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Socialismo liberale/Liberalsocialismo
di Michele Donno
Di “liberalismo sociale” parlò già Hobhouse ne Il Liberalismo (1911). Esso consiste nell’estensione del principio di eguaglianza, sancito dal liberalismo politico nei rapporti giuridici e politici, anche alla sfera dei rapporti economici e sociali, favorendo, quindi, il passaggio da una democrazia politica a una democrazia sociale.
Per «socialismo liberale» si intende quel filone di socialismo non marxista che tende a dissociare il socialismo dal marxismo (già ai tempi di Marx si parlava di liberaler sozialismus). Si può ragionevolmente indicare in Gaetano Salvemini il precursore del moderno “socialismo liberale”, essendosi egli posto per primo il problema del nesso fra democrazia e socialismo, non solo come studioso di Mazzini e Cattaneo ma anche nella sua attività politica, caratterizzata da un rapporto “difficile” con il socialismo italiano già a partire dai primi anni del Novecento, quando Salvemini, che si professava “riformista rivoluzionario”, denunciò le degenerazioni corporative del riformismo.
Nella biografia di Salvemini vi è una fase estremamente interessante, e per lo più sottovalutata, in cui Salvemini riflette sulla crisi dello Stato liberale e sulla ricostruzione su nuove basi dello Stato,orientandosi verso la definizione di un “socialismo liberale”. Egli dedicò, infatti, nel 1920, due importanti “postille” ai rapporti tra socialismo e liberalismo; nel primo di questi scritti Salvemini, che pure aveva combattuto durante il primo ventennio del Novecento un’accanita battaglia liberista, procedette alla dissociazione del liberalismo politico dal liberalismo economico, operazione quest’ultima che qualche anno dopo Benedetto Croce avrebbe compiuto sul versante liberale. Salvemini era ben cosciente di avere di fronte non più un regime di libera concorrenza ma la trasformazione in senso monopolistico del capitalismo. Non credeva, tuttavia, ad una crisi catastrofica del sistema capitalista ma all’urgenza di una sua “riforma” a opera del movimento operaio, inteso come “movimento economico e politico delle classi lavoratrici” e diretto non solo al miglioramento delle loro condizioni materiali ma alla trasformazione dei rapporti di produzione. Salvemini - come più tardi farà Carlo Rosselli – nell’altro dei due scritti, pur postulando il superamento del marxismo come filosofia della storia e dottrina economica, si rifà a Marx come “teorico del movimento operaio e della lotta di classe”: la prassi del movimento operaio era la “rivoluzione in atto”. Salvemini, quindi, condivise l’impostazione del discorso di Filippo Turati Rifare l’Italia (1920), e cioè l’urgenza che i socialisti andassero al potere “non per attuare il socialismo ma per salvare la democrazia.
Socialisme liberal era, però, in vendita a Parigi ancora nel 1938 e se non ebbe una larga diffusione in Italia per effetto della censura, esso fu conosciuto nell’ambiente dei fuoriusciti e degli esponenti di Giustizia e Libertà in Italia; basti pensare alla citazione che ne fece Carlo Levi nel suo saggio su Gobetti e a Leone Ginzburg. Anche Croce ne ebbe conoscenza. Del resto le elaborazioni precedenti di Rosselli, e in particolare i suoi articoli sul concetto di “liberalismo socialista”, comparsi nel 1924 su Critica Sociale e su Rivoluzione Liberale, non potevano essere sconosciuti, così come anche i suoi articoli su Quarto Stato. Una divulgazione del nucleo centrale delle teorie rosselliane venne poi largamente operata dal periodico clandestino Giustizia e Libertà. Nel suo saggio Socialismo liberale, Rosselli si domanda cosa sia il liberalismo. Nel dare una risposta a questa domanda - secondo Rosselli - si deve ricorrere a un’analisi storica. Dopo il tramonto dell’assolutismo, era possibile per tutti definirsi liberali e vi era un minimo denominatore comune rappresentato dalla tutela delle libertà di culto, di pensiero, di associazione, di stampa e dal fondamento del potere sulla volontà del popolo, espressa attraverso il meccanismo rappresentativo. Ma vi sono interpretazioni diverse nell’esercizio di queste libertà. Tutto il conflitto si sviluppa fra i seguaci del “sistema” e del “metodo” liberali. Per “sistema” si possono intendere lo stato moderno o il sistema capitalistico borghese; per “metodo” liberale, Rosselli riteneva che esso consistesse nella “premessa fondamentale che la libera persuasione del maggior numero è il miglior mezzo per raggiungere la verità”. Il metodo liberale deve essere considerato il “minimo comune denominatore di civiltà”; si tratta di un sistema di regole che garantiscono la pacifica convivenza dei cittadini e delle classi ed umanizzano la lotta politica, permettendo l’alternativa al potere dei vari partiti e classi, “incanalando nella legalità le forze progressiste”.
