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Gaetano Salvemini
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Cronologia del fascismo
23 marzo 1919 Benito Mussolini, ex socialista ed interventista durante la Prima Guerra Mondiale, fonda a Milano i fasci italiani di combattimento.
9 novembre 1921 Costituzione del Partito Nazionale Fascista (P. N. F.).
28 ottobre 1922 Marcia su Roma.
30 ottobre 1922 Mussolini riceve dal Re l’incarico di formare il governo.
gennaio 1923 Costituzione del Gran Consiglio del fascismo e della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (M.V.S.N.).
18 novembre 1923 Approvazione della legge Acerbo che assegna i 2/3 dei seggi del parlamento al partito di maggioranza relativa, in caso di elezioni.
6 aprile 1924 Alle elezioni politiche il “listone” nazionale ottiene il 64% dei voti; si verificano durante il voto violenze squadriste.
10 giugno 1924 Giacomo Matteotti, dopo aver denunciato alla Camera i brogli e le violenze, viene rapito e ucciso. L'opposizione reagisce con la “secessione dell’Aventino”.
3 gennaio 1925 Discorso alla Camera di Mussolini che si assume la responsabilità “politica, morale e storica” del delitto Matteotti. Inizia la dittatura fascista.
5 novembre 1926 “Leggi fascistissime”: P.N.F. unico partito, soppressione delle libertà di associazione e di stampa, tribunale speciale, ripristino della pena di morte).
16 marzo 1928 Nuova legge elettorale: plebiscito anziché elezioni.
Istituita la lista unica nazionale compilata dal Gran Consiglio del fascismo che diviene organo supremo dello Stato dal 15 novembre 1928.
11-14 aprile 1935 A Stresa, Italia, Gran Bretagna e Francia si oppongono al riarmo tedesco.
3 ottobre 1935 Invasione dell'Etiopia da parte dell'esercito italiano.
18 novembre 1935 La Società delle Nazioni punisce l’Italia con sanzioni economiche.
24 ottobre 1936 Svolta nella politica estera dell'Italia. Mussolini e Hitler danno vita all'Asse Roma-Berlino.
luglio 1936 Inizia la guerra di Spagna. Mussolini e Hitler inviano uomini e mezzi in sostegno all'insurrezione franchista.
6 novembre 1937 L’Italia aderisce al patto anti-Comintern.
11 dicembre 1937 L’Italia esce dalla Società delle Nazioni.
3 agosto 1938 Il governo fascista emana le leggi razziali in Italia.
29-30 settembre 1938 Conferenza di Monaco: Italia, Francia e Gran Bretagna concedono alla Germania di occupare il territorio dei Sudeti (Cecoslovacchia).
7 aprile 1939 L’Italia invade l'Albania.
22 maggio 1939 "Patto d'acciaio" tra Germania e Italia.
1 settembre 1939 Con l’invasione della Polonia da parte della Germania ha inizio la Seconda Guerra Mondiale. L'Italia dichiara la propria “non belligeranza”.
10 giugno 1940 L’Italia entra in guerra a fianco della Germania.
27 settembre 1940 Patto tripartito tra Italia, Germania e Giappone.
estate '42-inverno '43 Sconfitta degli eserciti tedesco e italiano nella campagna di Russia e in quella d’Africa.
10 luglio 1943 Sbarco anglo-americano dal nord-Africa in Sicilia.
25 luglio 1943 Mussolini, messo minoranza dal Gran Consiglio del fascismo, viene arrestato. Fine del regime fascista in Italia. Badoglio primo ministro.
3 settembre 1943 Il governo Badoglio firma l’armistizio a Cassibile (armistizio "corto").
8 settembre 1943 Viene reso pubblico l’armistizio. L’Italia viene occupata, in gran parte, dall’esercito tedesco. I soldati italiani vengono fatti prigionieri dalle truppe del Reich (inizia la dolorosa storia degli I. M. I.). Nascono il C.L.N. e la resistenza. Il Re e Badoglio fuggono a Brindisi. Nasce il Regno del Sud nella parte d'Italia controllata dagli Anglo-Americani.
12 settembre 1943 Mussolini viene liberato dai Tedeschi sul Gran Sasso.
23 settembre 1943 Costituzione della Repubblica Sociale Italiana (R. S. I.) con sede a Salò.
29 settembre 1943 Firma a Malta dell'armistizio “lungo” (strumento di resa incondizionata dell'Italia).
28 aprile 1945 Fuga, cattura e fucilazione di Mussolini.

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Carlo Rosselli, Scritti politici e autobiografici, Prefazione: Gaetano Salvemini
Prefazione

Foto 40
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La banda di fascisti francesi che assassinò Carlo Rosselli a Bagnoles de l’Orne, in Francia, il 9 giugno 1937, non aveva nessuna ragione di volere la morte di un italiano la cui anima era tutta tesa verso l’Italia e che non prendeva nessuna parte nelle lotte politiche francesi. L’organizzazione cui gli assassini appartenevano preparava un colpo di stato in Francia. Mussolini le forniva i fondi e le armi. Il mercato fu: io vi do il denaro e le armi, voi datemi l’uomo.
Non appena l’assassinio fu conosciuto, tutti senza esitazione ne fecero risalire la responsabilità a Mussolini. A quella certezza morale si aggiunsero presto le prove materiali.
Carlo Rosselli era uno dei pochi capi che fossero sorti dalla generazione del dopoguerra. Aveva guadagnato la sua autorità nel carcere e nelle molteplici attività illegali. Il suo nome significava per centinaia di giovani in Italia coraggio e intransigenza morale.
La sua agiatezza gli consentiva di dedicare tutta la sua energia alla lotta politica, e con il suo patrimonio egli contribuiva largamente alle spese per il movimento antifascista. Mussolini, facendolo assassinare sperava che il settimanale Giustizia e Libertà, fondato e diretto da Carlo, avrebbe cessato di uscire quando l’opera e i contributi di Carlo fossero venuti meno. Poteva sperare che tutto il movimento che si era sviluppato intorno a lui in Italia si sfasciasse e che la sua morte seminasse il terrore fra gli antifascisti fuori d’Italia. Colpisci il pastore e si disperderanno le pecore.
