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Gaetano Salvemini
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www.treccani.it del 25 settembre 2010

Entra una nuova disciplina di nome Geostoria?

Di Chiara Pezzella
U

Soldati italiani durante la II guerra mondiale
Soldati italiani durante la II guerra mondiale
na delle novità della scuola superiore riformata dal ministro Gelmini è la contrazione della Storia e della Geografia nel biennio dei licei a un'unica voce curricolare, con restrizione delle ore dedicate a queste materie (2 ore di Storia e 1 di Geografia nel biennio). Quest'anno, dunque, gli studenti vedranno comparire sulle loro schede di valutazione la dicitura "storia e geografia", avranno 99 ore di lezione in tutto e un solo voto (così almeno sembrerebbe, ma molti insegnanti non ne sono certi) che dovrà sintetizzare le conoscenze, le capacità e le competenze acquisite nelle due discipline.
Durante la stesura della riforma, le associazioni degli insegnanti di Geografia hanno più volte sottolineato il loro dissenso. " ... meno Geografia rende tutti più poveri", osserva Gino De Vecchis, docente, geografo e presidente dell'Aigg. "La formazione di un cittadino - aggiunge - passa anche dalla Geografia, ossia la scienza dell'umanizzazione del pianeta Terra e dei processi attivati dalle collettività nelle loro relazioni con la natura e nel corso della storia". Con la riforma Gelmini, invece, spiega De Vecchis "si penalizza una materia già tanto mortificata negli anni, privando gli studenti di conoscenze indispensabili, relative ai grandi problemi mondiali, come quelli ambientali, socio-economici, geopolitici e culturali, legati alla globalizzazione …" (L'Unità, 23 gennaio 2010).
Prevale, in alcuni degli interventi che criticano la riforma, la lamentela: da sempre la Geografia è stata maltrattata, considerata ingiustamente noiosa e gli spazi dedicati alla disciplina nella scuola italiana sono sempre stati molto limitati. In tal senso, dunque, la riforma Gelmini sembrerebbe accentuare una situazione (negativa) già esistente e la negata autonomia della Geografia, aggregata nuovamente alla Storia, ravviva l'idea che questa disciplina sia la "Cenerentola" delle materie.
Storia e Geografia
Armi in dotazione all'esercito italiano durante la II guerra mondiale
Armi in dotazione all'esercito italiano durante la II guerra mondiale
In realtà la riforma Gelmini potrebbe essere l'occasione per impostare nuove riflessioni e l'unione delle due discipline potrebbe essere un'opportunità e non uno svantaggio, tanto per i geografi quanto per gli storici.
Iniziamo però dal principio, con una breve puntualizzazione. C'è stato chi ha fatto presente che per gli insegnanti il primo problema che dovranno affrontare con il nuovo anno scolastico è la "Geostoria". La difficoltà principale, invece, è che non dovranno insegnare un'unica disciplina che comprenda le due materie, ma dovranno seguire indicazioni relative all'una e all'altra, ben distinte e separate, in sole 3 ore a settimana (www.indire.it, nel menù di destra scegliere "riordino delle superiori") e per il solo biennio.
La "Geostoria" in quanto tale viene espressamente chiamata in causa soltanto una volta, quando si parla degli obiettivi della Geografia: "lo studente descriverà e collocherà su base cartografica, anche attraverso l’esercizio di lettura delle carte mute, i principali Stati del mondo (con un’attenzione particolare all’area mediterranea ed europea). Tale descrizione sintetica mirerà a fornire un quadro degli aspetti ambientali, demografici, politico-economici e culturali favorendo comparazioni e cambiamenti di scala. Importante a tale riguardo sarà anche la capacità di dar conto dell’importanza di alcuni fattori fondamentali per gli insediamenti dei popoli e la costituzione degli Stati, in prospettiva geostorica (esistenza o meno di confini naturali, vie d’acqua navigabili e vie di comunicazione, porti e centri di transito, dislocazione delle materie prime, flussi migratori, aree linguistiche, diffusione delle religioni)". Per il resto la Geostoria aleggia tra le indicazioni ministeriali, perché se l'obiettivo specifico di apprendimento per la Geografia è "lo studio del pianeta contemporaneo, sotto un profilo tematico, per argomenti e problemi, e sotto un profilo regionale, volto ad approfondire aspetti dell’Italia, dell’Europa, dei continenti e degli Stati", è evidente che è necessario scomodare la Storia per raggiungerlo. Se i temi principali dei percorsi didattici saranno "il paesaggio, l’urbanizzazione, la globalizzazione e le sue conseguenze, le diversità culturali (lingue, religioni), le migrazioni, la popolazione e la questione demografica, la relazione tra economia, ambiente e società, gli squilibri fra regioni del mondo, lo sviluppo sostenibile (energia, risorse idriche, cambiamento climatico, alimentazione e biodiversità), la geopolitica, l’Unione europea, l’Italia, l’Europa e i suoi Stati principali, i continenti e i loro Stati più rilevanti", è ovvio che non si sta parlando solamente di Geografia, ma anche di Storia.
D'altro canto, per strutturare percorsi didattici sulle civiltà antiche e altomedievali, la conoscenza della Geografia è fondamentale: non è possibile parlare della civiltà greca senza capire il territorio in cui si è formata, come anche dello sviluppo dell'impero romano, dell'Europa romano-barbarica e di tutti gli altri nuclei tematici che, recitano le indicazioni ministeriali, "non potranno essere tralasciati".
Oltre le apparenze
Armi in dotazione all'esercito italiano durante la II guerra mondiale
Armi in dotazione all'esercito italiano durante la II guerra mondiale
É noto che non si può insegnare la Storia senza la Geografia e insegnare la Geografia senza la Storia. L'unione tra le due materie potrebbe essere uno strumento per allontanare metodologie mnemoniche, spesso noiose tanto per il docente quanto per il discente. Non solo. Se tendenzialmente si preferisce una delle due discipline rispetto all'altra, lavorare su entrambe contemporaneamente dovrebbe essere comunque un elemento di facilitazione per l'apprendimento e anche per l'insegnamento.
Il problema è un altro ed è intimamente legato all'esiguità delle ore di insegnamento dedicate alle due materie, soprattutto in relazione agli obiettivi che vengono indicati dal ministero.
In primo luogo, la scelta di unificare le due discipline dovrebbe esser fatta non per motivi economici, ma per motivi "funzionali" (sostenendo per esempio che in questo modo si migliorerebbe l'apprendimento e si faciliterebbe il raggiungimento degli obiettivi per quanto riguarda non solo le conoscenze ma anche le capacità); in tal senso questa impostazione dovrebbe essere seguita fino in fondo e quindi per tutto il corso degli studi, non solamente per il biennio. Se il programma di Storia del biennio prevede lo studio del mondo antico fino all'alto Medioevo, probabilmente sarà la Geografia fisica ad avere una maggiore importanza rispetto ad altri temi che potranno, invece, essere affrontati negli anni successivi.
In secondo luogo, la "Storia e Geografia" così come viene proposta oggi non tiene affatto conto delle sole 3 ore settimanali a disposizione del docente: in 33 ore (per un totale di ben 66 ore nel biennio) dovrebbe esser così bravo da insegnare ai suoi studenti a leggere carte mute, a fornire quadri di sviluppo demografico, ambientale ed economico (per citare soltanto alcuni degli obiettivi) in termini geografici e a far prender loro "familiarità con la lettura e la produzione degli strumenti statistico-quantitativi (compresi grafici e istogrammi, che consentono letture di sintesi e di dettaglio in grado di far emergere le specificità locali), e con le diverse rappresentazioni della Terra e le loro finalità, dalle origini della cartografia (argomento che si presta più che mai a un rapporto con la Storia) fino al GIS".
Per quanto riguarda la Storia la situazione non cambia. Il programma del biennio, che sembra più limitato perché condensato in sole nove righe, elenca una serie di macroargomenti che avrebbero bisogno di più ore delle 66 annuali previste. Non solo. Gli obiettivi finali del quinquennio (quelli indicati nelle "Linee generali e competenze") sono piuttosto ambiziosi e assolutamente squilibrati rispetto allo spazio che la disciplina - così importante - ha nel quadro formativo liceale. Inoltre, ci si chiede perché non vengano sottolineati i "temi-ponte" con la Geografia. Forse perché poi sarebbe stata ancor più evidente la necessità di continuare a insegnarla per tutto il corso degli studi ...