Il passaggio cruciale di questa acquisizione del “metodo liberale”, come accettazione di regole e di valori, è, quindi, il “rifiuto della violenza”, non solo nel momento precedente alla conquista del potere ma anche successivamente. Si tratta di abbandonare l’idea della rivoluzione come “atto insurrezionale”, ma anche della violenza come mezzo per governare il processo di transizione. Rosselli ribadisce quanto ormai è assunto come un dato comune della teoria gradualistica e riformistica e cioè “che non si possa giungere al socialismo improvvisamente, con un colpo solo”. Il metodo democratico deve garantire questo passaggio al socialismo e presiedere all’organizzazione di una società socialista, poiché anche quest’ultima deve vivere sul consenso. Ma il rifiuto della violenza non significa rinuncia al «diritto alla resistenza», nel momento in cui la violenza sia esercitata nei confronti della maggioranza, come nel caso del fascismo.
Rosselli affronta, poi, il problema della compatibilità tra socialismo e liberalismo, affermando che al pari del liberalismo il socialismo è una aspirazione e una “fede”, non una costruzione chiusa e dogmatica; è una concezione sempre perfettibile e superabile. Rosselli, sempre in polemica con Bauer, parlava di “socialismo dei liberali”, dicendosi convinto che l’abito mentale di un socialista non è dogmatico: “io non credo - scriveva Rosselli - alla dimostrazione scientifica del socialismo, non credo di possedere la verità assoluta, non intendo chinare la fronte davanti a dogmi. Sono socialista per un insieme di principi, di esperienze, per la convinzione tratta dallo studio dell’evoluzione dell’ambiente in cui vivo” [Rosselli 1924].
Autonomia della classe operaia, autoconquista e autocoscienza, penetrazione dei valori del socialismo nello stato liberale sono, dunque, i caratteri di questo socialismo «nuovo» che deve riformarsi facendo propri i valori del liberalismo. Al suo apparire, Socialismo liberale venne giudicato negativamente, non solo dai comunisti ma anche da esponenti socialisti italiani. Giuseppe Saragat, intervenendo nel dibattito,riconosceva al libro dell’amico e compagno “il rigore della deduzione e la sicurezza dell’informazione” [Saragat 1931], ma criticava lo sforzo dell’autore di costruire un socialismo su basi non marxiste e lo accusava di cadere in realtà nell’antimarxismo seguendo il percorso compiuto da socialisti come Karl Renner, l’ex cancelliere austriaco dell’immediato dopoguerra, e il belga Henri De Man, che proprio in quegli anni, con il suo libro Psicologia del socialismo del 1927, aveva cercato di smentire lo stesso Marx, sostenendo che il capitalismo non fosse prossimo alla fine.
Saragat, quindi, criticò la tesi centrale del saggio di Rosselli costituita dall’opposizione tra marxismo e libertà. E proprio su questo tema, Saragat si era impegnato ad elaborare una riflessione più compiuta: tra il 1927 e il 1928 aveva scritto un saggio, pubblicato a Marsiglia nel febbraio 1929 e intitolato Marxismo e democrazia (nel 1936, pubblicherà L’umanesimo marxista). Democrazia e lotta di classe rappresentavano per Saragat due momenti nello sviluppo delle libertà: il primo era la premessa ideale del secondo, premessa che sarebbe da quest’ultimo stata superata “al modo con cui le sintesi dialetti che superano i termini antagonistici e cioè non con la loro distruzione ma con la loro incorporazione ad un grado più alto […] La lotta di classe è una lotta democratica, democratica perché è liberatrice,democratica perché è rivoluzionaria” [Spertia (G. Saragat) 1929]. La condizione centrale nella lotta di classe era il suo libero sviluppo, garantito più che dalla prevalenza numerica in un regime democratico,dal fatto stesso della democrazia. Il compito specifico del proletariato era, dunque, secondo Saragat, la conquista della democrazia tout-court.
Tra coloro che contribuirono alla prima formulazione di un programma liberalsocialista vi furono, tra gli altri, Guido Calogero, Tommaso Fiore, Piero Calamandrei e Leone Ginsburg, tutti coinvolti, in modo diverso, nel dibattito che aveva preceduto e seguito Socialismo liberale e che in momenti diversi avevano avuto contatti con Rosselli. Nel primo Manifesto del liberalsocialismo non vi è nessuna polemica né con il socialismo liberale né con Benedetto Croce; vi è, invece, un tentativo di conciliazione del liberalismo con il socialismo: a fondamento del liberalsocialismo vi è il concetto della sostanziale unità e identità della ragione ideale, che sorregge e giustifica tanto il socialismo nella sua esigenza di giustizia quanto il liberalismo nella sua esigenza di libertà. Queste ragioni ideali coincidono con lo stesso principio etico. Nella premessa del Manifesto si respinge energicamente la tesi della inconciliabilità tra liberalismo e socialismo - inconciliabilità che Croce affermerà solo più tardi - e si afferma il legame fra i valori etico-politici delle due tradizioni, pur non negando l’esistenza di un liberalismo che non si accorda con il socialismo e di un socialismo che non si accorda con il liberalismo. Nel Manifesto si opera, da parte dei liberalsocialisti, una critica dell’ “individualismo (il liberalismo ingenuo)” e del “liberalismo antiquato e conservatore” e nello stesso tempo si esprime una condanna molto più forte e circostanziata del socialismo “marxistico e autoritario”, che vede “nella dittatura del proletariato la condizione delle future libertà” e crede “che l’ideale della giustizia sociale debba essere dedotto dalla scienza dell’economia”; affermazioni queste ultime che dovrebbero avvicinarsi alle posizioni di Croce nel suo Etica e politica.
