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Gaetano Salvemini
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Il testo che offro parla di Giuseppe Antonio Borgese (https://www.garganoverde.it/scrittori/g-a-borgese.html), ma lo ho inserito nella cartella dedicata a Gaetano Salvemini, altro esule in America a causa del fascismo. Il testo proposto lo ho trovato sul mio PC; ho cercato la fonte, per inserirla, ma ho trovato solo questa, che riporto. Borgese conobbe Joseph Tusiani (https://www.garganoverde.it/incontro-con-g-a-borgese.html)

 Fonte: www.lavocedinewyork.com di Carmelo Fucarino

Giuseppe Antonio Borgese in America: pensiero e azione di un esule antifascista

Bersaglieri nella II guerra mondiale - Armi della fanteria italiana
Bersaglieri nella II guerra mondiale - Armi della fanteria italiana
Nel luglio del 1931, a 48 anni, Giuseppe Antonio Borgese si imbarcò per gli USA, ove accettò l’incarico di visiting professor a Berkeley. Ormai il clima intorno era diventato rovente, a maggio suoi allievi erano stati pestati da squadracce fasciste, compromettente il suo appoggio anche se discreto a Salvemini. Di questa straordinaria permanenza e degli intrecci con gli uomini più prestigiosi del suo tempo ricordo in questa società di implosione e di revanche di micro nazionalismi velleitari quell’avveniristico suo Disegno preliminare di Costituzione mondiale (University of Chicago Press, 1948), davanti al quale fu un nulla quel progetto di Ventotene che portò all’incerta e bistrattata UE.
Gli Italiani hanno dato agli USA moltissimo in rapporto alla popolazione, ma hanno anche ricevuto altrettanto. In questo periodo mi è capitato di incontrarmi idealmente con due giganti che hanno vissuto due vite segnate da un netto spartiacque di un soggiorno negli USA. Diciamo soggiorno con quel che comporta inserirsi in una cultura assai diversa, ma in realtà si trattò di un esilio, più o meno volontario e imposto dalla dittatura. Fu una fuga diversa da quella dei milioni di poveracci con la valigia di cartone che partirono a cercar fortuna, con l’incentivo e l’incoraggiamento dello stesso Governo del tempo. Questa ondata migratoria fu assai diversa in quanto non resa necessaria dalla fame, ma dalle persecuzioni fasciste, e soprattutto perché portatrice di una profonda cultura italiana che hanno messo a disposizione del paese accogliente. Fu anche un’esperienza diversa da quella di Calvino che si manifestò nelle sue Lezioni americane. Sei proposte pe il prossimo millennio (Milano, Garzanti, 1988), tenute ad Harvard nel 1985 come Poetry Lectures, di lui che divenne Un ottimista in America (1959-1960).
Mi hanno scosso interiormente per le loro vicende umane, politiche e culturali due giganti siciliani, don Luigi Sturzo di Caltagirone e Giuseppe Antonio Borgese di Polizzi Generosa (12 novembre 1882 - Fiesole 4 dicembre 1952). Siamo nella piazza italiana dei fuorusciti che per costrizione o volontà o per successo artistico, vivessero in USA, chi nella speranza e nella realizzazione di un ritorno, quella interiore “nostalgia”, chi in una permanenza definitiva. Fra questi ultimi quel discusso Lorenzo da Ponte, che diede l’avvio alla Casa Italia della Columbia University (vedi lo splendido saggio di Barbara Faedda associated director of the Italian Academy for Advanced Studies at Columbia University, From da Ponte to the Casa Italiana, Columbia University Press 2017). Fu una grandissima parte della cultura liberale e democratica che ebbe la possibilità di continuare la propria attività, di rinsanguarla in una perfetta simbiosi con quella libertaria del Nuovo Mondo, quel popolo dei nostri grandi, come Salvemini, Caruso, Paganini, ma anche l’altro siciliano Benedetto Civiletti che adornò New York di glorie italiane con il suo Monumento a Giuseppe Verdi.
Pistola in dotazione alla fanteria italiana nella II guerra mondiale
Pistola in dotazione alla fanteria italiana nella II guerra mondiale
In questa stagione mi ha sorpreso in prima istanza la grandiosa esperienza americana di Borgese. L’occasione mi è stata offerta dal dono del volume fattomi dalla presidente della Biblioteca di Polizzi Generosa, la prof.ssa Ida Rampolla Del Tindaro, che ne ha redatto la prefazione e ha dato cenni storici sul paese, ex-docente di francese ed ispettrice, discendente del cardinale Mariano Rampolla Del Tindaro, segretario di Stato di Leone XIII, quello della Rerum novarum del 1891, eletto nel conclave del 1903, ma caduto sotto il veto della Cattolica Austria, ultimo nella storia, per una presunta vicinanza alla Francia. Si tratta di uno splendido volume patinato in cofanetto, Giuseppe Antonio Borgese e Polizzi la Generosa (Parco Letterario Giuseppe Antonio Borgese, Palermo 2019), un artistico album di fotografie di Polizzi Generosa, ma non solo. La bellezza, direi lo splendore delle fotografie realizzate da Schimmenti, sono intercalate da pensieri, riflessioni, rievocazioni tratte dai libri di Borgese, paesaggio fotografico e interpretazione poetica della sua “isola lontana”, con il suo particolare colorismo e contrasti, il paese con un nome “difficile e strano”, “che fa sorridere chi l’ode per la prima volta” (La città sconosciuta), ma anche il “bandolo della matassa” per scoprire la propria essenza. In una lingua che passa dal preziosismo lirico e descrittivo al siciliano, sua la traduzione della Figlia di Iorio di D’Annunzio. Il testo è redatto anche in una edizione inglese ed e in realizzazione un docufilm sulla vita e il pensiero con filmati originali assieme a Michael Pool della BBC di Londra.
La sua biografia è strabiliante e ancor più assordante è il silenzio che ha gravato e grava sulla portata, la complessità e profondità della sua opera, eccettuati la stima e l’amore sconfinato di Leonardo Sciascia (per tutti, Ciò che insegna la sua fede letteraria e politica, in Atti del Convegno su Giuseppe Antonio Borgese, Polizzi Generosa, settembre 1982). Da giovane me lo ricordarono e lessi il suo Rubé, rivoluzionario e apripista di una nuova stagione letteraria della cultura siciliana, che per il numero di protagonisti possiamo definire tout-court italiana, se si considera il plotone che va dalla triade Verga Capuana De Roberto, a Pirandello, da Brancati, a Vittorini e Quasimodo, fino a Tomasi, Sciascia, Consolo e l’ossessivo Camilleri, per citare i sommi. Mi limito soltanto ad invitare a scorrere la bibliografia di Borgese, tra la sua attività di giornalista del Corriere della sera e quella di professore di Estetica e Storia della critica, appositamente per lui creata presso l’Ateneo di Milano dopo l’esperienza di docente di Letteratura tedesca alla Sapienza di Roma nel 1910.
Nel luglio del 1931, a 48 anni, si imbarcò per gli USA, ove accettò l’incarico di visiting professor a Berkeley. Ormai il clima intorno era diventato rovente, a maggio suoi allievi erano stati pestati da squadracce fasciste, compromettente il suo appoggio anche se discreto a Salvemini. Il soggiorno accademico si trasformò in volontario esilio, durato fino alla fine della guerra, con il ritorno il 13 settembre 1949, dopo 18 anni di assenza.
Ad agosto 1931, fu imposto il giuramento fascista che rifiutarono 13 docenti su 1251.
Caso abnorme non gli fu chiesto da docente alle dipendenze del Ministero degli Esteri il giuramento di fedeltà al fascismo né dal Console né dal Ministero degli Esteri, che, anzi, prorogò di un anno l’incarico, senza fare alcun accenno al giuramento. Oggi mi immagino i numerosi suoi alunni che hanno avuto la fortuna in California di ascoltare le sue profonde lezioni. Di quel giorno scrisse: "Il 12 luglio 1931 pensavo che entravo in un tunnel, dal quale chi sa quando e dove sarei uscito. Mi pare ora d’intravedere quei tagli o lampi di luce che entrano nei lunghi tunnel presso l’uscita dagli spiragli aperti nella roccia" (Diario VI, p. 87).
Sldati italiani nel seserto africano nella II guerra mondiale
Sldati italiani nel seserto africano nella II guerra mondiale
Di questa straordinaria permanenza e degli intrecci con gli uomini più prestigiosi del suo tempo ricordo in questa società di implosione e di revanche di nazionalismi velleitari quell’avveniristico suo Disegno preliminare di Costituzione mondiale (University of Chicago Press, 1948), davanti al quale fu un nulla quel progetto di Ventotene che porto all’incerta e bistrattata UE. Fu promotore assieme a Richard McKeon e segretario del “Committee to Frame a World Constitution” (Comitato per la Costituzione mondiale), che iniziava con questo poetico preambolo: "that therefore the age of nations must end, and the era of humanity begin; the governments of the nations have decided to order their separate sovereignties in one government of justice, to which they surrender their arm". Perciò "Justice" is the prerequisite of peace, and peace and justice stand or fall together". e “The maintenance of peace; and to that end the enactment and promulgation of laws which shall be binding upon communities and upon individuals as well". Esso pertanto si propose un modello di governo radicalmente unitario, che superasse ogni particolarismo di ordine sociale, religioso, culturale,economico, politico, sulla base della individuazione di una serie di valori universali o universalmente condivisibili. Nell’ambito specifico The City of Man, in collaborazionecon Thomas Mann (New York, 1940); Common Cause (New York, 1943), che darà il nome alla successiva rivista, da lui fondata nel 1947 e pubblicata dal “Committee”: Preliminary Draft of a World Constitution (Chicago, 1948); infine la postuma Foundations of a World Republic (Chicago, 1953). A pensare alle richieste di frammentazione e di atomismo politico, di campanilismo dei nuovi tribuni del popolo.
Di questo progetto con maggiore competenza e in modo più circostanziato ha discusso su questo giornale Valter Vecellio (2 novembre 2018). Il 22 ultimo a Palazzo Steri quel Sabino Cassese, ora Giudice Emerito della Corte Costituzionale, ha tenuto sul tema del Disegno preliminare una lectio magistralis, nel seminario annuale della Società per lo studio della modernità letteraria.
Questa sua esperienza americana che egli definì “anni dell’egira” lo marchiò e ne fece per sempre un’anima dimidiata: "Ancora nulla di nuovo dalla mia situazione italiana. Continuo ad essere in quella strana posizione: coi piedi in America e con le mani scriventi in Italia" (Diario III, p. 50). Oppure: "Della Mia Vita Parte Seconda. Cosi mi vien fatto di pensare. Se hai te stesso, chi ti può mancare? Purché il te stesso sia in te, un Universale" (Diario III, p. 13). La nostalgia perenne della sua Polizzi negatagli da un’Italia mostruosamente sfigurata dal fascismo e più volte da lui ribattezzata "Benitalia" e "Mussolinia".
Arma in dotazione alla fanteria italiana nella II guerra mondiale
Arma in dotazione alla fanteria italiana nella II guerra mondiale
Ormai il suo destino sembrava volto ad un soggiorno definitivo. Nel 1938 ottenne la cittadinanza americana, nel novembre del 1939 divorziò da Maria Freschi e si unì in matrimonio con Elisabeth Mann, figlia del Thomas della Montagna incantata e del più noto La morte a Venezia. Nello stesso anno assieme al suo sodale politico Gaetano Salvemini, giunto nel 1927 e nel 1934 docente ad Harvard, fondò la Mazzini Society, guidata da Max Ascoli, che esplicitò una forte militanza intellettuale antifascista, con soci come Giorgio La Piana, professore alla Harvard University, Mario Einaudi, Giuseppe Lupis, Sforza, Alberto Cianca, Alberto Tarchiani, Arturo e Walter Toscanini e tanti altri. Si intendeva svolgere un’indagine sulle ragioni e le caratteristiche del fascismo, che consacrava la sua fama di oppositore al regime, conclusa nel 1937 con il testo più illuminante dell’ultimo Borgese: Goliath, The march of Fascism (Sciascia, "un libro di radicale importanza"). Sturzo, giunto per cure mediche, non aderì alla società perché "io, cattolico, non posso mettere per insegna della mia attività il nome storico di un anticattolico, quali ne siano i meriti, che ho riconosciuto non da ora ma da tempo" (cioè Salvemini).
Voglio qui riassumere con qualche flash. la sua vita di “americano”, che ne adotta ad un certo momento anche la lingua. Polilinguismo e polisemia. L’immensa sua produzione di giornalista e politico, narratore di romanzi, novelle e libri di viaggio, poeta e commediografo (in linea con il suo antifascismo il libretto d’opera in poesia e in inglese, Montezuma), critico e saggista, è stata raccolta nel Fondo Giuseppe Antonio Borgese (consultabile online in Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche), donato poco dopo la sua morte dalla moglie Elisabeth Mann Borgese alla Facoltà di lettere dell’Università di Firenze. Comprende 73 contenitori di materiale manoscritto e a stampa, che includono in sei sezioni: una parte del carteggio, manoscritti di opere edite ed inedite, materiali preparatori per lezioni e pubblicazioni, diari (ben 15 in 5 volumi), agende, taccuini, ritagli di giornali.
Fucile in dotazione alla fanteria italiana nella II guerra mondiale
Fucile in dotazione alla fanteria italiana nella II guerra mondiale
"A New York ho trovato pioggia, caldo, un indicibile grigio; ma la città ha un suo fascino enorme a cui non mi sottraggo, e sto benissimo di corpo, e complessivamente molto bene di animo. A ciò contribuisce potentemente il sentimento di essere vicinissimo agli amici del cuore, ate in primissima linea, come se l’Atlantico fosse un rigagnolo (Lettere a Marino Moretti, pp. 150-151). Era la sua presa di possesso anche se governata dai mitologemi dell’esule. Perciò i repertori mitici a cui egli attinge sono quelli nei quali riesce maggiormente ad identificarsi, come le peregrinazioni di Ulisse in viaggio per ltaca e la solitudine del Filottete abbandonato a Lemno. Ma non mancano neppure i riferimenti all’egira di Maometto, alla relegatio di Ovidio a Tomi e, soprattutto, all’esilio dantesco.
Davanti ad un paesaggio americano: "Il quadro che ho davanti ai miei occhi come l’avrei descritto tempo fa con parole ovidiane: omnia Pontus erat; deerant quoque litora ponto (Metam., I, v. 292)" (Diario , p. 134).
Ma in effetti cosa rappresentò per lui l’americano? Era quell’uomo di Walt Whitman, il cantore della libertà, “One’s-SelfI sing, a simple separate person, /Yet utter the word Democratic, the word En-Masse ... Of Life immense in passion, pulse, and power, / Cheerful, for freest action form’d under the laws divine, / The Modern Man I sing”., da opporre al Superuomo di Nietzsche (nell’Engadina del filosofo Tempesta nel nulla, 1931): “L’Uomo Comune. Egli è la vera sostanza dell’America, il suo senso, il suo futuro”.
Quest’essere, a primo aspetto insipido, distingue i due continenti più che la voragine di acqua salata. La cultura ottocentesca, da cui tutti deriviamo, in Europa mirò al Superuomo, in America all’Uomo Qualunque. Nietzsche fu l’europeo; Whitman l’americano (Atlante americano, p. 147).
Di immenso valore pertanto il volume fotografico di Luciano Schimmenti che sembra esaudire un cocente desiderio di Borgese: "Ti avevo promesso da anni la stampa della mia città nativa, ed era troppo male che io mancassi alla parete dell’amicizia. Ma di Polizzi non ne potei trovare per quante ricerche facessi, e Palermo non mi andava. Ora t’ho fatto mandare da una libreria la stampa della mia città nativa; poiché qual é il vero luogo nativo? Quello dove s’è nati per fatto naturale e non nostro, o quello dove s’è rinati per fatto morale e nostro? Si può discutere (Lettere a Marino Moretti, p. 156).