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L’illustrazione italiana, n. 28, Garzanti editore 14 luglio 1946, p. 30
Dopo il diluvio

La società

di Raffaele Calzini

L'Illustrazione ialiana n. 28 del 1946
L'Illustrazione ialiana n. 28 del 1946
Non si pensava alla guerra, tanto la messa in scena della vita italiana era ardente colorata festosa. La moda, l'edilizia, le arti teatrali, le arti plastiche, le arti decorative, le parate sportive, avevano tappezzato di fiori il cammino. per il quale l’Italia si avviava. all’abisso. Nuovi nobili, nuovi ricchi, vecchi nobili, vecchi ricchi, si amalgamavano nello stesso sfruttamento della situazione felice. L’indifferentismo prodotto da tante concause materiali e. morali dilagò anche allo scoppiare della guerra che nessuno voleva prevedere lunga, difficile e catastrofica. E non mancarono (come nella etiopica) figli della borghesia e della aristocrazia che andarono a combattere volontari, Per il fascismo? No. Per il nazionalismo e l'imperialismo che gli si erano alleati e lo galvanizzavano? Forse. E le schiere della Croce Rossa reclutarono signore e signorine che indossate divise fasciste, ornati con la insegna littoria i camici dell’infermiera accompagnarono le sciagurate spedizioni in Africa, in Grecia, in Albania. Anche i giovani indifferenti, o gli antifascisti combatterono: e combatterono bene pur mancando di convinzione politica, fede patriottica, speranza nazionale. Morirono da eroi, sorretti o spinti da un puntiglio umano, da un moto dell’eterno mascolino, che è onnipresente e fatale quanto l’eterno femminino. La società trovò un suo stile mondano perfino nelle campagne dove, dopo i primi bombardamenti delle città, spaurita e divertita sfollò. Mostrò, anche in quella occasione o contingenza, la corda della sua abulìa e del suo scetticismo, del suo egoismo e del suo fatalismo davanti alle minacce dei crolli degli incendi della carestia.
L'Illustrazione ialiana n. 28 del 1946
L'Illustrazione ialiana n. 28 del 1946
Si affidò come prima di Caporetto allo “stellone” quando vide che la partita era perduta, che il fascismo era condannato, che l’Italia (almeno “una certa Italia”) sprofondava. Le prime batoste africane avevano. trovato compianto, tristezza, talora disperazione; ma tutto il resto non trovò niente. Niente: parola grande! L'unità di classe sì screpolò del tutto, la solidarietà dei gaudenti si disciolse: anche all’interno del conglomerato mondano si produssero frane. La società aspettò un 25 luglio qualsiasi; un 8 settembre fatale e prevedibile, senza mutar tenore di vita e quasi di eleganza; con finte e superficiali rinunce e discordi propositi. gi Ma, quasi all'insaputa di questo belmondo fascista, si era formata, uscendo proprio dalle schiere dell'alta borghesia, della aristocrazia, dell’intellettualismo più insospettabili, una generazione antifascista, antigermanica e niente affatto abulica. Quella che alimentò le schiere partigiane, che si assembrò sotto le bandiere della resistenza, che disertò le file dell’esercito regolare o sì nascose per non servire in alcun modo l’esercito tedesco. Ufficiali e soldati appartenenti a clan privilegiati e superbi come la Scuola di Pinerolo deportati a greggi in Germania, e indotti con le lusinghe, con le minacce a giurare per la repubblica a iscriversi nell'esercito repubblicano, sollecitati a piegarsi alla disciplina dei campi di lavoro, non disarmarono, rifiutarono tutto a tutti: affrontando piuttosto il castigo, cioè la inedia, le malattie, le persecuzioni dei campi di concentramento, la morte.
L'Illustrazione ialiana n. 28 del 1946
L'Illustrazione ialiana n. 28 del 1946
La Marina che era a suo modo e fu per intermittenza una “elite” della società, quasi il vivaio di una casta appoggiata su solide basi di prestigiose e affascinanti tradizioni così come era stata incline ai “beaux gestes” diede superbo esempio del proprio valore e del proprio spirito di sacrificio. Gente di società, gente anche snob, magari tipi da salotto non esitarono a cospirare nelle città dove la resistenza fu più lunga: e così a Milano, a Torino, a Genova sì svolse l’ultimo atto della generazione definita felice. Il confiteor e il mea culpa furono recitati in piena coscienza e con animo contrito dagli uomini maturi, dai vecchi: ma la giovane generazione si riscattò con l’azione. Per lo più questi uomini nuovi; tra i 20 e i 30 anni, se avevano addottato prima del 25 luglio forme, metodi del fascismo era stato senza convinzione, per suggestione dei maggiori o per quieto vivere, o per imposizione durante gli anni della scuola. Dunque in piena irresponsabilità. E buttarono alle ortiche la camicia nera così malvolentieri indossata e rinunciando a pregiudizi e privilegi di casta, di comoda esistenza, di gaio benessere ai quali la vita di società li aveva abituati, cospirarono in città, in campagna, combatterono sui monti, non importa se accanto ai comunisti ai socialisti che i loro padri le loro madri avevano guardato come il “babau”. Trovarono (forse cercarono) la morte eroica disgustati del gran fango che saliva da ogni parte della vita, ebbero la certezza di morire per la buona causa: i Beltrami, i Lepetit, i Prinetti, i Vigorelli, i Montezemolo, i Puecher (padre e figlio), gli Stucchi, gli Spinola, i Casati e moltissimi altri.
L'Illustrazione ialiana n. 28 del 1946
L'Illustrazione ialiana n. 28 del 1946
Non tutti avevano avuto una preparazione intellettuale antifascista ed erano politici come i Gasparotto o i Grassi, i Pagano e i Giolli spiriti superiori e profetici. Venivano semplicemente dalla “buona società” di cui riscattarono i vizii, la decadenza e la cecità. E alla società appartenevano signorine e signore che nelle città arrischiarono la fucilazione la tortura la prigionia per nascondere ebrei o patrioti, per ospitare capi della resistenza o ufficiali inglesi, per portare oltre confine messaggìi segreti o per trasmetterli con le radio clandestine, per recarsi alle carceri e aiutare i prigionieri politici, per avviare disertori e renitenti in Svizzera o al di là della linea gotica, per trattare con gli invasori riscatti di personalità politiche compromesse o minacciate. Donne che avevamo conosciuto un dì nei salotti, sulle spiagge eleganti, nei ritrovi sportivi, alle fiere della vanità europee, donne preoccupate fino a quell’otto settembre di mondanità e di lusso, donne di spensierata fama sociale, donne snob e chic, fecero modestamente e disinvoltamente il loro dovere di cittadine italiane, di aspiranti a un mondo liberato.