Vi è poi un accenno implicito ma sostanzialmente favorevole al “socialismo liberale”, “questo socialismo, fondato sulla libertà è radicato nella più profonda aspirazione morale dell’uomo, quel liberalismo assetato di giustizia e deciso a non contentarsi di libertà che possono essere irrise come vuote, convergono e coincidono nel liberal-socialismo” [Calogero 1945, p. 64]. Vi è perciò, in questo momento, coincidenza e convergenza tra socialismo liberale e liberalismo sociale.
Da Croce derivò successivamente la separazione tra liberismo e liberalismo, ma anche l’accettazione dell’”economia mista” e della critica al “taylorismo”, presente nel socialismo di De Man e soprattutto nel volume intitolato Gioia del lavoro - fatto conoscere da Croce e che aveva influenzato sia Rosselli che Gramsci. A partire dal 1941, Croce procedette a una confutazione del “liberalsocialismo” e più tardi del “socialismo liberale” e anche del “liberalismo sociale”, in nome di un “liberalismo assoluto”. Eppure egli, che aveva decretato la “morte del marxismo”, aveva guardato con simpatia all’emergere nel socialismo italiano ed europeo di una corrente di revisione in senso liberale del socialismo. È, infatti, a partire dal 1925, quando cioè si profila in Europa il pericolo totalitario, l’emergere del fascismo-regime e della degenerazione autoritaria del comunismo sovietico, che Croce è disposto a incoraggiare l’evoluzione democratica del liberalismo e a dedicare attenzione a quei filoni del socialismo non marxistico che facevano propri i valori del «sistema» e del «metodo» liberale. Nel suo Liberismo e liberalismo ritiene conciliabile un sistema politico liberale con riforme e istituzioni economiche derivanti da una concezione socialista; negli scritti di quel periodo, tuttavia, non vi è alcun riferimento al pensiero di Rosselli.
Una decisa condanna, tuttavia, venne, poi, indirettamente nel momento costituente del Movimento liberalsocialista e infine, in via diretta ed esplicita, con la nascita del Partito d’azione. Le obiezioni che Croce muoveva al “socialismo liberale” - o “liberalsocialismo” - erano di carattere politico e filosofico. Egli temeva che si ingenerasse una confusione tra socialismo e liberalismo e soprattutto che si venisse a ricostituire in Italia un movimento socialista, che nei suoi rapporti incerti e alterni con il liberalismo,avrebbe ripetuto gli stessi errori, le compromissioni e le inconcludenze che furono “non ultima cagione della crisi accaduta in Italia” con l’avvento del fascismo. Croce temeva, inoltre, che il prevalere nel Partito d’azione di un programma socialista, che consisteva nella «proclamazione di una rivoluzione sociale»,avrebbe portato a una nuova dittatura, dichiarando, quindi, inconciliabile il liberalismo con il socialismo. La condanna diretta al “socialismo liberale” si ebbe, infatti, con la recensione al libro di Aldo Garosci (Vita di Carlo Rosselli, 1946). 
De Ruggiero, dal canto suo, sosteneva che il marxismo fosse intellettualmente errato e che, soprattutto,fosse privo di fondamento il concetto di lotta di classe. Egli, infatti, negava l’esistenza delle classi,convinto dell’impossibilità di dimostrare la validità della divisione per classi della società, sostenendo che il liberalismo non fosse la dottrina politica di una classe sociale contrapposta ad un’altra. Nel liberalismo,invece, si confrontavano tutte le forze sociali, e in questo confronto si realizzava la società liberale. Queste sue posizioni lo distanziavano da Gobetti, il quale, invece, sosteneva che proprio l’organizzazione di classe e il movimento operaio avrebbero dovuto dare la spinta propulsiva al movimento liberale.
Numerosi testi di De Ruggiero sottolineano la validità liberale della battaglia socialista, come momento di organizzazione e sviluppo di energie nuove nella società; per questa ragione, secondo De Ruggiero, le forze liberali avrebbero compiuto un grande errore nell’avversare il socialismo, diventando in questo modo strumento di contrapposti interessi di categoria. Negli anni cruciali per l’affermarsi del regime fascista, molti liberali appoggiarono il fascismo e De Ruggiero denunciò fortemente il pericolo che per il liberalismo rappresentava l’identificarsi con le posizioni di classe; il filosofo liberale, quindi, prese le distanze dal liberalismo ufficiale, a tal punto che arrivò a sperare nel fallimento dei partiti liberali e democratici ufficiali, denunciando come in quella difficile fase della storia italiana vi fosse più carica liberale nel movimento socialista e in quello cattolico, che non in quegli esponenti dell’Italia liberale schierati al fianco del regime fascista.