Mentone
Mentone
Ordinando l’assassinio di Carlo Rosselli, Mussolini intendeva schiacciare l’uomo che nel 1925, nell’ora del suo trionfo, lo aveva sfidato in Firenze insieme con Ernesto Rossi, pubblicando il “Non mollare”; - l’uomo che nel 1926, insieme con Ferruccio Parri, aveva condotto Filippo Turati a salvamento fuori d’Italia; - l’uomo che nel 1927, nel processo che ne seguì a Savona, si era trasformato da accusato in accusatore e aveva strappato una condanna che era un trionfo morale; - l’uomo che nel 1929, insieme con Emilio Lussu e Fausto Nitti, gli era sgusciato fra le dita da Lipari, in un’evasione che è passata alla storia insieme con quella di Felice Orsini e di Pietro Kropotkine; - l’uomo che, appena arrivato a Parigi, aveva ripreso contro di lui la lotta senza quartiere, forte solamente della volontà propria indomabile e delle solidarietà fraterna e devota di pochi amici: - l’uomo che nel 1930 aveva scoperto in Bassanesi un giovane capace di montare un areoplano e, con poche ore di esercizio, partire dalla Svizzera e rimanere per mezz’ora nel cielo di Milano seminando manifesti antifascisti e sfidando la tanto strombazzata efficienza dell’aviazione fascista;- l’uomo che spargeva fermenti di rivolta nella gioventù universitaria italiana e così demoliva l’illusione che la gioventù educata nel clima fascista gli fosse tutta fedele.
In Carlo Rosselli, Mussolini volle sopprimere l’uomo che fin dai giorni più remoti era stato fra i primi e più tenaci a denunciare la gravità del pericolo fascista e la sua natura mostruosa, e che aveva previsto che una crisi così profonda non poteva non sboccare nella guerra.
Nei suoi scritti settimanali in “Giustizia e Libertà„ e in tutta la sua attività battagliera, Carlo Rosselli affermava costantemente che la pace in Europa era una finzione e la guerra la realtà. Quella voce che preannunciava la guerra con lucida coscienza e ne fissava in precedenza la responsabilità con logica implacabile, Mussolini volle far tacere per sempre.
Facendo assassinare Carlo Rosselli, Mussolini volte infine, oltre che liberarsi del suo più attivo e temuto nemico, vendicare soprattutto le difficoltà da lui incontrate in Spagna sull’uomo che di quelle difficoltà era stato l’artefice primo.
Foto 41
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Interventi individuali a difesa della repubblica in Spagna si erano manifestati subito, prima che Carlo Rosselli prendesse l’iniziativa di un intervento collettivo. Ma quegli interventi individuali, pure essendo documento di generosità ammirevole, si disperdevano nel movimento generale della guerra civile spagnola e minacciavano di rimanere senza significato. Fu grande merito di Carlo Rosselli avere avuto immediatamente la visione chiara e netta della suprema importanza e dell’enorme significato, per la causa della libertà italiana, di un intervento collettivo antifascista con bandiera italiana nella guerra di Spagna. Fu suo merito l’aver compreso che quella eroica lotta di popolo per la sua libertà non era né doveva rimanere fatto nazionale della sola Spagna. Essa doveva dilagare al di là delle frontiere spagnole. Doveva esser portata in Italia, e dovunque esistesse un regime fascista. Doveva essere il principio della guerra civile europea - guerra civile che non doveva essere giustificata, bensì voluta ed esaltata come legittima e sacrosanta.
Vincendo tutte le esitazioni, rompendo ogni indugio, con quella straordinaria vitalità che era la nota caratteristica della sua personalità, Carlo chiamò a raccolta gli antifascisti esuli e proscritti dall’Italia: battendosi valorosamente sul fronte di Huesca coi suoi compagni, come gruppo italiano, sollevò nella massa dell’emigrazione italiana un movimento di commozione e di entusiasmo che atti di eroismo individuale non avrebbero creato. Col suo gesto egli rese possibile, in un secondo tempo, la formazione di quella legione garibaldina che in sei battaglie condusse alla vittoria di Guadalajara. Poca favilla gran fiamma seconda.
Mentone
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Carlo Rosselli aveva gettato il grido di battaglia: “Oggi in Spagna, domani in Italia”.
Soltanto otto giorni dopo che Carlo era stato ucciso dai sicari di Mussolini, questi ammise il rovescio di Guadalajara sul Popolo d’Italia. Ora che si era preso la rivincita poteva confessare la sconfitta.
Insieme con Carlo, Mussolini fece assassinare suo fratello Nello. Quando fu preparato il delitto, Carlo era a Bagnoles de l’Orne, convalescente di una flebite dovuta agli strapazzi della guerra di Spagna. Nello era andato a trovarlo in una delle sue visite furtive che gli faceva non appena poteva uscire fuori d’Italia per i suoi studi.
Nello era anch’egli un antifascista convinto e irreducibile. Consigliato più volte dagli amici a stabilirsi fuori d’Italia, non aveva mai voluto: diceva che era necessario che qualcuno rimanesse in Italia a dare l’esempio di non cedere. Era suo dovere di farlo.
Nello aveva saputo trovare forza e conforto negli studi. Il suo soggetto preferito era la storia del Risorgimento italiano. Egli pensava che la storia, investigata e raccontata con spirito di verità, compisse in Italia azione politica sia pure a lunga scadenza, come ogni opera di educazione morale e intellettuale. La storia italiana, specialmente quella del Risorgimento, era sistematicamente falsificata dai fascisti. C’era dunque in Italia ancora del lavoro per gli spiriti liberi: salvare dall’ondata delle falsificazioni fasciste il passato, per preparare l’avvenire. Nei suoi studi, Nello cercava di risolvere la contraddizione che tormentava la sua vita, fra il desiderio di servire il suo paese e la impossibilità di servirlo in quelle condizioni. Si teneva in contatto con molti giovani ed esercitava su di essi un grande ascendente. L’indignazione che l’atto infame compiuto su di lui produsse in Italia diede appunto la misura dell’influenza ch’egli vi esercitava.
Gli uomini come Carlo, fuori d’Italia, squassarono la fiaccola della rivolta contro ogni vento ostile, in battaglie che sembravano, ma non erano, disperate. Gli uomini come Nello, in Italia, tennero viva la fiaccola nascondendola sotto il moggio.
I due fratelli, associati nella vita e nella morte, simbolizzano le due Italie antifasciste: quella che si preparava nel silenzio e quella che apertamente lottava. Nei suoi elementi più puri l’Italia mai si arrese ai fatti compiuti.
Gaetano Salvemini

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Italia che scrive, Anno I, Roma 1918
Gaetano Salvemini

Una "femme fatale".
Una "femme fatale".
È uomo e scrittore di battaglia, ed ora più che mai sulla breccia, dopo la pubblicazione del volume su la Questione dell'Adriatico, nel quale ha avuto a collaboratore Carlo Maranelli. Il volume ha suscitato e continua a suscitare grande interesse e gran fervore di discussioni. Si può definire la conclusione di una battaglia condotta da Salvemini per tre anni sul suo periodico settimanale L’Unità, con fede ed energia mirabili, anche quando pochi erano i seguaci, e numerosi invece e padroni del campo e vituperanti erano gli avversari; conclusione vittoriosa, in quanto le recenti correnti delineatesi fra noi per l'intesa con gli slavi del sud circa l'assetto dell'Adriatico rispondono alle idee dal Salvemini propugnate.
