscossa!
Camerati, cari camerati milanesi!
Rinuncio ad ogni preambolo ed entro subito nel vivo della materia del mio discorso.
A sedici mesi di distanza dalla tremenda data della resa a discrezione imposta ed accettata secondo la democratica e criminale formula di Casablanca, la valutazione degli avvenimenti ci pone, ancora una volta, queste domande: Chi ha tradito? Chi ha subito e subisce le conseguenze del tradimento? Non si tratta, intendiamoci bene, di un giudizio in sede di revisione storica, e, meno che mai, in qualsiasi guisa giustificativa.
È stato tentato da qualche foglio neutrale, ma noi lo respingiamo nella maniera più categorica e per la sostanza e in secondo luogo per la stessa fonte dalla quale proviene. Dunque chi ha tradito? La resa a discrezione annunciata l'8 settembre è stata voluta dalla monarchia, dai circoli di corte, dalle correnti plutocratiche della borghesia italiana, da talune forze clericali, congiunte per l'occasione a quelle massoniche, dagli Stati Maggiori, che non credevano più alla vittoria e facevano capo a Badoglio. Sino dal maggio, e precisamente il 15 maggio, l'ex-re nota in un suo diario, venuto recentemente in nostro possesso, che bisogna ormai “sganciarsi” dall'alleanza con la Germania. Ordinatore della resa, senza l'ombra di un dubbio, l'ex-re; esecutore Badoglio. Ma per arrivare all'8 settembre, bisognava effettuare il 25 luglio, cioè realizzare il colpo di Stato e il trapasso di regime.
La giustificazione della resa, e cioè la impossibilità di più oltre continuare la guerra, veniva smentita quaranta giorni dopo, il 13 ottobre, con la dichiarazione di guerra alla Germania, dichiarazione non soltanto simbolica, perché da allora comincia una collaborazione, sia pure di retrovie e di lavoro, fra l'Italia badogliana e gli Alleati; mentre la flotta, costruita tutta dal fascismo, passata al completo al nemico, operava immediatamente con le flotte nemiche. Non pace, dunque, ma, attraverso la cosiddetta cobelligeranza, prosecuzione della guerra; non pace, ma il territorio tutto della nazione convertito in un immenso campo di battaglia, il che significa in un immenso campo di rovine; non pace, ma prevista partecipazione di navi e truppe italiane alla guerra contro il Giappone.
Ne consegue che chi ha subito le conseguenze del tradimento è soprattutto il popolo italiano. Si può affermare che nei confronti dell'alleato germanico il popolo italiano non ha tradito. Salvo casi sporadici, i reparti dell'Esercito si sciolsero senza fare alcuna resistenza di fronte all'ordine di disarmo impartito dai comandi tedeschi. Molti reparti dello stesso Esercito, dislocati fuori del territorio metropolitano, e dell'Aviazione, si schierarono immediatamente a lato delle forze tedesche, e si tratta di decine di migliaia di uomini; tutte le formazioni della Milizia, meno un battaglione in Corsica, passarono sino all'ultimo uomo coi tedeschi.
Il piano cosiddetto “P. 44”, del quale si parlerà nell'imminente processo dei generali e che prevedeva l'immediato rovesciamento del fronte come il re e Badoglio avevano preordinato, non trovò alcuna applicazione da parte dei comandanti e ciò è provato dal processo che nell'Italia di Bonomi viene intentato a un gruppo di generali che agli ordini contenuti in tale piano non obbedirono. Lo stesso fecero i comandanti delle Armate schierate oltre frontiera.
Si deve tuttavia riconoscere che i tradimenti dell'estate 1944 ebbero aspetti ancora più obbrobriosi, poiché romeni, bulgari e finnici, dopo avere anch'essi ignominiosamente capitolato, e uno di essi, il bulgaro, senza avere sparato un solo colpo di fucile, hanno nelle ventiquattro ore rovesciato il fronte ed hanno attaccato con tutte le forze mobilitate le unità tedesche, rendendone difficile e sanguinosa la ritirata.
Qui il tradimento è stato perfezionato nella più ripugnante significazione del termine.
Il popolo italiano è, quindi, quello che, nel confronto, ha tradito in misura minore e sofferto in misura che non esito a dire sovrumana. Non basta. Bisogna aggiungere che mentre una parte del popolo italiano ha accettato, per incoscienza o stanchezza, la resa, un'altra parte si è immediatamente schierata a fianco della Germania.
Sarà tempo di dire agli italiani, ai camerati tedeschi e ai camerati giapponesi che l'apporto dato dall'Italia repubblicana alla causa comune dal settembre del 1943 in poi, malgrado la temporanea riduzione del territorio della Repubblica, è di gran lunga superiore a quanto comunemente si crede.
Sono di ieri le dichiarazioni di Eden sulle perdite che la Gran Bretagna ha subito per difendere la Grecia. Durante tre anni l'Italia ha inflitto colpi severissimi agli inglesi ed ha, a sua volta, sopportato sacrifici imponenti di beni e di sangue. Non basta. Nel 1945 la partecipazione dell'Italia alla guerra avrà maggiori sviluppi, attraverso il progressivo rafforzamento delle nostre organizzazioni militari, affidate alla sicura fede e alla provata esperienza di quel prode soldato che risponde al nome del maresciallo d'Italia Rodolfo Graziani.
Nel periodo tumultuoso di transizione dell'autunno e inverno 1943 sorsero complessi militari più o meno autonomi attorno a uomini che seppero, col loro passato e il loro fascino di animatori, raccogliere i primi nuclei di combattenti. Ci furono gli arruolamenti a carattere individuale. Arruolamenti di battaglioni, di reggimenti, di specialità Erano i vecchi comandanti che suonavano la diana. E fu ottima iniziativa, soprattutto morale. Ma la guerra moderna impone l'unità. Verso l'unità si cammina.
Oso credere che gli italiani di qualsiasi opinione saranno felici il giorno in cui tutte le Forze Armate della Repubblica saranno raccolte in un solo organismo e ci sarà una sola Polizia, l'uno e l'altra con articolazioni secondo le funzioni, entrambi intimamente viventi nel clima e nello spirito del fascismo e della Repubblica, poiché in una guerra come l'attuale, che ha assunto un carattere di guerra “politica”, la politicità è una parola vuota di senso ed in ogni caso superata.
Un conto è la “politica”, cioè l'adesione convinta e fanatica all'idea per cui si scende in campo, e un conto è un'attività politica, che il soldato ligio al suo dovere e alla consegna non ha nemmeno il tempo di esplicare, poiché la sua politica deve essere la preparazione al combattimento e l'esempio ai suoi gregari in ogni evento di pace e di guerra.
Sarebbe stato errore e viltà ammainare la nostra bandiera, consacrata da tanto sangue, e fare passare quasi di contrabbando quelle idee che costituiscono oggi la parola d'ordine nella battaglia dei continenti. Trattandosi di un espediente, ne avrebbe avuto i tratti e ci avrebbe squalificato di fronte agli avversari e soprattutto di fronte a noi stessi.
Chiamandoci ancora e sempre fascisti, e consacrandoci alla causa del fascismo, come dal 1919 ad oggi abbiamo fatto e continueremo anche domani a fare, abbiamo dopo gli avvenimenti impresso un nuovo indirizzo all'azione e nel campo particolarmente politico e in quello sociale. Veramente più che di un nuovo indirizzo, bisognerebbe con maggiore esattezza dire: ritorno alle posizioni originarie. È documentato nella storia che il fascismo fu sino al 1927 tendenzialmente repubblicano e sono stati illustrati i motivi per cui l'insurrezione del 1922 risparmiò la monarchia.
Dal punto di vista sociale, il programma del fascismo repubblicano non è che la logica continuazione del programma del 1919: delle realizzazioni degli anni splendidi che vanno dalla Carta del lavoro alla conquista dell'impero. La natura non fa dei salti, e nemmeno l'economia.
Bisognava porre le basi con le leggi sindacali e gli organismi corporativi per compiere il passo, ulteriore della socializzazione. Sin dalla prima seduta del Consiglio dei ministri del 27 settembre 1943 veniva da me dichiarato che “la Repubblica sarebbe stata unitaria nel campo politico e decentrata in quello amministrativo e che avrebbe avuto un pronunciatissimo contenuto sociale, tale da risolvere la questione sociale almeno nei suoi aspetti più stridenti, tale cioè da stabilire il posto, la funzione, la responsabilità del lavoro in una società nazionale veramente moderna”.
In quella stessa seduta, io compii il primo gesto teso a realizzare la più vasta possibile concordia nazionale, annunciando che il Governo escludeva misure di rigore contro gli elementi dell'antifascismo.
Il manifesto dell'assemblea nazionale del Partito Fascista Repubblicano, dopo un saluto ai caduti per la causa fascista e riaffermando come esigenza suprema la continuazione della lotta a fianco delle potenze del Tripartito e la ricostituzione delle Forze Armate, fissava i suoi diciotto punti programmatici.
Vediamo ora ciò che è stato fatto, ciò che non è stato fatto e soprattutto perché non è stato fatto.
Il manifesto cominciava con l'esigere la convocazione della Costituente e ne fissava anche la composizione, in modo che, come si disse, “la Costituente fosse la sintesi di tutti i valori della nazione”.
Ora la Costituente non è stata convocata. Questo postulato non è stato sin qui realizzato e si può dire che sarà realizzato soltanto a guerra conclusa. Vi dico con la massima schiettezza che ho trovato superfluo convocare una Costituente quando il territorio della Repubblica, dato lo sviluppo delle operazioni militari, non poteva in alcun modo considerarsi definitivo. Mi sembrava prematuro creare un vero e proprio Stato di diritto nella pienezza di tutti i suoi istituti, quando non c'erano Forze Armate che lo sostenessero. Uno Stato che non dispone di Forze Armate è tutto, fuorché uno Stato.
Fu detto nel manifesto che nessun cittadino può essere trattenuto oltre i sette giorni senza un ordine dell'Autorità giudiziaria. Ciò non è sempre accaduto. Le ragioni sono da ricercarsi nella pluralità degli organi di Polizia nostri e alleati e nell'azione dei fuori legge, che hanno fatto scivolare questi problemi sul piano della guerra civile a base di rappresaglie e contro-rappresaglie. Su taluni episodi si è scatenata la speculazione dell'antifascismo, calcando le tinte e facendo le solite generalizzazioni. Debbo dichiarare nel modo più esplicito che taluni metodi mi ripugnano profondamente, anche se episodici. Lo Stato, in quanto tale, non può adottare metodi che lo degradano. Da secoli si parla della legge del taglione. Ebbene, è una legge, non un arbitrio più o meno personale.
Mazzini, l'inflessibile apostolo dell'idea repubblicana, mandò agli albori della Repubblica romana nel 1849 un commissario ad Ancona per insegnare ai giacobini che era lecito combattere i papalini, ma non ucciderli extra-legge, o prelevare, come si direbbe oggi, le argenterie dalle loro case. Chiunque lo faccia, specie se per avventura avesse la tessera del Partito, merita doppia condanna.
Alta personificazione di questo tipo di fascista fu il camerata Resega, che ricordo oggi e ricordiamo tutti con profonda emozione, nel primo anniversario della sua fine, dovuta a mano nemica.
Poiché attraverso la costituzione delle brigate nere il Partito sta diventando un “ordine di combattenti”, il postulato di Verona ha il carattere di un impegno dogmatico e sacro. Nello stesso articolo 5, stabilendo che per nessun impiego o incarico viene richiesta la tessera del Partito, si dava soluzione al problema che chiamerò di collaborazione di altri elementi sul piano della Repubblica. Nel mio telegramma in data 10 marzo XXII ai capi delle provincie, tale formula veniva ripresa e meglio precisata. Con ciò ogni discussione sul problema della pluralità dei partiti appare del tutto inattuale.
In sede storica, nelle varie forme in cui la Repubblica come istituto politico trova presso i differenti popoli la sua estrinsecazione, vi sono molte repubbliche di tipo totalitario, quindi con un solo partito. Non citerò la più totalitaria di esse, quella dei sovieti, ma ricorderò una che gode le simpatie dei sommi bonzi del vangelo democratico: la Repubblica turca, che poggia su un solo partito, quello del popolo, e su una sola organizzazione giovanile, quella dei “focolari del popolo”.