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Renzo De Felice, Mussolini rivoluzionario 1883-1920, Einaudi 1965, pagg. 725-737
Rapporto dell'ispettore generale di PS G(iovanni) Gasti su Mussolini e i Fasci di combattimento (giugno 1919)
4 Giugno 1919
Al On: Gabinetto di S. E. il Presidente del Consiglio
A S. E. il Sottosegretario di Stato per l'Interno
Ill. mo Sig. Direttore Generale della PS
Oggetto: Origine dei Fasci di combattimento
I Fasci di combattimento sorsero in seguito all'adunata ideata e caldeggiata dal Popolo d'Italia tenutasi in Milano il 23 scorso marzo. A detta adunata erano in special modo invitati i corrispondenti, i collaboratori ed i lettori di detto periodico, nonché i combattenti ed ex combattenti.
Scopo dell'adunata era organizzare in tutti i Centri d'Italia le forze interventiste e porle in tal grado di compattezza e di energia da combattere e frenare la propaganda leninista favorita dai socialisti ufficiali e da spiegare un'efficace azione per il raggiungimento delle rivendicazioni nazionali.
Nella adunata stessa furono approvate le seguenti tre dichiarazioni presentate dal Professore Benito Mussolini:

Fascismo Dall'Astrolabio n. 23 del 1967
Fascismo Dall'Astrolabio n. 23 del 1967
1. “L'adunata del 23 marzo rivolge il suo primo saluto e il suo memore e reverente pensiero ai figli d'Italia che sono caduti per la grandezza della Patria e per la libertà del mondo, ai mutilati e invalidi, a tutti i combattenti, agli ex prigionieri che compirono il loro dovere e si dichiara pronta a sostenere energicamente le rivendicazioni di ordine materiale che saranno propugnate dalle Associazioni dei combattenti”.
2. “L' adunata del 23 marzo dichiara di opporsi all'imperialismo degli altri popoli a danno dell'Italia e all'eventuale imperialismo italiano a danno di altri popoli; accetta il postulato supremo della società delle nazioni che presuppone l'integrazione di ognuna di esse, integrazione che per quanto riguarda l'Italia deve realizzarsi sulle Alpi e sull'Adriatico colla rivendicazione e annessione di Fiume e della Dalmazia”.
3. “L'adunata del 23 marzo impegna i Fascisti a sabotare con tutti i mezzi le candidature dei neutralisti di tutti i partiti”.

Il programma dei Fasci di combattimento.
(Postulati di indole politica).

Balilla '35 Astrolabio n.23 del 19671. L'attuale suffragio universale deve essere integrato coll'estensione del diritto di voto e di eleggibilità alle donne che abbiano compiuto gli anni 21.
2. Le elezioni generali politiche devono aver luogo con scrutinio di lista e rappresentanza proporzionale.
3. Le elezioni generali politiche devono aver luogo a smobilitazione compiuta.
4. La età necessaria per la eleggibilità a deputato è abbassata da 31 a 25 anni.
5. I deputati eletti nelle prossime elezioni formeranno l'assemblea nazionale.
6. L'assemblea nazionale durerà in carica tre anni.
7. Il primo atto dell'assemblea nazionale sarà quello di decidere sulla forma di governo dello Stato.
8. Il Senato è abolito.

(Postulati di ordine sociale).

I . Presentare un progetto di legge che sancisca per tutti i lavoratori italiani la giornata di otto ore;
2. Accogliere gli emendamenti operai al progetto Ciuffelli sulle assicurazioni globali, soprattutto per il limite di età;
3. Sistemare il personale delle ferrovie.

(Postulati di ordine economico finanziario).
Imposta progressiva straordinaria sul capitale, per fronteggiare i bisogni del dopoguerra, specialmente per ciò che riguarda le provvidenze a favore dei mutilati, invalidi, combattenti, famiglie dei caduti.
Il Professore Mussolini in una assemblea del Fascio illustrò il programma asserendo:

“questo è il mio programma, ma può non essere il vostro ed in questo caso potremo discuterlo e modificarlo. L'atteggiamento negativo che ci si rimprovera, non basta alla attività pratica e contro il bolscevismo sono in giuoco molte forze, e la nostra opera di prevenzione deve consistere nel presentare un programma di attuazione immediata, onde metterci sul terreno delle pronte realizzazioni per ragioni di ordine politico generale ed urgente”.

Fascismo: Bottai e Mussolini - Astrolabio n. 23 del 1967
Fascismo: Bottai e Mussolini - Astrolabio n. 23 del 1967
Nei riguardi economici e finanziari si propone una misura rivoluzionaria che nessun partito finora, e nemmeno il partito che vuole monopolizzare la rivoluzione, ha mai affacciato e cioè: l'imposta straordinaria progressiva sul capitale.
Questo provvedimento, che sarebbe una confisca, arrecherebbe grandiosi vantaggi e tali da far fronte a tutti gli impegni. Tali riforme sono nella coscienza del Popolo italiano e rappresentano una indefettibile necessità, e se non accolte potrebbero pregiudicare le sorti delle istituzioni, e se noi, concluse, potremo domani stendere in tutta Italia una rete formidabile di Fasci e se raccoglieremo intorno a questi fasci il consenso sempre più largo delle masse e se creeremo dei nuclei pronti all'azione, allora potremo imporci nel giro di 24 ore.
Questo programma, continuò, combatte il leninismo che non deve essere confuso col proletariato; noi intendiamo salvare la nostra rivoluzione dallo loro, che è la rivoluzione distruttiva della vandea.
In altra assemblea del 22 scorso aprile, lo stesso Mussolini, dopo aver accennato ai recenti avvenimenti di Milano, dimostrò la necessità di unirsi alle organizzazioni che hanno comuni coi Fasci principi e finalità per poter compatti rintuzzare qualsiasi ulteriore velleità delle frazioni leniniste e presentò all'uopo il seguente ordine del giorno approvato all’unanimità:

“Il fascio Milanese di combattimento discutendo sugli avvenimenti di martedì disdegna le polemiche inutili, deplora che in conseguenza della provocazione leninista sia stato sparso sangue di italiani, si dichiara pronto a rispondere nuovamente colla violenza alla violenza in difesa della libertà contro vecchie e nuove tirannie”.