L'Illustrazione Italiana n. 28 del 1946
L'Illustrazione Italiana n. 28 del 1946
Se anche diedero alla loro impresa un tono e un cuore di ispirazione romantica, se nel loro coraggio entrò un coefficente di ispirazione letteraria o addirittura cinematografica (con richiami alla Belgioioso per esempio, o alla “Primula rossa”) non di meno la “società” può vantarsi di averle espresse e la storia di questo diluvio non può dimenticarle. Accanto a questa resistenza diretta, operante, ci fu la resistenza passiva. Gli sconvolgimenti dei tragici mesi (dal luglio al settembre ’43) avevano dato uno scossone assai forte (e piuttosto sgarbato) ai piloni ideali e materiali della “società”. Ogni illusione nella vittoria dell’asse era caduta, ogni simpatia per il mondo del regime sfumata, ogni possibilità di convivenza con i tedeschi si dimostrò vana o addirittura ripugnante come una malattia infettiva. E la maggioranza del “clan chic” ripudiò con la disinvoltura che gli è propria tutto quello che aveva accettato o subìto dal lusinghevole regime. E pur di evitare l'obbligo o la attrazione di una nuova “liason” col superstite fascismo, di un flirt con la “fedele Germania”, di una “mesalliance” con l’imbattibile tripartito eccetera, molti signori non più di leva, affrontarono, come si suol dire romanticamente: la “via dell'esilio”. Lo stile dell’emigré si adatta bene a una certa decadenza delle classi ricche. La Svizzera si trovò ad ospitare intere famiglie di fuggiaschi dell’aristocrazia e della borghesia più alta. Molti (israeliti, antifascisti di antica data, monarchici militanti), erano realmente braccati, minacciati, perseguitati dalla Gestapo, dalle SS, dalle infinite polizie italiane. Ma taluni emigrarono perché colti da uno sproporzionato panico o da un bisogno di imitazione snobistico (“se ci va lei” , “se ci va zia” ecc.) considerarono questo intermezzo pieno di reminiscenze della Stael e di Chateaubriand come un diversivo di lusso. E
Pin Up. DalL'Illustrazione Italiana n. 28 del 1946
Pin Up. DalL'Illustrazione Italiana n. 28 del 1946
fecero gli emigrés di lusso; di prima categoria e magari si adoperarono accanitamente e utilmente a favore dei movimenti di resistenza pur tra i tè, le partite di scì o di golf, i soggiorni climatici. I diversi emissarii dell'Intelligent service alleato utilizzarono una milizia volontaria di italiani che. abitava nei Grands Hòtels, frequentava le pasticcerie più in voga, i teatri e i campi di pattinaggio di Losanna e di Ginevra, le sale di concerto e di cinematografo. Pur tra le distrazioni piacevoli la società era disposta ad arrischiare la pelle e la arrischiò per far la spola attraverso il confine o per ingaggiarsi nelle schiere partigiane. Il coraggio è uno stile, più che una vocazione dei “signori”; e il coraggio non mancò se molti si illudevano che i rapporti di buona amicizia contratti nei luoghi di cura internazionali nei teatri e nei surf durante le competizioni sportive o le gare artistiche le simpatie di una stessa casta privilegiata, le affinità di una stessa legge di buone maniere e di eleganza, il linguaggio e il costume degli eletti uguale a Roma e a Londra, come a Parigi e a Nuova York avessero creato indistruttibili vincoli di comprensione e magari di alleanza che sarebbero stati utili al tavolo della pace e avrebbero cancellato nel ricordo dei popoli la macchia dei nostri peccati. Al tavolo della pace gli egoismi e gli spiriti della conquista e della vendetta hanno scoperto le loro batterie; si è dimenticato non solo questo; ma le promesse fatte, l'apporto di sangue dato alla causa delle nazioni unite. Sotto i gentlemen c'erano dei giustizieri, sotto gli sportivi dei militari, sotto gli amici dei revisori di conti. La società ha avuto la sua delusione e ha ingoiato con amarezza l’ultimo sorso di un calice che la Moira (il destino degli antichi) le ha porto senza grazia: e senza quelle forme sì che in società sono quasi più necessarie e Apprezzate della virtù stessa. Adesso il disastro nazionale ha preso ai tangibili per ognuno: lo spauracchio del “redde rationem” morale (non quello della epurazione), lo spettro del giudizio che una generazione in punto di morte, come un uomo in punto di morte, fa di se stessa, dopo aver esaminato il bilancio dei suoi 50 anni, è pieno di rimorsi e di dubbi. Ma poche generazioni ebbero un tale peso da reggere; e se non l'assoluzione la nostra otterrà forse dal tribunale della Storia le circostanze attenuanti. Invece i figli guardano i padri con melanconia e con ironia; la società ha fatto fallimento. Le conseguenze economiche e sociali del crollo sono meno amare e meno disperanti della nostra confessione finale di aver tutto sbagliato e di non aver abbastanza anni, né per ricominciare, né per espiare: né per illuderci. Le macerie predominano fuori e dentro di noi: hanno un colore grigio (Dante avrebbe detto “perso”); sono ossami sgretolati di uno scheletro che non ha resistito: ed è difficile immaginare che, una volta, fossero rivestiti di carne, di pelle e palpitassero di vita. Il monologo del becchino di Amleto torna facilmente alla memoria: ombre camminano tra questi avanzi; e il crepuscolo dell'Europa plana sulle vestigia di un mondo che non è più. Barlumi di luce si intravedono davanti alle città crollate: essi sono i segni della speranza, la guida della missione che il nuovo mondo deve seguire se vuol rinnovarsi e sopravvivere. Ma “una società” fu.