De Ruggiero sosteneva un liberalismo capace di condividere con il socialismo democratico una battaglia comune per il progresso sociale e la difesa delle libertà nell’interesse generale. Questa convinzione, in conclusione, portò gli esponenti del liberalismo democratico ad allontanarsi dalle altre forze liberali e da buona parte dello schieramento cattolico.
Questo severo giudizio sul socialismo, che potrebbe dare una connotazione conservatrice al pensiero politico di Omodeo, si collega però a una rilettura del pensiero sociale di Mazzini e ad una riflessione in senso democratico del liberalismo. Omodeo, come De Ruggiero, non rinnega la lezione crociana sia di Etica e politica che di Liberismo e liberalismo. Omodeo non trova in realtà contraddizione tra il liberalismo “radicale” di Croce e la concezione della “libertà liberatrice” o espansiva, o se si vuole di “liberalismo sociale”, che lo accomuna a De Ruggiero.
Come De Ruggiero, anche Omodeo critica la teoria liberalsocialista di Calogero. Nella critica al “liberalsocialismo” e al “socialismo liberale”, Omodeo si rifà alla religione della libertà di Croce affermando il “congiungimento radicale della libertà politica con la libertà morale, della libertà come principio dinamico”. Per Omodeo, la libertà è indipendente da ogni contenuto economico, liberalistico o marxistico. La libertà si regge espandendo la comunità dei liberi, concetto questo che gli derivava da Mazzini. La libertà è liberatrice e la liberazione diviene essa stessa generatrice di giustizia.
Omodeo invocava un rinnovato mazzinianesimo, liberato da ogni elemento mitico e da ogni visionaria concezione palingenetica e proponeva un programma di riforme - lotta ai monopoli, eliminazione delle differenze sociali, allargamento del ceto politico, linguaggio comune, rapporto con le masse. Ciò potrebbe apparire come un programma socialista ma Omodeo riduce il socialismo a materialismo storico e non dà nessun credito alla revisione “liberale” del socialismo, con ciò criticando fortemente le teorie rosselliane.
Bibliografia
Calogero G., Primo Manifesto del Liberalsocialismo, Roma 21 aprile 1940, in Id., Difesa del Liberalsocialismo, Atlantica, Roma 1945; Id., Ricordi del movimento liberalsocialista, in Mercurio, 1ottobre 1944; Croce B., Einaudi L., Liberismo e liberalismo, a cura di P. Solari, Ricciardi, Napoli 1957; DeRuggiero G., Storia del liberalismo europeo, Laterza, Bari 1925; Delle Piane M., Rapporti fra socialismo liberale e liberalsocialismo, in Aa.Vv., Giustizia e Libertà nella lotta antifascista e nella storia d’Italia, Nuova Italia, Firenze 1978; Hobhouse T., Liberalismo (1911), Sansoni, Firenze 1973; Omodeo A., L’età del Risorgimento italiano (1931), Principato, Milano 1996; Rosselli C., Socialismo liberale (1930), a curadi A. Garosci, Edizioni U, Roma-Firenze-Milano 1945; Id., Liberalismo socialista e socialismo liberale, acura di N. Terracciano, Galzerano, Casalvelino Scalo 1992; Salvemini G., Che fare? Postilla, in L’Unità,19 agosto 1920, ora in Id., Scritti vari (1900-1957), a cura di G. Agosti e A. Galante Garrone, Feltrinelli,Milano 1978; Id., Liberalismo e socialismo. Postilla, in «L’Unità», 14 ottobre 1920, ora in Id. Scritti vari(1900-1957), a cura di G. Agosti, A. Galante Garrone, Feltrinelli, Milano 1978; Saragat G., Rosselli e il socialismo liberale, in Avanti!, 10 gennaio 1931, ora in Quaranta anni di lotta per la democrazia, Mursia, Milano 1966; Spertia [G. Saragat], Democrazia e lotta di classe, in Rinascita socialista, 15ottobre 1929; Tranfaglia N., Liberalsocialismo, in Aa.Vv., Dizionario di politica, Einaudi, Torino 1983;Valiani L., Il Liberalsocialismo, in Rivista storica italiana 1, 1969.
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XI - La solitudine di Berlinguer
In quella direzione noi spingevamo da sempre. Ugo La Malfa era stato antesignano della politica del rigore come condizione dello sviluppo e fin dalla famosa “nota aggiuntiva” redatta da ministro del Bilancio e della Programmazione nel 1962 ne aveva indicato le direttrici. Rigore e sviluppo, moderazione salariale e pieno impiego, risanamento dei conti dello Stato e riscatto del Mezzogiomo, erano stati i capisaldi del programma liberal-democratico per vent’anni: purtroppo attuati in minima parte e poi completamente travolti sotto l’alluvione clientelare e assistenziale degli anni Settanta-Ottanta.