Fascismo: Achille Starace - Astrolabio n. 23 del 1967
Fascismo: Achille Starace - Astrolabio n. 23 del 1967
Nella nota assemblea tenuta il 6 maggio discutendosi sul movimento dei fasci e sul loro sviluppo destinato a creare una forza temibile e considerevole in tutta Italia, il Mussolini, compiacendosi della attività addimostrata dalla Commissione di propaganda e prospettando il lavoro complesso da svolgere per creare dei nuovi Fasci, fece presente essere all'uopo necessario costituire un ufficio di segreteria permanente, con la nomina di tre segretari propagandisti stipendiati, e tale proposta fu accettata.
In altra assemblea del successivo giorno 10 ad integrazione del programma di realizzazione il Mussolini propose la discussione di 3 postulati riguardanti rispettivamente il problema militare, quello ecclesiastico-religioso e quello operaio.
Circa il problema militare sostenne non doversi per ora parlare di disarmo date le condizioni attuali nelle quali il mondo esce dal conflitto dei popoli, e perciò è da accogliere il vecchio postulato della scuola repubblicana: la azione armata.
Per il problema ecclesiastico propugnò che le chiese siano considerate come associazioni private sottoposte alle leggi comuni; la separazione della Chiesa dallo Stato con l'abolizione del privilegio statutario e con la confisca dei beni ecclesiastici.
Nel campo operaio disse essere necessario strappare il proletariato alla tirannia dei pochi dirigenti che operano per il solo scopo delle loro mire e coartano, premono e tiranneggiano senza discussione e senza di scernimento le sorti delle masse. Parlò delle Camere del Lavoro e della grande massa operaia aggregata “ai bancarottieri della confederazione del lavoro” dicendo, che si deve emancipare la massa stessa da questi “giuocatori di bussolotti”.
In una riunione tenuta in Milano il 12 maggio dai rappresentanti delle associazioni patriottiche per discutere sulla questione di Fiume e della Dalmazia, alcuni soci dei Fasci di combattimento partecipanti alla riunione stessa, come rappresentanti del Fascio, affermarono non essere più, oramai, l'ora delle affermazioni verbali e platoniche e degli ordini del giorno, essendo invece giunto il momento di azioni energiche e silenziose e si astennero quindi dal formulare un qualsiasi enunciato ritenendo inefficace siffatta affermazione verbale ed esprimendo propositi di azione seria e pratica pel raggiungimento dei loro scopi.
Nella ricorrenza del 1 maggio il Fascio di combattimento diffuse ed affisse il seguente manifesto.

Luigi Longo - Dall'Astrolabio n. 16 del 1967
Luigi Longo - Dall'Astrolabio n. 16 del 1967
OPERAI!
Oggi è la vostra Pasqua è la vostra vittoria. Il 1 Maggio 1919 vede realizzata l'aspirazione delle otto ore di lavoro. La vittoria dell'Italia fu vittoria delle vostre braccia operose e combattenti: la vittoria operaia è la stessa vittoria d'Italia.
Riconoscete per questo fatto storico l'unità delle sorti vostre in quelle della Patria.
Non vi rendete estranei con la volontà là dove il vostro sacrifizio concorse: non mutilate la storia vostra.
Ciò che fu a prezzo della vostra vita, si iscriva nella vostra coscienza così a merito come fu a carico: non mutilate la storia vostra.
Ciò che è più vostro, perché il gran tutto nel quale siete rappresentati e valutati in faccia al mondo discorde, l'Italia, sia vostra per fatto e per coscienza; sia volontà vostra: non mutilate la vostra storia.
Non crediate all'odio del vicino per amor del lontano. Non prestate fede a chi vorrebbe porvi lievito di discordia nel paese che dall'unità ebbe forza e vittoria.
Non siate con chi volle la sconfitta ed è oggi sconfitto nella vittoria.
Siate con la vittoria, poiché foste vittoriosi.
Il vostro diritto ha una base formidabile di merito: non rinnegate il vostro merito.
La giustizia vostra ha gran voce: non la ponete in bocca a chi puzzano in bocca le parole.
Oggi che ai nemici palesi d'Italia altri se ne aggiungono subdoli e malcelati, e l'imperialismo bancario nega all’Italia la consanguineità dei figli che spontaneamente le porgono le braccia, oggi che le sorti irrevocabili della Patria si vorrebbero ancora revocare in dubbio, i nemici vecchi e nuovi d'Italia, vi invocano con tanta impudenza che voi ne sentite lo schifo.
Vi credono dei disperati che cerchino nella rovina comune e nell'obbrobio del proprio paese la loro salvezza.
Chi vi ha così ignominiosamente accreditati davanti all'opinione estera? davanti - se non vi rincresca - all'internazionale?
OPERAI!
Su voi pende la fiduciosa attesa del paese e l'aspettazione egoistica di tutti i nostri nemici. C'è una grande ansia per la vostra presunta viltà.
Chi vi ha accreditato per vili?
Non foste voi l'eroismo d'Italia?
OPERAI!
Siate la nuova voce d'Italia: Italia del lavoro; Italia della pace; Italia di tutti gli ideali che vi sorridono; ma Italia perché solo con questo nome la vostra personalità sociale si inserirà nella famiglia delle nazioni e la vostra grandezza sarà grandezza d'Italia, e voi sarete l'Italia.
I Fasci di combattimento

Emilio Lussu - Carlo Rosselli- Francesco Nitti - Dall'Astrolabio n.10 del 1967
Emilio Lussu - Carlo Rosselli-  Francesco Nitti - Dall'Astrolabio n.10 del 1967
Sviluppo ed estensione del movimento fascista.
Da molte città pervengono al centro di Milano adesioni all'iniziativa dei Fasci di combattimento ed in molti luoghi si costituiscono Sezioni dei Fasci come a Roma, Firenze, Napoli, Torino, Bologna, Genova, Palermo, Livorno.
Da altre città hanno chiesto alla segreteria dei Fasci Milanesi schiarimenti per la costituzione di Sezioni, i dirigenti sono soddisfattissimi dello sviluppo della loro iniziativa.
Direzione dell'organizzazione.
Il movimento dei Fasci di combattimento in Italia è diretto dal Comitato Centrale di Milano, che organizza pure la propaganda in provincia.
Questo Comitato Centrale è cosi costituito: Facchinetti - Besana - Duliani - Casade - Marinelli per la commissione di Finanza - Per la commissione di propaganda Mussolini - Monzini operaio - Bianchi Michele - Marinetti e Rossi del Popolo d'Italia - Enzo Ferrari - Morisi Celso - Bertoli Alberto.
L'ufficio di segreteria dei fasci è costituito da Attilio Longoni segretario propagandista - Celso Morisi Segretario propagandista amministrativo - Bertali Alberto, Segretario propagandista del Fascio locale di combattimento - Del Latte Avv. Segretario politico del Fascio Milanese.
I qui sopra nominati fanno parte del Comitato dei Fasci di Combattimento (Milano).
Le deliberazioni riguardanti l'azione direttiva vengono prese in sedute particolari in cui intervengono il Comitato Esecutivo dei Fasci di Combattimento, il segretario ed i rappresentanti delle Commissioni di Finanza, e di propaganda che insieme concordano le pratiche necessarie per l’'andamento Amministrativo e per lo svolgimento del lavoro da svolgersi colla propaganda.
A tali sedute non possono partecipare se non i componenti di tali Comitato e Commissioni.
A Milano, gli iscritti ai detti Fasci oggi si calcolano a circa tre mila ma giornalmente pervengono da associazioni politiche adesioni in massa dell'iscritti ai vecchi partiti interventisti.
Parte finanziaria.
I fondi si sono costituiti colle contribuzioni degli attuali iscritti: ogni Sezione deve sostenere le proprie spese di propaganda - a Milano, a quanto si dice, gli iscritti più facoltosi avrebbero versato dalle 500 alle 1.000 lire a testa, gli altri iscritti oltre all'importo della tessera debbono a seconda della loro condizione economica precisare il versamento che intendono fare mensilmente.
La più parte degli iscritti si sono tassati per il seguente versamento mensile:

Impiegati minimo L. 3; operaio minimo L. 2; militari in congedo illimitato minimo L. 1. Gli appartenenti al Comitato Centrale come Besana, Mussolini, De Vecchi, Marinetti, Marinelli, Facchinetti, Facchini ed altri, conferiscono quanto occorra per la propaganda, ed anche per fare fronte agli stipendi dei segretari e Impiegati singoli personali contributi. Con questi si supplisce attualmente alle spese giornaliere dei fasci locali. Dato che necessitano fondi straordinari le Sezioni aderenti devono concorrere alla raccolta dei medesimi e rimetterne i ricavati al Comitato Centrale di Milano.

Cenni biografici (Mussolini).