A un dato momento della evoluzione storica italiana può essere feconda di risultati, accanto al Partito unico e cioè responsabile della direzione globale dello Stato, la presenza di altri gruppi, che, come dice all'articolo tre il “manifesto di Verona”, esercitino il diritto di controllo e di responsabile critica sugli atti della pubblica amministrazione. Gruppi che, partendo dall'accettazione leale, integrale e senza riserve del trinomio Italia, Repubblica, socializzazione, abbiano la responsabilità di esaminare i provvedimenti del Governo e degli enti locali, di controllare i metodi di applicazione dei provvedimenti stessi e le persone che sono investite di cariche pubbliche e che devono rispondere al cittadino, nella sua qualità di soldato-lavoratore contribuente, del loro operato.
Quanto all'unità territoriale, io mi rifiuto, conoscendo la Sicilia e i fratelli siciliani, di prendere sul serio i cosiddetti conati separatistici di spregevoli mercenari del nemico. Può darsi che questo separatismo abbia un altro motivo: che i fratelli siciliani vogliano separarsi dall'Italia di Bonomi per ricongiungersi con l'Italia repubblicana.
È mia profonda convinzione che, al di là di tutte le lotte e liquidato il criminoso fenomeno dei fuorilegge, l'unità morale degli italiani di domani sarà infinitamente più forte di quella di ieri, perché cementata da eccezionali sofferenze, che non hanno risparmiato una sola famiglia. E quando attraverso l'unità morale l'anima di un popolo è salva, è salva anche la sua integrità territoriale e la sua indipendenza politica.
A questo punto occorre dire una parola sull'Europa e relativo concetto. Non mi attardo a domandarmi che cosa è questa Europa, dove comincia e dove finisce dal punto di vista geografico, storico, morale, economico; né mi chiedo se oggi un tentativo di unificazione abbia migliore successo dei precedenti. Ciò mi porterebbe troppo lontano. Mi limito a dire che la costituzione di una comunità europea è auspicabile e forse anche possibile, ma tengo a dichiarare in forma esplicita che noi non ci sentiamo italiani in quanto europei, ma ci sentiamo europei in quanto italiani. La distinzione non è sottile, ma fondamentale.
Come la nazione è la risultante di milioni di famiglie che hanno una fisionomia propria, anche se posseggono il comune denominatore nazionale, così nella comunità europea ogni nazione dovrebbe entrare come un'entità ben definita, onde evitare che la comunità stessa naufraghi nell'internazionalismo di marca socialista o vegeti nel generico ed equivoco cosmopolitismo di marca giudaica e massonica.
Mentre taluni punti del programma di Verona sono stati scavalcati dalla successione degli eventi militari, realizzazioni più concrete sono state attuate nel campo economico-sociale.
Qui la innovazione ha aspetti radicali. I punti undici, dodici e tredici sono fondamentali. Precisati nella “premessa alla nuova struttura economica della nazione”, essi hanno trovato nella legge sulla socializzazione la loro pratica applicazione. L'interesse suscitato nel mondo è stato veramente grande e oggi, dovunque, anche nell'Italia dominata e torturata dagli anglo-americani, ogni programma politico contiene il postulato della socializzazione.
Gli operai, dapprima alquanto scettici, ne hanno poi compreso l'importanza. La sua effettiva realizzazione è in corso. Il ritmo di ciò sarebbe stato più rapido in altri tempi. Ma il seme è gettato. Qualunque cosa accada, questo seme è destinato a germogliare. È il principio che inaugura quello che otto anni or sono, qui a Milano, di fronte a cinquecentomila persone acclamanti, vaticinai “secolo del lavoro”, nel quale il lavoratore esce dalla condizione economico-morale di salariato per assumere quella di produttore, direttamente interessato agli sviluppi dell'economia e al benessere della nazione.
Attraverso la socializzazione i migliori elementi tratti dalle categorie lavoratrici faranno le loro prove. Io sono deciso a proseguire in questa direzione.
Due settori ho affidato alle categorie operaie: quello delle amministrazioni locali e quello alimentare. Tali settori, importantissimi specie nelle circostanze attuali, sono ormai completamente nelle mani degli operai. Essi devono mostrare, e spero mostreranno, la loro preparazione specifica e la loro coscienza civica.
Come vedete, qualche cosa si è fatto durante questi dodici mesi, in mezzo a difficoltà incredibili e crescenti, dovute alle circostanze obiettive della guerra e alla opposizione sorda degli elementi venduti al nemico e all'abulia morale che gli avvenimenti hanno provocato in molti strati del popolo.
In questi ultimissimi tempi la situazione è migliorata. Gli attendisti, coloro cioè che aspettavano gli anglo-americani, sono in diminuzione. Ciò che accade nell'Italia di Bonomi li ha delusi. Tutto ciò che gli anglo-americani promisero, si è appalesato un miserabile espediente propagandistico.
Credo di essere nel vero se affermo che le popolazioni della valle del Po non solo non desiderano, ma deprecano l'arrivo degli anglosassoni, e non vogliono saperne di un governo, che, pur avendo alla vicepresidenza un Togliatti, riporterebbe a nord le forze reazionarie, plutocratiche e dinastiche, queste ultime oramai palesemente protette dall'Inghilterra.
Quanto ridicoli quei repubblicani che non vogliono la Repubblica perché proclamata da Mussolini e potrebbero soggiacere alla monarchia voluta da Churchill. Il che dimostra in maniera irrefutabile che la monarchia dei Savoia serve la politica della Gran Bretagna, non quella dell'Italia!
Non c'è dubbio che la caduta di Roma è una data culminante nella storia della guerra. II generale Alexander stesso ha dichiarato che era necessaria alla vigilia dello sbarco in Francia una vittoria che fosse legata ad un grande nome, e non vi è nome più grande e universale di Roma; che fosse creata, quindi, una incoraggiante atmosfera.
Difatti, gli anglo-americani entrano in Roma il 5 giugno; all'indomani, 6, i primi reparti alleati sbarcano sulla costa di Normandia, tra i fiumi Vire e Orne. I mesi successivi sono stati veramente duri, su tutti i fronti dove i soldati del Reich erano e sono impegnati.
Vi è stato un periodo in cui la conquista di Parigi e Bruxelles, la resa a discrezione della Romania, della Finlandia, della Bulgaria hanno dato motivo a un movimento euforico tale che, secondo corrispondenze giornalistiche, si riteneva che il prossimo Natale la guerra sarebbe stata praticamente finita, con l'entrata trionfale degli Alleati a Berlino.
Nel periodo di tale euforia venivano svalutate e dileggiate le nuove armi tedesche, impropriamente chiamate “segrete”. Molti hanno creduto che grazie all'impiego di tali armi, a un certo punto, premendo un bottone, la guerra sarebbe finita di colpo. Questo miracolismo è ingenuo quando non sia doloso. Non si tratta di armi segrete, ma di “armi nuove”, che, è lapalissiano il dirlo, sono segrete sino a quando non vengono impiegate in combattimento. Che tali armi esistano, lo sanno per amara constatazione gli inglesi; che le prime saranno seguite da altre, lo posso con cognizione di causa affermare; che esse siano tali da ristabilire l'equilibrio e successivamente la ripresa della iniziativa in mani germaniche, è nel limite delle umane previsioni quasi sicuro e anche non lontano.
Niente di più comprensibile delle impazienze, dopo cinque anni di guerra, ma si tratta di ordigni nei quali scienza, tecnica, esperienza, addestramento di singoli e di reparti devono procedere di conserva. Certo è che la serie delle sorprese non è finita; e che migliaia di scienziati germanici lavorano giorno e notte per aumentare il potenziale bellico della Germania.
Nel frattempo la resistenza tedesca diventa sempre più forte e molte illusioni coltivate dalla propaganda nemica sono cadute. Nessuna incrinatura nel morale del popolo tedesco, pienamente consapevole che è in gioco la sua esistenza fisica e il suo futuro come razza; nessun accenno di rivolta e nemmeno di agitazione fra i milioni e milioni di lavoratori stranieri, malgrado gli insistenti appelli e proclami del generalissimo americano. E indice eloquentissimo dello spirito della nazione è la percentuale dei volontari dell'ultima leva, che raggiunge la quasi totalità della classe. La Germania è in grado di resistere e di determinare il fallimento dei piani nemici.
Minimizzare la perdita di territori, conquistati e tenuti a prezzo di sangue, non è una tattica intelligente, ma lo scopo della guerra non è la conquista o la conservazione dei territori, bensì la distruzione delle forze nemiche, cioè la resa e quindi la cessazione delle ostilità.
Ora le Forze Armate tedesche non solo non sono distrutte, ma sono in una fase di crescente sviluppo e potenza.
Se si prende in esame la situazione dal punto di vista politico, sono maturati, in questo ultimo periodo del 1944, eventi e stati d'animo interessanti.
Pur non esagerando, si può osservare che la situazione politica non è oggi favorevole agli Alleati.
Prima di tutto in America, come in Inghilterra, vi sono correnti contrarie alla richiesta di resa a discrezione. La formula di Casablanca significa la morte di milioni di giovani, poiché prolunga indefinitamente la guerra; popoli come il tedesco e il giapponese non si consegneranno mai mani e piedi legati al nemico, il quale non nasconde i suoi piani di totale annientamento dei paesi del Tripartito.
Un giorno un ambasciatore sovietico a Roma, Potemkin, mi disse: “La prima guerra mondiale bolscevizzò la Russia, la seconda bolscevizzerà l'Europa”. Questa profezia non si avvererà, ma se ciò accadesse, anche questa responsabilità ricadrebbe in primo luogo sulla Gran Bretagna.
Politicamente Albione è già sconfitta. Gli eserciti russi sono sulla Vistola e sul Danubio, cioè a metà dell'Europa. I partiti comunisti, cioè i partiti che agiscono al soldo e secondo gli ordini del maresciallo Stalin, sono parzialmente al potere nei paesi dell'occidente.
Che cosa significhi la “liberazione” nel Belgio, in Italia, in Grecia, lo dicono le cronache odierne. Miseria, disperazione, guerra civile. I “liberati” greci che sparano sui “liberatori” inglesi non sono che i comunisti russi che sparano sui conservatori britannici.
Davanti a questo panorama, la politica inglese è corsa ai ripari. In primo luogo, liquidando in maniera drastica o sanguinosa, come ad Atene, i movimenti partigiani, i quali sono l'ala marciante e combattente delle sinistre estreme, cioè del bolscevismo; in secondo luogo, appoggiando le forze democratiche, anche accentuate, ma rifuggenti dal totalitarismo, che trova la sua eccelsa espressione nella Russia dei sovieti.
Churchill ha inalberato il vessillo anticomunista in termini categorici nel suo ultimo discorso alla Camera dei Comuni, ma questo non può fare piacere a Stalin. La Gran Bretagna vuole riservarsi come zone d'influenza della democrazia l'Europa occidentale, che non dovrebbe essere contaminata, in alcun caso, dal comunismo.
Ma questa “fronda” di Churchill non può andare oltre ad un certo segno, altrimenti il grande maresciallo del Cremlino potrebbe adombrarsi. Churchill voleva che la zona d'influenza riservata alla democrazia nell'Occidente europeo fosse sussidiata da un patto tra Francia, Inghilterra, Belgio, Olanda, Norvegia, in funzione antitedesca prima, eventualmente in funzione antirussa poi.
Gli accordi Stalin-De Gaulle hanno soffocato nel germe questa idea, che era stata avanzata, su istruzioni di Londra, dal belga Spaak. Il gioco è fallito e Churchill deve, per dirla all'inglese, mangiarsi il cappello e, pensando all'entrata dei Russi nel Mediterraneo e alla pressione russa nell'Iran, deve domandarsi se la politica di Casablanca non sia stata veramente per la «vecchia povera Inghilterra» una politica fallimentare.
Premuta dai due colossi militari dell'Occidente e dell'Oriente, dagli insolenti insaziabili cugini di oltre Oceano e dagli inesauribili euroasiatici, la Gran Bretagna vede in gioco e in pericolo il suo avvenire imperiale; cioè il suo destino. Che i rapporti “politici” tra gli Alleati non siano dei migliori, lo dimostra la faticosa preparazione del nuovo convegno a tre.
Parliamo ora del lontano e vicino Giappone. Più che certo, è dogmatico che l'impero del Sole Levante non piegherà mai e si batterà sino alla vittoria. In questi ultimi mesi le armi nipponiche sono state coronate da grandi successi. Le unità dello strombazzatissimo sbarco nell'isola di Leyte, una delle molte centinaia di isole che formano l'arcipelago delle Filippine, sbarco fatto a semplice scopo elettorale, sono, dopo due mesi, quasi al punto di prima.