Nel ’77, mentre la crisi economica e il tasso d’inflazione avevano toccato uno dei punti di culmine, Luciano Lama dette un’intervista a Repubblica che segnò una svolta nel movimento sindacale. L’intervista era maturata dopo parecchi incontri che avevo avuto con lui e lunghe discussioni serali durante le quali ci eravamo parlati come si discute tra vecchi amici, senza prudenze né diplomazie. Sicché quando Luciano Lama infine m
Lo sapevo, ma non l’immaginavo neppur io così radicalmente autocritico e nuovo rispetto alla politica fin lì seguita dal movimento sindacale. Parlò per oltre un’ora senza bisogno né di domande né di sollecitazioni. Uno dopo l’altro mise in discussione tutti gli elementi sui quali il sindacato aveva costruito la sua strategia a partire dal famoso “autunno caldo” del ’69, a cominciare dal “salario come variabile indipendente” e dalla rigidità nell’uso della forza-lavoro. Rivendicò però con orgoglio la battaglia che il movimento aveva vinto per la conquista dei diritti civili nelle fabbriche contro l’oscurantismo del patronato e ricordo che senza il contributo della classe operaia e delle sue rappresentanze politiche e sindacali non era pensabile consolidare la democrazia italiana. Concluse indicando una piattaforma di austerità salariale, di mobilità dei lavoratori e di revisione dello Stato sociale come premesse necessarie per risolvere le due grandi questioni d’Italia: il Mezzogiorno e la disoccupazione.
Fece molta sensazione, quell’intervista, sopratutto nelle grandi fabbriche perché la “base” – o meglio i quadri intermedi del sindacato che venivano tutti dall’esperienza dei Consigli di fabbrica - non si aspettavano un’inversione di rotta cosi brusca e non erano preparati ad accettarla. Seppi che in molti luoghi di lavoro gli operai pensarono che l’intervistatore avesse fatto dire a Lama cose che egli non pensava: o cosi gli fu fatto credere dai quadri del sindacato. Ma Lama, molto lealmente, s’incaricò di smentire personalmente quelle dicerie e rivendicò l’autenticità del suo pensiero.
Accoglienza altrettanto fredda ci fu nel Pci, sebbene proprio nello stesso arco di tempo Berlinguer avesse lanciato anche lui il tema dell’austerità come piattaforma ufficiale del partito. Ma la sua era un’austerità di tipo alquanto diverso da quella di Lama e partiva dalla questione morale più che da un’analisi attenta delle strutture economiche.
Giorgione - come lo chiamavano affettuosamente nel partito - aveva molti rimproveri da muovere al sindacato, ma sopratutto al suo Pci, che avrebbe voluto molto più libero e autocritico all’interno e assai più rigoroso nei confronti del “sindacalese”. Aveva fretta di novità, Giorgio Amendola, temeva che il tempo mancasse, che il ritardo per la sinistra operaia diventasse incolmabile. E lo diceva, instancabilmente, nei comizi, negli articoli, nelle interviste, in direzione, agli amici.
Lama, Berlinguer, Amendola, tra il ’77 e il ’79, portarono avanti da posizioni diverse ma certo non contrapposte un tema essenziale: quello d’una classe operaia che assume su di sé i sacrifici necessari per rimettere in corsa lo sviluppo inceppato e che rivendica, in forza di quei sacrifici, un ruolo di direzione politica e di “egemonia”. Ma quel discorso non fu capito né dentro né fuori dal Pci.
Fuori, i possibili interlocutori politici e imprenditoriali fecero i sordi, con qualche rara eccezione, tra le quali merita di essere segnalata quella di Carlo De Benedetti. Dentro al partito il dibattito sconfinò presto verso i “massimi sistemi”, mentre il gruppo dirigente si arenava giorno dopo giorno nelle sabbie mobili andreottiane dei tatticismi e dei compromessi parlamentari.
Ad indicare una via chiara, un ruolo costruttivo e una sponda cui approdare per una nuova politica di alleanze democratiche, rimasero La Malfa e il gruppo liberal-democratico del quale noi eravamo l’espressione più esplicita. Ma era poco per stimolare efficacemente il Pci ad uscire da mezzo il guado.
Poi vennero meno a breve distanza l’uno dall’altro sia La Malfa che Amendola e tutto diventò ancor più difficile.
Le elezioni politiche del ‘79 furono per il Pci un risveglio penosissimo, ma forse, a giudicare oggi, i risultati furono meno gravi di quanto la crisi d’identità del partito facesse presumere. La conversione repentina di Berlinguer dal compromesso storico all’alternativa servì probabilmente a salvare il grosso della forza elettorale e a rinviare ancora di qualche anno l’ora della resa dei conti del Pci con se stesso; ma l’esercito comunista era ormai in ritirata e la sola preoccupazione del suo leader era di non trasformare quella ritirata in una rotta disordinata.
Incontrai Berlinguer per due volte nelle settimane che seguirono alle elezioni, una sera in casa di Tatò e, pochi giorni dopo, in casa mia. E fui colpito sopratutto dalla solitudine politica di quell’uomo. Forse per responsabilità sua o perché tra lui e gli altri dirigenti del partito s’erano creati diaframmii psicologici o perché la sua solitudine non era una questione individuale ma rifletteva una situazione politica di tutto il Pci: non so dire, ma sta di fatto che ebbi la sensazione fisica d’aver dinanzi non già il potente segretario del maggior partito comunista d’Occidente, temuto fuori e adorato dentro la sua fortezza, bensì un uomo che vede lucidamente allontanarsi la riva sulla quale aveva sperato di poter sbarcare in forze e a bandiere spiegate con tutta la sua gente, vede la corrente rinforzarsi e portarlo lontano, verso terre ignote e comunque non visibili e non segnate sulle carte della sua geografia.