Del resto, tutta la vita e l'opera di Salvemini storico e scrittore e uomo politico, hacarattere di lotta per alti ideali.
Pugliese d'origine - è nato a Molfetta nel 1873 - si formò intellettualmente e moralmente a Firenze; dove giunse a 17 anni, vincitore presso l'Istituto di Studi Superiori di una borsa di studio che agevolò a lui, uscito di famiglia ristretta di mezzi, la vita durante i quattro anni di studi nella Facoltà di Lettere.
Nella prolusione tenuta nel dicembre 1916 nell'Aula magna dell'Istituto di Piazza S. Marco, ritornando come maestro fra quelle stesse mura che lo avevano visto studente, il Salvemini ha con pittoresca vivacità tratteggiato l'ambiente fiorentino di venticinque anni prima; il tumulto di impressioni e di idee che agitò subito lui giovinetto pugliese, appena uscito dal Seminario della cittadina di provincia del Mezzogiorno, e piovuto nel gran centro intellettuale artistico dell'Italia centrale, e posto di fronte a maestri come Pasquale Villari, e messo in contatto con le idee nuove del materialismo storico, che in quegli anni cominciavano ad agitare i campi degli studi e della politica, ed entrato in fraterna consuetudine di amicizia con compagni come Cesare Battisti.
La mentalità del giovine subì rapidamente un rivolgimento profondo. L'ex-seminarista divenne presto un ardente seguace delle nuove idee e formò col Battisti, col Mondaini, coi due Mondolfo, il gruppo di studenti a proposito dei quali Pasquale Villari soleva dire: Seminiamo malva e nascono rosolacci”, alludendo argutamente al contrasto fra il liberalismo moderato prevalente tra i professori dell'Istituto e il colore scarlatto delle opinioni di quegli studenti, che erano fra i migliori. Lo studioso si dedicò alla storia medievale fiorentina, sotto la guida del Villari, al lume dei principi del determinismo economico, e coll'ausilio di una salda coltura anche giuridica.
I problemi affrontati, concernenti le origini del Comune, la primitiva legislazione statutaria, le lotte sociali e politiche della seconda metà del sec. XIII, avevano per il Salvemini il fascino di porlo di fronte a questioni di lotte e di rivendicazioni sociali, analoghe a quelle a cui si trovava di fronte nella vita d'ogni giorno; e a cui si interessava la sua fede di socialista.
Fin dai primi saggi dei suoi studi si delineò quello che rimase poi il carattere spiccato della personalità del Salvemini: lo stretto legame tra lo storico e il politico, per cui la ricerca sulle cose del passato non è mai per il Salvemini l'opera dell'erudito che si astrae dal suo tempo e assorbendosi dietro le traccie delle vecchie notizie perde quasi la no (incompleto ed incomprensibile, NdR) è la ricostruzione della vita del passato idealmente collegata alla vita del presente.
Fin da quei primi saggi il Salvemini rivelò la sua forza di storico, dando un impulso decisivo all'indirizzo economico-giuridico, che, sostituendosi all'indirizzo puramente erudito, avviò gli studi storici alla soluzione degli ardui problemi della storia comunale, primo fra tutti quello delle origini del comune.
Finiti gli studi, il Salvemini entrò nell'insegnamento, passando dal ginnasiale tenuto a Palermo, al liceale a Faenza e Firenze, all'universitario a Messina, Pisa, Firenze. E nell'insegnamento, sia secondario, sia universitario, si rivelò maestro insuperabile per ardore ed efficacia. L'ampia cultura e la profonda originalità di pensiero, furono subito messe in valore da quella facoltà di comunicativa, da quello zelo didattico, che caratterizzano gli insegnanti meridionali, quando sono buoni, e che Salvemini possiede in sommo grado e anima con la parola colorita e pronta. È un vero godimento ascoltarlo e seguirlo nelle lezioni o nelle conferenze, quando il suo pensiero originale si scolpisce nelle frasi incisive, o si colorisce in un'aggettivazione pittoresca.
Lento da principio, Salvemini oratore si anima presto e riesce a stabilire tra sé e l'uditorio la corrente di simpatia, allora la parola fluisce, le immagini sono abbondanti e insistenti a colorire il pensiero, spesso la forza travolge, e il successo non manca mai.
Negli anni di insegnamento secondario, ebbe campo di conoscere per esperienza le tristi condizioni della scuola e degli insegnanti.
E ai problemi della scuola, pur senza interrompere i lavori di storia, dedicò la sua attività di studioso e di organizzatore.
Come studioso, affrontò la questione formidabile della riforma della Scuola media, sviscerandola a fondo e raccogliendo poi i frutti delle sue indagini e le sue conclusioni nel volume La riforma della Scuola media, scritto in collaborazione con Alfredo Galletti; come organizzatore, insieme col Kirner, si diede all'impresa di stringer in fascio le energie degli insegnanti medi, per guidarle alla conquista di uno stato giuridico ed economico, che, assicurando la tutela di diritti di ognuno e migliorando le condizioni economiche, permettesse l'elevazione morale e materiale della classe, e portasse l'insegnamento medio all'altezza e alla dignità necessarie.
Erika Bornay
Erika Bornay
Furono quelli i tempi in cui il Salvemini, esuberante di energie, entrò decisamente nella vita politica, campione fra i migliori e i più convinti del socialismo; che allora seduceva i più nobili spiriti per l'idealità di cui si animava e per le battaglie che si combattevano in suo nome. E le battaglie più aspre videro Salvemini in prima linea: quella per la moralizzazione della vita pubblica; quella per richiamare l'attenzione del Paese sul problema del Mezzogiorno; quella per la conquista del suffragio universale; quelle elettorali del 1909 e del 1913 in Puglia, che hanno suscitato clamore di discussione in tutta Italia. Agitatore di idee nei congressi e nei comizi, fu anche giornalista tra i primi per lucidità e vigore di prosa, e a decine prodigò gli articoli nell’Avanti! e nella Critica Sociale. Ma Salvemini non può essere uomo di partito, sopra tutto di un partito rigidamente disciplinato quale il socialista: troppo impulsivo egli è di natura, e troppo spiccatamente personale, e troppo intollerante delle inevitabili transazioni e manovre, che la milizia in un partito politico richiede.
Si formò quindi in lui quella specie di malcontento che nei congressi lo spinse ad assumere sempre atteggiamento contrario agli equivoci e alle soluzioni poco nette, e che finalmente, al tempo della guerra di Libia, lo decise ad abbandonare il partito, e a prendere la posizione, così consona alla sua personalità, di indipendente.