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L’illustrazione italiana, n. 27, Garzanti editore 7 luglio 1946, p. 14
Dopo il diluvio

La società

 di Raffaele Calzini

Gibson Girl
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A questo proposito si deve riconoscere che nella società italiana le leggi razziali furono subito e da tutti avversate per un senso di alta civiltà tipicamente italiano, (di origine latina e cattolica), e per i legami parentali che aristocrazia e borghesia avevano col mondo israelita. Le imposizioni antiebraiche contribuirono moltissimo per reazione al distacco della società dal regime fascista e all’avversione di essa per i tedeschi e per l'alleanza del tripartito.
Perché, giunti a questo punto del quadro, bisogna rilevare che dietro e a sfondo del suo verniciato splendore c’era il regime. La società se ne credeva indipendente perché snobbava (ma timidamente) i gerarchi e criticava le ghette di Mussolini al quale aveva dato un ”arbiter elegantiarum” e perché raccontava barzellette, e perché partecipava alla “curée” romana con degnazione più che con “empressement” torcendo il naso leggermente.
Gibson Girl
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Ma fascista, la società, fu. I due avvenimenti che facilitarono la sua adesione al regime furono: la Conciliazione e la conquista dell'Impero, oltre ben inteso favori fatti a questa o a quella famiglia, a questo o a quel blasone, a questa favorita o a quel favorito di un gerarca o di una gerarchessa. Subito dopo la prima guerra europea la società italiana si era trovata “matura” per il fascismo, lo abbiamo visto. Ed era facile che lo accettasse in buona fede o lo subisse o vi si convertisse in pieno quando parve stabilizzata la sua sorte. Aveva dato alle classi dirigenti tale un'euforia che esse non si preoccuparono di analizzarne le origini morali, né di consìderarne le prospettive né di vagliarne le illusioni. quanto alla durata e alla conclusione finale. Per eccezione, fin da principio, fin dalla marcia su Roma, alcuni clan e personaggi della società furono decisamente e palesemente ostili al fascismo come, per citar i più in vista: a Roma i Doria, i Trabia a Palermo, i Papafava a Padova, i Toscanelli a Pisa, i Bricchetto a Milano e, sempre a Milano, i Gallarati Scotti, (Duca Tommaso), i Doria (Ambrogio) a Genova, il clan Albertini con tutte le sue propaggini famigliari (Carandini-Ruffini), a Firenze i Serristori i Fossi e i Philipson, a Torino il “giro” degli Einaudi, e, in Italia e fuori, i Toscanini al completo. Non citiamo con questi nomi personalità politiche e intellettuali antifasciste che non appartengono in modo vero e proprio alla “società”; ma vi entrano di sfuggita. Alla tavola della Bengodi fascista si svelò tutto il materialismo originario della educazione aristocratico-borghese, unito all’indifferentismo edonista di una generazione che voleva evitare responsabilità, fatiche, impegni della cosa pubblica. Dalle famiglie di grande nome o di grande censo o di grande tradizione (dalla società insomma) non uscirono gli “uomini” del dopo-guerra. La classe dirigente si rifiutò di “dirigere”, rifiutò i contatti con la Nazione un po’ come quei proprietarii terrieri che rifiutano di aver contatti con la terra. Trovò facile (e comodo) di fare il lusso e la bella vita, incoraggiata e allettata dai circenses pubblici e privati, ufficiali e ufficiosi, almeno quanto le classi operaie.
Gibson Girl by Charles Dana Gibson
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Un certo gusto “farceur” spinse giovanotti brillanti e signorine eccentriche sulla via dell'incanagliamento. Ci furono baruffe e vassallate all'americana (cioè corroborate dai numerosi cocktails venuti di moda) con le quali i “lions” si distinguevano specialmente nelle serate di fin d’anno e di sabato grasso negli alberghi di riviera e di alta montagna e anche nelle case private rientrando la ospitalità nel piacere di rompere vasellami scardinare finestre schizzare fontane di sciampagna e di selz. Tra le tante variazioni di burle rimarrà famosa quella alla quale partecipò un principe del sangue e che si svolse a Courmayeur dove il busto bronzeo di Carducci, tolto dal piedestallo, venne collocato nel letto di una dama di Corte! E famosa rimase anche la volta in cui un nobilissimo signore si nascose sotto la tavola da pranzo per ascoltare i commenti che gli invitati facevano, ignari, sulla sua augusta persona. Tipiche divagazioni della “società italiana?”. Non direi; sono atteggiamenti e divertimenti e isterismi di un mondo internazionale e specialmente anglosassone. Non molti anni fa giornali inglesi protestarono per il “contegno” che la società teneva anche in colonia e specialmente negli Alberghi di lusso dell'India avendo testimonii servi indigeni apparentemente impassibili che poi andavano nei centri di propaganda rivoluzionaria a riferire quanto avevano visto e udito. Materialista e scettica, la società aspirava ad avere il benessere; il benessere a prezzo di qualunque rinuncia: e la rinuncia al comando non le parve poi tanto pesante. Le classi dirigenti italiane non avevano pensato nel primo quarto del Novecento, nell’ultimo dell'Ottocento, di “allevare” uomini del loro ceto per l'esercizio della vita pubblica: tanto meno per quelle alte cariche statali (della magistratura, dell'insegnamento, dell'esercito, delle colonie, del governo) che implicano responsabilità, disagi, contrasti e rendono pochi quattrini. Trovarono più comodo, tra il 1925 e il 1935, badare agli interessi privati e lasciare quelli pubblici ai nuovi arrivati; poco formalizzandosi della loro origine e non preoccupandosi della loro onestà, competenza, e “classe”. La società aspirava ad avere e godere una “pax perpetua”. E un comodo alibi ai suoi dubbi di sicurezza, se non di coscienza, diedero la monarchia e la chiesa. Monarchia e chiesa, perni in ogni tempo della società, avevano accettato il fatto compiuto del nuovo regime. Il benessere spuntò, arrivò, straripò; fu una ondata inattesa e miracolistica quale conobbe in Francia la Società del Secondo Impero. Benessere soltanto materiale; ma illuminato dalle luci di un fasto non sempre pacchiano, aureolato da ostentazioni intellettualistiche alle quali non mancarono approvazioni, applausi, incoraggiamenti della “gran società”.
Illustrazione Italiana del 1946
Illustrazione Italiana del 1946
La società contribuì a raffinare a coltivare iniziative del regime nel campo dell’arte: portò tutta la forza e (l'autorevolezza) dello snobismo alle Esposizioni di pittura e di scultura di Venezia e di Roma alle superbe retrospettive di città maggiori e minori, alle Mostre di Arte decorativa come la Triennale di Milano, ai Festival cinematografici e musicali, alle rappresentazioni della Scala, del Reale, della Fenice, Il “maggio fiorentino” con i magnifici spettacoli teatrali e musicali di Boboli e del Chiostro di Santa Croce, il settembre Chigiano a Siena raffinato e intelligentissimo, furono consacrati nel mondo dell'eleganza e della moda internazionale dall'intervento della società. Così come. la partecipazione di dame e signori “chic” alle Crociere estive e autunnali, ai campeggi, alle gite in colonia (con esplorazioni desertiche e caccie africane più o meno truccate) patrocinò una maggior conoscenza delle cose italiane, una mania turistica utile o per lo meno intelligente. Negare la forza dello snobismo sarebbe ridicolo come negare la potenza della ricchezza o il prestigio della intelligenza: la società vive ed opera all'insegna dello snobismo che è qualcosa di superiore all'eleganza e di diverso dalla eccentricità, che sfrutta infiniti elementi e compie, volontariamente o involontariamente nell’ambiente intellettuale e artistico levitazioni e determina fermenti politici. Il regime temeva lo snobismo pur fingendo di ignorarlo o di avversarlo; allo stesso modo che Mussolini (pur fingendo di ignorarla o di rinnegarla) temeva la mondanità. Lo stesso Mussolini, l’uomo di semplicissimi e rudi modi che avevano conosciuto gli operai e i contadini nei comizii socialisti si lasciò sedurre a un certo momento da una ventata di snobismo (come a suo tempo se ne era lasciato sedurre e conquistare il pastorello abruzzese Gabriele D'Annunzio), divenne quasi elegante, ostentò una certa raffinatezza di abiti e di modi, amò farsi cinematografare a cavallo nel Galoppatoio di Villa Borghese o apparire a Palazzo Venezia con una rosa in mano nel ricordo di Andrea Sperelli o di Dorian Gray. I nuovi arrivati alla ribalta dei salotti e dei ritrovi “chic” di Roma, di Milano, di Firenze, furono dapprima timidi, poi coraggiosi, poi invadenti. Certi salotti “squisitamente fascisti” (quello della Sarfatti ad esempio) ebbero una importanza storica; e importanza ebbero altre “liaisons dangereuses” del cui racconto si sarebbero arricchite le cronache di un Saint Simon se egli fosse ancora esistito e se qualcuno lo avesse benevolmente informato. Le belle donne entrarono in scena, le alcove si dischiusero ad amanti stivalati, aquilati, monturati.
L'Illustrazione Italiana n. 28 del 1946
L'Illustrazione Italiana n. 28 del 1946
Non mancarono le “pasionarie” del regime; le fanatiche dell’uomo Mussolini, come la gran dama siciliana che accorreva nelle prime file della folla dovunque Mussolini teneva un pubblico discorso, come l’altra gran dama milanese che frequentava in forma cordiale e casalinga la magione del federale Gianpaoli, come l’Eccellenza che aveva ornato la carta da lettera personale. di un motto mussoliniano. Idolatrie non nuove, non strane; che dame polacche ebbero per l'uomo Pilsudski e non so quante per l’uomo D'Annunzio: e le nonne delle federalesse, delle gerarchesse per l’uomo Bonaparte, per l’uomo Garibaldi. Alcune di esse sono già trasvolate verso nuove passioni politiche verso. nuove predilezioni sociali verso nuovi amori. Gli alleati si sono accontentati dei “beaux restes” d’avventure fasciste o anche hanno trovato “smart” e “fair play” aderire a una successione di alcove illustri. Fenomeno di tutti i popoli e di tutti gli eserciti vincitori. Alcune belle donne si sono ritirate dalla ribalta mondana perché il loro fulgore è spento e il loro astro tramontato: altre furono travolte dal destino tragico e sanguinoso degli uomini ai quali erano legate. Fenomeni che sarebbe puerile trovare strani o nuovi: la femminilità è legata all’ammirazione (non sempre all’interesse): il fascino maschile si irradiava dalla apparente potenza, dalla spettacolarità, dalle individualità definite prepotenti come dalle livree di certi animali nella stagione degli amori. Quanti di noi uomini del resto, e gentiluomini, furono attratti dalla scia allucinante del successo, dal decorativismo, dall’oratoria di Mussolini! La reazione della società, come della Corte e dell’alto clero, a questo infatuamento, fu sporadica, rara e, se mai, guardinga e velata, fino al momento dell'alleanza con la Germania preceduta dalle campagne razziali. La società era antitedesca: il belmondo dovunque è tradizionalmente inglese, le visite di Hitler in Italia (a Venezia dapprima, e anni dopo, il viaggio ufficiale e spettacolare a Roma Firenze Napoli) furono socialmente congelati. A quei pranzi ufficiali, a quegli spettacoli di gala, a quei ricevimenti, organizzati per festeggiare, con un “bouquet” di belle signore e di uomini impeccabilmente vestiti (non in orbace; ma in frack), i Ribbentrop, i Goebbels, gli Schacht, furono scambiati pochi complimenti, ci furono dispiaceri protocollari e “gaffes”.
(Continua)