Era abbastanza disperato il Berlinguer che vidi in quei giorni. Ma anche molto determinato su ciò che ora doveva fare. Nel primo incontro aveva con sé un appunto sulle perdite elettorali subite dal partito e me lo mostrò. - Vedi, mi disse, abbiamo perduto nei quartieri operai e popolari delle grandi città, non in quelli borghesi. Quella parte di ceto medio che ci era venuta incontro è rimasta con noi, ma sono gli operai che ci hanno punito. Dobbiamo capire perché e dobbiamo recuperare quei voti. Ogni altro discorso ora viene dopo -. E mi indicava i magri risultati dei comuni torinesi di cintura, delle borgate romane, di Sesto San Giovanni, delle periferie industriali di tutt’Italia.
- E. per che cosa, allora? - gli chiesi, per fare la rivoluzione? Enrico, tu ci credi ancora alla rivoluzione?
Seguì una lunga conversazione, di quelle che significano tante cose e nulla affatto. Lui diceva che sì, la rivoluzione era tutta da fare e bisognava farla. Ma quale, domandavo io. E lui tornava sulla questione morale e sulle istituzioni occupate e inquinate dalle lobbies, sulla democrazia bloccata, sui comunisti relegati nel ghetto della discriminazione, sulla loro orgogliosa e insopprimibile “diversità”, ultima speranza di risanamento d’una democrazia debole e manovrata dai poteri paralleli e dai contropoteri criminali, a cominciare da mafia e camorra. - Non è una rivoluzione, questa? - mi disse con quei suoi occhi dolci e tristi, disegnati all’ingiù come quelli d’un Pierrot.
In verità vagheggiava ancora d’una classe operaia che, come la descriveva, non c’era più, ammesso che ci fosse mai stata, La sua gente non somigliava al ritratto che ne faceva, anche se probabilmente sentiva quelle urgenze in modo più acuto di altri gruppi sociali e di altre aggregazioni politiche. Lui era sicutamente un “diverso” dall’Italiano di Alberto Sordi. Un “diverso” che ispirava una grande simpatia, un grande rispetto - almeno a me – ma a quel punto sicuramente un perdente proprio in ragione della sua diversità cui non voleva, non poteva e non sapeva rinunciare.
Enrico Berlinguer ha fatto compiere al Pci molti e importanti passi avanti verso il rinnovamento, ma su un punto non ha ceduto neppure un pollice di terreno: quello della “diversità” come un bene in sé in un mondo di furbi e d’ipocriti. Non so dire se, da un punto di vista politico, sia stato un bene o un male inchiodare il Pci alla sua diversità, come lui l’ha certamente inchiodato. Sicuramente è stata una battaglia di retroguardia che lo ha visto sempre più solo e - per quanto mi pare d’avere capito - sempre più disperato. Sicché non poteva che morire come è morto, arringando la sua gente e regalando al partito, in uno sforzo estremo, un paio di punti in percentuale per il solo fatto d'esser morto in quel modo.
Era naturale che fosse Sandro Pertini ad andar a prendere quella salma. E chi ci doveva andare se non il vecchio Presidente, così lontano dalle introversioni e dalle timidezze berlingueriane, ma anche lui così diverso da quegli stessi italiani che per sette anni ne hanno fatto un simbolo benemerito?
Ed era altrettanto naturale che mentre declinava il Berlinguer superstar che aveva dominato il firmamento politico tra il ‘73 e il ’76, sorgesse all’orizzonte la stella di Bettino Craxi. Con quella nuova stella noi abbiamo dovuto fare i conti, e sono stati conti molto difficili.
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IX-La rivoluzione dei cafoni



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https://www.corriere.it/opinioni/18_novembre_07/nostra-fragile-demo
La nostra fragile democrazia
Giuliano Amato
L’articolo di Giuliano Amato è una introduzione ai Dialoghi sul trend illiberale organizzati a Milano da Reset, la rivista web diretta da Giancarlo Bosetti, insieme alla Fondazione Zampa e all’Università Statale di Milano, dove (Scienze politiche in via del Conservatorio 7) si terranno i seminari e gli incontri pubblici. Il primo di questi, domani pomeriggio alle 18, con Yascha Mounk e Giuliano Amato è dedicato alla “fragilità della democrazia”.
Soltanto ora, forse, riusciamo a capire quanto dobbiamo ai partiti politici, a quello straordinario animale che venne creato tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, capace di un metabolismo che unificava preferenze individuali e di gruppo fortemente diversificate e le riconduceva, attraverso paradigmi ideologici condivisi, a visioni e aspettative comuni.