L'intensa attività consacrata alla vita pubblica e alle questioni del suo tempo, determinarono nel Salvemini la tendenza a consacrare la sua opera di storico a questioni a noi vicine non soltanto per il carattere, come le lotte sociali del periodo comunale, ma anche per gli anni. E a questa tendenza dobbiamo il magnifico volume sulla Rivoluzione francese, scritto a Messina, frutto di letture e di studi incredibili, sforzo di sintesi mirabile per vigore di pensiero ed evidenza e perspicuità di narrazione, che scolpisce il periodo preso a studiare, quello tra il 1788 e il 1792, e che è tale da far augurare a gran voce che l'autore tenga la promessa di far seguire al primo gli altri tre volumi, necessari a condurre, secondo il piano iniziale, la narrazione fino al periodo dell'Impero.
Dalla rivoluzione francese al Risorgimento italiano è breve il passo, e il Salvemini che ha progettato - altra promessa di cui gli studiosi attendono, anzi esigono, il compimento - di scrivere un’opera sulle origini dell'Italia contemporanea, agli studi sul Risorgimento è venuto coi suoi magistrali lavori dedicati all'apostolo primo e più grande del Risorgimento stesso, a Giuseppe Mazzini. Anche questi lavori furono delineati negli anni di Messina, anni di operosità mirabilmente varia e intensa, interrotta in modo tragico dal terremoto del dicembre 1908, nel quale il Salvemini fu creduto sulle prime travolto, tanto che sul Corriere della Sera apparve, dovuta alla penna di Giuseppe Ricchieri, una notizia biografica e commemorativa di lui.
Salvo per un miracolo, ma terribilmente colpito noi suoi affetti più cari, il Salvemini trovò la forza di riprendere a vivere, dedicandosi più che mai al lavoro, all'azione politica, alla scuola, dove riusciva a fare de' suoi scolari tanti seguaci ardenti, data la forza suggestiva emanante dalla sua personalità.
Maestro vero, non solo per le qualità didattiche più sopra accennate, ma anche per lo spirito animatore con cui feconda e risveglia le idee nelle menti dei giovani, e sprona e acuisce l'interesse per i problemi, egli ha creato veramente degli allievi che riconoscono da lui la miglior parte di se stessi.
Tornato in Toscana dopo la catastrofe di Messina, il Salvemini si avvicinò al gruppo che, con Giuseppe Prezzolini alla testa, combatteva nel settimanale La Voce una nobile e non infeconda battaglia, per il rinnovamento e l'elevazione della vita intellettuale, morale e politica del nostro Paese.
E della Voce Salvemini fu collaboratore attivo per la parte politica dal 1909 al settembre 1911, fino al momento cioè dello scoppio della guerra di Libia, quando giudicò che il giornale troppo si occupasse dei problemi letterari, in un momento in cui più che altro urgevano i problemi politici, e si separò da esso, per fondare un periodico ai problemi della vita politica più particolarmente dedicato.
Così, nel dicembre 1911, sorse l'Unità, diretta dal Salvemini, che con un'interruzione durò fino all'intervento dell'Italia nella guerra europea; e fu poi ripresa nel [?] zione dei problemi attuali ed importanti; gennaio 1917 sotto la direzione comune del Salvemini e dell'on. De Viti de Marco. La prima Unità, quella del periodo 1911-1915, dovrà servire come base allo storico futuro, per tratteggiare la figura del Salvemini. Organo eminente personale, rispecchia tutti i pregi e i difetti che caratterizzano il suo fondatore.
La personalità di questi, assorbente e quasi predominante con prepotenza, si riflette attraverso tutto il giornale, anche negli articoli non scritti dal Salvemini, ma da lui quasi sempre ispirati e riveduti.
Erika Bornay
Erika Bornay
Il carattere esuberante e spesso impulsivo dell'uomo, si rivela nelle polemiche che, se non hanno mai caratteri e fini personali, ma mirano sempre a qualche alto interesse generale, qualche volta però eccedono per crudezza di impostazione o di frase, e provocano reazioni vigorose. E l'impulso, talvolta porta l'autore a .... quelle che i suoi avversari, pronti a profittarne, chiamano cantonate. Ma dei colpi ricevuti, quando siano portati in buona fede, non si duole il buon combattente, che mai si abbassa ad anteporre la propria persona alla causa difesa. Ed anche quando incorre in qualche eccesso polemico, la bontà del movente, l'elevatezza dei propositi, sono evidenti, e tali da conciliargli il rispetto sempre, anche quando manca il consenso.
La buona fede del Salvemini è sempre stata ed è per ogni onesto indiscutibile, e con la buona fede, l'assoluto disinteresse personale, la nobiltà dei fini, l'amore per il proprio Paese, il proposito di contribuire all'elevazione della vita nazionale. E molte, campagne dell’Unità sono rimaste famose e spesso giustificate dagli eventi che seguirono: quella contro la spedizione di Libia, quella contro il rinnovamento della Triplice, quella contro il protezionismo, quella per l'intervento nella guerra europea.
Le qualità preminenti di Salvemini storico oratore e scrittore sono robustezza e originalità di pensiero e finissimo intuito delle questioni importanti, la lucidità e il rigore logico. Egli suol dire che fra gli studi secondari, quello di cui più profittò per la propria formazione mentale, fu lo studio della geometria euclidea. E, infatti, il suo pensiero si svolge attraverso gli schemi del ragionamento quasi come la dimostrazione di un teorema.
Di qui l'interesse che avvince l'uditore e il lettore, quando segue il Salvemini nell'impostazione e nella discussione di un problema di storia, di coltura, di politica.
La lucidità dell'esposizione e il rigore logico della dimostrazione, proceda essa deduttivamente o induttivamente, sono insuperabili.
Ma qui anche il germe del difetto su cui si appuntano alcuni, quando esageratamente rimproverano Salvemini di semplicismo, di voler mettere in luce e scolpire le linee fondamentali degli avvenimenti, il voler seguire la concatenazione logica degli elementi essenziali dei fatti stessi attraverso, il loro divenire, fa sì che lo scrittore trascuri talvolta argomenti secondari sì, ma che nel quadro generale degli avvenimenti hanno la funzione che hanno le sfumature nella pittura.
Spesso la complessità e l'intreccio dei fatti della vita e della storia, sono tali da non lasciarsi comprendere interamente entro gli schemi di un ragionamento o di una dimostrazione.
E trascurandone alcuni, per non danneggiare l'evidenza delle linee fondamentali si corre il rischio di danneggiare la visione di ciò che si vuol rappresentare e illustrare.