Benito Mussolini - Dall'Astrolabio n. 15 del 1967
Benito Mussolini - Dall'Astrolabio n. 15 del 1967
Mussolini Prof. Benito fu Alessandro, nato a Predappio (Forlì) il 29-7-1883, residente a Milano in Foro Bonaparte 38, socialista rivoluzionario, schedato, maestro elementare abilitato ad un insegnamento in scuole secondarie fu prima segretario delle Camere di Lavoro di Cesena, Forlì e Ravenna, poi dal 1912 Direttore del giornale Avanti! al quale impresse forma violenta, suggestiva ed intransigente. Nell'ottobre 1914, messosi in contrasto con la Direzione del partito S. I. perché fautore della neutralità attiva dell'Italia nella guerra delle Nazioni contro la tendenza della neutralità assoluta, si ritirò il 20 di detto mese dalla Direzione dell'Avanti!.
Iniziò quindi il 15 del novembre successivo la pubblicazione del giornale Il Popolo d'Italia, col quale sostenne, in antitesi all'Avanti! e con aspra polemica contro tale giornale ed i suoi principali ispiratori, la tesi dell'intervento dell'Italia nella guerra contro il militarismo degli Imperi Centrali.
Per tale fatto fu accusato d'indegnità morale e politica e fu deliberata la di lui espulsione dal partito.
Si dimise in seguito dalla carica di Consigliere Comunale di Milano e da quella di Consigliere della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde: esplicò opera attivissima per l'intervento dell'Italia, partecipando alle manifestazioni di piazza e scrivendo articoli violentissimi sul Popolo d'Italia.
Richiamato sotto le armi, fu in zona di guerra e rimase anche gravemente ferito da scheggia di granata.
Fu promosso caporale per merito di guerra. La promozione fu motivata dall'attività sua esemplare, dalla qualità battagliera, dalla serenità di mente, dall'incuranza ai disagi, dallo zelo, dalla regolarità nell'adempimento dei suoi doveri, essendo sempre primo in ogni impresa di lavoro e di ardimento. Il 25 dicembre1915 contrasse in Treviglio matrimonio con la sua conterranea Guidi Rachele, dalla quale aveva già avuto una bambina - Edda - procreata a Forlì nel 1910.
Ebbe per amante anche la trentina Dalser Ida Irene fu Albino e fu Corradini Caterina nata a Sopramonte (Trento) il 25-8-1880 dalla quale ebbe un figlio nel novembre 1915 riconosciuto al Mussolini con atto dell'11 gennaio 1916.
Non sarà superfluo un cenno su questa relazione del Mussolini.
La Dalser, giunse a Milano nel 1906, occupandosi in qualità di governante.
Dopo qualche anno fece ritorno in Patria e si recò poi a Parigi per apprendere la professione di “manicure”.
Nel 1913 ritornava a Milano, ed arrogandosi il titolo di “professoressa di igiene estetica e massaggio”, aprì un “gabinetto di bellezza fisica” in Via Foscolo n. 5. Strinse in allora rapporti intimi col Cav. Professore B. G., procuratore della Ditta Erba, relazione che fu rotta pel carattere violento della Dalser, che pertanto fece segno di sue persecuzioni il B. con minacce e scandali.
In seguito la Dalser si occupò presso il giornale il Popolo d'Italia e contrasse intime relazioni col Mussolini. Ne nacque l'11-11-1915 un bambino che fu chiamato Dalser Benito Albino, e che fu poi riconosciuto legalmente dal Mussolini come già si disse con atto dell’11 gennaio 1916.
La Dalser fu denunciata con anonimi come sospetta di spionaggio, ma dalla vigilanza esercitata nessun elemento fu dato raccogliere, che potesse dar vita ai sospetti. Risultò solo che nel tempo di sua dimora in Via Foscolo, elogiava l'esercito austriaco nel quale diceva si trovasse un suo fratello col grado di ufficiale ed aggiungendo che in Austria si stava bene.
Abbandonata da Mussolini sparlava con tutti di lui, dicendo anche di averlo aiutato finanziariamente, senza però mai fare cenno ai di lui precedenti politici.
Con decreto prefettizio del 22-5-1917 fu allontanata da Milano e dalla Provincia, costituendo la sua presenza grave pericolo di turbamento dell'ordine pubblico, pel contegno provocante verso la famiglia del Professor Mussolini, per i propositi di vendetta da lei manifestati, per le relazioni da lei coltivate, per i raggiri ai quali ricorreva per vivere ed inviata a Firenze.
Essa riceve dal Mussolini a mezzo dell'avvocato Jarach un sussidio mensile di L. 200. Da Firenze fu poi internata a Caserta.
Mentre era internata a Caserta, essa ad un funzionario di quest'Ufficio (febbraio 1918) accusò il Mussolini di essere venduto alla Francia tradendo gli interessi del proprio Paese ed al riguardo riferì di aver saputo che il 17 gennaio I914 ebbe luogo a Ginevra un colloquio tra il Mussolini, il Naldi e l'ex presidente del Consiglio francese Caillaux, in seguito al quale quest'ultimo avrebbe versata in Ginevra al Mussolini ed ai suoi complici Clerici Ugo, e Morgagni Manlio la somma di un milione di lire, somma che sarebbe stata depositata al Banco Jarach in Via S. Spirito n. 7 a Milano. Il Clerici ed il Morgagni sarebbero inoltre immischiati nel noto affare dei buoi di Bolo pascià ed il primo farebbe continui viaggi in Francia per maneggi sospetti mentre il secondo si interesserebbe ad amministrare il denaro e di provvedere alla corrispondenza.
Dal "Non Mollare"
Dal "Non Mollare"
Accennò pure all'opera sospetta dell'Avv. Guido Galli di Milano legale del Mussolini e che dalle misere condizioni in cui si trovava prima della guerra farebbe al presente vita molto dispendiosa, nonché a quella di tal Bonavita del giornale Il Popolo d'Italia che avrebbe per amante una tedesca.
Ha riferito inoltre che le prime trattative per la fondazione del Popolo d'Italia, in cui essa avrebbe anche partecipato con una discreta somma, furono fatte a Milano nell'albergo della Bella Venezia tra il Naldi, il Mussolini ed il Comm. Iona, il quale ultimo però venne poco dopo fatto allontanare, non volendo gli altri due metterlo in condizioni di conoscere la provenienza sospetta dei fondi.
La Dalser però è una nevrastenica ed una isterica esaltata dal desiderio di vendetta contro il Mussolini e le sue dichiarazioni non meritano fede.
Tuttavia dalle indagini fatte è risultato che effettivamente non alla data indicata dalla Dalser, ma bensì il 13 novembre1914 (notisi due giorni prima dell'apparizione del 1. numero del Popolo d'Italia) il Benito Mussolini ed il Filippo Naldi si trovavano a Ginevra e precisamente, entrambi, all'Hotel d'Angleterre.
Essi dissero allora di essersi colà recati per concludere col Sig. Georg della Ditta Haasenstein e Vogher dei contratti di pubblicità ma sembra abbiano invece avuto delle conferenze con alte notabilità francesi di cui tuttavia non fu possibile sapere il nome (lettera 8 marzo 1918 n. 3510 del Console di Ginevra). Che poi il Mussolini abbia, per il tramite della Svizzera, ricevuto dalla Francia i fondi per l'uscita del giornale il Popolo d’Italia fu sempre voce comune.
Tramite di tali fondi sarebbero stati l'agente svizzero di pubblicità Grassi Carlo di Giovanni dimorante in Via Orefici n. 1 Milano ed il banchiere Jarach di Milano presso cui Morgagni Manlio, amministratore del giornale del Mussolini ed intimo del Jarach, avrebbe avuto dei depositi, ma non fu mai possibile avere la prova del fatto né accertare la cifra dei depositi.
Circostanza che avvalorerebbe tali informazioni è che l'avvocato Ermanno Jarach con studio in Milano Via S. Spirito 7, fratello del Banchiere spedisce mensilmente per conto del Mussolini L. 200 alla Dalser Ida.
In quanto al Clerici Ugo accusato dalla predetta Dalser di connivenza col Mussolini si hanno le seguenti notizie:
Abita in Milano, Corso Buenos Ayres 48, ha studio in P. Umberto 34 o 36 ed al presente è socio della “Commissionaria Industriale e Commerciale Italiana” con sede in Via Principe Umberto 34. Altro socio è certo Capitano Bianchi.
Il Clerici, prima del 1014 modestissimo rappresentante di Caffè insieme ad Angiolino De Ambris, fratello del Deputato omonimo, passò all'inizio della guerra al servizio dell'Avv. Pietro Coutret, capo della Missione Marittima Francese in Genova.
Questo Ufficio - è noto - avrebbe dovuto occuparsi di affari commerciali.
Ma dopo l'entrata in guerra dell'Italia fu trasformato in vero e proprio ufficio d'informazioni, ed esplicava la propria attività, oltreché nella Svizzera, anche all'interno, ed aveva - mi consta in modo positivo - ramificazioni negli Uffici di censura di Como e di Milano nonché nella stessa Questura di Milano.
Uno dei loro informatori migliori fu il noto Borsani, contemporaneamente addetto alla Sezione M. del Comando Supremo e collaboratore del Popolo d'Italia.
Il Clerici, capo del gruppo informatori di Milano e della Svizzera (in questo paese gli informatori furono facilmente raccolti fra Ferrovieri essendo il Clerici un noto agitatore nel campo ferroviario italiano) aveva larga disponibilità di danaro, e si occupò anche del servizio Stampa.
Un fiduciario di quest'ufficio dice:

“Nel futuro processo Mussolini - Italia del Popolo (se si farà) saranno indicate le somme che - tramite Clerici - Mussolini riceveva: “Lire 10.000 mensili dall'Ambasciata Francese, e L . 6.000 da un incaricato del Ministro Thomas, del Gabinetto Briand”.

Parri - Calamandrei - Rossi - Dall'Astrolabio n. 9 del 1967
Parri - Calamandrei - Rossi - Dall'Astrolabio n. 9 del 1967
È voce pubblica che il Mussolini abbia pure ricevuto denari dal Fascio delle Associazioni patriottiche presieduto dall'On. Candiani, dalla Massoneria e dal Partito repubblicano e cessate queste fonti, in quest'ultimo periodo anche dalle Ditte Pirelli ed Ansaldo col quale ultimo dicesi abbia fatto un contratto di pubblicità per circa 500.000 lire.
Per quanto riguarda il contratto stesso dicesi che la stipulazione sia avvenuta per mezzo di Missiroli, il quale sarebbe anche a conoscenza delle somme che Mussolini avrebbe avuto dalla Francia e dal Belgio.
A questo proposito, un'indagine, per conto del Comando Supremo, sarebbe stata compiuta dal Comm. De Francisci che avrebbe anche copie fotografiche dei documenti comprovanti la corrisposta di tali somme.
La notizia merita tuttavia conferma.
In sostanza benché non si abbia da quest'ufficio la prova testimoniale o documentale delle sovvenzioni attinte dal Mussolini alle fonti suindicate. vi sono seri indizi per ritenere che tali apporti di fondi siano avvenuti ed il principale di questi indizi è che il Mussolini venuto via improvvisamente dalla Direzione del giornale l'Avanti! senza denaro ha avuto in seguito e costantemente larga disponibilità di capitali che gli permisero non soltanto la dispendiosa pubblicazione del suo giornale ma anche una larga prodigalità di erogazioni a scopo di propaganda, di beneficenza ed anche a scopo personale.
Basti dire che niuno dei suoi collaboratori (d'altra parte ben retribuiti) e dei suoi seguaci si è mai rivolto invano al suo aiuto finanziario, che ha un bell'alloggio al Foro Bonaparte, che pranza e cena costantemente al restaurante, che fa largo uso di automobili e vetture, che ha un servizio d'informazioni e che dall'aprile u. s. fin verso la metà di maggio, e specie nel periodo in cui più ebbe ragione di temere le rappresaglie dei socialisti dopo la devastazione della sede del giornale Avanti!, egli mantenne a sua difesa ed a tutela della redazione del Popolo d'Italia una squadra di 25 arditi che retribuiva con quindici lire al giorno ciascuno incontrando un esborso quotidiano di L. 375.
Altri indizi sarebbero i seguenti:

Nell'estate scorsa nelle testate del Popolo d'Italia l'indicazione "quotidiano socialista" si tramutò in quella di: "organo dei combattenti e dei produttori" e Mussolini aprì una redazione del giornale a Genova. Nella stessa epoca Mussolini dimorò parecchi giorni a Genova avendo quotidianamente lunghi colloqui coi dirigenti della Ditta Ansaldo e servendosi sempre di una automobile della ditta messa a sua completa disposizione dal Comm. Pio Perrone.
Dopo la metà di maggio il numero di questi arditi fu diminuito a 5.

Cenni fisiopsicologici.