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L’illustrazione italiana, n. 26, Garzanti editore 30 giugno 1946, p. 432
Dopo il diluvio

La società I

di Raffaele Calzini

Gibson Girls
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Il crepuscolo della sconfitta plana sulle macerie ideali della “società” come su quelle reali della città; emergono avanzi di antiche strutture e si accumulano frammenti di pompose decorazioni, di presuntuose eleganze che, tra pochi anni, saranno polverizzati e soffiati via da qualche vento di uragano. Blocchi sociali reggono e si puntellano con la caratteristica tenacia dei vecchi, tra irriconoscibili rovine: altri cercano di rimarginare crepacci spalancatisi nelle loro fortune, nei loro pregiudizi, nei loro ideali. E non mancano accenni di ricostruzione ad opera di uomini nuovi col sostegno di gerarchie nuove e sotto la spinta di nuove scalate. È un fenomeno che caratterizza non soltanto la società di Milano che fu in Italia la più europea, la più dinamica e la più orgogliosa durante il primo mezzo secolo del Novecento; si estende alla società stessa della capitale e a quella di altre città che definiremo, non per ironìa, ma con ammirazione, provinciali. Per giudicare questa morente “società” nel suo sviluppo e per definirla, bisogna risalire alla sua origine che coincide con l’aurora del secolo e ne è colorata di riflessi oro e rosa, e osservarla nel pieno di quell'anteguerra che Zweig definisce “welt von gestern” [Trad: Mondo di ieri, NdR]. La borghesia vi trionfava già, l'aristocrazia vi trionfava ancora. Le forze, le idealità, le umanità di queste due classi si erano dapprima avvicinate e poi alleate per un istintivo reciproco bisogno di difesa. Le prime intese cordiali si erano stabilite attraverso i contatti dei Grandi alberghi, dei balli di beneficenza, dei teatri, dei surf: anche, ma con riserva, dei club; è si erano rinsaldate in vincoli di affari, di matrimonii, di amori, di predilezioni estetiche, di affinità politiche. Questa società che non ancora giocava al golf, ma già al tennis, che faceva le prime scampagnate in automobile, ma giudicava con scetticismo l’areoplano e la telegrafia senza fili, che applaudiva Wagner, ma non ancora Riccardo Strauss, che ballava il “boston” e fischiettava il “valzer” della Vedova allegra, che definiva D'Annunzio immorale e Fogazzaro platonico, che non aveva in fondo preoccupazioni ideali né aspirazioni religiose, si avvicinava quanto più possibile alla imitazione del costume europeo se viveva in città come Roma e Milano (“capitale morale”), ma conservava un tono procinciale e regionale, (ma più riservato e stilé) a Palermo, a Genova, a Venezia, a Firenze, dove nelle conversazioni imperavano ancora i dialetti (a Torino il francese) e nell'uso quotidiano certe predilezioni che andavano dalla cucina casalinga al taglio un po’ speciale dell'abito; e al folclore della vita in villa. Nella mondanità delle due capitali, e con minor riflesso nelle altre città italiane, un potente lievito, malgrado la sua innocua apparenza e la sua ironizzata pretesa, apportò lo snobismo. Era fatto di indiscriminata ammirazione per tutto quanto venisse d’Oltralpe; la moda femminile da Parigi e quella maschile da Londra, il teatro dalla Francia e lo sport dall'Inghilterra, la tecnica e la kultur dalla Germaria. Nazioni immense e formidabili come la Russia e la stessa America non avevano riflessi nella vita della società italiana che cominciava allora a leggere Tolstoi (e assai meno Dostoievski); conosceva Ciaicovski ma ignorava Mussorgski, Glinka, Rimski Korsakov, e giudicava con sorpresa e ironia l'ambasciatore degli Stati Uniti (l'uccisore dei leoni Teodoro Roosevelt) e sbalordiva alle eccentricità di quelle signorine “yankee” che erano soprannominate le “Gibson girls” dal nome del disegnatore che le aveva illustrate.
Gibson Girl
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Lo snobismo, ché è fisicamente internazionale, portò paradossalmente nella società italiana il retaggio. e il lustro del nazionalismo: Kipling e Nietzche fecero scuola tra gli intellettuali da salotto. Nei club più aristocratici si ammirò Chamberlain col monocolo e la gardenia, si. parteggiò per Barrés e Delcassé contro i dreyfusardi. Quando il meno elegante, il meno snob, il meno elegante “sociale” degli uomini di Governo, Giovanni Giolitti, portò l’Italia in Tripolitania, il nazionalismo, passò dalla teoria alla pratica, dalla elite alla classe e si cominciò a tingere di più accesi colori imperialisti. La società lo adottò senza riserve beandosi di leggere, o recitando nei salotti, quelle Canzoni d’oltremare che il Corriere della Sera (organo tipico e per eccellenza della società, si diceva, “benpensante”). stampava in prima pagina con una pomposa e fatidica presentazione su quattro colonne che, in antico, toccò soltanto, crediamo, alle rivelazioni mosaiche dettate sul monte Sinai! Il teatro, che in Francia imperialeggiava con l'Aiglon (e anche col Cyrano), in Italia nazionaleggiava con le commedie di Enrico Corradini; con Più che l'amore (e relativo, odore indefinibile del Sud) e poi con La nave (“fa’ di tutti gli Oceani il mare nostro”) di D'Annunzio, mentre l'irredentismo era fiancheggiato da commedie popolari Romanticismo di Rovetta e il Tessitore di Tumiati: e perfino, dopo Carducci, da inni e orazioni di poeti pacifisti come Pascoli. Su questo trampolino era fatale che l’Italia spiccasse il salto per entrare nel dramma del novecentoquattordici: la società aveva pronte le menti, le fabbriche, ma un po’ meno le ricchezze, le giovinezze per fare la guerra. A vittoria ottenuta la società si sentì, non soltanto, più nazionalistica e più imperialistica di prima; ma comunicò la sua premessa ideologica al fascismo che era sorto con la speciosità di un movimento sociale e di uno sfruttamento della vittoria. Al consolidamento di conquiste morali e materiali ottenute dalle classi dirigenti con la guerra del ’14 c'era anche un titolo; la società aveva preso parte alla guerra; figli della società (e anche snob e nazionalisti) e impenitenti elegantoni di quelli che avevano fatto il bello e il brutto tempo all’angolo di Via Condotti o di Via Manzoni, avevano combattuto: erano morti. Non tutti arruolandosi volontari nelle armi privilegiate e “chic” come l'aviazione e la cavalleria; ma anche sopportando duri mesi, e anni nella fanteria di trincea e nelle truppe l'assalto. La stessa Croce Rossa aveva mobilitato dame e signorine della borghesia e della aristocrazia; una solidarietà quasi totale aveva cementato gli italiani durante la guerra contro gli Imperi Centrali. Borghesia e aristocrazia fuse in una sola vittoria erano le stesse che, prima della guerra, furono documentate sul teatro da Giacosa (Come le foglie), da Praga (La crisi); dopo la guerra da Niccodemi (I pescecani, L'aigrette), più tardi ancora da Moravia (Gli indifferenti) se non si vuol considerare come documento la interpretazione che ne diede, poetizzando e immoraleggiando, Guido da Verona. Trionfò dopo il 1920 una nuova promiscuità, le classi si allargavano, accolsero facilmente nuovi adepti. Anche Paradisi vietati dello snobismo, come L’Unione a Milano. La caccia è Roma, Il Whist a Torino, aprirono le loro porte a uomini nuovi: le “mesalliances” non si contarono. Una frenesia ottimistica e spendereccia spingeva rampolli dell'alta borghesia e della aristocrazia divenuti maggiorenni, dame divorziate e deluse, ragazze indipendenti, sulla via della eccentricità, della stravaganza prodiga incosciente.
Gibson Girl
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Passata abbastanza presto, la mania, post-bellica degli stupefacenti, quella meno pericolosa delle “sbronze” in stile americano rimase; e rimasero e più attecchirono come una nuova moda e con la permeabilità internazionale del costume e della letteratura “maladive”, vizii e pervertimenti, che fino allora erano stati rari ed eccezionali nel belmondo italiano. Certe località in determinate stagioni “di passo”, come Venezia o Capri, divennero convegno di parassiti, di invertiti appartenenti alla “buona società” di tutto il mondo: a furia di offrire la cornice gli italiani assunsero qualche maniera del quadro. Il sincopato delle musiche negre, la lettura dei versi pornografici di Verlaine, il decorativismo dei balletti russi (vecchi di quasi vent'anni ma assorbiti e assimilati a poco a poco), le stravaganze delle mode e delle acconciature (feminizzanti gli uomini e mascolinizzanti le donne) crearono agli invertiti un pretesto eccentrico e una etichetta raffinata. La gretteria, il conservatorismo, il tradizionalissimo, la ipocrisia, il pudibondo rispetto umano, (virtuosi difetti della società precedente) furono quasi dovunque sostituiti da un “incanagliamento” tipico delle classi che hanno perduto la loro ragione di essere e la fede nella loro predestinazione. Così gran dame romane divennero celebri per il linguaggio scatologico o per la loro impudicizia; figli di industriali laboriosi, per la loro prodigalità e il far niente aristocratico, il cabotinismo delle loro pose da dilettanti.
Gibson Girl
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Le conversioni alle nuove forme d'arte, l’accettazione di tendenze che erano parse ostiche o addirittura sacrileghe divennero di prammatica per un certo “chic” e per un certo “snob”. I festival internazionali abituarono gli italiani al linguaggio degli Strawinski, degli Hindemith, degli Honegger; le mostre retrospettive al “gusto dei primitivi”, la diffusione delle riviste di arredamento e di architettura al vangelo del razionalismo. Così si videro trionfare nuovi elementi decorativi nell’ammobigliamento e nell'arredamento delle case, nuove architetture nell’urbanesimo delle città. Surrealismo. postimpressionismo cubismo fovismo - divennero vocaboli da principio rari e poi correnti nel linguaggio e nel mercato dei collezionisti che volevano essere “à la page”. Si videro i primi “match-di boxe” , le prime partite di pallacanestro. Alle competizioni sportive (sopratutto quelle dell’automobilismo, della vela, del motoscafo) la società. diede spettatori appassionati scommettitori audaci, campioni coraggiosi; e quattrini. Qualche signora della società prese il brevetto di aviatore; altre si dedicarono alla caccia perché le riserve (garantite da nuove leggi) si eran impinguate di selvaggina, e le partite di caccia con l’intervento di altezze reali erano di moda. I caporioni. della nuova plutocrazia possedettero panfili sui quali non navigavano per paura del mal di mare, scuderie da corsa alle quali poco si interessavano. Nuove ricchezze e nuove nobiltà si strusciarono accanto alle antiche, o soltanto alle vecchie, per trarne splendore e legittimità. E anche qui nozze che scambiarono i titoli nobiliari di un coniuge con titoli al portatore dell'altro. Le alleanze suggerite dalla opportunità. galvanizzavano in un tutto unico anche elementi eterogenei, né aristocratici né borghesi, accorsi alla stessa grandiosa fiera di vanità e illuminati dalla stessa parata di fuochi artificiali. Le feste della grande (o alta) società richiamavano ospiti occasionali e interventi fanatici da ogni parte d'Italia: come certi balli in casa Morosini, in casa Agnelli, in casa Giovanelli, in casa Raggio, in casa Florio. Negativamente storico rimase il famoso ballo “in bianco” dei Pecci Blunt (alla Marlia) proibito. all'ultimo momento per ragioni razziali (cosa nuova negli annali del ‘protocollo, dell’eleganza e del viver civile).
(Continua)