Anche nel secondo dopoguerra questa macchina funzionava senza incepparsi, sino a quando, da una parte, le ideologie comuni hanno continuato a fare da elemento unificatore e, dall’altra, abbiamo goduto di una prosperità economica che riusciva a soddisfare domande diverse e costose. La situazione ha iniziato a precipitare quando i bilanci sono diventati meno capienti e le ideologie hanno cessato di essere persuasive. La grande arma che aveva avuto, per esempio, in Italia il Partito comunista e che era quella di tenere la disciplina nel presente in nome di una grande promessa nel futuro, non ha funzionato più. È entrato in campo, e in modo incontrastato, il presente e in condizioni economiche peggiori, rendendo più frammentate le istituzioni democratiche. È cominciata così la prima fase di crisi della democrazia, minata proprio dalla sua incapacità decisionale: i regimi autoritari, al contrario, riescono a tenere insieme la società, hanno una capacità decisionale che la democrazia sta perdendo.
Così, però, le democrazie diventano ancora più malate: lo erano prima perché non avevano più una maggioranza, lo sono ancora di più ora perché una maggioranza si crea, ma non per rafforzare i principi democratici, bensì per metterli in dubbio o negarli. In tutti i casi in cui si manifesta la tendenza illiberale si regge su un fattore identitario che dà al sentimento nazionale una accezione vicina al vecchio nazionalismo esclusivo e ostile, che fa leva sul dato etnico. In Italia, salvo il breve periodo dell’impero coloniale e delle leggi antiebraiche, siamo stati sempre orgogliosi di una accezione culturale e non etnica del concetto di “nazione”, perché espressione di decine di etnie diverse che si sono integrate in questa penisola. Al contrario, oggi si sta tornando a una connotazione etnica e insieme religiosa della Nazione. L’idea che sia democratico ciò che esprime la maggioranza e, al tempo stesso, la maggioranza abbia una connotazione etnico-religiosa omogenea che come tale si contrappone a tutto il resto, può generare solo conflitto e autoritarismo.
Si può “addomesticare il nazionalismo”, come propone Mounk, e come? Le modalità non sono solo istituzionali: è necessario lavorare sulle culture collettive con politiche culturali che affrontino il problema dell’incontro-scontro tra gruppi appartenenti a religioni diverse e aventi provenienze etniche differenti. Non è vero, come vuole talvolta un certo superficiale schematismo della sinistra, che i diversi messi insieme si arricchiscano a vicenda senza mediazioni, che ci sia una automatica cross-fertilization. Anche la psicanalisi ci dice il contrario, che lo sconosciuto è fonte di paura. Certamente, le democrazie occidentali hanno la responsabilità di difendere alcuni valori ai quali attribuiscono valenza universale: questo significa, per esempio, prendere atto che la uguale dignità non riguarda soltanto i capi famiglia maschi, ma ciascun componente della famiglia e questo si dovrebbe imparare ancora prima della lingua. Ma, dalla nostra parte, dobbiamo anche arrivare ad accettare odori, rumori, abitudini, riti a cui tendenzialmente non siamo abituati e accorgerci che i nostri vicini sono diversi, ma un adattamento reciproco è possibile.
Conta però, non di meno, ridare prospettive a tutti di miglioramento delle condizioni di vita. E ricreare attorno al lavoro e attraverso il lavoro una scala mobile che si è fermata. Non dimentichiamo che in un Paese come l’Italia, sino a dieci anni fa, entravano annualmente, sulla base di domande di lavoro provenienti dalle imprese e dalle famiglie, 170 mila, anche 200 mila immigrati l’anno, ben di più degli irregolari entrati dopo. Ma di loro non si accorgeva nessuno perché andavano a riempire una domanda di lavoro. È stata la convergenza tra la crisi economica e l’immigrazione clandestina a darci la sensazione di una invasione che non c’è.
C’è il rischio che questa torsione autoritaria e illiberale della democrazia si consolidi e non si riesca a fermarla in tempo utile? Oggi è un rischio che corriamo, rafforzato - va aggiunto - da una informazione ormai inquinata, agitatrice, estrema essa stessa nell’amplificare i motivi di contrapposizione e di ostilità. Lo corriamo in Paesi diversi, ma non è detto che la risposta sia eguale per tutti, giacché non è eguale per tutti la forza dei contrappesi e degli antidoti. La storia, poi, non è determinista. Ci può sempre fare delle sorprese, buone o cattive; così come noi, se vogliamo e ne siamo capaci, possiamo fare delle sorprese a lei.