Morte dei Rosselli - Dall'Astrolabio n. 24 del 1967
Morte dei Rosselli - Dall'Astrolabio n. 24 del 1967
Benito Mussolini è di forte costituzione fisica sebbene sia affetto da sifilide.
Questa sua robustezza gli permette un continuo lavoro.
Riposa fino a tarda ora del mattino, esce di casa sua a mezzogiorno, ma non vi rientra più che alle 3 dopo la mezzanotte, e queste quindici ore, meno una breve sosta per i pasti, sono devolute alla attività giornalistica e politica.
È un sensuale e ciò è dimostrato dalle varie relazioni contratte con donne delle quali le più notevoli quelle colla Guidi e colla Dàlser sopra accennate.
È un emotivo ed un impulsivo e questi caratteri lo rendono nei suoi discorsi suggestivo e persuasivo per quanto, pur parlando bene, non possa dirsi un oratore.
È in fondo un sentimentale ciò che gli attira molte simpatie ed amicizie.
È disinteressato, prodigo dei denari che maneggia e ciò gli ha formato una reputazione di altruismo e di filantropia.
È molto intelligente, accorto, misurato, riflessivo, buon conoscitore degli uomini e delle loro qualità e manchevolezze.
Facile alle pronte simpatie ed antipatie, capace di sacrificio per gli amici, è tenace nelle inimicizie e negli odi.
È coraggioso ed audace; ha qualità organizzatrici, è capace di determinazioni pronte; ma non altrettanto tenace nelle convinzioni e nei propositi.
E’ ambiziosissimo. - E’ animato dalla convinzione di rappresentare una notevole forza nei destini d'Italia ed è deciso a farla valere. È uomo che non si rassegna a posti di secondo ordine. Vuole primeggiare e dominare.
Nel socialismo ufficiale salì rapidamente da oscure origini a posizione eminente.
- Egli fu il Direttore ideale dell'Avanti! pei socialisti. Fu in quel campo molto apprezzato ed amato. Qualcuno dei suoi antichi compagni ed ammiratori confessa ancora che nessuno meglio di lui seppe comprendere ed interpretare l'anima del proletariato il quale vide con dolore la sua apostasia.
Questa fu determinata non da calcolo di interesse o di lucro. Egli fu uno apostolo sincero ed appassionato prima della neutralità vigile ed armata e poi della guerra; e non credette di transigere colla sua onestà personale e politica valendosi di tutti i mezzi, da qualunque parte gli venissero, ovunque egli li potesse raccogliere, per sostenere il suo giornale, il suo programma, la sua linea d'azione.
Rosselli - Bassanesi - Dall'Astrolabion n.25 del 1967
Rosselli - Bassanesi - Dall'Astrolabion n.25 del 1967
Questa la sua direttiva iniziale. Quanta parte poi delle sue convinzioni socialiste delle quali mai fece palese od intima abiura siasi sperduta nelle transazioni finanziarie indispensabili per la continuazione della lotta ingaggiata, nella utilizzazione - anche a scopo personale - del denaro ricevuto, nel contatto e nell'alleanza con uomini e con correnti di diversa fede, nell'attrito con gli antichi compagni, nella quotidiana schermaglia coi socialisti ufficiali, sotto la costante pressione dell'odio indomabile, della acre e ingiuriosa malevolenza delle accuse e delle calunnie incessanti degli antichi suoi seguaci è difficile precisare trattandosi di un'indagine introspettiva nel foro imperscrutabile della coscienza, ma è indubbio che tutti questi elementi compressori e corrosivi debbono avere notevolmente disgregato e logorato i principi marxisti dell'ex leader socialista. - Ma se queste alterazioni si sono verificate, se pur adombrino il suo spirito e possano tradursi larvatamente nella realtà delle cose e delle situazioni, egli non le lascierà tuttavia mai trasparire con troppa evidenza, non permetterà mai che altri le denudi e le sveli, egli vorrà sempre parere, e si illuderà forse sempre di essere socialista, malgrado che la sua opera possa essere utilizzata a fini costituzionali, malgrado che il dissidio con coloro che pretendono essere i dogmatici della ortodossia socialista si faccia sempre più insanabile e profondo.
Questo secondo le mie indagini la figura morale dell'uomo in contrasto coll'opinione dei suoi antichi compagni di fede e di adepti a partiti d'ordine che lo ritengono un venduto, un corrotto ed un corruttibile, ed in contrasto ad altri che lo ritengono fermamente saldo nei suoi principi socialisti di un tempo.
Ferruccio Parri - Dall'Astrolabio n. 25 del 1967
Ferruccio Parri - Dall'Astrolabio n. 25 del 1967
Se una persona di alta autorità ed intelligenza saprà trovare nelle sue caratteristiche psicologiche il punctum minoris resistentiae, saprà anzitutto essergli simpatico, ed insinuarsi nel suo animo non contrastando inizialmente alle di lui visioni e previsioni politiche, se egli saprà dimostrare quale sia il vero interesse d'Italia, (poiché io credo al suo patriottismo) se con molto tatto, mostrando di rispettare le di lui intime convinzioni e la di lui tattica, nell'interesse di una collaborazione necessaria, gli offrirà i fondi indispensabili per l'azione politica concordata, in modo che non appaia l'intenzione, che sarebbe offensiva, di accaparramento o di addomesticamento, - il Mussolini si lascerà a poco a poco conquidere.
Ma che col suo temperamento vi sia la certezza di non incontrare ad uno svolto di via, per mutamento di condizioni e di uomini, una sua defezione non potrà mai garentirsi da alcuno. - Egli è come si disse un emotivo ed un impulsivo . - Tuttavia anche se temporanea la sua collaborazione potrebbe essere molto utile perché in questo momento la sua influenza nei fasci di combattimento, in quelli degli arditi e dei volontari è grandissima e potrebbe essere in alcune circostanze decisiva. - In questi ultimi tempi (metà di maggio) egli era di opinione che convenisse combattere in ogni modo la propaganda bolscevika, che convenisse sostenere il Gabinetto Orlando e specie il Presidente perché una crisi ministeriale avrebbe potuto compromettere più alte istituzioni. Che occorresse considerare come un pericolo le associazioni facienti capo a Facchinetti ed all'Italia del Popolo.
Negli ultimi numeri del Popolo d'Italia, sembra tuttavia che in contrasto a queste aspirazioni da lui espresse siasi affermato un atteggiamento meno favorevole a S. Orlando. La cosa non meraviglia. - Già si è detto che le direttive politiche del Mussolini sono mutevoli e se, come si disse, non è ora difficile farne, fino ad un certo punto, un collaboratore non è da escludersi che in determinate situazioni, o per non essere sopravanzato da altri partiti, o per nuovi avvenimenti o per altri motivi interiori ed esteriori egli possa diversamente orientarsi e cooperare a minare istituzioni e principi da lui prima suffragati e sostenuti.
Certo che in campo avverso Mussolini, uomo di pensiero e di azione, scrittore efficace ed incisivo, oratore persuasivo e vivace potrebbe diventare un condottiero, un meneur temibile.
Intanto ed in connessione con queste previsioni e con questi giudizi è da considerarsi come l'atteggiamento dei fasci dei combattenti in questi ultimi giorni non sia per nulla rassicurante.
Fin dal 20 maggio u. s. avevo avuto a Milano la seguente informazione che non mi sentii autorizzato a dare perché da me ritenuta esagerata:

“Nell'ambiente dei fasci di combattimento si va accentuando una grande eccitazione per la situazione sfavorevole che viene creata all'Italia nella conferenza di Parigi.
Si ventilano dai dirigenti provvedimenti energici e cioè: l'abbattimento dell'attuale governo e la sua sostituzione con un Gabinetto militare presieduto dal Generale Caviglia o Giardino, l'annessione di Fiume e della Dalmazia, la dichiarazione dello stato d'assedio e le elezioni sotto il regime militare.
Si aggiunge poi che si vedrebbe di buon occhio l'abdicazione di S. M. il Re ad un reggente preconizzato nel Duca D'Aosta”.

Soldati italiani durante la II guerra
Soldati italiani durante la II guerra
Ora a Roma sono raggiunto da identiche notizie provenienti dall'ambiente dell'interventismo romano. - Mi si parla di riunioni segrete tenutesi alla sede del Comitato d'azione in Vicolo Sciarra n. 34 con intervento di Corradini dell'Idea Nazionale , di Meravigli dello stesso giornale, dei consiglieri comunali Foschi, Baratelli, dei pubblicisti Minunni e Bellonci, in cui si sarebbe approvato il programma d'azione da me appreso nell'ambiente milanese, e si dice che l'attuazione di tale programma sia la vittoria a cui D'Annunzio alluse nel suo discorso sul Piazzale della stazione.
Lunedì o martedì della prossima settimana dovrebbe poi avere luogo a Milano un'altra segreta adunanza.
Nell'ambiente di Roma s i sono, poi, diffuse notizie esagerate sulle forze di cui dispongono i fasci, si parla nientemeno che di 800 mila iscritti e di 20 milioni di fondi assicurati da industriali dell'alta Italia. In tutto ciò vi è evidentemente della tendenziosità e dell'iperbole, ma il fatto stesso che notizie del genere alimentate dagli stessi adepti ai fasci si diffondono in termini identici negli ambienti delle principali città d'Italia merita considerazione perché deve ritenersi che di queste riunioni segrete, di questo programma d'azione, di queste forze magnificate, qualche cosa di vero vi sia, ridotto naturalmente in termini più modesti dopo sfrondato dalle esagerazioni dei divulgatori; e perché se non altro queste dicerie sono suggestive e possono essere esponenti o coefficienti preparatori di uno stato d'ambiente e di uno stato d'animo collettivo.
E dopo ciò basteranno pochi cenni per gli altri che cercano di campeggiare nei fasci di combattimento ma che di fronte a Mussolini sono dei semplici gregari milites minorum gentium. ...

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Cinquantanni di Storia Italiana, Vol. II, Milano Hoepli 191
[... ]
di Vincenzo Masi
Istruzione pubblica e privata

