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Aristide Calani, Il parlamento del Regno d’Italia, Milano 1860
De Cesare Carlo - Deputato.

Ruggiero Bonghi
Ruggiero Bonghi
È nato in Spinazzola di Terra di Bari il 12 novembre del 1824 da Raffaele e Francesca San-Germano, entrambi appartenenti a nobili famiglie. Fu educato ſin dalla tenera età nel collegio reale di Potenza, dal quale usci a 15 anni avendo già conosciuti gli studi di belle lettere.
Studiò leggi allora, ebbe laurea, e sembrandogli dapprima di voler dedicarsi alla professione di avvocato, ebbe poscia a smetterne il pensiero e concorse pell'alunnato di magistratura.
Su 574 concorrenti cinque soli furono approvati e nel numero di quei cinque si trovò il De Cesare. Bisogna dire che gli studi legali non occupavano soli il giovine magistrato, il quale fino dall'età di 16 anni pubblicava vari suoi scritti letterari, e prendeva parte alle redazioni di vari giornali di piccolo formato, quali L'Omnibus, il Salvator Rosa ecc. ecc.
Nel 184 ei dette alla luce un volume di versi; nel 1845 pubblicò un romanzo storico: Il conte di Minervino, che fu posto nella collezione de' più scelti romanzi pubblicati allora dal fiorentino Batelli.
Due anni dopo il De Cesare dava alla luce due nuovi volumi di versi, e nel 1847 metteva fuora una memoria sui demani dell'ex-reame di Napoli.
Nel 1848, giovine e ardente, si gettò a tutt'uomo nella rivoluzione, pubblicando nel medesimo tempo un suo libro sulla giustizia nel regno di Napoli e un volume di canti nazionali sull'indipendenza italiana in favor della quale aveva pur allora snudato la spada il magnanimo Carlo Alberto.
Nè mancava di prender parte alla redazione di giornali politici, scrivendo interessanti articoli nel periodico La Costituzione diretto dal De Virgilii.
Perduta la battaglia di Novara dalle armi italiane, la reazione rialzò più che mai orgoglioso il capo nell'antica Partenope, e il De Cesare, che veniva accusato di appartenere al partito detto Albertino dal gran martire d'Oporto, di cui lo si accusava di aver dilluso e sostenuto le dottrine nella terra di Bari, dovette nascondersi, e quindi andar profugo e ramingo pei boschi di Basilicata, durante ventisette mesi, in cui soffrì ogni sorta di privazioni e di disagi.
Costituitosi alfine prigioniero, giacchè eragli impossibile durare più a lungo a condurre simil sorta di esistenza, assoggettato a giudizio, ne risultò non esser sulficientemente provata l'accusa, quindi avrebbe dovuto andar assolto se la Polizia non avesse giudicato opportuno di assoggettarlo a residenza fissa nel suo paese nativo.
Il De Cesare si dette allora agli studi agronomici, e mettendo in pratica le nozioni acquistate formò una specie di podere modello che servì d'eccitamento e d'emulazione ai proprietari di Spinazzola, i quali si dettero ad imitarne nelle loro terre i più utili perfezionamenti.
Né, pago di tali applicazioni di utilità pratica e positiva, il nostro poeta rifuggì dallo studio anche più positivo dell'economia politica, sopratutto in quanto le teorie di questo studio potevano applicarsi alle discipline agricole ed industriali.
Come frutto di tali apprendimenti il De Cesare dette alla luce nel 1852 il suo libro intorno alla ricchezza pugliese, libro la cui pubblicazione sotto la tirannide borbonica fu per parte del nostro protagonista un vero atto di coraggio.
Dopo i moti del 6 febbraio, avvenuti in Milano, moti che agitarono la terra Barese e sopratutto la città di Spinazzola, il De Cesare venne imprigionato e condotto di nottetempo nel castello di Barletta.
Circle of Simplicissimus (1907)
Circle of Simplicissimus (1907)
Subìto di tal guisa un nuovo processo, ne usci di nuovo assolto, ma di nuovo per arbitraria misura politica condannato, insieme a suo fratello MichelAngelo, ora giudice di Gran Corte Criminale, alla residenza forzosa per quattro mesi.
Nel 1856, dopo le vivissime istanze sporte dalla di lui madre, potè lasciare quell'ingrata dimora, resagli anche più grave dall'odio giuratogli contro dal famoso intendente Sandaro.
Recatosi allora in Napoli, gli fu dato dedicarsi di nuovo a tutt'uomo agli studi economici e legislativi, pubblicando di mano in mano le seguenti opere: Trattato delle prove in materia civile. - Trattato delle enfiteusi. - Il mondo civile ed industriale. - L'industria Asiatica. - Del presente insegnamento economico in Europa. - Della protezione e del libero cambio.