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Italia d’oggi, Edizioni de “Il libro italiano nel mondo” 1941, pp. 34-38
Giuseppe Bottai

La nuova scuola italiana

Armi in dotazione alla fanteria italiana durante la II guerra mondiale
Armi in dotazione alla fanteria italiana durante la II guerra mondiale
L’anno scolastico 1940-41 ha segnato l’inizio del passaggio dalla fase di studio e di esperienza a quella di realizzazione della “Carta della Scuola”. Con il 1940-41 ha avuto vita il primo corso della nuova Scuola Media Inferiore, che viene ad unificare e a ordinare, su di un piano organico, con unico programma, i vari corsi inferiori, sino a ieri esistenti, delle scuole medie.
Vasta la portata e complesse le conseguenze che deriveranno da questa riforma degli studi medi inferiori.
I 9-10 anni è l'età in cui avviene l’incontro, nelle classi inferiori delle scuole medie, del fanciullo con la cultura. Secondo i vecchi ordinamenti, questa era anche l’età in cui il fanciullo doveva decidere sulla carriera degli studi da intraprendere. E una decisione così importante, a quella età non può essere presa che alla cieca, ché ancora il fanciullo non può sentire in sé, né tanto meno dimostrare, spiccate attitudini. Assurdo, perciò, era imporre fino da quell’età una specializzazione negli studi, che disorientava la mente del ragazzo. Con il nuovo ordinamento, la scelta avviene a quattordici anni, quando ormai è possibile guardar più da vicino l’uomo di domani e si dispone di un maggior numero di elementi per giudicare della strada ch’egli dovrà percorrere negli studi. I tre anni di scuola media inferiore contribuiranno notevolmente alla formazione del giovanetto, allo sviluppo e alla manifestazione delle sue tendenze, ché in essi, continuazione, su di un piano più elevato, della scuola elementare, egli non sarà assillato da preoccupazioni di carriera professionale, ma si sentirà ancora alunno d’una scuola essenzialmente formativa, educativa.
Testimoniano, i programmi, l’originalità di questa scuola. Ci saranno in essa, ancora, con l’italiano, il latino e la matematica, ma non per ingombrare la mente di nozioni soffocanti, bensì per formare la solida base dell'uomo ora in germe. Si dovrà, quindi, scavare in profondità e colmare i vuoti così fatti con materiale solido, resistente, che consenta, nel prossimo domani, la costruzione completa, su queste fondamenta, dell’edificio.
Quest’opera costruttiva ed educativa troverà valido ausilio in una materia che si è voluta inserire nei programmi perché essenzialmente formativa: il disegno. Non già il disegno di contorni di foglie d’acanto, sterile esercitazione che nulla apporta alla formazione mentale del fanciullo, ma il disegno come prima costruzione dello spirito, che rende intuitive le pure forme della geometria, che aiuta lo studio della geografia, che affina il senso delle proporzioni, che fa gustare la precisione, l’ordine, la chiarezza: che, insomma, esprime il pensiero in forma grafica e fa parlare, come suol dirsi, con lo stesso linguaggio, poeti e pittori.
Bombe a mano in dotazione alla fanteria italiana durante la II guerra mondiale
Bombe a mano in dotazione alla fanteria italiana durante la II guerra mondiale
Sarà esclusa, invece, la lingua straniera. E questo perché non è consigliabile, didatticamente, sovraccaricare la mente del ragazzo, che sta iniziando faticosamente la composizione dei primi elementi della cultura nativa, con l’imposizione di regole grammaticali che non possono non disturbare, avvicinandole, quelle dell'italiano e del latino. Ci sarà tempo nei corsi superiori, quando ormai italiano e latino avranno gettato solide radici, e il loro possesso sarà più sicuro, di studiare una lingua straniera. Ma un’altra ancora sarà la caratteristica - la più importante, forse, come garanzia di sicuro e vigoroso funzionamento - di questa scuola; ogni classe non potrà, in nessun caso, superare i trenta alunni. E’ eliminato in tal modo, fin dall’inizio, quell’affollamento che si è mostrato così nocivo alla serietà degli studi, particolarmente di quelli classici, verso i quali si è orientata, negli ultimi tempi specialmente, la grande maggioranza dei giovani. Da anni tale affollamento era deprecato ed anche Ferdinando Martini e Giovanni Pascoli avevano levata la loro voce per deplorare l’eccessivo afflusso di giovani alle scuole classiche. Ma soltanto con la Carta Mussoliniana è stato possibile arrivare a sancire il principio, dettato, se non altro dal buon senso, che ogni classe non deve avere una popolazione scolastica superiore ai trenta alunni.
Nella nuova scuola media, dunque, l’incontro del fanciullo con la cultura sarà più facile, non nel senso che gli studi saranno più facili, ma perché per ordinamento, programma, ambienti, e per la stessa qualità della popolazione scolastica, la nuova scuola renderà più accessibile la cultura alla mente giovanile. Si farà essa stessa, la Scuola, mediatrice di questo incontro, che è decisivo per la vita dei giovanetti e ne illumina tutta la vita. Il processo di istituzione di questa scuola avverrà per gradi, anche per non disturbare il corso regolare degli studi di coloro che già hanno iniziato, nei decorsi anni, a frequentare le scuole medie. Nel 1940- 41, sarà aperta la prima classe, nel '41-42 la seconda, nel '42-43 la terza, e da allora, questa nuova scuola, voluta e ordinata secondo i principi fascisti, sarà completa in ogni sua parte e funzionerà in pieno.
Errerebbe, però, chi credesse che, in fondo, soltanto a questo, o poco più che a questo, si riduca la riforma scolastica della “Carta”. Essa, invece, incide ed investe tutti gli ordini di scuole, dall’elementare all’universitario. L'ordine medio è al centro della riforma, sia perché di questa la scuola media, più che ogni altra, sentiva il bisogno, sia perché è in essa che si forma la futura classe dirigente italiana. Aveva quindi carattere d’urgenza dare ai giovani che saranno domani chiamati ad assolvere importanti doveri nella società creata dal Fascismo, una scuola che rispondesse pienamente alle nuove esigenze imposte dal clima storico e imperiale in cui l’Italia oggi vive, opera, combatte.
Riforma dunque completa, che, pur non facendo astrazione da quella del '23, in una visione superiore e unitaria degli studi, crea lo spirito e gli istituti adatti alla educazione, secondo i principii fascisti, delle nuove generazioni.