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Gaetano Salvemini, Le origini del Fascismo in Italia (Lezioni di Harvard), a cura di Roberto Vivarelli, RCS 2022
Cap. XI - L’Italia nel giugno 1919
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Osservazioni al capitolo undicesimo
I
Sta di fatto che in Inghilterra, ai primi di giugno, i poliziotti di Londra, Liverpool, Birmingham, Manchester e di altre importanti città, minacciarono uno sciopero per ottenere non soltanto un aumento di stipendio, ma anche il diritto di formare un sindacato e di aderire a scioperi di solidarietà con tutti gli altri sindacati. A Londra 20.000 poliziotti marciarono su Hyde Park, e alla dimostrazione si unirono 100.000 persone; gli oratori attaccarono il ministero e dichiararono che le votazioni ufficiali sulla questione dello sciopero avevano dato come risultato 44.539 voti a favore e 4.324 contrari, ma lo sciopero fu rinviato a dopo la firma della pace. A Plymouth l’8 giugno, 1.500 soldati si rifiutarono di salire sul treno che doveva portarli ad un Campo di isolamento, e le autorità dovettero sottomettersi. A Liverpool, Cardiff e in altre città il 12 e 13 giugno si ebbero violenti combattimenti tra i lavoratori negri e la popolazione; vi furono morti e feriti; alcune case vennero prese a sassate, incendiate e saccheggiate. Il 16 giugno, alcuni soldati rivoltosi devastarono un Campo militare, saccheggiarono la mensa ufficiali e i negozi, portaron via le casseforti e altri valori, tentaron di dar fuoco a una banca e a due altri edifici, e distrussero un teatro della capacità di 2.000 posti. In luglio, in seguito a uno sciopero nello Yorkshire, 200.000 minatori si astennero dal lavoro, e vi furono sei miniere inondate e diciassette che corsero il rischio di un disastro analogo. In agosto, i poliziotti di Londra e di Liverpool tentarono uno sciopero, che pero fallì. A Liverpool, circa 150 negozi furono saccheggiati, i soldati che prestavano servizio d’ordine furono presi a sassate, e si ebbero molti feriti; a Londra scioperarono gli addetti alla ferrovia sotterranea e gli spazzini; molte città corsero il rischio di rimanere senza pane a causa di uno sciopero dei fornai.
In Svizzera, a Basilea e a Zurigo, in agosto vi fu uno sciopero generale contro l’alto costo della vita, al quale parteciparono anche i dipendenti pubblici; a Basilea durante i disordini vi furono cinque morti.
In Francia, ai primi di giugno, erano in sciopero 500.000 lavoratori, di cui 200.000 metallurgici della regione di Parigi. Il 2 giugno scioperarono gli addetti alla ferrovia sotterranea, gli autisti di taxi e i conducenti di autobus. Il 17 giugno, a Brest, 200 marinai, sventolando una bandiera rossa, tentarono di irrompere nella prigione della marina per liberate i marinai che vi si trovavano.
Negli Stati Uniti gli scioperi si svolsero su scala gigantesca. In giugno scioperarono autisti, sorveglianti, facchini, impiegati postali, operatori telegrafici e telefonici, elettricisti. Furono esplose delle bombe a Washington, Boston e New York. In luglio, uno sciopero dei lavoratori del porto tenne fermi 500 piroscafi a New York, e 700 negli altri porti. A Chicago scioperarono 30.000 lavoratori edili, Boston fu paralizzata da uno sciopero della ferrovia sotterranea e dei tram. In agosto venne bloccato tutto il traffico ferroviario tra New York e Boston. In Italia, uno sciopero delle forze di polizia non fu mai né minacciato né tentato. Ai primi di agosto, il presidente del Consiglio, Nitti, ricevette “una notifica a mano di usciere, in cui era contenuto l’invito da parte delle guardie carcerarie di provvedere ai miglioramenti richiesti dalla classe”; ciò fu considerato uno scandalo intollerabile.
La differenza fondamentale tra i disordini che ebbero luogo in Italia e quelli degli altri paesi nasce dal fatto che negli altri paesi, e in Inghilterra specialmente, la stampa attenuava le cose o non ne parlava affatto, mentre la stampa italiana dedicava a questi fatti uno spazio enorme, creando con ciò maggiore eccitazione e maggiori preoccupazioni. In politica quello che conta specialmente non è quello che realmente accade, ma quello che la gente crede che accada. La stampa italiana fu sempre più chiassosa della stampa degli altri paesi, dando in tal modo l’impressione di una eccitazione maggiore, e creando veramente uno stato di eccitazione, anche quando ciò si sarebbe potuto evitare facendo uso delle notizie con maggiore cautela.
II
Dal libro del generale Giardino, Piccole faci nella bufera, si apprende che il complotto di cui si parlò nel giugno del 1919, e le altre “famose congiure,” furono “inventate” per “diffamare capi militari, non esclusi prìncipi del sangue”, e che egli fu “sottoposto in varii periodi a sorveglianza e a pedinamento” da parte della polizia. Ma Giardino nel suo libro non si diffonde “su queste porcherie,” e afferma soltanto che si sente “di tutto questo sommamente onorato,” e che “cambiato l’indirizzo politico, risultò in inchieste ufficiali (...) come si inventassero e quale sudicio arnese di polizia ne fosse il principale inventore”. Apprendiamo in ogni modo che “in varii periodi” venne sorvegliato. Se non ci fossero state gravi ragioni di sospetto contro un uomo che era un Capo dell’esercito, già ministro della Guerra, e senatore, perché mai la polizia avrebbe perso il suo tempo con lui? E se questi sospetti erano fondati, era naturale che le indagini venissero affidate agli agenti di polizia. Quindi è difficile comprendere il disprezzo di Giardino verso uomini che facevano soltanto il loro dovere, e senza l’opera dei quali nessun governo può andare avanti.
I “principi del sangue,” di cui parla Giardino, erano “un principe del sangue,” il Duca d’Aosta, cugino del Re. Vedremo come veramente egli abbia avuto una parte nella congiura militare che doveva condurre al colpo di stato dell’ottobre 1922. ...