Invitato a far parte del congresso internazionale di Bruxelles che doveva prendere importanti decisioni sulla proprietà letteraria, non potendo recarvisi, essendogli dal governo stato rifiutato il passaporto, scrisse una sua operetta in risposta appunto ai quesiti proposti dal congresso stesso, opera accolta con immenso plauso da quell'assemblea di dotti europei, che addottò in gran parte le conclusioni del De Cesare, convertite poscia in legge dal Belgio.
Al momento della rivoluzione napoletana del 1860, il nostro protagonista fu direttore delle finanze sotto il ministero Scialoja, fino all'installazione della luogotenenza Farini, né le gravi occupazioni di quell'impiego impedirongli di far veder la luce a due nuove sue produzioni letterario-politiche ch'ebbero in brevissimo spazio di tempo due edizioni: Pier delle Vigne e Del potere temporale del Papa.
Varie accademie delle principali d'Europa scientifiche e letterarie lo accolsero nel proprio seno, e vari tra i principali giornali francesi, belgi e italiani dettero nelle loro colonne ricetto alle di lui corrispondenze.
Il collegio di Aurenza lo elesse il 27 gennaio del 1861 a suo rappresentante nel Parlamento Italiano.

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Capitolo II
Dei miglioramenti di cui son suscettive l’agricoltura, la pastorizia, le industrie secondarie e il commercio della Puglia piana, e dei mezzi più adattati per farle prosperare.
I.

Simplicissimus del 1928
Simplicissimus del 1928
Le cagioni precipue del disquilibrio economico di questa provincia sono
1. la mancanza dei mezzi opportuni in rapporto all’estensione del terreno che si semina e si coltiva ad uso di maggese;
2. i cattivi processi agrarii;
3. la mancanza del letame per la ristrettissima industria pastorale;
4. l’inceppamento del commercio esterno per ragione della deteriorata qualità dei prodotti.
La mancanza de’ mezzi opportuni distrugge sensibilmente il capitale, perchè l’industrioso fatica nell’interesse degli usurai da cui toglie a prestanza le somme necessarie alla coltivazione delle terre. I cattivi processi agrarii diminuiscono i prodotti in ragione dei capitali impiegati.
La mancanza del letame toglie il mezzo di rafforzare i principii nutritivi del terreno isterilito a forza di sementarlo continuamente.
L’inceppamento infine del commercio esterno fa patire il calo ai prodotti, e diminuisce la rendita. Opporre all’attuale sistema rovinoso d'economia un argine salutare, è l’obbietto di questo libro; esclusivamente inteso a sollevare a stato prosperoso per quanto è possibile , la trista condizione della economia pugliese.
II
Stabilimento di una banca
La provvida istituzione de’ monti frumentari, che fu l’oggetto delle costanti sollecitudini de’ padri nostri, oggi ravivvata e carezzata dal Governo, chiude in sè un principio filantropico e preveggente da meritar le maggiori e possibili considerazioni.
Destinata a sussidiare la piccola coltura, a strappare dall’unghie usurarie i prodotti del campicello del laborioso e misero agricoltore, è una di quelle istituzioni che non vanno mai lodate abbastanza; e porta con sè l’impronta della carità evangelica e dell’umanità.
Ma sventuratamente la istituzione de’ monti frumentari proficua per ogni altra provincia, per questa riesce se non inutile, certo non alla portata di occorrere ai grandi bisogni colonici della puglia piana. Di fatti sopra una superficie di 1.050 miglia quadrate su cui vivono non più che 92.000 abitanti in sei Città e sette miseri villaggi, cosicché sopra ogni miglio quadrato non vi sono che appena 88 abitanti, i monti frumentari delle Città e villaggi chiusi in sì grande spazio dovrebbero offrire per lo meno un capitale di dugento mila tomoli di cereali.
Simplicissimus del 1928
Simplicissimus del 1928
Ma questa è una cosa impossibile a verificarsi posto mente ai villaggi di Oria, Stornarella, Stornara, Ordona, Carapelle Reali Saline e Sanferdinando che presi insieme compongono una popolazione di 6.600 anime. Riesce impossibile eziandio agli industriosi di Foggia, Sansevero, Lucera, Manfredonia, Cerignola e Casaltrinità, sole Città sparse su questa immensa pianura di stabilire un monte frumentario comune con sì grandi Capitali, e per lo stato economico in cui si trovano, e per lo scarso numero de' ricchi proprietari, e perché infine una cifra di dugento mila tomoli di cereali assorbirebbe un quarto e forse un terzo del prodotto che soglion dare i loro terreni in un anno.