Ma la lucidità e la nettezza di linee rappresentano tali vantaggi, da far compensare ampiamente il piccolo difetto accennato. E lucidità e nettezza sono caratteristiche del Salvemini.
Sono queste qualità che pongono a volte il Salvemini in contrasto col grande a cui ha dedicato gli studi negli ultimi anni, e che ha avuto innegabile influenza sul suo animo e sulla sua mente. Quella certa nebulosità che circonfonde il pensiero mazziniano, e che costituisce una delle suggestive attrattive per chi legge le opere dell'apostolo, urta il Salvemini nella sua tendenza alla nettezza e alla chiarezza di linee. E nel libro, dal Salvemini dedicato al Mazzini, libro bellissimo e profondo, è interessante l'atteggiamento in cui si pone il Salvemini, non riuscendo a comprendere entro le branchie degli schemi logici tutte le sfumature del pensiero mazziniano. Le virgolette tra le quali il Salvemini riporta i brani di Mazzini, sembrano quasi uncini per afferrare e tener ben fermo ciò che sfugge. E in certi punti Salvemini sembra quasi irritarsi di fronte al suo eroe.
Eppure, Salvemini è mazziniano. Mazziniano per l'alto idealismo che informa la sua propaganda, e per la sua fede nel progressivo cammino dell'umanità verso la giustizia.
Mazziniano per l'assoluto disinteresse che lo guida, per cui nelle sue azioni e nelle sue campagne mai si trova la traccia di un movente personale anche giustificato, mai il successo conseguito gli serve per un personale vantaggio. Valga un esempio.
Erika Bornay
Erika Bornay
Nel 1911, quando la clamorosa concessione del suffragio universale poteva porre in prima linea nella vita politica lui che quella riforma da tanti anni propugnava quasi solo, il Salvemini, pago del trionfo conseguito dall'idea, rifuggì sdegnosamente dal mettersi in evidenza.
La battaglia politica piace a questo singolare combattente, per la bellezza che è insita nel fatto di lottare a favore di una buona causa, non per i vantaggi, sia pure legittimi, che il trionfo può procurare a chi ha combattuto. Ora ciò è forse poco politico - giacché l'uomo politico, che ha un programma da far valere, deve cercare il trionfo, per giungere al potere e conseguire i mezzi con cui esplicare il proprio programma -, è poco politico, ma profondamente bello, e colpisce specialmente i giovani, e spiega la suggestione, anch'essa mazziniana, che Salvemini esercita sulla gioventù.
Mazziniano infine è stato Salvemini, quando - ed è fra gli atti più fecondi di bene della sua nobile vita - quando scoppiata la guerra europea si mise a propugnare l'intervento dell'Italia col programma luminoso già delineato dal Mazzini più di mezzo secolo fa: il programma dell'accordo con tutte le nazionalità oppresse dagli Absburgo, per la comune lotta di liberazione.
Ora che quel programma trionfa, il suo assertore primo è di nuovo in disparte, a prepararsi ad altre lotte feconde.
Pietro Silva.
Erika Bornay
Erika Bornay
Nota bibliografica.
A) Scritti di storia medievale: La dignità cavalleresca nel Comune di Firenze, Firenze, Ricci, 1896; Gli Statuti fiorentini del Capitano e del Podestà degli anni 1322-1325, estratto dall’Archivio Storico, Firenze, 1896; Magnati e Popolani a Firenze dal 1280 al 1295, Firenze, Carnesecchi, 1899; Studi Storici, Firenze, Seeber, 1902.
B) Scritti di storia moderna: Il generale Pianell nella crisi napoletana del 1860, Messina, D'Amico, 1904 (nel volume XIX degli Atti dell'Accademia Peloritana); La Rivoluzione francese, Milano, Pallestrini, 1905 (è già giunta alla 3. ediz. E si sta preparando la 4.); Il pensiero religioso politico e sociale di Giuseppe Mazzini, Messina, Trimarchi, 1905; Giuseppe Mazzini dall'aprile 1846 all'aprile 1848, Pavia, Fusi, 1906 (nel volume di Studi Storici in onore di G. Romano); La formazione del pensiero mazziniano, Firenze, Tip. Aldina, 1910; Giuseppe Mazzini, Catania, Battiate, 1915 (è la 2. ediz. anch'essa ormai esaurita del vol. del 1905). Ora sta preparando un volume su La Triplice Alleanza, pubblicato in gran parte a puntate dalla Rivista delle Nazioni Latine, nei fascicoli dal 1916 in poi.
C) Scritti di coltura e di didattica:
Per la scuola e per gli insegnanti, discorsi e relazioni polemiche, Messina. Muglia, 1903; La Riforma della scuola Media, in collab. con A. Galletti, Palermo, Sandron, 1908; Problemi educativi e sociali dell'Italia d'oggi, Catania, Battiato. 1914; Cultura e Laicità, Catania, Battiato, 1914.
D) Scritti di carattere storico-politico, su questioni contemporanee:
I partiti politici milanesi dal 1814 ad oggi, sotto lo pseudonimo di Rerum Scriptor, Milano, 1898; La elezione di Gioia del Colle, Firenze, La Voce, 1910; Il Ministro della Malavita, Firenze, La Voce 1911; Le Memorie di un candidato, Ibid., 1912; Come siamo andati in Libia (in collaborazione con vari) Firenze, Ibidem, 1913; Il regime doganale della Libia, in collab. con l'on. De Viti de Marco, Firenze, 1913; Guerra o neutralità, Milano, Eava, 1915; Delenda Austria, Milano, Treves, 1918; La Questione dell’Adriatico, Firenze, Libreria della Voce, 1918.
E) Scritti in giornali e riviste: nell’Archivio Storico Italiano dal 1896 al 1900; nella Cultura degli anni 1902-1904; nell’Avanti! e nella Critica Sociale dal 1900 al 1910 circa, firmati, oltre che col nome, con vari pseudonimi: Un travet, Tre stelle, Rerum Scriptor; ne La Voce dal 1908 al 1911; poi ne L'Unità.
Sul Salvemini: la notizia biografica di G. Ricchieri nel Corriere della Sera del genn. 1909; e un articolo di R. Caggese nell’Avanti! del marzo 1910.

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Cronologia della grande depressione
Agosto 1929 – Secondo i dati del National bureau of economic research, finisce l’espansione economica e industriale degli anni 20.
24 ottobre 1929 - Giovedì nero a Wall Street, dove i prezzi crollano; poi si riprendono grazie all'intervento delle banche.
29 ottobre 1929 - Martedì nero, il giorno peggiore nella storia della borsa di New York.
17 giugno 1930 - La legge Hawley-Smoot eleva le tariffe doganali statunitensi provocando ritorsioni da parte dei partner commerciali degli Usa e, di conseguenza, il declino del commercio internazionale.