È per noi, italiani della Repubblica, motivo di orgoglio avere a fianco come camerati fedeli e comprensivi i soldati, i marinai, gli aviatori del Tenno, che colle loro gesta s'impongono all'ammirazione del mondo.
Ora io vi domando: la buona semente degli italiani, degli italiani sani, i migliori, che considerano la morte per la patria come l'eternità della vita, sarebbe dunque spenta? (La folla grida: “No! No!”). Ebbene, nella guerra scorsa non vi fu un aviatore che non riuscendo ad abbattere con le armi l'aeroplano nemico, vi si precipitò contro, cadendo insieme con lui? Non ricordate voi questo nome? Era un umile sergente: Dall'Oro.
Nel 1935, quando l'Inghilterra voleva soffocarci nel nostro mare e io raccolsi il suo guanto di sfida (la folla si leva in piedi con un grido unanime di esaltazione: “Duce! Duce! Duce!”) e feci passare ben quattrocentomila legionari sotto le navi di Sua Maestà britannica, ancorate nei porti del Mediterraneo, allora si costituirono in Italia, a Roma, le squadriglie della morte. Vi devo dire, per la verità, che il primo della lista era il comandante delle forze aeree. Ebbene, se domani fosse necessario ricostituire queste squadriglie, se fosse necessario mostrare che nelle nostre vene circola ancora il sangue dei legionari di Roma, il mio appello alla nazione cadrebbe forse nel vuoto? (La folla risponde: “No!”).
Noi vogliamo difendere, con le unghie e coi denti, la valle del Po (grida: “Sì!”); noi vogliamo che la valle del Po resti repubblicana in attesa che tutta l'Italia sia repubblicana. (Grida entusiastiche: “Si! Tutta!”). Il giorno in cui tutta la valle del Po fosse contaminata dal nemico, il destino dell'intera nazione sarebbe compromesso; ma io sento, io vedo, che domani sorgerebbe una forma di organizzazione irresistibile ed armata, che renderebbe praticamente la vita impossibile agli invasori. Faremmo una sola Atene di tutta la valle del Po. (La folla prorompe in grida unanimi di consenso. Si grida: “Si! Sì!”).
La nostra fede assoluta nella vittoria non poggia su motivi di carattere soggettivo o sentimentale, ma su elementi positivi e determinanti. Se dubitassimo della nostra vittoria, dovremmo dubitare dell'esistenza di Colui che regola, secondo giustizia, le sorti degli uomini.
Quando noi come soldati della Repubblica riprenderemo contatto con gli italiani di oltre Appennino, avremo la grata sorpresa di trovare più fascismo di quanto ne abbiamo lasciato. La delusione, la miseria, l'abbiezione politica e morale esplode non solo nella vecchia frase “si stava meglio”, con quel che segue, ma nella rivolta che da Palermo a Catania, a Otranto, a Roma stessa serpeggia in ogni parte dell'Italia “liberata”.
Il popolo italiano al sud dell'Appennino ha l'animo pieno di cocenti nostalgie. L'oppressione nemica da una parte e la persecuzione bestiale del Governo dall'altra non fanno che dare alimento al movimento del fascismo. L'impresa di cancellarne i simboli esteriori fu facile; quella di sopprimerne l'idea, impossibile. (La folla grida: “Mai!”).
I sei partiti antifascisti si affannano a proclamare che il fascismo è morto, perché lo sentono vivo. Milioni di italiani confrontano ieri e oggi; ieri, quando la bandiera della patria sventolava dalle Alpi all'equatore somalo e l'italiano era uno dei popoli più rispettati della terra.
Non v'è italiano che non senta balzare il cuore nel petto nell'udire un nome africano, il suono di un inno che accompagnò le legioni dal Mediterraneo al Mar Rosso, alla vista di un casco coloniale. Sono milioni di italiani che dal 1919 al 1939 hanno vissuto quella che si può definire l'epopea della patria. Questi italiani esistono ancora, soffrono e credono ancora e sono disposti a serrare i ranghi per riprendere a marciare, onde riconquistare quanto fu perduto ed è oggi presidiato fra le dune libiche e le ambe etiopiche da migliaia e migliaia di caduti, il fiore di innumerevoli famiglie italiane, che non hanno dimenticato, né possono dimenticare.
Già si notano i segni annunciatori della ripresa, qui, soprattutto in questa Milano antesignana e condottiera, che il nemico ha selvaggiamente colpito, ma non ha minimamente piegato.
Camerati, cari camerati milanesi!
È Milano che deve dare e darà gli uomini, le armi, la volontà e il segnale della riscossa!
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Andrea Camilleri, La banda Sacco, Sellerio 2013
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X Il Prefetto di ferro
E allura abbisogna farisi almeno du dimanne: pirchì Mussolini aviva addiciso di cummattiri la mafia?
E chi era Cesare Mori, che i giornali acchiameranno “il Prefetto di ferro”?
Mussolini era stato portato a fari la feroci campagna antimafia che fici per du motivi: uno pirsonale e uno per questioni di potiri economico-politico. Non era stata certo la volontà d’abolire un sistema che faciva gravissimo danno al tessuto sociali della Sicilia a farlo cataminare.
Politicamente, la maggioranza della mafia, quanno il fascismo pigliò il potiri, s’attrovo ’nzemmula coi liberali di V. E. Orlando, il quali, in un discorso del 1924, al Teatro Massimo di Palermo, era arrivato a proclamari fieramenti “maffioso mi dichiaro io!”.
Una minoranza inveci si misi col fascismo. Un oculista di granni fama, Alfredo Cucco, ex nazionalista che si diciva fossi appattato con la mafia, arrivò, quanno addivintò deputato, a fari parte del ristrettissimo Direttorio del Partito Nazionale Fascista.
Nel so viaggio in Sicilia capitato nel 1924, Mussolini vinni pubblicamenti malo trattato da un potenti capomafia, Ciccio Cuccia, “ineffabile”, come lo definì Mussolini stisso, sinnaco di Piana dei Greci, senza che le autorità prisenti avissiro il coraggio d’arribbillarisi.
Vali la pena di cuntari l’episodio.
Doppo la visita a Palermo, a Mussolini gli vinni la gana di visitari ’na poco di centri della provincia, tra i quali Piana dei Greci (oggi Piana degli Albanesi).
Il Prefetto Cesare Mori, sapenno che a Piana i viddrani avivano ’na forti tradizione socialista e che per di più il paisi era governato da un mafioso, fici scortare a Mussolini da ’na vintina d’agenti motociclisti.
Quanno Ciccio Cuccia, scinnuto in chiazza per arriciviri il capo del Governo, lo vitti attorniato da ’na gran quantità di poliziotti, gli dissi a voci avuta in modo che lo sintivano macari i citatini che gremivano la chiazza: “Cillenza, e che bisogno c’era di tanti sbirri? Voscenza accanto a mia non ha da temere niente perché qua cumanno io”.
E quindi, rivolto alla folla: “Nisciuno tocchi un capello a Mussolini, mio amico e migliori omo del mondo”.
Mussolini addivintò virdi dalla raggia.
Mentri faciva quel viaggio egli accapì inoltre quello che i mafiosi volivano da lui in cambio di un appoggio totale: “lasciare”, sono ancora parole so, “il potere a poche centinaia di malviventi”.
E addotò il Prefetto Cesare Mori di pieni poteri.
Mori, tra l’autro, accanosciva beni la Sicilia.
Nominato appresso Prefetto di Bologna, era stato fatto trasfiriri dai fascisti pirchì ne aviva mannato a decine in galera doppo i gravi fatti di sangue successi a palazzo d’Accursio.
’Nzumma, il Prefetto era uno che non taliava ’n facci a nisciuno.
Era un funzionario tanto onesto quanto durissimo.
E Mussolini lo ripiscò spidennolo in Sicilia con un potiri immenso.
Mori cummattì la mafia adoperanno gli stissi ’ntifici sistemi della mafia e avenno a so totali disposizioni carrabbineri, pubblica sicurezza, corpi speciali che dovivano arrispunniri sulamenti a lui e persino reparti dell’esercito.
“Sotto il pretesto di combattere la mafia, fu posto il bando ai principi generali del diritto, alle garanzie costituzionali dello Statuto albertino, alla osservanza dell’habeas corpus dei cittadini, alle salvaguardie processuali penali, alla corretta applicazione della stessa legge di pubblica sicurezza. Interi corpi dello Stato, nel presupposto di far valere la legge, non ebbero scrupolo a operare fuori della legge e anche contro la legge [...]. Si procedeva alla esecuzione dei mandati di cattura organizzando vere e proprie razzie [...]. In qualche caso, si giunse anche ad assediare in blocco un paese (esempio classico: Gangi sulle Madonie) con impiego oltre che della polizia locale anche dell’esercito. Generalmente poi, se non si mettevano le mani sui presunti mafiosi, si arrestavano i familiari, il padre, il fratello, talvolta la madre o la moglie, per costringere il latitante o i latitanti a costituirsi. [...] non fu raro il barbaro e illegale ricorso alla tortura mediante la “cassetta” o altri strumenti di raffinata sadica crudeltà” (F. Renda, Storia della Sicilia dal 1860 al 1970, vol. II, Palermo 1985).
Una dittatura può permittirisi questo e autro.
Con loro, centinara di mafiosi vanno a stipari le celle.
Apparentemente, il fascismo abbattì la mafia imponenno non la liggi, ma la liggi del terrore.
Ma com’è che, appena caduto il fascismo, la mafia tornò a essiri cchiù forti e potenti di prima?
Scrive Denis Mack Smith (Storia della Sicilia medievale e moderna, Bari 1970):
“Se la mafia fosse stata un’associazione, invece che un modo di vivere, forse Mori avrebbe potuto sopprimerla per un certo periodo, ma in realtà le sue complesse cause sociali ed economiche non potevano essere rimosse in così breve tempo o soltanto con questi metodi. Forse in certi ambienti c’era solo il desiderio di ottenere un’apparente vittoria di prestigio; e Vizzini e Russo furono in seguito rilasciati per mancanza di prove”.
La classica mancanza di provi sempri opportunamenti adottata dai judici sia con la democrazia che col fascismo.
Inoltre il Prefetto aviva accomenzato a smurritiare la nobiltà siciliana, proprietaria di quell’immenso latifondo indovi la mafia nasciva e pasciva.
Il Prefetto si era fatto pirsuaso che tra i granni propietari terrieri e i loro camperi mafiosi c’era un accordo.
Ma appena principiò a cataminarisi di questo passo, vinni richiamato a Roma e la sua carrera finì.
E lo stesso Alfredo Cucco tornò a farisi nominari supra i giornali verso l’anni ’40 soprattutto come autori di un libro indove si sostiniva che il coito interrotto faciva addivintari orbi.
Ad ogni modo, per i primi dù anni, Mori s’interessò picca e nenti della mafia rafadalisa.
Forsi pirchì sapiva che a quella c’era già qualichiduno che ci pinsava.
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Aldo Cazzullo, Mussolini il capobanda, Mondadori 2022
Oggi in Italia ci sono gli estimatori di Mussolini: pochi, ma non pochissimi. Troppi. Poi ci sono gli antifascisti convinti: molti, ma non moltissimi. E poi c’è la maggioranza. Che crede, o a cui piace credere, in una storia immaginaria, consolatoria, autoassolutoria.
La storia più o meno è questa: fino al 1938 Benito Mussolini le aveva azzeccate tutte; e tutti gli italiani erano fascisti. Certo, il Duce aveva avuto la mano pesante con gli oppositori; ma insomma quando ci vuole ci vuole; in fondo non ha ammazzato nessuno, o quasi. Amante delle arti e delle donne, bonificatore di paludi, demolitore di anticaglie e costruttore di nuovi quartieri: un capo pieno di virtù. Peccato solo la sbandata per Hitler, le leggi razziali, la guerra fatta per raccogliere “qualche migliaia di morti” ed essere ammessi al tavolo della pace. Peccato, davvero.
In realtà, non è andata così. E non solo perché i tedeschi avrebbero fatto volentieri a meno del nostro ingresso in guerra: sapevano di doverci sostenere su ogni fronte, come poi hanno fatto - dall’Africa alla Grecia - perdendo tempo, risorse e uomini preziosi. E non solo perché la frase sulle “migliaia di morti” tradisce una volgarità d’animo e un cinismo rivoltanti.