Nello stato presente economico dunque della puglia piana lo stabilimento di un monte frumentario con un capitale di dugento mila tomoli di grano, è per lo meno una vana speranza; quindi bisogna cercare altrove i mezzi acconci per arrestare il rovinoso sistema, che suol trarre in perdizione a grandi passi la ricchezza pugliese.
È noto come per lo stesso scopo nel 1835 s’installava dietro autorizzazione del Governo una Banca in Foggia detta del Tavoliere di Puglia per incoraggiare e soccorrere con ogni mezzo l’agricoltura e le industrie pugliesi.
Scopo precipuo di essa fu di occorrere ai bisogni de’ censuarii, nonché di tutti gl’industriosi del Regno indistintamente; affinché costoro invece di ricorrere agli speculatori ed usuraj nel bisogno, avessero trovato nella Banca un sicuro appoggio, e tutte quelle anticipazioni a discreto interesse di che s’avea mestieri, quante volte avessero avuto la necessità di pagare il canone allo stato, un campo a coltivare, ovvero una industria a sostenere.
La Banca del Tavoliere sotto i più felici auspicii, mercè lo spirito di associazione e già fornita di statuti e di leggi proficue al suo stabilimento, toglieva a prestanza dello straniero una somma rilevante pari a 1.500.000 ducati, oltre a 500.000 ducati per tante azioni nazionali.
Il rescritto de’ 16 settembre dello stesso anno ne regolò la installazione.
La Banca sopra solidissime basi già parea poggiare e per la imponente massa dei capitali, e per la garanzia tutta nuova di un vistoso credito stabilito negli emporii del commercio di Europa, e per la protezione del Governo.
Lietissimi i Censuarii d’ogni provincia del Regno, nonché gl’industriosi di questa utilissima instituzione che toglieva dalle unghie rapacissime dell’usura i loro prodotti e le loro sostanze, ricorsero alla Banca, e si ebbero tutti quei soccorsi che gli facean d’uopo.
Simplicissimus del 1928
Simplicissimus del 1928
E già in due anni lo stato economico delle puglie parea rinato a nuova vita, e si prometteva maggior progresso; quando un fatale accidente ruinò il maestoso edifizio della Banca, e la distrusse.
Negli statuti fondamentali di essa si stabilì, che una serie d’azioni pel valore di 500.000 ducati, si apriva in vantaggio dei nazionali da porsi in prima linea; e ciò si faceva per investirli del privilegio di amministrare.
Fatale privilegio! .... Esso strappò al paese la migliore delle instituzioni economiche , e valse a discreditare vituperosamente la nazione napoletana appo lo straniero! Sotto la salvaguardia di questo odioso privilegio le vistose somme de’ concedenti stranieri piombarono nelle mani di parassiti e immorali amministratori, i quali manomettendo i capitali della Banca ne procurarono la repentina morte col danno della pubblica prosperità.
Assecurati dai vantaggi immensi che questa Banca, nei pochi mesi di sua esistenza, arrecò alla Cassa del Tavoliere di Puglia, allo Stato, ai Censuarii, ai proprietarit industriosi, ed al commercio in generale, noi proponiamo che una novella se ne installi dai capitalisti del Reame sotto la salvaguardia e la forza di uno statuto emanato dal Governo pel migliore andamento economico della istituzione messa sotto la sua immediata protezione e vigilanza.
Appositi e idonei amministratori nominati dal Governo , la cui probità sia una garentia di fatto per lo stesso governo ne regolino l’amministrazione; emanando eziandio una specie di codice penale speciale per tutti quelli che abusando della fiducia del Governo, abusassero dei fondi della Banca, in quella guisa stessa che si trovano comminate speciali pene per gl’impiegati dei Banchi del nazionale Erario.
Simplicissimus del 1928
Simplicissimus del 1928
La Banca di Puglia istallata a soccorrere tutti i censuarii del Tavoliere e gl’industriosi in generale anche con un milione di ducati pronti in cassa, è la sola capace a ravvivare l’agricoltura, la pastorizia, le industrie secondarie, e il commercio prostrato ed avvilito.
Potrebbe il Governo mettersi a capo d'una sì bella impresa ed invitare i capitalisti del Regno e i ricchi proprietarii a prestare una tal somma per azioni da cento a mille ducati ognuna, offerendo però una solida garanzia in nome proprio agli Azionisti.