Gennaio 1932 - Centinaia di migliaia di ex militari americani dimostrano a Washington, chiedendo il pagamento del premio che era stato promesso ai reduci della prima guerra mondiale.
8 luglio 1932 - L'indice Dow Iones dei valori industriali tocca il minimo di 41,22, rispetto al massimo di 381,17 raggiunto nell'agosto 1929.
1 novembre 1932 - Franklin D. Roosevelt è eletto presidente degli Stati Uniti.
Marzo 1933 - Comincia una fase di moderata ripresa, ma nel 1933 la media della disoccupazione negli Usa è del 24,9% della forza lavoro.
6 marzo 1933 - Viene dichiarata la “vacanza bancaria”.
12 maggio 1933 - Viene approvata una legge che prevede provvidenze per gli agricoltori.
5 giugno 1933 - Il congresso approva la proposta di legge che abolisce il tallone aureo per la moneta americana.
16 giugno 1933 - Viene creata la Public works administration, un ente federale incaricato di realizzare opere pubbliche, mentre viene approvata la legge di riforma bancaria.
5 dicembre 1933 - Finisce il proibizionismo.
6 giugno 1934 - Viene creata la Securities and exchange commission (Sec).
14 agosto 1935 - Il congresso approva la legge che istituisce l'assegno di povertà per gli indigenti e il pagamento di pensioni federali ai lavoratori.
1938 - La disoccupazione è scesa al 19% della forza lavoro.
Luglio 1938 - Viene stabilito un salario minimo di 25 centesimi di dollaro l`ora.
1 settembre 1939 - La Germania invade la Polonia, comincia la seconda guerra mondiale.
7 dicembre 1941 - Il Giappone attacca Pearl Harbor e gli Stati Uniti entrano in guerra.

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Gaetano Salvemini
Federalismo, regionalismo, autonomismo
Tratto da La Critica Politica, fasc. 10, 1945

Foto 36
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Il termine “regionalismo” è assai pericoloso se include il concetto che le regioni debbano essere costruite per legge dai signori che stanno seduti a Roma, sieno essi, o un dittatore o alcune centinaia di parlamentari. Molte delle province italiane sono regioni naturali. Per esempio, le province di Reggio Calabria, Catanzaro, Cosenza, Potenza, Lecce, Bari, Foggia, Roma, Perugia, Genova combaciavano, prima di certe riforme fasciste, con vere e proprie regioni naturali: le tre Calabrie, la Basilicata, la Terra d’Otranto, la Terra di Bari, la Capitanata, il Lazio, la Liguria, l’Umbria. In altri casi, per esempio Sicilia,Toscana, Emilia, Lombardia, Veneto, Piemonte, la regione è divisa in più province. Sarebbero queste province disposte ad associarsi in unità regionali? Se si accetta il principio autonomista, bisogna accettarlo con tutte le sue conseguenze. I comuni debbono essere liberi da ogni influenza prefettizia come sono in America, in Inghilterra, in Svizzera; le province debbono essere federazioni di comuni amministrate da consigli provinciali senza bisogno di prefetti.
Mentone
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Nell’accentramento amministrativo italiano, la frazione di un comune non può costituirsi in comune autonomo se una legge del parlamento centrale non lo permette. Perché mai il deputato di Aosta debba metter becco in una faccenda che interessa solamente alcune centinaia di uomini e donne nella provincia di Chieti, è un mistero impenetrabile. Quando il progetto di legge per la erezione in comune autonomo della frazione di Vattelapesca, arrivava alla Camera, il progetto passava senza che nessuno se ne occupasse in una di quelle antimeridiane sedute, in cui si varavano, senza discussione, centinaia di “leggine” cucinate o consentite dalla burocrazia centrale irresponsabile e a cui non interveniva nessun deputato. Ma ci erano "voluti anni prima che unaf accenduola come quella della frazione di Vattelapesca arrivasse a maturazione: suppliche al prefetto; consigli comunali le cui maggioranze dovevano dare parere favorevole; commissioni al deputato a domandare la grazia e a promettergli i voti; viaggi a Roma per andare insieme col deputato a scongiurare il ministro o almeno il segretario competente e il burocrate sedentario che doveva preparare il progetto di legge, e spiegare il perché e il per come; eppoi aspettare una benedetta seduta antimeridiana per varare la grande impresa. Mistero impenetrabile? Niente affatto! Quello era uno degli infiniti filamenti che tenevano incatenato l’elettore al deputato e il deputato al ministro. Se gli abitanti della frazione di Vattelapesca non votavano per il deputato ministeriale, niente comune autonomo. E se il deputato non votava per il ministero, niente comune autonomo. Perciò la faccenda era mandata per le lunghe più che fosse possibile. La gratitudine della gente è di così corta durata! Con Mussolini i segretari federali presero il posto dei deputati. Fu peggio. Coi deputati una frazione non poteva diventare comune autonomo, e un comune autonomo non poteva essere aggregato ad un altro comune se la faccenda non era discussa dagli interessati. Si poteva bestemmiare, se non altro. Col segretario federale non si discusse e non si bestemmiò più. Un bel giorno gli interessati erano informati che Mussolini li aveva dichiarati per decreto reale autonomi o aggregati a un altro comune, e guai a chi non cantava immediatamente Giovinezza, Giovinezza!. Vogliono gli Italiani ritornare alle pratiche schiaviste prefasciste e fasciste? Si decideranno mai ad affermare che nei loro affari essi stessi debbono essere i padroni e non i padreterni, burocratici o parlamentari che sieno di Roma? Una legge generale deve senza dubbio, fissare la procedura che gli interessati debbon seguire nel deliberare su queste materie affinché decidano a ragion veduta e non per capricciose improvvisazioni. Ma entro i limiti della legge generale, la deliberazione deve spettare agli interessati e non ai padreterni di Roma. Le regioni, se debbono nascere, debbono nascere non perché una maggioranza nella Assemblea Costituente della Repubblica di là da venire deciderà che debbano nascere. L’Assemblea Costituente abolisca i poteri dei prefetti in questo e in molti altri campi, autorizzi le frazioni a costituirsi in comuni autonomi, autorizzi i comuni e le province ad associarsi o dividersi secondo lo credono opportuno e poi abbandoni ciascuno a se stesso. Ognuno per sé e Dio per tutti. Che cosa avverrebbe se le province fossero autorizzate a formare federazioni regionali?