Ferruccio Parri - Dall'Astrolabio n. 23 del 1967
Ferruccio Parri - Dall'Astrolabio n. 23 del 1967
Nel 1860, l'alba del nostro risorgimento politico trovava l’Italia ricca di splendide opere e di gloriose tradizioni in ogni ramo dell’umano sapere e dell'arte, ma povera affatto di buoni ordinamenti scolastici e di quel divulgamento dell'istruzione pubblica che già esisteva nelle principali nazioni dell’Europa, e che costituiva uno dei primi elementi del loro potere e della loro influenza nel mondo. Un solo Governo, com’è noto, aveva, anche in questo campo, preso il cammino alla testa degli altri Stati italiani, sia dando ricetto a molti esuli politici insigni per dottrina e per carattere, sia introducendo nelle proprie scuole insegnamenti adatti al progresso dei nuovi tempi: dico il piccolo regno del Piemonte. Esso infatti ci dava, subito dopo le grandi vittorie ottenute con l'aiuto dei Francesi sui campi di battaglia, nel 1859, la migliore legge organica e generale, in materia di scuole, che abbia avuto l’Italia, e i cui benefici effetti si risentono ancora, non ostante i mutamenti avvenuti e i tentativi di riforme fatti in questi ultimi cinquant'anni: quella che porta la data del 13 novembre 1859 e il nome di Gabrio Casati, un lombardo, ministro del re piemontese che doveva, poco dopo. nel marzo del 1861, essere proclamato re d’Italia. La legge Casati venne a mano a mano estesa, in tutto o in parte, alle altre provincie della Italia, e fu modello alle disposizioni speciali che vennero emanate dai poteri straordinari, costituiti, durante la formazione del regno, nelle varie regioni della penisola. Il nuovo regno non trovava, però, i vari rami dell'istruzione in uguale condizione, perché, mentre, in generale. la istruzione superiore e, in molte parti, anche la media classica, erano in mano dello Stato, sebbene la seconda per lo più delegata a corporazioni religiose, la elementare era del tutto trascurata e lasciata in piena balia delle famiglie e dei parroci; val quanto dire che imperava un analfabetismo, si può dire, generale, su quella parte della popolazione che non era destinata a proseguire gli studi per procurarsi una professione o un impiego, cioè su tutta la classe dei poveri, degli operai, dei contadini.
I.
Istruzione Elementare.
Carlo.Rosselli con sua moglie - Astrolabio n. 23 del 1967
Carlo.Rosselli con sua moglie - Astrolabio n. 23 del 1967
Uno, pertanto, dei più gravi e dei più difficili compiti che s’imponevano al nuovo regno, era quello de1l’istrnzione primaria e popolare: parrebbe fosse stato ovvio il provvedimento di estendere subito a tutto il regno il titolo V della legge Casati, il quale regolava compiutamente la materia, stabilendo come principi fondamentali la gratuità dell'istruzione e l'obbligo, per i comuni, di impartirla a proprie spese. Questo obbligo, che involgeva un onere non indifferente, massime per i comuni più poveri, dev’essere stato cagione d’incertezza nell'applicazione della legge, in un tempo in cui tutto era da fare in ordine ai servizi pubblici e alla sistemazione tributaria del regno. Soltanto con la legge Coppino del 15 luglio 1877, per la quale fu sancito l’obbligo dell’istruzione elementare inferiore per tutti i fanciulli che avessero compiuto l’età di sei anni, fu (art. 12) esteso a tutte le provincie del regno il titolo V della legge 13 novembre 1859, senza, però, mutare le tabelle esistenti degli stipendi per riguardo alle finanze comunali. Ma era manifesto che il problema della scuola non poteva essere disgiunto da quello degli stipendi dei maestri; e tuttavia si giunse fino al 1886, prima che si potesse disporre anche la unificazione delle tabelle dei maestri. Le leggi speciali, emanate nel tempo dei poteri straordinari nel 1860 e 1861 - tra le quali sono particolarmente da ricordare, per la estensione del territorio che abbracciarono, il decreto legge Imbriani del 10 febbraio 1861 per le provincie continentali dell'ex-regno di Napoli, e il decreto prodittatoriale del Garibaldi per la Sicilia, del 17 ottobre 1860 - si occupavano solamente della istruzione media e della superiore; sicché si puo dire che nel primo trentennio del regno l’istruzione elementare, non ostante i tentativi di riforme studiate, né mai potute condurre in porto da vari ministri, fu lasciata quasi in balia di se stessa, o, meglio, dei comuni, che, fatta eccezione per i maggiori, non ebbero di essa la cura necessaria. Ciò è dimostrato dalle statistiche, le quali ci danno una cifra spaventosa di analfabeti che al 31 dicembre 1861, quando fu fatto il primo censimento, computando gli analfabeti dai 5 anni in su, sopra una popolazione di 21.777.334, saliva al numero di 14.053.711, che è quanto dire alla media del 75 per cento.
Fin da allora cominciò quella caccia all’analfabetismo, quella santa crociata per l'istruzione del popolo, che non ha potuto ancora ottenere i frutti desiderati e che da tempo fa agitare la questione se non convenga avocare allo Stato tutta la istruzione elementare: problema di immensa difficoltà, più per la parte finanziaria che non per l’amministrativa, giacché, una volta che l'istruzione primaria fosse in mano del Governo, questo dovrebbe provvedere, equamente e proporzionalmente alla popolazione, non solo al numero delle scuole, ma ai locali scolastici, all’arredamento di essi, alle biblioteche popolari, agli stipendi dei maestri con un aumento corrispondente alle condizioni, che via via di fanno più dispendiose, della vita pubblica: tutto ciò vuol dire milioni e milioni a diecine. Nondimeno, provvedimenti per risolvere questi vari problemi furono tentati, come si può constatare dalla rapida enumerazione, che ora faremo, dei principali condotti ad effetto; mentre altri rimasero allo stato di semplici tentativi.
Benedetto Croce - Dall'Astrolabio n. 2 del 1967
Benedetto Croce - Dall'Astrolabio n. 2 del 1967
Nel decennio che corse tra il 1861 e il 1871, la preoccupazione politica della indipendenza e dell'unità della patria prevalse sopra qualunque altro pensiero: basti ricordare la guerra del 1866 contro l’Austria, il tentativo fallito nella campagna romana nel 1867, e la presa di Roma del 1870.
Nondimeno, due tra i più bei nomi del nostro risorgimento si affaticavano intorno al problema della scuola popolare, quali Terenzio Mamiani nel 1861 e Domenico Berti nel 1866; ma i loro disegni non poterono essere tramutati in legge: essi, però, e gli altri ministri, che portavano i nomi illustri di Francesco De Sanctis, di Pasquale Stanislao Mancini, di Carlo Matteucci, di Michele Amari, di Cesare Correnti, promossero, con provvedimenti amministrativi, il migliore assetto e l’incremento delle scuole primarie, mediante l’opera di quei funzionari dell’amministrazione centrale e della provinciale, che erano deputati a curarla, a sorvegliarla, a seguirla nel suo svolgimento. La legge Casati aveva provveduto all’istituzione di un ispettore centrale e di ispettori locali in ciascun capoluogo di provincia; ma quell’organismo parve ed era insufficiente al bisogno di tante scuole quante si sarebbero dovute istituire secondo la legge: onde, oltre il Mamiani e il Berti, anche il Correnti rivolse la sua attenzione a questa parte dell’amministrazione scolastica, la quale ebbe poi i maggiori mutamenti per effetto dei decreti reali che, sebbene non trasformati mai in legge, cambiarono radicalmente così l’organo centrale, come gli ordinamenti della provincia.
Questi furono costituiti, per quanto si attiene all’istruzione primaria, da tre organismi principali, che furono il Consiglio scolastico provinciale, il provveditore agli studi nei capoluoghi di provincia, e gl’ispettori circondariali.
Il regolamento del 8 novembre 1877, emanato dal ministro Michele Coppino e che vige tuttora più o meno modificato nelle varie sue parti, fu il primo a disciplinare compiutamente l’amministrazione provinciale e a stabilire in modo particolareggiato le attribuzioni del Consiglio scolastico, del provveditore agli studi e degli ispettori scolastici; e inoltre aggiunse a sussidio di questi, in ciascun mandamento, uno o più Delegati scolastici, scelti tra le persone più notevoli del luogo, coll'incarico di invigilare sulle scuole primarie e di avere “cura speciale di quanto riguarda l’educazione morale e fisica degli alunni”. Per procurare maggiore autorità e vigore all’opera del Consiglio e dei funzionari dello State, la presidenza del Consiglio stesso fu data al prefetto togliendola al provveditore, e la composizione del Consiglio fu allargata, introducendovi un maggior numero di elementi locali e una rappresentanza dell’amministrazione finanziaria e della sanitaria. E se questo fu il maggiore strappo alle disposizioni della legge Casati, si ebbe il vantaggio di intensificare l'autorità delle Stato sui comuni rispetto agli obblighi dell'istruzione, perché l’autorità del prefetto può e più poteva allora sui comuni meglio che quella dei provveditori e degli ispettori. Gl’inconvenienti, però, di varia natura, che col tempo si sono manifestati nella dipendenza dell'auterità scolastica all’autorità politica: la civiltà progredita, e i provvedimenti legislativi degli ultimi tempi, rendono ora meno opportuna siffatta dipendenza, sicché vediamo prevalere l'opinione che sia bene ridare l’autonomia all'autorità scolastica, e consacrarla in un disegno di legge presentato recentemente dal ministro Daneo e gia approvate dalla Camera dei Deputati. E’ manifesta la importanza dell'opera degli ispettori scolastici;
Ernesto Rossi - Astrolabio n. 8 del 1967
Ernesto Rossi - Astrolabio n. 8 del 1967
il cui compito è duplice: di eccitare i comuni a istituire e mantenere il numero di scuole corrispondente alla propria popolazione, e di curare e sorvegliare che l'insegnamento sia efficace e dato nelle forme prescritte dal Governo. Onde non fa meraviglia se il numero di questi funzionari si è via via aumentato in misura che il Governo è andato escogitando e attuando provvedimenti a vantaggio dell’istruzione primaria: da 17 che essi erano nella tabella A della legge Casati, furono portati a 283 con la legge del 30 giugno 1908 sullo stato economico degl'impiegati civili, e il loro numero è incomparabilmente aumentato con il disegno di legge Daneo emendato dal ministro Credaro, già approvato dalla Camera dei Deputati, per il quale gl’ispettori salgono al numero di 400 e si instituiscono 1000 vice-ispettori.
E contemporaneamente all'aumento del numero, si cura di migliorare la qualità degli ispettori mediante la richiesta di un titolo e diploma speciale che si ottiene per esami, e l’allettamento di stipendi meno meschini.
Ernesto Rossi volontario nella I guerra - Astrolabio n. 8 del 1967
Ernesto Rossi volontario nella I guerra - Astrolabio n. 8 del 1967
A rinforzare l’opera loro si è venuta sviluppando la istituzione dei direttori didattici, la cui figura era già abbozzata nell'art. 818 della legge Casati, la quale dava facoltà ai comuni di avere un direttore delle proprie scuole per guidare e sorvegliare l'indirizzo didattico ed educativo dei maestri; ma la legge del 19 febbraio 1908 la consacra rendendola obbligatoria per i comuni aventi una popolazione non inferiore ai diecimila abitanti, un numero di almeno venti classi, richiedendo speciali titoli di abilitazione per poter esercitarla, e assegnando lore uno stipendio alquanto superiore al massimo dei maestri, con speciali doveri e garanzie. Finalmente, il disegno di legge Daneo-Credaro estende l'obbligo della direzione didattica a tutti i comuni, conservando però ai minori la facoltà di unirsi in consorzi e circoli.
Frattanto l'opera legislativa si era potuta finalmente affermare con una legge di capitale importanza, proposta dal ministro Michele Coppino e che porta la data del 15 luglio 1877, sull’obbligo dell’istruzione primaria. Anche nella legge Casati, quest’obbligo si poteva ritenere implicito nello spirito di essa e nel complesso delle sue disposizioni; ma, come abbiamo accennato, fu incerta e debole l'opera del Governo nei primi anni del nostro risorgimento in riguardo alle condizioni poco floride dei comuni, per i quali la legge comunale e provinciale dichiarava obbligatoria la spesa dell'istruzione elementare; sicché una dichiarazione esplicita del potere legislativo che imponeva e sanciva siffatto obbligo, deve considerarsi come il punto fondamentale della guerra indetta all’analfabetismo, poiché, contemporaneamente ad essa, si estendeva a tutto il regno, come si è accennato, il titolo V della legge Casati, ciò che voleva dire la sistemazione uniforme, in tutte le provincie, delle scuole e degli insegnamenti del popolo; impresa colossale che, nonostante la buona volontà di tutti e l'opera a volta a volta più o meno energica del Governo, non è ancora compiuta, anzi è ancora lontana dal suo compimento. Ce lo dicono le cifre. Come ho osservato più addietro, nel 1861 gli analfabeti dai 5 anni in su erano in media del 75 per cento nella parte d’Italia allora riunita al regno di Piemonte; questa media, nel 1871, quando al regno italiano erano già state annesse le provincie venete e la romana, era diminuita solamente del 6 per cento, cioè ridotta al 69 per cento, ragguagliata pero agli analfabeti dai 6 anni in su. Bene inteso che questa proporzione variava assai da regione a regione, perché, mentre in Piemonte sia veva il minimo con la media del 50 per cento, nella Basilicata si aveva il massimo con quella dell’89 per cento.
Ma dal 1871 in poi abbiamo dati che ci permettono di meglio stabilire il progresso dell’istruzione primaria in tutto il regno, potendo dare il numero delle scuole e degli alunni che le frequentarono. [...]