In tal guisa soltanto l’amministrazione non potrebbe mancare ai suoi doveri; i Censuarii pagherebbero a tempo debito e senza dilazione alcuna i canoni allo stato; quindi la Cassa del Tavoliere potrebbe contare sempre con certezza sull'incasso di tante somme a Maggio ed a Novembre; i proprietarii industriosi godrebbero il vantaggio di trovare in ogni tempo il danaro pronto per occorrere ai bisogni dell’agricoltura o di una industria qualunque, ed anziché vendere in erba i futuri cereali, o tórre a prestanza con usure smodate il danaro, troverebbero alla lor volta un provvido appoggio nell'azione della Banca.
In ultimo i vantaggi non sarebbero dubbi od effimeri. Essa potrebbe agevolmente ottenere i capitali al tre ed anche al quattro per cento; mentre i proprietarii pagherebbero ben volentieri il sei ed il sette per cento a fronte delle usure montenegrine a cui oggi vanno incontro per imperiosa necessità.
Essa potrebbe adunque incassare il doppio dell’interesse che pagherebbe al maturo.
Né questo saria il solo lucro della Banca.
Potrebbe eziandio, ove il volesse, ritirare in derrate i capitali prestati, e quindi attivare il commercio, e guadagnare novelli provventi dalle ragioni commerciali.
I mezzi opportuni ed efficaci che ha in poter suo un Governo illuminato per attuare un progetto così proficuo per la economia pugliese, non può certamente averli il cittadino privato; perciocché l’attività individuale non può giammai misurarsi con la pronta ed efficace azione governativa ch'è l’aggregato di più forze tendenti e dirette ad uno scopo.

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Simplicissimus del 1928
Simplicissimus del 1928
Il Commercio di questa provincia è meschinissimo.
Non vi è altra esportazione alla marina di Manfredonia, se non quella dei cereali e delle civaje.
I cavalli non bastano ai bisogni del Regno: cosi pure i castrati, di che prima facevasi con le altre provincie d’Italia ricco commercio.
Le lane non sono più richieste dallo straniero, quindi manca quest’altra sorgente di commercio esterno.
I latticinj appena son sufficienti ai bisogni della provincia.
Si noti, che noi intendiam parlare dei soli prodotti della propria industria gregaria, e non di quelli che risultano dalle industrie Aprutine i di cui formaggi rimangono in Foggia e Cerignola.
E mentre la provincia introita dalla sola esportazione dei cereali e delle civaje; spende poi per la importazione e compra dei generi coloniali, de’ castori, de’ panni fini, de' cristalli, delle stoviglie, delle tele, degli oggetti di seta, e di ogni altro prodotto manifatturato straniero. Senza tener conto di quello che spende ancora nelle altre provincie vicine, e per i salami, e per l’olio, e pel vino.
L'esito adunque tanto per gli oggetti di necessità che di lusso compensa quasi l’introito, e rende stazionaria la ricchezza, o per meglio dire la miseria pugliese!
Simplicissimus del 1928
Simplicissimus del 1928
Poche e neglette fabbriche di cappelli di pelo e di felpa in Foggia e Lucera; altre di cappelli ordinari di lana per uso dei montanari e classi infime sul Gargano; una fabbrica di liquirizia stabilita anche in Foggia; altra di rozze stoviglie di cretaglia in Cerignola, poche fabbriche di cera in tutta la provincia; e parecchie di panni più grossolani che si lavorano privatamente nei paeselli del Monte S. Angelo sono tutte le manifatture considerevoli della Capitanata.
È questo lo stato presente economico della Puglia Piana, rispetto all'agricoltura, alla pastorizia, al Commercio ed alle manifatture, che compongono i quattro precipui elementi economici, se negletti della miseria e dell’abbiezione di un popolo, se protetti, incoraggiati, e promossi, dell'abbondanza, della ricchezza, e della pubblica felicità.
Ed, oh! se sorgessero le ombre venerande dei Delfico, dei Patini, dei Longano, dei Marchesani, dei Nardi, dei de Dominicis, dei Cimaglia, dei Siila, e dei Rosati, che gli anni della lor faticosa e travagliata esistenza impiegarono ad illustrare e migliorare lo Stato Economico e statistico di questa fertilissima provincia; oh! se sorgessero per poco dai loro negletti avelli a contemplare le condizioni attuali dell’economia Pugliese inbellettata dalle apparenze di una efimera agiatezza; tenghiamo per fermo, che se nell’ epoca loro persuassero il Governo a sollevare le industrie di Puglia coll'attuazione dei loro saggi principi economici; oggi pregherebbero i proprietari a desistere da un sistema rovinoso, e ad aprir gli occhi su' loro particolari interessi, affinché questa feracissima provincia, la quale fu oggetto precipuo e costante per essi di lunghe vigilie, d'incessanti ricerche e di continue e laboriose esperienze scientifiche, sorgesse a nuova vita economica.