La guerra non fu un incidente di percorso o un errore tattico. La guerra era insita nel fascismo e nella testa di Mussolini fin dal primo giorno. Il fascismo nasce con la guerra e muore (purtroppo non del tutto) con la guerra. L’idea della violenza come levatrice della storia, della guerra come modo di imporre una nazione su un’altra, e una razza sull’altra, accompagna il fascismo dalla sua nascita alla sua morte (apparente). Il germe del fascismo è già negli spaventosi massacri della prima guerra mondiale – “trincerocrazia!” ringhia il Duce -, e nei torbidi dei primi anni del dopoguerra, segnati dagli scioperi rossi e dalla durissima reazione nera.
Mussolini prende il potere con la violenza, a prezzo di centinaia di vittime, e lo mantiene con la forza. Commette crimini contro altri popoli: reprime la rivolta della Libia chiudendo donne e bambini nei campi di concentramento (40 mila morti); fa sterminare gli etiopi con il gas; fa bombardare paesi e città inermi in Spagna; poi ordina le sciagurate aggressioni alla Francia, alla Grecia, alla Russia, regolarmente terminate con disastrose sconfitte; non per colpa dei nostri soldati, ma dell’impreparazione, dell’insipienza, della miseria morale del regime che a parole aveva preparato la guerra per vent’anni, e poi aveva mandato centinaia di migliaia di italiani a congelare e a morire senza indumenti adatti, armi, viveri, financo scarpe. Anche questo è stato un crimine del Duce. Contro il suo stesso popolo.
Non solo. Nel 1938, lo “statista” Mussolini e i suoi uomini avevano già provocato la morte di tutti i principali esponenti dell’opposizione: Giacomo Matteotti, Piero Gobetti, don Giovanni Minzoni, Giovanni Amendola - attaccato cento contro uno -, Carlo e Nello Rosselli. Avevano bastonato un prete, don Luigi Sturzo. Avevano aggredito un santo, Piergiorgio Frassati.
Avevano incarcerato uno statista vero, Alcide De Gasperi. Nessuno di loro era comunista. Anche se tra le vittime va ovviamente ricordato Antonio Gramsci, che si spense in clinica dopo undici anni passati sotto custodia, senza aver mai commesso un gesto violento, senza alcuna colpa che non fossero le sue idee.
Poi, certo, il fascismo non spuntò dal nulla. Lo stesso Gobetti lo definì “l’autobiografia della nazione”. Seppe approfittare con spregiudicatezza del clima di paura creato dal “biennio rosso”, seguito al trauma della Grande Guerra e alla rivoluzione bolscevica in Russia. Molti liberali e molti cattolici si illusero di poterlo usare contro la sinistra, senza rendersi conto del mostro che avevano contribuito a rafforzare.
Certo, il fascismo ebbe anche consenso, in particolare negli anni segnati dalla conquista dell’Etiopia. Ma c’è un altro mito da sfatare.
Non è vero che gli italiani sono stati tutti fascisti. È solo un’altra sciocchezza autoassolutoria.
È sempre difficile misurare il grado di consenso a una dittatura; quando non hai alternative, quando non voti se non per finta, quando devi prendere la tessera del partito per lavorare, quando devi fare attenzione a non parlare male del dittatore se no ti aspettano sotto casa e ti sfasciano la testa, ti umiliano davanti ai tuoi figli, ti tolgono casa, libertà, lavoro. Organizzare un’opposizione era quasi impossibile, pena il carcere, il confino, l’esilio.
Anche per questo il numero degli antifascisti militanti fu ovviamente ridotto, pur se prezioso e significativo.
Ma se gli italiani fossero davvero stati tutti fascisti, che motivo c’era di mantenere una polizia politica e il Tribunale speciale? Che ragione c’era di imporre un clima plumbeo e soffocante, di perseguitare gli omosessuali o chiunque venisse percepito come “diverso”, di costringere gli italiani al rituale un po’ retorico un po’ ridicolo del sabato fascista? Senza dimenticare quel che subirono le donne, considerate “fattrici” e sottomesse agli uomini: non tutti ricordano che alle italiane fu reso sempre più difficile lavorare fuori casa, rendersi indipendenti, decidere del proprio destino.
Dopo la marcia su Roma, dopo aver preso il potere, gli squadristi sistemarono i conti con i quartieri e con le città che avevano loro resistito.
Per prima cosa assaltarono San Lorenzo, presero i popolani che avevano tentato di fermarli e li scaraventarono giù dal balcone di casa: ci furono morti, decine di lavoratori rimasero paralizzati, con la spina dorsale spezzata. Poi devastarono i quartieri popolari di Torino, uccisero quattordici operai, forse più, legarono il segretario della Camera del Lavoro a un camion e lo trascinarono per le strade. Scene da Far West. Da delinquenti in senso tecnico. Il tutto sapendo di avere le spalle coperte dal regime che avevano instaurato. Si può immaginare qualcosa di più vigliacco, di più odioso? Purtroppo, si può.
La razzia del ghetto di Roma fu opera dei nazisti. Ma ad andare a prendere gli ebrei di Venezia casa per casa - i bambini all’asilo, i vecchi negli istituti - furono fascisti italiani. Era la notte tra il 5 e il 6 dicembre 1943. Oltre trecento non sono mai tornati dai campi di sterminio, dove morirono più di ottomila ebrei italiani.
Del resto, fu lo stesso Mussolini a dirlo, in Parlamento: “Se il fascismo non è stato altro che un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere”. Certo, lo diceva provocatoriamente. Ma come delinquenti si erano comportati i fascisti, fin dagli esordi. E come tali si comporteranno, con il coltello dalla parte del manico, fino al 25 aprile 1945.
“Capobanda” fu definito Mussolini nel 1923 dal socialista Filippo Turati, che lo conosceva bene. “Capobanda” lo definì un ventennio dopo il gerarca Giuseppe Bottai, che lo conosceva benissimo.
Con quei criminali tedeschi, e con il loro capo, i delinquenti italiani si allearono. Mussolini e i suoi accoliti copiarono da loro le odiose leggi contro gli ebrei (dopo aver già introdotto leggi razziste in Africa).
Seguirono i nazisti in una serie di guerre di aggressione, condotte con l’eliminazione fisica dei prigionieri, dalla Jugoslavia alla Russia, e con la caccia sistematica agli ebrei, compresi i bambini e i neonati (ma a volte difesi dai nostri soldati, ad esempio in Francia). E rimasero loro fedeli sino all’ultimo giorno, quando l’Italia e la Germania erano diventate campi di battaglia, cosparsi da centinaia di migliaia di morti innocenti.
Purtroppo, noi italiani ci siamo autoassolti da tutto questo. Dall’avere inventato un’idea – il fascismo - esportata in mezzo mondo, che ovunque sia andata al potere, anche dopo la seconda guerra mondiale, ha significato carcere, polizia politica, soppressione degli oppositori, razzismo, xenofobia, predominio dell’uomo sulla donna.
Per dimenticarlo, per far finta che non sia andata così, ci siamo inventati una storia a nostra misura. Ci siamo immaginati un Duce lungimirante, virile, onesto, severo ma giusto, seduttore ma buon padre di famiglia, duro ma generoso. Uno “con due palle così”.
È tempo di raccontare, e dimostrare, che Benito Mussolini era diverso dall’idea che ce ne siamo fatti. Che del fascismo noi italiani dovremmo vergognarci. Ma che per fortuna non tutti gli italiani sono stati fascisti. E che l’antifascismo non è “una cosa di sinistra”; è una cosa di tutti, è un valore in cui ogni italiano dovrebbe riconoscersi.
Uno
“Toglietemeli di torno” Storia di Ida Dalser e di Benitino
Si rialzò piangente ed avvilita e fra le lacrime mi insultava. Diceva che le avevo rubato l’onore. Non lo escludo. Ma di quale onore si parla?”.
È di fatto il racconto di uno stupro. Ma Benito Mussolini se ne compiace. Lei è una delle sue prime “conquiste”: Virginia B. Questo era il rapporto del futuro Duce con le donne. Poi, certo, negli anni del potere molte gli si offriranno: anche una al giorno, raccontano.
Violento lo era stato sin da bambino. A scuola andava con un coltello in tasca, e in una rissa lo estrasse per ferire alla mano uno dei compagni. Altri li prendeva a sassate. Da ragazzo aveva sempre con sé un pugno di ferro e un coltello a serramanico, che usò per colpire una donna, Giulia Fontanesi.
Giulia aveva il marito lontano, militare a Sulmona. “Disponevo di lei a mio piacere” annota Mussolini. Che però era gelosissimo, anzi possessivo.
Pretendeva che Giulia non uscisse mai di casa. Un giorno che la sorprese per strada la assalì urlando e le addentò un braccio. Durante un altro litigio, quando lei gli disse che era libera di comportarsi come credeva, lui diede mano al coltello e le conficcò la lama in una coscia.
Dopo gli anni passati da emigrante in Svizzera, andò a fare il maestro a Tolmezzo, dove visse - sono parole sue - “nell’abbrutimento, nella dissipazione fisica e spirituale”. Sembrava detestare tutto e tutti, in particolare i sacerdoti - “gendarmi neri al servizio del capitalismo” - , il cristianesimo, “obbrobrio dell’umanità”, e il tricolore, “uno straccio da piantare nel letame”. Un giorno il suo amico Dante Marpillero lo trovò con una pistola in mano, deciso a farla finita. Poi sedusse la padrona della locanda dove alloggiava, Luigia Pajetta Nigris, e di fronte alle rimostranze del suo uomo reagì a pugni: “Nel pugilato la peggio toccò al marito di Luigia, più vecchio e più debole”. Entrava e usciva di galera, e non sempre per motivi politici: la prima volta fu arrestato per aver minacciato un agrario, tale Emilio Rolli - “ti svirgolo!” - , agitando un grosso bastone.
Con la sciabola, invece, ferirà Claudio Treves, in un duello furibondo (non si libererà mai, però, della paura del dolore fisico, in particolare del terrore per le iniezioni).
Racconterà la sorella, Edvige Mussolini, che i suoi rapporti con le donne erano “assai rapidi, poco importanti, con qualche crudeltà, più crudeltà che abbandono”. Il “disprezzo per la donna” teorizzato dai futuristi fu da lui praticato.
Ma se c’è una storia che rivela davvero chi fu Benito Mussolini, è quella del figlio Benito Albino, e di sua madre Ida Dalser. Una storia che ancora oggi viene liquidata, anche nei libri non apologetici, in modo sbrigativo: lei era una pazza, il figlio pure; e i pazzi all’epoca finivano, e morivano, in manicomio.
Un fidanzamento pistola in pugno
Erano semplicemente fastidiosi. Ricordavano al padrone d’Italia che, prima di diventarlo, si era infilato in una storia d’amore divenuta un pasticcio. Un ostacolo. E come un ostacolo madre e figlio erano stati rimossi.
La vera storia di Ida e Benitino, della donna e del figlio del Duce, è venuta alla luce grazie a una lunga inchiesta giornalistica, durata decenni. Il primo a occuparsene fu Alfredo Pieroni: trentino, cronista nella Germania della ricostruzione e nella Roma della dolce vita, grande amore di Oriana Fallaci. Su suggerimento di Luigi Barzini, Pieroni nel 1946 lavorò alla storia del figlio segreto del Duce. Fu lui a trovare, a casa di Adele Dalser, sorella di Ida, le lettere di Mussolini. Negli anni Trenta il dittatore aveva dato l’ordine di recuperarle e distruggerle; ma la famiglia le aveva nascoste dentro un pappagallo impagliato. Grazie a questi documenti, e ad altre carte ritrovate da Marco Zeni e Fabrizio Laurenti, oggi possiamo ricostruire la vicenda, che ha ispirato il film di Marco Bellocchio Vincere! (dove Benitino è interpretato da Filippo Timi).
Siamo nel 1914. Mussolini ritrova a Milano una giovane donna trentina, che ha conosciuto - e con cui forse ha avuto una relazione - cinque anni prima, al tempo del suo soggiorno a Trento. Ida Dalser è una donna moderna. Volitiva, determinata. Ha amato un uomo potente, Giuseppe Brambilla, l’amministratore delegato della Carlo Erba, che le ha promesso di sposarla ma non ha mantenuto. Ora è single. Si è diplomata a Parigi in medicina estetica, nel 1913 si è trasferita a Milano, e ha aperto quello che oggi definiremmo un centro estetico: il Salone orientale di igiene e bellezza Mademoiselle Ida. È un successo. Milano è già la città più ricca d’Italia, le signore della borghesia cittadina apprezzano. Ida ha talento per gli affari, guadagna bene, mette i soldi da parte.