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Speciale C. Rosselli, L'Astrolabio, n. 25, pp. 24-33, 18 giugno 1967
Dopo Matteotti

Carlo Rosselli - L'Astrolabio n. 24 del 1967
Carlo Rosselli - L'Astrolabio n. 24 del 1967
I ricordi di Ferruccio Parri, che fu al carcere e al confino con Carlo Rosselli in seguito all'organizzazione della fuga di Turati, illuminano gli anni fondamentali - dal 1924 al 1926 - nella formazione politica del futuro leader del movimento di “Giustizia e Libertà”.
di Ferruccio Parri
Gli anni che vanno dal 1924 al '26 sono decisivi nella biografia degli antifascisti democratici italiani e lo furono per Carlo Rosselli. Il delitto Matteotti aveva prodotto nell'opinione pubblica e nella coscienza nazionale un soprassalto più profondo di quello che aveva seguito il 38 ottobre 1922. E' allora che nei giovani si fissa un impegno di lotta che li guiderà per tutta la vita perché al di là delle vicende dell'Aventino, non attratti dalla secessione comunista, essi cercano la chiarezza e sicurezza di posizioni ideali che possano servire di fondamento alla costruzione di una nuova società.
Carlo Rosselli aveva dovuto lasciar Genova e l'incarico universitario che vi teneva nelle circostanze ricordate in questo fascicolo, da N. Tranfaglia ed in quello precedente dal prof. Pietranera. Aveva dovuto lasciar Firenze, già insanguinata nell'ottobre 1924 dalla selvaggia esplosione di furore fascista, per le violenze e persecuzioni che avevano segnato la vita agitata del non mollare.
Venne a Milano non per cercare un rifugio, ma per trovare una nuova base di lavoro. Fu allora che lo incontrai e si strinse tra noi a Milano, poi in carcere a Savona, poi al confino a Lipari, una dimestichezza e comunanza di vita che dà, per questo periodo della biografia politica ed intellettuale di Carlo Rosselli, qualche validità alla mia testimonianza.
Il discorso del 3 gennaio 1925 aveva segnato una svolta nella parabola del fascismo. Finito il tempo del liberalismo potenziato di De Stefani, il regime aveva imboccato la strada non reversibile del controllo totalitario di tutta la vita del Paese. Si riducono progressivamente in proporzione le possibilità di lotta aperta, e soppressa o fascistizzata nel 1925 la stampa di opposizione, cadono gli organi della battaglia antifascista; nel maggio il Caffè, in ottobre il Non mollare, il primo novembre Rivoluzione liberale. La stampa clandestina e le prime forme di attività segreta sono la risposta dei giovani: insufficienti tuttavia a contrastare lo scoraggiamenio e la dispersione delle energie.
Rosselli non si rassegna, ed a Milano dà vita all'ultimo tentativo di stampa antifascista; un settimanale che senza attaccare frontalmente il regime, ponendosi come obiettivo la critica politica sul piano apparentemente teorico, riesca a ristabilire i collegamenti soprattutto tra i socialisti e ad introdurre nuovi orientamenti di azione polìtica. E' il Quarto Stato di Nenni e Rosselli, che comincia le pubblicazioni alla fine del marzo 1926. Parallelamente si sviluppano l'attività clandestina ed i contatti con gli esuli all'estero.
Il revisionismo di Rosselli.
Tre "Cagoulards" Foto dall'Astrolabio n. 24 del 1967
Tre "Cagoulards" Foto dall'Astrolabio n. 24 del 1967
Vi è nell'anno come una pausa, occupata dalla frenetica tessitura legislativa del nuovo Stato totalitario e dalla crisi della lira. Rosselli ha bisogno di un ponderato bilancio della sua attività critica e politica: ha ormai superato la soglia della prima giovinezza inquieta, ha bisogno di veder chiaro davanti a sé, oltre la disperata battaglia di retroguardia combattuta ad epilogo e rivalsa della sconfitta aventiniana. Il 1926 più del 1925 porta un suo amaro insegnamento; il fascismo in questa Italia debilitata, depauperata delle sue energie combattive avrà vita lunga. Sarà lunga e dura la battaglia antifascista, e se questo è il destino dei giovani democratici deve esser battaglia idealmente, ideologicamente, organizzativamente ben preparata.
Rosselli portava a Milano dagli anni di Firenze e di Genova un ricco patrimonio di esperienze, studi e lavorìo critico. Lo studio teorico del sindacalismo, inteso allora come via più conducente per lo studio dei problemi delle masse lavoratrici, che aveva scelto a sua vocazione, confrontato nel soggiorno inglese del 1923-24 con la esperienza laburista e condotto a tentativi di sistemazione dottrinale, perdeva dopo il trionfo fascista del suo interesse attuale: non era più al centro del modello di una società nuova. Restava forte e permanente l'influenza di Salvemini, concretista anche nella demolizione delle involuzioni socialiste, sia rivoluzionarie sia quietiste. Ma primeggiava nel Rosselli del Quarto Stato il desiderio e la volontà di portare avanti e di portare a mète politicamente e teoricamente valide il revisionismo socialista che lo aveva interessato dai primi anni giovanili.
Lo aveva anzi appassionato, dopo che la débacle del 1922 poneva un problema storico da capire del torto e della ragione dei comunisti, di insufficiente capacità di resistenza e di richiamo dei socialisti. Le prime reazioni antipositiviste, antideterministe contro la scolastica marxista, che egli aveva assorbito dal suo ambiente di formazione culturale, non bastavano più. Marx restava una roccia che non si poteva saltare: mi pare mi avesse accennato a Milano di una propria revisione critica della teoria del plus-valore. Lo disturbava, allora, la mitologia e la scolastica classista. Bernstein ed i socialisti viennesi, studiati anche a Lipari, gli avevano indicato strade nuove. Ma restavano i problemi di libertà, politici ed organizzativi, di uno Stato a direzione socialista (o popolare) che non trovavano risposte sufficienti o persuasive. Si tenga presente la forte incidenza che sullo spirito nostro, ed in generale degli interventisti democratici, aveva avuto il liberalismo vigoroso dei Ruffini e dei Wilson. Lo interessò allora - mi pare a Milano - un libro fortemente critico del socialismo tradizionale del belga De Man, che ebbe larga eco in quegli anni. Ma demistificare la scolastica tradizionale, umanizzare, liberalizzare il socialismo restavano frasi, che bisognava superare. Dal punto di vista della revisione critica la esperienza di Quarto Stato non lo aveva pienamente soddisfatto.
Gli restava come il rammarico e la nostalgia di un'azione attiva non soddisfatta. Vi era un Sorel che aveva lasciato traccia nel suo spirito giovanile, il maestro di un attivismo volontario e consapevole, che divenne da quegli anni e restò sino alla morte per Rosselli una legge di vita. Credeva nell'azione creatrice, avventura solo se non diretta dall'idea.
La fuga di Turati.
Ferruccio Parri e Carlo Rosselli in ceppi (alla tua destra)
Ferruccio Parri e Carlo Rosselli in ceppi (alla tua destra)
Venne alla fine del 1926 un nuovo tuono e un brusco richiamo: attentato Zamboni, leggi eccezionali. Fummo facilmente e rapidamente d'accordo che era partita chiusa per ogni attività pubblica. Fummo anche d'accordo che bisognava non mollare. Fummo d'accordo con Rosselli, il più deciso in questo ordine di idee, che si doveva tentare di trasferire all'estero la battaglia antifascista, e che la più efficace e politicamente più redditizia risposta alle leggi eccezionali sarebbe stata sottrarre gli esponenti politici più rappresentativi alla sorte di vittime o di ostaggi e di portarli all'estero.
Giacomo Matteotti
Giacomo Matteotti
Erano con noi Riccardo Bauer, sempre in prima linea nell'attività antifascista di quegli anni. Giovanni Mira, e con altri giovani Fernando Santi, ancor ragazzo. Potemmo organizzare l'espatrio di Claudio Treves, Pietro Nenni, Bergamo, dell'allora giovane Saragat, e prestare aiuto per quello di altri sindacalisti e perseguitati meno noti. Non furono imprese né agevoli, né dilettevoli. Bauer pagò col carcere e confino il fallito tentativo di espatrio di Giovanni Ansaldo e Carlo Silvestri. In collegamento con noi, amici repubblicani organizzarono il difficile espatrio di Eugenio Chiesa, Avevamo riservato per ultima, perché non bloccasse le altre, e perche più difficile, l'evasione di Filippo Turati, quella che Rosselli riteneva assolutamente non rinunciabile. Come Rosselli riuscì a sradicare dal suo angolo di Piazza del Duomo e dalla sua profonda tristezza, “el Filipìn”, è stato scritto e detto anche sulla scena. Accertai che l'espatrio per i valichi più facili della zona di Chiasso era ormai impossibile. Grazie a Fortini, ferito dai fascisti e fuggiasco da Savona, ed ai soldi di Rosselli si potè organizzare l'espatrio dai “Pesci vivi” di Savona. Ma che dura odissea quella di sottrarre Turati attraverso tutto il Piemonte alle ricerche della polizia durante i venti giorni che durò la difficile tessitura dell'impresa savonese. E' storia non tutta raccontata. Io scrivo di Rosselli, e devo dire che la prova di indomabile energia e di rapidità di decisione offerta in quella occasione così come la gentilezza filiale che egli sapeva usare col vecchio mi dettero la misura della tempra e della ricchezza del suo spirito.
Non devo appesantire il racconto con particolari che non interessano i lettori. Ricordo solo come Carlo sul molo di Calvi guarda la nave che deve portare in Francia Turati, Pertini e Oxilia, il nocchiero, e porta via una possibilità di libertà e di azione. Avevo deciso di rientrare in Italia, ed egli restava con me per non lasciarmi solo nelle peste dell'incerto ritorno. Arrestati alla radice del pontile Walton di Marina di Massa, ci interroga per primo Renato Ricci: nel petulante cravattino del giovane gerarca c'è tutta la storia delle origini e dell'avvenire dell'avventura fascista. Ci sequestrano fra le altre cose una bella bussola, che mi era cara assai, ed ora, se volete, potete ammirare al museo criminale di Roma come corpo di reato già appartenente ai “delinquenti [...]
(Il testo completo lo puoi leggere su (copia ed incolla nel browser) https://www.garganoverde.it/storia/l-astrolabio/1967.html?view=simplefilemanager&id=939)

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Piero Melograni, Gli industriali e Mussolini, Milano Longanesi 1980
Prefazione alla seconda edizione