Bombe a mano in dotazione alla fanteria italiana durante la II guerra mondiale
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Anche la Scuola Media Superiore risentirà, perciò, del nuovo ordine e, sovrattutto, del nuovo fine a cui gli studi si informano. Intanto, per il principio della selezione, uno dei fondamentali e, forse, il più rivoluzionario della “Carta”, ai Corsi Superiori non accederanno che i veramente meritevoli, quelli che, superando i tre anni della scuola media inferiore, avranno dato sicura prova di avere attitudine allo studio. In questo passaggio, inoltre, che avverrà per esami, a principio della selezione sarà applicato, come in tutti i passaggi da un grado all’altro, nel senso che i giovani proseguiranno quegli studi per i quali avranno dimostrato d’essere più versati. Non tutti, o quasi tutti, si butteranno, come fino ad oggi è avvenuto, al Liceo Classico. Questo sarà riservato a pochi, ai migliori fra i più meritevoli, soltanto a quelli che dimostreranno spiccatissime attitudini per questo genere di studi, che porta alle più alte vette del sapere, e che ravviva e perpetua l’alta tradizione della nostra cultura. Gli altri si avvieranno verso gli istituti professionali, oggi, purtroppo, meno ricercati, e dai quali dovranno uscire quei tecnici di cui l’Italia Imperiale e le nuove necessità della vita produttiva del Paese richiedono un numero sempre maggiore.
Si sfollerà in tal modo, automaticamente, il Liceo Classico, che tornerà ad essere scuola di alta cultura riservata ai più idonei, e prenderanno vigore e sviluppo il Liceo Scientifico, l’Istituto Magistrale e quello Tecnico nelle sue varie specializzazioni, che aprono la via a carriere professionali elevate e dignitose, se pur non altissime.
A fianco di queste, altre scuole funzioneranno per chi, pur non avendo la possibilità di percorrere tutti gli ordini degli studi, aspira alla conquista di un modesto posto nella vita, nella carriera impiegatizia. Quindi scuole di avviamento professionale di tre anni, seguite da altri due di tecnica, che rilascerà un modesto diploma, e, a fianco di queste, un’altra scuola di nuova istituzione, con carattere e fine ben determinati: l’Istituto Femminile triennale, seguito da due anni di Magistero Femminile, da cui usciranno giovinette con la cultura e la preparazione specifica adatte a governare la casa e ad insegnare nelle Scuole Materne.
Anche l’ordine universitario, se pur apparentemente è rimasto qual era, in effetti risentirà della riforma, in quanto la scienza non vi sarà più considerata come fine a se stessa, ma formatrice di quella educazione politica di cui in alto grado debbono essere dotati quegli uomini cui incombe, per la più alta cultura di cui sono in possesso, un più alto senso di responsabilità. Bandito l’intellettualismo, che astrae dalla vita dell'umanità, entreranno nella vita universitaria, a completare la formazione dell’uomo e del cittadino, e paralleli allo studio, l’addestramento ginnico-militare e la pratica del lavoro, che procedono ininterrottamente in tutti gli ordini di scuola, a partire da quello elementare.
Per quanto riguarda, poi, l’accesso all’Università - sempre in conseguenza dell’applicazione del principio selettivo - le Facoltà, anziché accettare o respingere senza criterio i giovani, ne regoleranno l’ammissione a seconda delle attitudini da essi già rivelate, del tipo di scuola media frequentata e, in parte, dell’esito di un apposito esame che saranno chiamati a sostenere.
Un particolare ordine a sé di studi la “Carta” prevede per l’insegnamento artistico, che assumerà una fisionomia ben definita e darà un sicuro indirizzo ai giovani che vorranno dedicarsi all’Arte, portando in tutte le Scuole Artistiche severa disciplina, spirito d’ordine e amore al lavoro. L’Accademia sarà il supremo istituto artistico e in essa, secondo la XX Dichiarazione della «Carta», si formeranno tecnicamente e spiritualmente i giovani che hanno attitudini alle arti della pittura e della scultura.
Bombe a mano in dotazione alla fanteria italiana durante la II guerra mondiale
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Ma gli istituti medi, superiori e universitari non avrebbero potuto risentire dell’applicazione dei principi della “Carta” se non fosse stata riformata anche quella scuola che è frequentata da tutta la massa dei fanciulli dai sei ai nove anni e alla fine della quale avviene la prima selezione per la scelta di coloro che per capacità, indipendentemente dal censo, proseguiranno gli studi: la scuola elementare. Per l’VIII Dichiarazione, essa non è più costituita da 5 anni di corso, ma, per chi prosegue gli studi da sette, e per gli altri a dieci. L'ordine elementare infatti, che si divide in quattro periodi, ha inizio con la scuola materna, che accoglie i bimbi ai quattro ai sei anni d’età per disciplinarne ed educarne le prime manifestazioni dell’intelligenza e del carattere. La scuola elementare vera e propria, che segue la materna, e che dà una prima concreta formazione del carattere, è triennale e va dal sesto al nono anno. Le succede la scuola del lavoro, biennale, dopo la quale i migliori, attraverso un esame d’ammissione, hanno accesso alla scuola media, e gli altri, senza esame, alla scuola artigiana, triennale.
Le novità, in quest’Ordine, sono portate dalla istituzione della Scuola Materna, da cui avrà inizio l’adempimento, da parte dei fanciulli, del servizio scolastico: della Scuola del Lavoro, in cui il ragazzo imparerà a dare un fine e un valore morale alla fatica umana; della Scuola Artigiana che, nata da un'esigenza politica e sociale e distinta in tipi secondo le caratteristiche locali, curerà la formazione ai ottimi artigiani, attaccati alla terra, al proprio ambiente naturale, al proprio lavoro, distraendoli da ogni miraggio verso la fabbrica e la città.
Questa, in fugace sintesi, la Scuola Italiana nel nuovo ordinamento della Carta Mussoliniana. Scuola Fascista e, quindi, rivoluzione di ogni principio o tendenza borghese. Scuola nata dalla Rivoluzione come “fondamento primo di solidarietà di tutte le forze sociali, dalla famiglia, alla Corporazione, al Partito” e che per la Rivoluzione opererà, formando la coscienza umana e politica delle nuove generazioni.
Giuseppe Bottai
Soldati italiani durante la II guerra mondiale
Soldati italiani durante la II guerra mondiale
Bibliografia sul “concetto mussoliniano dello Stato educatore”.