Di soldi Mussolini ha molto bisogno. Il giornale che ha fondato, Il Popolo d’Italia, può contare sui capitali dei tanti che hanno interesse all’intervento dell’Italia nella guerra, dagli industriali ai francesi. Ma il Duce non riesce a far breccia in quello che sperava fosse il suo pubblico: tranne qualche eccezione, i socialisti restano contrari al conflitto. Le tirature non crescono, il denaro non basta mai. Ida accetta di aiutarlo. Considera Benito il suo uomo. Non sa, o finge di non sapere, che lui vive con un’altra donna, Rachele Guidi, che gli ha dato una figlia, Edda.
Rachele è molto diversa da Ida. È una contadina romagnola, figlia di Annina, la compagna del padre di Mussolini, Alessandro, il fabbro di Dovia. Benito ha visto Rachele e l’ha presa, dopo averci provato con la sorella, Augusta, che l’ha respinto a ceffoni. Un giorno ha sorpreso Rachele a ballare con un altro, gliel’ha strappata di mano e l’ha riaccompagnata a casa, tormentandola per tutto il percorso con pizzichi e spintoni. Poi l’ha trascinata in campagna, a casa di un’altra sorella, e le ha ordinato di non muoversi da lì e non farsi vedere da nessuno.
La madre di Rachele sapeva quanto Benito fosse violento e manesco, ed era contraria all’unione. Ma lui si è presentato davanti a lei e al padre tenendo con una mano la ragazza e con l’altra una pistola, gridando: “Se non mi date Rachele, qui ci sono sei colpi. Uno per lei, e cinque per me”. In sostanza, stava minacciando di morte il padre e la madre della donna che voleva sposare. Nessuno dei due osò correre il rischio.
Ora Rachele vive per lui. È gelosa, ma accetta i suoi tradimenti. È quasi analfabeta, non sa scrivere molto più della propria firma, può fare poco per aiutarlo nella sua ascesa giornalistica e politica. Mussolini del resto non c’è quasi mai. Gli interessa avere, all’occorrenza, il letto fatto, il cibo pronto, i vestiti puliti. Rachele - che lui chiama Chiletta - non è felice a Milano.
Quando potrà disporre degli agi di Villa Torlonia, a Roma, negli anni del potere, ritroverà la propria dimensione domestica, si prenderà cura dell’orto, dei due maiali tenuti all’ingrasso, del pollaio. Darà a Mussolini altri quattro figli, anche se subirà sempre la personalità della primogenita Edda, cui il Duce è legatissimo. E quando si tratterà di decidere la sorte di Galeazzo Ciano, Rachele spingerà per la fucilazione: occorreva punire il genero che aveva tradito.
Anche di “donna Rachele” gli italiani hanno un’immagine edulcorata, quasi tenera. In realtà, dietro la maschera della rezdora romagnola, c’era una donna attenta e arcigna, piena di diffidenze e rancori contadini, con una sua rete di collaboratori e informatori, anche nella polizia. Del resto, Rachele vedrà sempre la tragedia in cui il fascismo aveva precipitato l’Italia soltanto dal punto di vista del suo uomo, e di come quella tragedia potesse influenzarne gli interessi e l’umore.
Un f
Ida Dalser, invece, è sinceramente appassionata alla vicenda politica del suo amante. Lo appoggia, lo finanzia, partecipa alle infuocate assemblee in cui i socialisti inveiscono contro Mussolini (“voi mi odiate, perché mi amate ancora … ”), schiaffeggia uno dei suoi accusatori. A lui piace tutto di lei: la erre arrotata, una certa allure francese da Belle Époque, e anche il denaro.
Sono anni in cui Mussolini è attratto da donne che possono sostenerlo nella sua ascesa sociale. Tenta invano di sedurre Leda Rafanelli, eccentrica figura di scrittrice convertita all’Islam (“Quando vorrò portare una parentesi nella mia vita tumultuosa, congestionata e solitaria, verrò da voi” le scrive. “Mi farete vivere ore orientali … “). A Leda confida: “Ci sono due donne che mi amano follemente. Ma una è troppo brutta, pur avendo un’anima nobile e generosa”. È Angelica Balabanoff, esule russa. “L’altra è bella, ma ha l’anima subdola, avara, sordida anzi. È ebrea”. Il suo nome è Margherita Sarfatti.
Mussolini è attratto dalle donne. Ma dopo averle prese - è lui stesso a scriverlo, in una nota autobiografica citata da Antonio Scurati - si sente “irresistibilmente attratto dal proprio cappello”, cioè spinto dall’impulso a mollare lì la preda e ad andarsene. Il disprezzo per la donna è tale che al futuro Duce piace l’orrenda definizione coniata da Giovanni Papini: “orinali di carne”. Papini: un personaggio citato nelle antologie su cui abbiamo studiato come grande scrittore. Capace in realtà di frasi come queste, in occasione dell’entrata in guerra: “Ci voleva, alla fine, un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tiepidumi di latte materno e di lacrime fraterne … Non si rinfaccino, ad uso di perorazione, le lacrime delle mamme. A cosa possono servire le madri, dopo una certa età, se non a piangere. E quando furono ingravidate non piansero: bisogna pagare anche il piacere … Amiamo la guerra ed assaporiamola da buongustai. La guerra è spaventosa - e appunto perché spaventosa e tremenda e terribile e distruggitrice dobbiamo amarla con tutto il nostro cuore di maschi”. Papini però la guerra non la fece: era molto miope e si fece riformare, evitando così le lacrime a sua madre. Non a caso, aderirà al fascismo, dedicherà il primo - e ultimo - volume della sua storia della letteratura italiana “al Duce amico della poesia e dei poeti”, firmerà l’infame Manifesto della razza; dopo l’8 settembre troverà scampo in convento.
Con le parole, Mussolini ci sa fare. Le sue lettere a Ida del 1914 e del 1915 denotano complicità - “i miei nemici cominciano a tremare” – e anche coinvolgimento: “Anch’io ti amo, mia cara Ida, quantunque non abbia potuto dartene una prova”. E ancora: “Ti ho nel sangue, mi hai nel sangue”. Lei lo ama davvero, non solo a parole: lo protegge con il suo corpo da un esaltato con un pugnale in mano, che vorrebbe punire Mussolini in quanto traditore del socialismo.
Il piccolo Benito Albino nasce l’11 novembre 1915. Mussolini è al fronte da due mesi. Prima di partire ha giurato a Ida eterno amore. Le ha anche intestato il sussidio militare cui ha diritto: è la conferma della solidità apparente del loro rapporto, e anche del fatto che lei è rimasta senza soldi per lui. Un documento del Comune di Milano attesta che “la famiglia del militare Mussolini è composta dalla moglie Ida Dalser e da figli numero uno”. In realtà, non c’è stato nessun matrimonio; solo un escamotage per mantenere Ida e il bambino.
Il 18 dicembre 1915 lei lo va a trovare all’ospedale di Treviglio, dove il bersagliere Mussolini è ricoverato per un attacco di itterizia. In braccio ha il bambino che non ha ancora un padre. Lo implora di riconoscerlo. Lui le promette di sistemare definitivamente le cose, di sposarla al più presto, non appena recupererà le forze. In realtà si è sposato tre giorni prima. Con Rachele. Che è di nuovo incinta; stavolta di un maschio, che si chiamerà Vittorio, come auspicio per il trionfo finale.
Sono i giorni in cui il futuro Duce scrive il diario di guerra, che diventerà un libro di culto dopo la sua presa del potere. Si presenta come “soldato tra i soldati”, costretto ad accontentarsi del grado di caporale: il corso ufficiali gli viene negato per i suoi trascorsi socialisti … In realtà, Mussolini non è certo abbandonato a se stesso in trincea. L’ordine superiore è evitargli i rischi: serve di più come direttore di un giornale interventista. Non gli viene risparmiato però un rimprovero, per la sua crudeltà. È lui stesso a raccontare l’episodio: “Stamani, all’alba, ho dato il buon giorno ai tedeschi, con una bomba Excelsior tipo B, che è caduta in pieno nella loro trincea. Il puntino rosso di una sigaretta accesa si è spento, e probabilmente anche il fumatore”. Nessun rimorso, nessun ripensamento, anzi: “Stanotte conto di dormire a lungo”. Il giorno dopo si scopre che il lancio di quella bomba ha fatto quattro o cinque morti. Il suo capitano lo rimprovera. Un conto è uccidere in combattimento; un altro è ammazzare così, per il gusto di farlo, fuori da qualsiasi logica, con la conseguenza di inasprire il nemico e rendere difficile anche la quotidianità dei commilitoni. “Perché hai fatto questo, figliolo?” gli chiede l’ufficiale. “Erano in crocchio, fumavano, forse parlavano dell’amorosa”. E lui, impettito e seccato: “Signor capitano, allora andiamo tutti a spasso in Galleria a Milano, che è meglio!”.
Tanto agli assalti Mussolini non partecipa. E quando resta ferito da una bombarda che esplode durante un’esercitazione, sarà prima ricoverato in ospedale, poi congedato.
La madre di suo figlio in camicia di forza
Ida non si rassegna. Ha perso tutto per causa sua. Ha un figlio da mantenere. Ha amato Benito totalmente, e lo ama ancora. Si agita, si affanna. Alterna dolcissime dichiarazioni d’amore a sceneggiate, va nel cortile del Popolo d’Italia con il bambino in braccio a urlare: “Vigliacco, porco, assassino, traditore, vieni giù se hai il coraggio!”. Lui il coraggio di affrontarla non ce l’ha: si affaccia alla finestra e le risponde bestemmiando, con un revolver in mano.
Ida tiene duro, si presenta come la signora Mussolini, incontra Rachele e tra loro scoppia una lite furibonda. Tenta di trascinare dalla propria parte il grande rivale di Mussolini: il proprietario e direttore del Corriere della Sera, primo quotidiano del Paese, Luigi Albertini. Gli scrive, lo supplica di pubblicare la sua storia, di aprire una sottoscrizione per il mantenimento del bambino. Albertini le risponde con parole di conforto, però rifiuta di usare vicende private per screditare un avversario.
Si va per avvocati. Il tribunale di Milano condanna Mussolini a versare alla Dalser duecento lire al mese; ma lui non lo farà. Non vuol saperne di vedere il bambino né tanto meno sua madre. Riesce anzi a farli allontanare dalla città, con il pretesto che lei è “cittadina austriaca”, e quindi pericolosa per la patria. Ida e Benitino sono costretti a partire per Caserta. Per un anno, lui è tranquillo. Alla fine della guerra lei ritorna; ma vivere a Milano è troppo caro, e decide di trasferirsi a Sopramonte, il paesino in provincia di Trento dov’è nata, a casa della sorella Adele e di suo marito, Riccardo Paicher.
Mussolini, implacabile, scrive a un funzionario romagnolo in servizio alla questura di Trento: “La persona di cui mi parli è una pericolosa squilibrata e criminale ricattatrice. Falla sorvegliare e cacciala in galera, che è il suo posto naturale”. Ma siccome motivi per arrestare Ida proprio non ce ne sono, Mussolini tenta un’altra strada. Si rivolge al fratello: “Vedi tu se riesci a togliermela di torno”.
Arnaldo Mussolini ha un carattere mite, è molto cattolico. Prende a cuore la questione. Fa avvicinare Ida e le propone una somma importante, centomila lire, per farsi da parte. Il cognato e la sorella le consigliano di accettare; lei rifiuta. Non si rassegna alla prospettiva di crescere un figlio da sola, nell’ambiente bigotto della provincia italiana, lontano dall’uomo che ama e da cui si sente defraudata. Ma Mussolini nel frattempo è diventato il capo del governo.
Nel 1926 il ministro dell’Istruzione, Pietro Fedele, va in visita a Trento.
Ida lo conosce e tenta di farsi ricevere. Ha 46 anni, sa ancora truccarsi e vestirsi con eleganza. Vuole un colloquio con il Duce. La reazione è fulminea. La Dalser viene ricoverata a forza nel manicomio di Pergine Valsugana.