Dall'Astrolabio n. 25 del 1967
Dall'Astrolabio n. 25 del 1967
Secondo le teorie marxiste le classi protagoniste nella storia contemporanea sono due: quella dei capitalisti e quella dei proletari. I documenti raccolti in questo libro smentiscono tali teorie. Nel 1922 né i capitalisti né i proletari imposero agli italiani il governo di Mussolini. La prima edizione di questo libro è del 1972, ma già nel 1965 il materiale dei primi quattro capitoli era stato pubblicato nella rivista Il Nuovo Osservatore. Da molti anni, dunque, tutti gli studiosi hanno avuto agio di controllare la veridicità di questa tesi e dei documenti che la suffragano. Mussolini trionfò per ragioni politiche, sociali e psicologiche molto complesse e strettamente intrecciate fra loro. Ma se si vuole ricorrere a una spiegazione classista, si deve dire che il trionfo di Mussolini fu determinato proprio da quelle classi che i marxisti si ostinano a non considerare protagoniste della storia: le classi medie. Fin dai tempi dello squadrismo e della “Marcia su Roma”, numerosi osservatori capirono fino a qual punto le classi medie fossero determinanti per il successo mussoliniano. Lo storico Luigi Salvatorelli, in un libro del 1923 (Nazionalfascismo), affermò recisamente che la piccola borghesia non soltanto era numericamente preponderante nel fascismo, ma costituiva di esso l’elemento “caratteristico e direttivo”. Salvatorelli negò al movimento mussoliniano il carattere di “controrivoluzione capitalistica”. A suo giudizio, infatti, “l’iniziativa rivoluzionaria, in tutta “l’azione del fascismo, dal suo sorgere alla sua andata al potere ed oltre, non era mai partita dai capitalisti”. Il giornalista Mario Missiroli, in un saggio del 1921 (Il Fascismo e la crisi italiana), spiegò come le radici del movimento mussoliniano stessero in quei ceti medi che, già prima della grande guerra, avevano assunto enorme rilievo nella lotta politica italiana e che, con la guerra, si erano ulteriormente accresciuti e trasformati. Del resto le classi medie erano presenti e determinanti in tutti i movimenti politici: non solo tra i fascisti, ma anche tra i liberali, i cattolici e gli stessi socialisti. La lotta politica, secondo Missiroli, era una lotta “fra ceti borghesi” e non una lotta fra proletariato e borghesia, come i marxisti sostenevano. Le classi medie, in effetti, dominavano sia le burocrazie pubbliche sia quelle private. Fornivano i quadri direttivi a tutti i partiti e a tutti i sindacati. Erano le classi più istruite ed erano anche, in assoluto, le più numerose. Dai calcoli di Paolo Sylos Labini risulta che le classi medie, nel 1921, costituivano il 53,3% della popolazione attiva. Ma a giudizio di Angelo Tasca - che fra il ’19 e il ’22 fu uno dei capi del proletariato torinese - sarebbe opportuno includere tra i ceti medi anche quei proletari che si sentivano “più ex combattenti e più disoccupati che operai”. La sinistra italiana, tra il ’19 e il ’22, fu sconfitta perché non volle tener conto del notevole grado di autonomia posseduto dalle classi medie. Alla fine del ’20 una notevole parte di queste classi decise di sostenere attivamente lo squadrismo.
Dall'Astrolabio n. 25 del 1967
Dall'Astrolabio n. 25 del 1967
Ma la sinistra sottovalutò, e anzi non capì per nulla il valore di tale evento. Antonio Gramsci, in un articolo apparso nell’Ordine Nuovo del 2 gennaio 1921 e significativamente intitolato Il popolo delle scimmie, scrisse che la piccola borghesia italiana, scendendo in piazza, si limitava a “scimmieggiare” la classe operaia. “La piccola borghesia”, affermò Gramsci, “anche in questa sua ultima incarnazione del fascismo, si è definitivamente mostrata nella sua vera natura di serva del capitalismo […]. Ma ha anche dimostrato di essere fondamentalmente incapace a svolgere un qualsiasi compito storico: il popolo delle scimmie riempie la cronaca, non crea la storia, lascia traccia nel giornale, non offre materiali per scrivere libri”.
E nella conclusione dell’articolo Gramsci previde con ingiustificato ottimismo che la violenza caotica di questa piccola borghesia avrebbe favorito il socialismo, facendo “sollevare contro lo Stato, contro il capitalismo, sempre più larghi strati della popolazione”. La prognosi di Gramsci era infondata, e la diagnosi pure. Il “popolo delle scimmie”, in realtà, e già da anni, stava svolgendo un compito storico che poteva spiacere a Gramsci e a moltissimi altri con lui, ma che restava pur sempre un compito “storico”, del quale sarebbe rimasta traccia non solo nei giornali, ma anche nei libri. Col tempo lo stesso Gramsci corresse il suo giudizio. Alla fine del 1930, nel carcere di Turi, lo stesso leader comunista fu aspramente condannato dai suoi compagni di partito proprio perché sostenne che il partito, per risorgere, avrebbe dovuto allearsi con la piccola borghesia. Ma, per Gramsci, era ormai troppo tardi. Mussolini, invece, vinse anche perché, uscendo dal Partito socialista, abbandonò gli schemi classisti tradizionali. Mussolini dichiarò a Yvon De Begnac di aver aperto gli occhi sul valore politico del ceto medio grazie a Emilio Bodrero. Nazionalista, professore di filosofia, Bodrero aveva pubblicato nel 1921 un Manifesto alla borghesia che già nel titolo intendeva contrapporsi al più famoso manifesto di Marx e di Engels. Secondo Bodrero la borghesia intellettuale italiana era potenzialmente forte, ma restava politicamente debole perché non aveva ancora capito e fatto proprio lo spirito “sindacale” del mondo moderno: la piccola borghesia avrebbe prevalso tanto sui capitalisti quanto sui proletari se avesse saputo raccogliere “la sfida della lotta di classe” e organizzarsi “come classe, non come partito”. Tornano alla mente le parole che Julien Benda scrisse nel Tradimento dei chierici, del 1927, allorché riconobbe che il fascismo stava appunto incarnando in forme nuove l’egoismo di classe borghese.
Dall'Astrolabio n. 25 del 1967
Dall'Astrolabio n. 25 del 1967
Prima del fascismo, secondo Benda, soltanto gli operai dimostravano apertamente di possedere un odio di classe. I borghesi se ne vergognavano, ricorrevano a sotterfugi sull’argomento, pretendevano di curare gli interessi universali: “Al dogma della lotta di classe la borghesia rispondeva contestando che vi fossero esattamente delle classi”. Con il fascismo, invece, i borghesi abbandonavano ogni ritegno, prendevano coscienza dei loro egoismi, vantandosi di affermarli e contrapporli agli egoismi degli altri. Proprio come Bodrero aveva propugnato nel suo Manifesto. Se riscrivessi oggi Gli industriali e Mussolini non cancellerei nulla, ma di certo aggiungerei molte pagine sul rapporto Mussolini-ceti medi. Esse potrebbero aiutare a meglio spiegare alcune vicende descritte nel libro e farebbero meglio capire da dove Mussolini traeva forza e ispirazione per molte sue prese di posizione. Aggiungerei inoltre nuovi documenti, informazioni e testimonianze capaci di suffragare ulteriormente le tesi esposte nel libro. Ricorderei per esempio taluni giudizi espressi da Piero Gobetti nella sua rivista, La Rivoluzione Liberale. Il 28 maggio 1922 Gobetti affermava che il fascismo era essenzialmente prevalso in regioni agricole e restava un fenomeno “agrario”. Il 30 luglio del ’22 aggiungeva: “In Piemonte e in Lombardia gli industriali preferiscono servirsi di Buozzi [il segretario socialista del sindacato operai metallurgici] che di Mussolini. Il fascismo resta disoccupato”. Ricorderei anche talune significative ammissioni contenute in lettere di Gramsci, pubblicate da Togliatti nel ’62 (La formazione del gruppo dirigente del PCI). In una lettera del 9 febbraio 1924 Gramsci ammise che nel 1921-22 il Partito comunista aveva compiuto l’errore di non valutare “l’opposizione sorda e latente della borghesia industriale contro il fascismo”, e ribadì che il partito stava commettendo lo stesso errore nel ’24, perché non teneva conto “della emergente opposizione della borghesia industriale”. In un’altra lettera del 1 marzo 1924 Gramsci incluse la Confindustria tra le forze borghesi tradizionali che “non” si erano lasciate “occupare” dal fascismo. Si potrebbe completare questa breve lista di testimonianze ricordando ciò che scrisse un’altra famosa vittima del fascismo, Carlo Rosselli. Mentre Gobetti, come si è visto, attribuiva un carattere eminentemente agrario al fascismo del ’22, e mentre Gramsci, come pure abbiamo visto, sottolineava l’opposizione industriali-fascismo degli anni 1921-24, Rosselli indicava il permanere dei contrasti fra mondo industriale e regime negli anni seguenti.
Carlo.Rosselli con sua moglie - Astrolabio n. 23 del 1967
Carlo.Rosselli con sua moglie - Astrolabio n. 23 del 1967
Nella sua ben nota Risposta a Giorgio Amendola, pubblicata nel primo dei Quaderni di “Giustizia e Libertà” (gennaio 1932), Rosselli scrisse infatti: “Si può discutere all’infinito sul grado di fascistofilia della [grande] borghesia italiana; ma un dato è certo: che la sua fascistofilia è andata diminuendo progressivamente dal ’25 ad oggi. La borghesia italiana è ormai favorevole al ritorno ad un regime di libertà, sia pure di libertà controllate in senso conservatore, e solo attraverso minoranze sempre più sparute sostiene il regime per timore del peggio. È la fascistofilia dei disperati”. In effetti più si studia la storia italiana degli anni successivi alla prima guerra mondiale più ci si rende conto dei limiti del potere economico. Molti, fermandosi alle apparenze, continuano ad attribuire al “grande capitale” un potere pressoché illimitato. Ma si sbagliano, come ebbi già modo di dire nel mio Saggio sui potenti. Desidero precisare infine che, se riscrivessi oggi questo libro, sostituirei molto spesso i termini di “fascismo” e di “fascisti”, con “mussolinismo” e “mussolinisti”. In questo libro già parlo esplicitamente di “mussolinismo” degli industriali. Con il trascorrere degli anni mi sono però reso conto che non soltanto la maggioranza degli industriali, ma la grande massa degli italiani furono mussolinisti, anziché fascisti. Sostennero il regime di Mussolini - fondato su innumerevoli compromessi - senza condividere l’ideologia totalitaria del movimento fascista. In Italia non vinse il fascismo, ma il mussolinismo, che distrusse parlamento e partiti, lasciando però in vita la monarchia, il senato di nomina regia, l’esercito, la burocrazia, la magistratura, la Chiesa cattolica, il potere economico, le classi. Che tra mussolinismo e fascismo esistano molte differenze è del resto confermato dal fatto che tanti “veri” fascisti si sentirono traditi dal loro capo. Nella storia si deve frequentemente ricorrere a categorie derivate dai nomi dei capi: stalinismo, franchismo, gollismo e così via. Se parlassimo più spesso di mussolinismo, anziché di fascismo, riusciremmo assai meglio a capire che cosa accadde in Italia dopo la prima guerra mondiale.
Piero Melograni
Roma, 24 dicembre 1979

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