Mussolini Benito, Scritti e Discorsi di Benito Mussolini, Edizione definitiva. Milano, Hoepli, 1934. vol. XII.
Bibliografia essenziale sulla “Nuova Scuola Italiana”.
Agazzi A., Il lavoro dalla vita alla scuola, Brescia, La Scuola, 1940.
Agosti M., La Carta della scuola, Brescia, La Scuola, 1939.
Bottai Giuseppe, La Carta della Scuola, A. Mondadori, Milano 1939' I vol. in 8., pp. Xy, 322, con due grafici fuori testo.
Bottai Giuseppe, Die grundlegenden Ideen der Ilalieniscken Schulreform, Wien. Verlag Anton Schrott, 1939. pp. 17 - Abteilung fur Kulturwissenschaft des Kaiser Wilheim-Instituts in Palazzo Zuccari. Rom.
Bottai Giuseppe, La nuova scuola media. Sansoni, Firenze, 1941; II lavoro produttivo nella Carta della scuola, D'Anna, Messina, 1940.
Mazzeo a.. La Carta della scuola per l'ordine elementare, Milano, Ediz. educative, 1940.
Sgroi C., La nuova scuola fascista, Napoli, Politica nuova, 1939.
Sterpa Mimmo, La nuova Scuola Media, Ist. Naz.le di Cultura Fascista, Roma, 1940, I vol. pagg. 22, Studi di civiltà fascista, Serie V, n. 4.
Sterpa Mimmo, La Scuola in linea, con prefazione di Giuseppe Bottai, Firenze, Le Monnier, 1940, vol. in 16., pp. XV-322 (La Scuola Italiana, I). Volpicelli Luigi, Commento alla Carta della Scuola - Istituto Naz.le di Cultura Fascista, Roma, 1940, I vol. in 8., pp. 63 (Quaderni dell'Istituto Nazionale di Cultura Fascista, Serie X, n. I).

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