Il dottor Tullio Banfichi, otorinolaringoiatra ma soprattutto centurione della Milizia fascista, la dichiara pazza. Altri medici compiacenti confermano la diagnosi. Per undici anni Ida Dalser sopravviverà tra veri malati di mente, urla deliranti, cimici, “celle puzzolentissime”, camicie di forza. Lei però non è affatto pazza, lo confermano le lettere che scrive dalla sua prigione, che gli incaricati di Mussolini - informato su tutto – le impediscono di spedire. Sono messaggi che rivelano un animo acceso da una passione eccessiva, ma certo lucido e padrone di sé.
Così Ida descrive il suo arresto: “Al mio apparire fui presa, picchiata, legata, narcotizzata, beffeggiata, gettata nell’auto col bavaglio alla bocca fino alla questura. Colà, dopo avermi perquisita e torturata nei modi più volgari, mi hanno gettata per terra stretta fra una camicia di forza”. Eppure lei si illude ancora che Mussolini possa essere estraneo a quello che le stanno facendo: “Tu non sai nulla, tu non hai mai dato alcun ordine e con questo certissimo pensiero sfiderò tutti”. Gli chiede di farla uscire da quel “putridissimo manicomio, dove non hai alcun diritto di farmi seppellire”.
Lo implora di non “fare insultare la madre di tuo figlio, almeno per la pace della tua coscienza”. Gli offre il suo perdono, “perché sei il padre di mio figlio”.
Ida scriverà centinaia di lettere, anche al Papa e al re, tutte inutili: nessuna sarà mai spedita, la direzione del manicomio ha ordini precisi; Ida Dalser ufficialmente non esiste più. Tenta una fuga disperata, ma la prendono subito. Alla fine si rassegna: “Sono una povera morta stesa nel suo sudario”. Si spegne nell’ospedale psichiatrico di San Clemente, a Venezia, il 3 dicembre 1937, a 57 anni, prostrata da un duro regime carcerario, segnato dalla camicia di forza e da pesanti cure farmacologiche che ne hanno logorato il corpo e la mente.
Benitino narcotizzato dalla polizia
Tra urla e spintoni, un poliziotto afferra un fazzoletto imbevuto di cloroformio, lo preme sul volto di Benitino, lo narcotizza, lo strappa ai familiari. Portato via di peso, il figlio del Duce viene caricato sull’auto che attende sotto casa e condotto a Rovereto, all’Istituto educativo provinciale di Sant’Ilario.
Il posto è orribile. La gente lo chiama “il ricovero dei derelitti”. È un orfanotrofio costruito dagli austriaci, dove sono rinchiusi i figli illegittimi e ragazzi che hanno alle spalle famiglie difficili, violente, alcolizzate.
Secondo le testimonianze, Benitino è sempre in disparte. Triste e taciturno, non partecipa ai giochi degli altri bambini. Si anima solo davanti alla foto del Duce appesa in corridoio: “Quello è mio padre” dice fiero.
Essere il figlio dell’uomo più potente d’Italia diventa la sua ragione d’essere, il suo motivo di orgoglio, la sua identità; non si rende conto che è la sua condanna.
Come spesso accade in questi casi, la somiglianza fisica conferma che Benitino è davvero il primo figlio maschio di Benito. Un motivo in più di allarme per le autorità. E poi il piccolo non sta quieto: tenta la fuga, racconta in giro la tragica storia della madre portata via e rinchiusa chissà dove. La voce corre, troppi occhi in città sono puntati sull’istituto.
Se ne occupa di nuovo Arnaldo Mussolini. Il fratello del Duce si è sinceramente affezionato a Benitino, che a sua volta lo considera davvero uno zio. Così viene trovata un’ottima sistemazione: il Real Collegio Carlo Alberto di Moncalieri, dove studiano i rampolli dell’aristocrazia e della ricca borghesia torinese.
Zio Arnaldo viene a trovarlo e gli scrive lettere come questa, del luglio 1929, l’anno della conciliazione con la Chiesa: “So che sei ubbidiente verso i tuoi buoni superiori. Di questa ultima cosa ti faccio una speciale raccomandazione. Spero di venirti a trovare fra non molto tempo. Ad ogni modo rassicurati che penso spesso a te e al tuo avvenire. Sii buono e sii bravo e ricevi un abbraccio dal tuo affezionatissimo Arnaldo”.
Benitino vive finalmente un periodo tranquillo. Ma nel dicembre 1931 Arnaldo Mussolini muore all’improvviso, d’infarto, a soli 46 anni. Viene meno un elemento di moderazione, prezioso per il dittatore. E il suo figlio segreto, che mai ha voluto vedere, perde l’unico punto di riferimento.
Pochi mesi dopo, a 17 anni, Benito Albino torna a Trento, dal tutore Giulio Bernardi, quello che l’ha portato via da casa con i poliziotti e il cloroformio. Viene iscritto prima all’istituto tecnico, poi all’istituto agrario di San Michele all’Adige, infine alla scuola navale di La Spezia. Il ragazzo è a disagio, soffre, e non smette di proclamarsi figlio del Duce, nonostante i divieti e gli avvertimenti a stare zitto. I testimoni lo raccontano come spigliato, divertente, e simile al padre in modo impressionante. Una minaccia ancora più insidiosa dopo la firma del Concordato con il Vaticano: nulla di peggio di un figlio illegittimo, proprio ora che il Duce deve mostrarsi buon padre di famiglia.
Si decide così di spedire Benito Albino il più lontano possibile: in Estremo Oriente, dove tra le concessioni di Tientsin e di Shanghai c’è una piccola flottiglia italiana. Il ragazzo ha diciotto anni. Anche ai commilitoni si presenta come il figlio di Mussolini. Non resta che una soluzione: farlo sparire.
Nel 1935 riceve un falso telegramma, che gli annuncia la morte della madre: è una scusa per rimpatriarlo. Appena arrivato in Italia viene preso in consegna dalla polizia, che lo porta al manicomio di Mombello di Limbiate, vicino a Milano. Medici compiacenti lo dichiarano pazzo e lo rinchiudono nel reparto Agitati, tra pidocchi e scarafaggi. Dopo qualche mese lo spostano tra i Semiagitati. La diagnosi parla di “delirio di persecuzione”: è chiaro che la sua unica follia è dirsi figlio di suo padre.
Nel 1942 Benito Albino muore. Non ha ancora ventisette anni. Non sappiamo nulla di preciso delle sue sofferenze. Secondo i documenti, le cause del decesso sono “consunzione” e “deperimento fisico”.
Probabilmente è solo il modo di mascherare un omicidio, compiuto con trenta massicce iniezioni di insulina: vere e proprie torture, autorizzate dagli psichiatri, che lo mandano in coma per nove volte, come dimostrano le cartelle cliniche ritrovate dal giornalista Marco Zeni. Il giorno della morte è il 26 agosto: al padre resta meno di un anno di potere.
Mussolini sapeva che Benito Albino era sepolto vivo in manicomio? Gli si può attribuire l’atrocità di aver fatto sopprimere il proprio stesso figlio?
Non ci sono prove. Ma la maggioranza dei ricercatori che si sono occupati di questa storia afferma categoricamente di sì. La polizia di Mussolini era al suo personale servizio, lo informava di ogni dettaglio della vita privata dei gerarchi, di amici e nemici: difficilmente avrebbe taciuto al Duce notizie di suo figlio. E difficilmente l’apparato repressivo del fascismo avrebbe disobbedito alla richiesta di commettere un delitto. Fosse anche quello di eliminare, o di lasciar morire, un ragazzo innocente.
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Aldo Cazzullo, Mussolini il capobanda, Mondadori 2022
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Leggende e falsità sono fiorite, dai diari apocrifi alle ultime parole inventate, per nascondere l’amara realtà: Mussolini non ha avuto una fine gloriosa. Ha vagheggiato di combattere sino all’ultimo, di chiudersi nel “ridotto della Valtellina” con le ceneri di Dante, come a dire che l’Italia moriva con lui. Ma poi ha cercato banalmente di salvarsi la pelle. Ha tentato di riparare in Svizzera, come avevano fatto molte delle sue vittime, ebrei, antifascisti, resistenti. Ha portato con sé denaro, oro, documenti, fedelissimi, e la sua amante, Clara Petacci, che ha voluto morire con lui. È salito su un camion e si è travestito da soldato tedesco, indossando un’uniforme non sua, tentando di nascondersi sotto l’elmetto, simulando di dormire o di essersi ubriacato. È stato riconosciuto da un partigiano, o forse è stato venduto dai camerati nazisti, che hanno potuto proseguire indisturbati dopo aver consegnato il Duce.
Tutto precipita, in un clima plumbeo e triste, almeno per quel che resta del regime. Mussolini manda avanti il figlio Vittorio, per prendere contatto con il cardinale Schuster. Cerca un rapporto con la Resistenza, in particolare con i socialisti, che pure aveva perseguitato per venticinque anni. Nega spudoratamente con i tedeschi di voler trattare, e intanto parte verso Milano, per farlo.
È la sera del 18 aprile. “Non c’è più nulla da fare. È finita!” dice alla moglie Rachele, che resta a Gargnano. Poi scrive a Clara e la informa che il progetto coltivato per diciotto mesi è fallito: la fuga in Spagna è impossibile. Anche la Petacci parte per Milano, qualche ora dopo di lui.
Nella notte un motoscafo getta nel lago una cassa piena di documenti.
A Milano, Mussolini prende possesso della prefettura. I cavalli di frisia proteggono quello che definisce “il quadrilatero di Monforte”. Non sa bene cosa fare. Ora vagheggia di portarsi in Valtellina, ora di resistere in città e fare di Milano “la Stalingrado d’Italia”, “l’Alcázar del fascismo”, evocando ora la resistenza dell’Armata Rossa, ora quella dei franchisti. Rilascia un’intervista al Popolo di Alessandria, un giornale che lo incuriosisce perché vende ben 300 mila copie: “Ho sopravvalutato l’intelligenza delle masse. Nei dialoghi che tante volte ho avuto con le moltitudini, avevo la convinzione che le grida che seguivano le mie domande fossero segno di coscienza, di comprensione, di evoluzione. Invece era isterismo collettivo”.
E ancora: “Mi hanno tanto rinfacciato la forma tirannica di disciplina che imponevo agli italiani. Come la rimpiangeranno! E dovrà tornare, se gli italiani vorranno ancora essere un popolo e non un agglomerato di schiavi”.
I
I rappresentanti del fronte antifascista sono in ritardo. Mussolini conversa, paragona la sua Repubblica ai cento giorni di Napoleone.
Finalmente, dopo un’ora, arrivano Riccardo Lombardi del partito d’Azione, Achille Marazza per la Democrazia cristiana e il generale Raffaele Cadorna (non è un omonimo: oggi quasi nessuno sa o ricorda che il capo militare della Resistenza italiana era il figlio di Luigi Cadorna, il nipote del Raffaele Cadorna capo dei bersaglieri che presero Roma; insomma, non un bolscevico).
Gli uomini della Resistenza chiedono la resa incondizionata entro due ore. Mussolini risponde che gliene basterà una per decidere. Si intromette il generale Graziani, per urlacchiare che la lealtà e l’onore impediscono di trattare all’insaputa dei tedeschi; Marazza lo informa che i tedeschi stanno trattando la resa da più di dieci giorni.
Mussolini se ne va. Non ha alcuna intenzione di tornare dal cardinale, anzi sbotta con i suoi: “Sapete cosa mi ha detto? Di pentirmi dei miei peccati!”. Sulle scale incrocia il rappresentante del partito socialista, che però non lo riconosce, altrimenti - dirà - l’avrebbe ucciso con la sua pistola: è Sandro Pertini.
Quello che accade dopo è abbastanza noto. Non è una pagina gloriosa per nessuno; forse per questo la si è voluta ammantare di fantasticherie e di misteri. Come per nobilitare la fine di un uomo che sta soltanto cercando di salvarsi.
Il Duce, sempre seguito dalle SS che Hitler gli ha messo al fianco, sale su un’auto del convoglio, accanto a Bombacci, che gli sente dire: “Sono stato tradito dagli italiani e dai tedeschi”. Clara lo segue sull’Alfa Romeo del fratello. Tra i gerarchi e il loro corteo di familiari, collaboratori, amanti c’è anche Graziani, che riuscirà a cavarsela. Il Duce si è portato dietro pure la figlia, Elena Curti, e la cameriera, Maria Righini. Nei bagagli ci sono bauli pieni d’oro e di denaro.