Foto 37
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Mentone
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Molte province rispondono a lunghe tradizioni storiche. In molti casi risalgono ai tempi di Roma. Una provincia spesso corrisponde a quella che ai tempi di Roma fu una civitas. Quelle che sono oggi chiamate “regioni” sono né più né meno che i “compartimenti” degli annuari statistici. Ma molti di questi “compartimenti-regioni” non hanno nessuna base nella storia italiana. Nel “compartimento-regione Emilia” le province di Parma e Piacenza sono civitates romane che nel 1859 appartenevano a uno “stato”, il ducato di Parma. Le province di Reggio e di Modena appartenevano al Ducato di Modena. Ferrara, Bologna, Ravenna, Rimini ecc. appartenevano agli Stati della Chiesa. Le province della cosidetta “Emilia” non hanno nessuna storia comune. Mentre la cosidetta “regione” Emilia consta di province che hanno sempre avuto una personalità storica propria, esisté una volta un Granducato di Toscana diviso in province le quali risalgono anch’esse a Roma. Ma è incerto se Siena, Pisa, Lucca e Arezzo amerebbero dipendere da Firenze più che da Roma. Il Regno delle Due Sicilie consisteva nel continente di province che erano quasi tutte regioni naturali. Se queste regioni-province vorranno ricostituire una super-regione napoletana, magari con un Borbone come re, facciano pure. Ma debbono essere gli abitanti dell’Italia meridionale a volere così e decidere così, e non un certo numero di piemontesi o veneti o triestini sedenti, digerenti, e deliberanti a Roma, anche se in una Assemblea Costituente. Io non so se in Sardegna le province di Cagliari e di Sassari vorrebbero formare una “regione” sarda. Né so se le province di Palermo, Catania, Messina ecc. sarebbero disposte a formare una regione siciliana. Dopotutto i porti di Palermo, di Catania, Messina, sono indipendenti l’uno dall’altro e i territori a cui essi servono, non hanno nessun bisogno di formare una unica regione portuale. Molto probabilmente le provincie siciliane, abbandonate a se stesse, saranno interessate a formare un consorzio per l’amministrazione in comune delle grandi vie di comunicazione e delle ferrovie principali. Ma Palermo e il territorio dipendente dal porto di Palermo vorranno badare al porto di Palermo, e così Messina e Catania. Le province che si trovano intorno al basso Po, sia che esse appartengano al Veneto o all’Emilia, avranno interesse a fare un consorzio per la cura del basso Po. Probabilmente tutte le province a Nord del Po dal Piemonte al Trentino e al Veneto avranno interesse a fare un consorzio idro-elettrico. Ma non si vede perché le province del Piemonte - di cui ciascuna ha la sua tradizione – debbano formare una regione sol perché in Roma un certo numero di deputati siciliani o pugliesi avrà deliberato che il Piemonte deve formare una regione. Bene inteso che se i piemontesi vorranno, dovranno poter fare a modo proprio senza domandare il permesso a nessuno. Specialmente per quanto riguarda la Sicilia, il parlare di una regione siciliana è assai pericoloso e può essere utilizzato dai separatisti. Io ho forse perduto il mio tempo occupandomi di questa faccenda.
Mentone
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Da quel tanto che arriva qui in America, di quanto si pubblica oggi in Italia, ho la impressione che ben pochi in Italia si interessino di questa materia. Tutti si dicono rivoluzionari e tutti sono conservatori. Tutti dicono male del governo, come tutti ne dicevano male anche quando si stava meglio e quando si stava peggio. Ma invece di domandare al “governo”, cioè ai padreterni di Roma, che non si occupi di affari che non lo riguardano, tutti domandano qualcosa al governo. Naturalmente il governo dà quel che solamente può dare: moneta cartacea che aggrava l’inflazione, e burocrati che contribuiscono alla inflazione coi loro stipendi e per giunta paralizzano le iniziative private usurpando per sé funzioni che dovrebbero essere lasciate ai privati. Si grida contro la burocrazia e nello stesso tempo si accettano, anzi si domandano, governatori al di sopra dei prefetti, cioè nuove ruote burocratiche, per la Sicilia e per la Sardegna, come se un superprefetto possa dare alla Sardegna e alla Sicilia quel che egli stesso non ha. È la storia delle quattro guardie che guardano le due guardie che guardano la guardia che guarda la porta del re. Nessuno rivendica le autonomie comunali e provinciali contro i prefetti. Nessuno dice che i prefetti dovrebbero essere senz’altro defenestrati. Nessuno domanda che si facciano una buona volta le elezioni amministrative per consentire ai cittadini di badare da sé ai propri affari, sia pure sul letto procusteo della vecchia legge comunale e provinciale pre-fascista. In queste condizioni, parlare di autonomismo o federalismo è come suonare la Cavalcata delle Valchirie a una platea di sordi. Ma già che mi sono messo a questa bella impresa, voglio continuare. Chi sa che in quella platea non vi sia qualcuno, per esempio direi Oliviero Zuccarini e gli scrittori di Critica Politica, che hanno orecchi per sentire. Tutti domandano al “Governo” aiuti - cioè carta moneta e inflazione - per la ricostruzione delle case demolite dalla guerra. E il governo promette aiuti – cioè carta moneta e inflazione - a tutti, e manda impiegati del genio civile qua e là a far perizie e promettere aiuti - cioè carta moneta e inflazione - a tutti; e chi aspetta la manna governativa, se ne sta con le mani in mano ad aspettare. Se qualcosa si fa per riparare al disastro, si fa nei piccoli paesi lontani dalle autorità governative dove fortunatamente nessuno spera nulla, anzi tutti hanno paura del “governo”, e debbono arrangiarsi da sé, meglio che possono. Se Carlo Cattaneo non fosse vissuto in Italia, la gente domanderebbe al Governo due soli provvedimenti: 1) che esentasse per legge da ogni imposta sui fabbricati per mezzo secolo le aree che una volta erano fabbricate e che sono state demolite dalla guerra; e 2) che istituisse banche provinciali di prestiti al 2% d’interesse con ipoteche sulle aree fabbricabili. Dopo di che ognuno dovrebbe sbrigarsela da sé, senza genio civile. Si può essere certi che le case ognuno se le ricostruirebbe da sé colla massima economia possibile e al più presto possibile, come se le era costruite in passato da sé. Il “governo” deve intervenire in questa faccenda a fare solamente quello che i privati non possono fare da sé, cioè abolire la imposta, rendere possibili i prestiti su ipoteca a modico interesse, e inoltre riorganizzare al più presto i trasporti interni e la importazione dall’estero di quelle materie prime che mancano in Italia. Finché il problema dei trasporti e quello delle materie prime non è risoluto, è inutile illudersi che le case demolite possano essere ricostruite. Bisogna che ognuno “si arrangi da sé” meglio che può, senza aspettarsi nulla dal governo. Invece tutti domandano tutto al “governo”.