La notte arriva a Como, dove ci sono già Rachele con i figli piccoli, Romano e Anna Maria. Mussolini non riesce o non vuole incontrarli. È a un bivio. Può risalire il lago lungo la sponda orientale, verso la Valtellina, o lungo la sponda occidentale, verso la Svizzera; la resistenza a oltranza, o la fuga. Sceglie la Svizzera. Il valico di Chiasso è chiuso, ma a Grandola c’è un passaggio ben noto agli spalloni, che la notte precedente hanno portato in salvo Doris Duranti, l’attrice.
Clara ora siede accanto al suo uomo, tuta da aviatore e casco da motociclista. Passa la notte in albergo con lui, a litigare per la presenza della giovane Elena: il Duce nell’agitazione inciampa in un tappetino, cade, si ferisce a uno zigomo.
Il giorno dopo cambia idea, torna sul lago, si aggrega a un gruppo di duecento tedeschi diretti in Tirolo. Rinuncia alla macchina, sale sull’autoblindo di Pavolini.
A Musso il convoglio viene fermato dai partigiani. L’accordo è che i tedeschi possono passare; gli italiani no. Un tenente delle SS convince il Duce a indossare un cappotto della Luftwaffe, l’aviazione nazista, e a calarsi un elmetto sulla fronte. Gli mettono un paio di occhiali scuri e un mitra in mano, per completare la messinscena. Ma forse sono proprio i tedeschi a consegnarlo.
“Gh’è chì el Crapun”, c’è qui il Testone, dice il partigiano Giuseppe Negri al suo comandante, Urbano Lazzari, nome di battaglia Bill. Un tedesco chiede di lasciare in pace il camerata, che si è ubriacato.
Secondo quanto è stato sempre raccontato, Bill lo scuote: “Siete italiano?”. È allora che Mussolini ha un fremito: “Sì, sono italiano”.
Ma lo stesso Bill, nell’ultima intervista a Repubblica, racconta un altro dialogo: “Lo chiamai. Prima gli dissi: “Camerata!”. Niente, nessuna risposta. Allora feci: “Eccellenza!”. Ancora niente. Provai così: “Cavalier Benito Mussolini!”. Ebbe come una scossa elettrica”.
Lo portarono a Dongo. Gli Alleati lo reclamavano; ai partigiani parve una ragione in più per fucilarlo alla svelta. I comunisti mandarono da Milano Walter Audisio, il colonnello Valerio. Fu crudele: finse di essere un fascista venuto a liberarlo, e poi riferirà la frase sconnessa che gli avrebbe detto Mussolini: “Lo sapevo che non mi avrebbero abbandonato. Bravo! Ti darò un impero!”.
Lo fucilarono contro il cancello di una villa, insieme con Clara. Poi li portarono a piazzale Loreto, dove il 10 agosto 1944 le camicie nere avevano ucciso quindici partigiani, e li appesero a testa in giù.
Sarebbe stato meglio processare il Duce? Forse sì. Si sarebbe dovuto rispettare il suo corpo? Certamente sì. Sarebbe stato meglio evitare di ostenderlo, di mostrarlo in pubblico? Anche a questa domanda a noi verrebbe da rispondere di sì. All’epoca parve necessario che tutti sapessero che il dittatore era morto. Anche se poi nacque lo stesso la leggenda secondo cui sul lago di Como era stato fucilato un sosia, che quello non era il corpo del Duce, che il vero Mussolini era riuscito a fuggire in Sud America e prima o poi, come Napoleone dall’Elba, sarebbe tornato …
Infine, dopo il 25 aprile, arrivò la vendetta. Termine generico che indica eventi molto diversi: esecuzioni di criminali; regolamenti di conti privati; assassini dettati dalle ideologie.
La figura di Beppe Fenoglio, cui si deve la meravigliosa frase sul partigiano “ritto sull’ultima collina” che apre questo libro, è ricordata a cent’anni dalla nascita come quella dello scrittore che demitizzò la Resistenza, raccontando i resistenti - compreso lui - per quello che erano: esseri umani. Tutto vero. Ma Fenoglio ebbe sempre chiarissima quale fosse la parte giusta e quale la parte sbagliata. Non solo. C’è una pagina terribile di Una questione privata, il suo capolavoro, in cui un vecchio contadino delle Langhe dice al protagonista, Milton, cioè Fenoglio stesso:
"Tutti, tutti li dovete ammazzare, perché non uno di essi merita di meno. La morte, dico io, è la pena più mite per il meno cattivo di loro. Con tutti voglio dire proprio tutti. Anche gli infermieri, i cucinieri, anche i cappellani. Ascoltami bene, ragazzo. Io ti posso chiamare ragazzo. Io sono uno che mette le lacrime quando il macellaio viene a comprarmi gli agnelli. Eppure, io sono quel medesimo che ti dice: tutti, fino all’ultimo, li dovete ammazzare … “.

Questo non giustifica; ma aiuta a capire.
Prima che qualcuno ci lanci addosso l’accusa di apologia della violenza – che invece va sempre condannata -, è importante chiarire un punto, anzi due.
Tutto quello che hanno fatto i fascisti dal 1919 al 25 luglio 1943 è rimasto, di fatto, impunito. Non soltanto gli apparati dello Stato, dalla magistratura alla polizia, dall’alta burocrazia alle forze armate, sono diventati gli apparati dello Stato repubblicano, a prescindere dal bene e dal male, dalle competenze e dalle responsabilità. È accaduto qualcosa di diverso e di più: i capi del fascismo, inclusi coloro che si erano macchiati di delitti di sangue, non hanno in sostanza avuto problemi nel dopoguerra.
Neppure il maresciallo Graziani, il capo dell’esercito collaborazionista (grassetto mio).
Hanno pagato alcuni di coloro che scelsero Salò, cioè la Germania nazista, con quello che comportava, compresa la persecuzione e lo sterminio degli ebrei. Molto spesso hanno pagato con la giustizia sommaria.
A bloccare la giustizia ordinaria e i processi furono l’amnistia firmata nel 1946 dal ministro della Giustizia, che era Togliatti, e l’interpretazione che ne diede la magistratura. L’amnistia non copriva le torture “efferate e continuate”; furono mandati assolti uomini che avevano evirato altri uomini, con il pretesto che non di tortura continuata si era trattato (grassetto mio).
Poi certo ci furono vendette private, e crimini dettati dall’ideologia, in particolare - ma non solo - nel “triangolo della morte” emiliano, dove molti comunisti, prima che Togliatti e i suoi li facessero smettere, credevano che la rivoluzione fosse imminente e pensarono di anticiparla eliminando “nemici di classe”, dai proprietari terrieri ai sacerdoti. Altre volte, anche durante la guerra civile, le vittime furono partigiani “bianchi”, come a Porzûs.
Sono crimini di cui per molto tempo si è parlato poco. Invece vanno studiati e condannati. È una pagina nera, che noi antifascisti non possiamo e non dobbiamo rimuovere. Noi per primi dobbiamo conoscere e raccontare queste vicende; proprio come quelle dei crimini fascisti, che le hanno precedute.
Nella storia la parte giusta e la parte sbagliata non coincidono con il Bene e con il Male. Dalla parte dell’antifascismo c’era anche una minoranza di persone malvagie, che commisero delitti che non dobbiamo nascondere ma denunciare. E dalla parte del fascismo c’erano sicuramente brave persone, che a volte pagarono per colpe non loro. In ogni caso, l’antifascismo resta la parte giusta; il fascismo quella sbagliata.
E l’antifascismo sarà anche fuori moda; ma non è fuori tempo. Perché il fascismo non è morto del tutto con Mussolini. È finito il fenomeno storico sorto in Italia tra le due guerre mondiali. Ma migliaia di uomini, nel nostro Paese e altrove, hanno continuato a professare quelle idee, e dove hanno potuto le hanno tristemente realizzate. Aggiungendo sangue a sangue, crimini a crimini.
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Aldo Cazzullo, Mussolini il capobanda, Mondadori 2022
Dodici Il mito del Duce buono
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Le Filippine hanno 110 milioni di abitanti, e 88 milioni di utenti Facebook. Negli ultimi tempi, una massiccia campagna sul web ha sistematicamente cancellato la memoria della dittatura di Marcos. Una gigantesca rimozione digitale.
Per oltre dieci anni, una rete composta da influencer e blogger - volontari o salariati – ha lavorato per smentire i fatti, negare i numeri, cancellare le notizie sulle malefatte del regime e della famiglia.
Tremilacinquecento oppositori assassinati? Mai accaduto. Trentaseimila torturati? Calunnie. Settantamila arrestati? Esagerazioni. I quadri di Michelangelo e Picasso? “Investimenti per il popolo”. I dieci miliardi di dollari rubati allo Stato? “Ricchezze private. Non è un reato essere ricchi”.
Tuttavia il regista dell’operazione non è lui. È sua madre, la moglie del dittatore: Imelda Marcos, il cui nome evoca una clamorosa collezione da migliaia di scarpe. È stata lei a guidare la lenta e inesorabile riconquista del potere. A cominciare dal culto del corpo imbalsamato di Ferdinand Marcos, quello vero: riportato in patria dall’esilio dorato delle Hawaii quasi di nascosto, e poi sepolto nel Cimitero degli Eroi a Manila per volontà dell’ex leader Rodrigo Duterte, suo grande fan. La figlia, Sara Duterte, ora è la vicepresidente di Bongbong Marcos.
E i crimini del regime? L’assassinio di Ninoy Aquino, nell’aeroporto di Manila che ora porta il suo nome? La lunga stagione di speranza della moglie Corazon Aquino? La grande rivolta popolare che cacciò i Marcos nel 1986? Tutto dimenticato, se non da una minoranza dei filippini.
La domanda è inevitabile: può accadere qualcosa del genere in Italia?
La risposta è no. Non soltanto i nipoti e pronipoti di Mussolini - pur essendo stati eletti in Parlamento e al consiglio comunale di Roma - non torneranno al potere. Il fascismo stesso non tornerà. E non solo perché nulla torna mai davvero, e le cose non si ripetono mai allo stesso modo.
Mentre scrivo queste ultime righe, nell’estate del 2022, tutti i sondaggi indicano una grande vittoria elettorale della destra italiana. Quando le leggerete, ne sapremo di più. Di sicuro, i primi due partiti della destra sono guidati da due giovani leader, Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Meloni e Salvini non sono fascisti. Sono anti-antifascisti. Non festeggiano il 25 aprile, lo considerano una festa di parte, di sinistra. Nei loro partiti sono numerosi i casi di dirigenti e militanti che hanno fatto e fanno apologia del fascismo. Nella galassia dell’estrema destra, che qualche anno fa Salvini ha apertamente corteggiato, accade qualcosa di più: l’elogio di Mussolini è pratica costante, anche se la legge lo vieterebbe. Atteggiamenti estremi, ma tollerati. Residuali, o in crescita? Forse di più la seconda. A opera di persone che il fascismo, quello vero, non l’hanno conosciuto e all’evidenza non lo conoscono. A condannarli di solito è la comunità ebraica; e meno male che c’è, e lo fa. Però dovrebbe essere una condanna condivisa.
Anche se la vera questione è un’altra. O comunque c’è una questione altrettanto interessante. Che riguarda la nostra memoria. La nostra comunità nazionale. E quindi ci riguarda tutti.
“Ma finitela con questa caccia al fascista, al saluto romano, al busto del Duce, al cimelio dell’epoca, alla mezza frase nostalgica e al gesto cameratesco” ha scritto su La Verità Marcello Veneziani. “Ponetevi piuttosto un problema molto più serio e molto più attuale: perché mezza Italia e forse più non si riconosce nell’antifascismo, non si definisce antifascista, anzi nutre riserve e rigetto? È una domanda seria da porsi, dopo che il fascismo fu sconfitto, abbattuto e vituperato, dopo che furono appesi i corpi dei capi, dopo che fu vietata ogni apologia, dopo che sono passati quasi ottant’anni tra tonnellate di condanne, paginate infinite, manifestazioni antifasciste, divieti, lavaggi del cervello a scuola e in tv, perché c’è ancora mezza Italia che non vuole definirsi antifascista?”. Per poi concludere: “Se dopo tanti decenni di rieducazione, repressione, propaganda e religione civile, mezza Italia e forse più non si riconosce nell’antifascismo, il problema non è della Meloni ma è vostro, di voi antifascisti in servizio permanente effettivo e dell’esempio che avete dato.
Diciamolo: avete fallito”.

Certo, non sono molti - ma neppure pochi - coloro che il Duce lo rimpiangono e lo difendono. Ma sono moltissimi quelli che rifiutano di condannarlo.
Conosciamo bene le loro argomentazioni. “Sono nato dopo la guerra, il fascismo non l’ho conosciuto, come posso parlarne male?”. “I fascisti sono tutti morti”. “L’antifascismo è superato, non ha più senso”. “Il fascismo è finito il 25 aprile”.
Purtroppo, non è vero.
È vero che, all’indomani della Liberazione, la condanna di Mussolini e della sua eredità era pressoché unanime. Nessun partito, neppure quelli moderati, conservatori, anticomunisti, rivendicava la continuità con il passato. Neppure il movimento populista dell’Uomo Qualunque, il cui fondatore Guglielmo Giannini contestava semmai il monopolio dell’antifascismo rivendicato dai partiti di sinistra: “Il fascismo” diceva Giannini “ha fatto soffrire tutti gli italiani”. I padri costituenti - di destra e di sinistra, monarchici e repubblicani - stabilirono che il fascismo non potesse essere né difeso, né rifondato.
Questo non impedì che negli anni successivi nascesse un partito, piccolo ma non piccolissimo, guidato da esponenti sia pure minori della Repubblica di Salò, chiamato non a caso Movimento sociale. Il Msi si divise tra un’ala atlantista, schierata con la Nato, Israele, il libero mercato, e guidata da Giorgio Almirante, e un’ala di destra sociale, filoaraba, critica nei confronti dell’America, più esplicita nel sostenere il legame con il fascismo, e ispirata da Pino Rauti, fondatore di un movimento chiamato Ordine Nuovo.
Arrestato e inquisito per le stragi degli anni Settanta, Rauti è stato assolto per non aver commesso il fatto.
Ma a destra del Movimento sociale è esistita una galassia, in cui le menti della strategia della tensione hanno reclutato la manovalanza che ha seminato morte e terrore nell’Italia del dopoguerra. Non sempre i colpevoli sono stati individuati e condannati. Tuttavia la magistratura ha accertato la matrice fascista delle stragi di piazza Fontana - Milano, 12 dicembre 1969: diciassette morti, 88 feriti -, di Peteano - tre carabinieri assassinati il 31 maggio 1972 -, di piazza della Loggia - Brescia, 28 maggio 1974: otto morti, 102 feriti durante una manifestazione sindacale -, del treno Italicus - San Benedetto Val di Sambro, 4 agosto 1974: dodici morti, 48 feriti -, della stazione di Bologna: 2 agosto 1980, 85 morti, duecento feriti.
L’ultimo anarchico giustiziato da Franco - con lo strumento dell’Inquisizione, la garrota - fu Salvador Puig Antich. In quella stessa mattina del 2 marzo 1974, il grande pittore antifranchista Joan Miró tracciava dopo anni di prove la riga definitiva sulla tela bianca intitolata La esperanza del condenado a muerte, custodita nella Fondazione di Barcellona che porta il suo nome. Papa Paolo VI implorò la grazia; il Caudillo non gli venne neanche al telefono.
In Grecia il colpo di Stato del 21 aprile 1967 depose il governo democraticamente eletto e portò al potere la giunta dei colonnelli, dalle aperte simpatie fasciste, e dagli stretti contatti con il neofascismo italiano.
Almeno duemila oppositori furono torturati. Alekos Panagulis fu legato a un tavolo e l’uomo che gli si avvicinò, con una pinza di ferro in mano, gli disse: “Ora ti faremo pentire di essere nato”. Il più importante compositore greco, Mikis Theodorakis, finì in carcere; l’artista più nota, Melina Merkouri, scelse l’esilio. Il 19 settembre 1970, in piazza Matteotti a Genova, un esule greco, Kostas Georgakis, si diede fuoco per protestare contro la dittatura. Il regime ritardò per quattro mesi il rientro delle sue spoglie a Corfù, nel timore che provocasse proteste popolari. Il suo nome oggi è del tutto dimenticato.
I colonnelli furono deposti nel luglio 1974, dopo aver stroncato con i carri armati e 24 morti la rivolta degli studenti del Politecnico di Atene (novembre 1973). Ma fu solo quando la Giunta rischiò di provocare una guerra con la Turchia per Cipro che i militari - e gli americani - dissero basta. Molti esponenti del governo fascista greco furono processati e condannati.
Negli stessi anni si consumava la tragedia del Cile e dell’Argentina. L’11 settembre 1973 il presidente cileno eletto dal popolo, Salvador Allende, moriva - probabilmente suicida - durante il golpe del generale Augusto Pinochet. Gli oppositori vennero presi e rinchiusi nello stadio di Santiago.
Settecento persone si salvarono valicando il muro dell’ambasciata italiana (sia reso merito ai nostri coraggiosi diplomatici). Almeno tremila i morti.
Ma molte di più furono le vittime della dittatura argentina, i cui rapporti con il neofascismo italiano e con la loggia massonica di Licio Gelli, esponente di Salò, erano aperti e rivendicati. Trentamila desaparecidos, i voli della morte con i dissidenti gettati dagli aerei, i cani addestrati a ferire e a mutilare, i bambini sottratti ai genitori “degeneri” perché non condividevano le idee del regime: tutto questo è accaduto in un grande Paese, dove la maggioranza della popolazione è di origine italiana.
Quanti tra i nostri ragazzi conoscono oggi questa storia? Quanti sanno che giunte militari sono state a lungo al potere anche in Brasile, e anche lì hanno significato polizia politica, arresti, torture, esecuzioni sommarie?
Perché? Perché qualche italiano è ancora fascista, molti difendono il fascismo, e moltissimi rifiutano di condannarlo, di celebrare la sua fine, di festeggiare la sua sconfitta? Possibile che quanto abbiamo raccontato non conti nulla? I lutti e le violenze del tempo che precede la marcia su Roma?
La repressione e le vittime del regime? Le distruzioni e le sconfitte della seconda guerra mondiale? Le persecuzioni e le torture della guerra civile?
Di solito si tende a rispondere che la sinistra ha rivendicato il monopolio dell’antifascismo, nelle sue frange estreme l’ha praticato in modo violento negli anni Settanta, ed essere antifascista è diventato un sinonimo per dire di essere comunista. E serve a poco ricordare che il fascismo fu combattuto e sconfitto da uomini di destra come Winston Churchill e Charles de Gaulle, e in Italia, come abbiamo visto, da liberali come Giovanni Amendola e Benedetto Croce, cattolici come don Minzoni e Piergiorgio Frassati, monarchici come il generale Raffaele Cadorna e il colonnello Giuseppe Montezemolo; oltre ovviamente a socialisti, comunisti, azionisti.
Il punto è che la storia nazionale ci emoziona, ci indigna, ci coinvolge soprattutto quando incrocia la storia della nostra famiglia. E tanti hanno avuto un padre o un nonno fascista anche dopo l’8 settembre 1943. Dire oggi: mio padre, mio nonno, era cresciuto sotto il fascismo, amava l’Italia ed era convinto che il fascismo fosse l’Italia, e fece per questo, in buona fede, una scelta sbagliata, è un ragionamento complesso. O, comunque, è un ragionamento. Queste scelte si fanno invece d’istinto, di getto: era mio padre, era mio nonno; quindi aveva ragione. Se poi scopro che anche dall’altra parte, quella considerata giusta, ci furono uomini che si sono comportati male - e ci furono -, vennero commessi errori e talora crimini - e vennero commessi -, quale migliore occasione per dire che tutti gli italiani sono stati fascisti, poi sono diventati tutti antifascisti almeno a parole, saltando sul carro dei vincitori?
Ma non è andata così. Non è questa la storia d’Italia.
Nessuno, a mio avviso, può essere chiamato a vergognarsi per una persona, per un antenato. Ma la vergogna di aver inventato ed esportato il fascismo, quella un poco dovremmo sentirla nella nostra coscienza nazionale. In troppi invece ne vanno fieri.
Io non so se esista un “fascismo eterno”, come scriveva Umberto Eco.
Tendo a credere che il fascismo sia un fenomeno legato alla parabola di un uomo, Benito Mussolini, su cui la maggioranza degli italiani si è fatta un’idea sbagliata, edulcorata, consolatoria. Un’assoluzione che è anche un’auto-assoluzione.
Mussolini sostenne e impose con la forza idee che esistevano già, e che esistono ancora. Il fascismo non credeva che gli uomini nascessero liberi e uguali. Non credeva alla libertà, perché pensava che più della persona contasse lo Stato, che si identificava nel partito, che si identificava nel dittatore. Non credeva nell’uguaglianza, nella democrazia, nei diritti civili.
Ogni volta che la libertà, l’uguaglianza, la democrazia, i diritti civili vengono negati o messi in discussione, non significa che stia tornando il fascismo; significa che le idee che il fascismo sostenne e impose con la forza non sono morte.
Leonardo Sciascia lo scrive già nel 1979:
“Troppo si è creduto che il fascismo fosse ormai relegato nel folklore, come certe feste patronali che soltanto sopravvivono per l’attaccamento dei vecchi e le offerte degli emigranti … Le radici del fascismo sono tante, si allungano e affondano in tante direzioni, in tanti strati: ma le più forti e riconoscibili sono indubbiamente quelle che si diramano e si nutrono nell’intolleranza”.

Lo stesso si può dire di Alternative für Deutschland: non è nazista, ma è anti-antinazista; e in Europa è alleata con la Lega di Matteo Salvini. Proprio come Marine Le Pen, arrivata alle ultime presidenziali francesi al 42% dei voti. Mentre Viktor Orbán, costretto per le sue idee nazionaliste e illiberali a lasciare il partito popolare europeo, è al potere in Ungheria.
Non so se Meloni e Salvini, arrivati al governo, continueranno ad avere gli stessi interlocutori, o si renderanno conto che è meglio avere buoni rapporti con chi governa davvero l’Europa: liberali come Emmanuel Macron, democristiani come Ursula von der Leyen, socialdemocratici come Olaf Scholz. Lo vedremo. Non so se volgeranno la testa all’indietro, verso l’era del nazionalismo, o si convertiranno all’ideale di Amendola e Spinelli, di De Gasperi ed Einaudi, di Ciampi e di Draghi: la costruzione di un’Europa unita, in grado di far sentire ovunque la voce della libertà e della democrazia, di contare nel mondo globale, di tener testa ai russi, ai cinesi, agli indiani, agli stessi americani.
Probabilmente prevarrà lo spirito della realtà; e Meloni e Salvini cercheranno di barcamenarsi. Ma ci sono fasi in cui il pragmatismo non basta. Perché il momento di costruire gli Stati Uniti d’Europa sarebbe adesso, mentre siamo chiamati a fronteggiare sui confini orientali la più grave crisi militare, politica, umanitaria dai tempi della seconda guerra mondiale.
Questo possiamo dire fin da ora. Teniamoci stretto l’articolo 3 della Costituzione. Rileggiamolo. Mandiamolo a memoria e insegniamolo ai nostri ragazzi:
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

Per Mussolini, i cittadini non erano tutti uguali. Gli uomini valevano più delle donne, i bianchi dei neri, gli italofoni degli slavi e dei tedeschi che pure erano cittadini del Regno, i cattolici degli ebrei, i fascisti degli antifascisti, gli eterosessuali degli omosessuali. E di fatto tutta la sua politica, al di là delle parole e della retorica, privilegiò i ricchi rispetto ai poveri, i padroni ai salariati, i possidenti ai proletari, i forti ai deboli.
Se siamo arrivati a questo, se abbiamo potuto scriverci la nostra Costituzione - cosa che altri popoli vinti della seconda guerra mondiale non hanno potuto fare: la Costituzione giapponese l’hanno scritta gli americani -, lo dobbiamo certo alla Quinta Armata che ha liberato l’Italia, e pure ai russi che hanno fermato i nazisti. Ma lo dobbiamo anche ai tanti italiani che hanno detto no al nazifascismo, che hanno tenuto duro nel ventennio, che hanno resistito nei venti mesi di occupazione tedesca. Talora a prezzo della vita. Persone di cui non si parla in tv e nei social.
Questi sono gli italiani di cui possiamo andare orgogliosi. Non il Duce; i suoi oppositori, e le sue vittime.