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E il “governo” promette putacaso 500 milioni di carta straccia a Napoli, 200 milioni a Messina, 10 milioni al paese del sottosegretario Caio, 5 milioni ai possibili elettori del segretario Sempronio. Ho parlato delle autonomie locali. Non basterebbe abolire l’autorità dei prefetti sui comuni e sulle province. Bisognerebbe restituire ai comuni e alle province molte delle funzioni che sono state usurpate dalla burocrazia accentrata, cominciando per esempio dalle scuole elementari e secondarie, e dalle strade e ferrovie d’interesse locale. Naturalmente insieme con questi servizi dovrebbero essere trasferite agli enti locali le sorgenti tributarie necessarie per alimentare quei servizi: la imposta fondiaria e la tassa sui fabbricati. Si risolverebbe così anche il problema della perequazione fondiaria, perché non ci sarebbe più bisogno di perequare la imposta fondiaria di Val d’Aosta alla imposta fondiaria di Siracusa:ognuno si terrebbe per sé la propria fondiaria. Si perequerebbe così anche la imposta sui fabbricati. Nell’Italia settentrionale e centrale le abitazioni rurali,sparse per le campagne, sono esenti dalle imposte sui Fabbricati. Nell’Italia meridionale i contadini abitano accentrati in mostruose borgate rurali, e tutte le loro case pagano la imposta sui fabbricati. Quando ogni comune e provincia si tenga per sé la imposta sui fabbricati, questa ingiustizia cesserebbe automaticamente. Questo è uno dei vantaggi del metodo federalista: risolve molti problemi di giustizia, distribuitiva fra le diverse parti del paese abolendo le funzioni e le entrate del governo centrale. Questo non vuoi dire che il governo centrale venga a sparire. Come ho già detto,vi sono funzioni che esso solo può e deve esercitare. Fra queste funzioni vi è anche quella di intervenire negli affari locali nell’interesse nazionale quando gli enti locali si dimostrino inetti a eseguire le leggi rese necessarie dall’interesse e dal decoro nazionale. Per esempio, vi sono comuni i quali finora si sono dimostrati incapaci di estirpare l’analfabetismo. Quali che siano le cause di questo fatto, è chiaro che le scuole elementari non possono essere abbandonate a quei comuni diciamo così minorenni e irresponsabili. Un provveditore inviato dal governo centrale deve prendersi cura delle scuole elementari nei comuni, nei quali l’analfabetismo della popolazione inferiore ai vent’anni supera putacaso, il 20%. Ma ogni comune deve conservare il proprio bilancio scolastico sotto la sorveglianza del provveditore. Da un esame dei bilanci locali apparirà, immediatamente, ai provveditori che l’analfabetismo è così alto in quei comuni perché questi sono così poveri da non poter pagare tutti i maestri necessari e costruirsi gli edifici scolastici.
Mentone
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Ecco dove l’interesse e il decoro nazionale obbligherebbero il governo centrale a intervenire a spese dell’intera nazione, sussidiando i poveri comuni.
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Ma altro è intervenire a costringere tutti i comuni in una rete di regolamenti scolastici cucinati da un direttore generale a Roma ed eguali per tutta Italia dal Trentino alla Sicilia. C’è bisogno che tutte [le] classi elementari si aprano e si chiudano lo stesso giorno in tutta Italia? Nello stesso comune, le semine e le raccolte si fanno in un mese nelle frazioni di montagna e in un altro mese al piano. Che ogni comune adatti il calendario scolastico alle condizioni locali, e al diavolo il sedentario di Roma. Un altro caso in cui l’intervento del governo nazionale è necessario è quello, già accennato, della imposta sui fabbricati. La guerra è stata un fatto nazionale. Ecco perché coloro che hanno perduto la casa debbono essere aiutati dal governo nazionale a ricostruirla a spese della nazione. Ma se l’imposta fondiaria è abbandonata ai comuni e alle province, i comuni e le province devastate dalla guerra perderebbero questo cespite di entrate. Il governo centrale deve compensarli con sussidi straordinari, ricavandoli da una sovraimposta che dovrebbe essere pagata dai fabbricati non distrutti di tutta l’Italia. I casi si potrebbero moltiplicare. Ma non è necessario. Quando si sostituisca il metodo federalista o autonomista al metodo centralista e burocratico, ogni problema deve essere risoluto caso per caso. Un’ultima osservazione. Il mio vecchio amico, Dorso, dirige a Napoli un quotidiano “meridionalista”. Buona fortuna a lui e ai suoi amici. Ma il “meridionalismo” può essere pericoloso come il “regionalismo” se non è bene inteso. Giustino Fortunato insegnò che l’Italia meridionale deve non domandare leggi speciali, ma riforme nella politica generale che siano veramente adatte ai bisogni delle classi povere in tutta l’Italia. Siccome l’Italia meridionale consiste quasi interamente di classi povere, le riforme nella politica generale riusciranno utili specialmente all’Italia meridionale. Ma non saranno favori speciali. Saranno giustizia per tutti. Spiegatevi con un esempio! Eccolo qua. Gli edifici per le scuole elementari non possono essere ricostruiti dai comuni poveri senza sussidi governativi e leggi pre-fasciste e fasciste sussidiavano i comuni che costruivano edifici scolastici: cioè sussidiavano i comuni ricchi in proporzione degli edifici che essi potevano ricostruirsi, e lasciavano dove stavano i comuni poveri: il pastore senza scuole della Sardegna pagava le tasse per sussidiare i municipi di Genova, Torino e Milano che si costruivano le scuole: una legge speciale alla rovescia. Domandare allora una legge speciale per il mezzogiorno che faccia equilibrio alle leggi speciali per il Settentrione? Sarebbe metodo sbagliato. Bisogna domandare una legge generale. Tutti i comuni italiani siano divisi in classi secondo l’analfabetismo. Pere esempio:
Classe I comuni nei quali l’analfabetismo è sceso sotto il 10%
Classe II                        "                                       è fra l’11 e il 20%
Classe III                      “                                       è fra il 20 e il 30%
Classe IV                     “                                        è superiore al 30%
I sussidi governativi per edifici scolastici debbono essere concentrati in un primo tempo sui comuni della classe IV; quando tutte le scuole necessarie a questa classe siano state costruite, la classe quarta è entrata a far parte della classe terza e i sussidi si concentreranno tutti sulla classe terza. Frattanto le classi una e due se ne vadano senza sussidi, che non ne hanno il bisogno. Una misura di questo genere sarebbe necessaria non solo nel mezzogiorno e nelle isole ma anche nei comuni più poveri dell’Italia settentrionale e dell’Italia centrale. Dunque, legge generale e non favori speciali. Ma a che scopo sciupare tempo in queste piccinerie? Meglio domandare le colonie e dichiarare la guerra al Giappone.

Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?