Ma son poi irreparabili i mali della Puglia piana?
No: possono invece in breve tempo scomparire, quante volte i proprietarii, i capitalisti, e l’amministrazione pubblica lo vogliono.
Convinti e persuasi di un più felice avvenire; vogliam proporre dei mezzi acconci e di più facile esecuzione, onde riparare ai mali presenti, e rialzare nell’avvenire a florido stato la prosperità pubblica della Puglia Dauna, che tanto influisce nella bilancia economica della ricchezza nazionale.

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Simplicissimus del 1928 - Repubblicani.
Simplicissimus del 1928 - Repubblicani.
Si dice: Un carro ad uso di pascolo mi dà 120 ducati (prezzo medio) di rendita all’anno; toltone 60 tra canone e fondiaria, mi restano ducati 60 d’avanzo, soggetti pure a variazioni.
Vediamo, che cosa può darmi questo stesso carro di terreno saldo, se lo dissodassi.
La terra vergine è ricercata con avidità: ogni versura pel primo novennio giunge ad affittarsi sino a 10 tomoli di grano annui; un carro dunque mi frutterà annualmente 200 tomoli di grano, che al prezzo medio di 10 carlini per ogni tomolo, importano duc. 300.
Toltone 60 di pesi, mi restano netti duc. 240; per un novennio un carro mi darà di lucro duc. 2.160. Ponghiamo che il secondo novennio l’affittassi per sei tomoli a versura, percepirò da un carro in un’anno tomoli 120 di grano, che al prezzo medio di carlini 10, mi daranno duc. 180; in altri termini duc. 120 netti. Pel secondo novennio un carro mi darà di lucro duc. 1.080.
Riteniamo pure che nel terzo novennio l’affittassi alla ragione estrema di tomoli 4 a versura; un carro mi darà annualmente tomoli 80 di grano, che al prezzo medio di carlini 10, mi frutteranno una somma pari a duc. 120. Per un terzo novennio percepirò dunque da un carro duc. 540.
Col prezzo coacervato nel giro di 27 anni, un carro di terreno saldo messo a coltura mi darà di lucro la vistosa somma di duc. 3.780, tre volte il valore intrinseco del dominio utile, se lo alienassi. Dunque affrettiamoci a dissodare questo carro di terreno saldo, che in 27 anni ad uso di pascolo non mi può fruttare che soli duc. 1.620.
Ma il vostro carro di terreno è di natura boscoso ? Distruggerò il bosco.
Ma le vostre industrie gregarie mancheranno di pascolo? Venderò le industrie gregarie.
Or esaminiamo un poco se questo calcolo è giusto ed esatto. Senza dubbio; il terreno vergine suol dare il doppio del prodotto di ogni altra terra, buona che sia.
Ma profondere nel vecchio tutto ciò che si ricava dal nuovo, risponde a non averne affatto. Dilucidiamo la massima che ci serve di guida.
Se le terre di fresco dissodate son dallo stesso proprietario sementate, è indispensabile che per la sua industria agricola, egli abbia altri terreni per la seminagione delle avene, per le civaje use a sementarsi dai salariati, e per le maggesi, onde occupare gli animali addetti all’agricoltura.
Simplicissimus del 1928
Simplicissimus del 1928
La dissodazione delle terre salde gli ha fatto dismettere la industria delle pecore, quindi manca di letame, e i vecchi terreni di necessari ingrassi.
Or da questo sistema agrario quali effetti saranno per iscaturire? Quello di versare nel terreno vecchio tutto il lucro cavato per un novennio dal terreno di fresco dissodato.
Le forze profìcue di questo saran distrutte dalla sterilità dell' altro, e dopo il giro di un novennio si troverà in possesso di una intera estensione di terre isterilite.
Se per lo contrario il proprietario del terreno saldo messo a coltura con più sano giudizio si avviserà di affittarlo, anche in questo caso i suoi calcoli sono malfondati.
Il saldo della puglia piana non è boscoso; perchè possa aver forze sufficienti, allorché vien dissodato, di sopportare non due novenni di semina con due maggesi, ma un solo novennio anche con due maggesi, cioè l’una nel primo anno della dissodazione, e l’altra nel quinto anno; sopratutto se manca di opportuna letamazione. Da ciò ne sorge, che se pel primo novennio fece il proprietario i suoi calcoli sopra dieci tomoli di estaglio per ogni versura; nel secondo si avvisò male a calcolare sopra sei, perchè non troverebbe un colono cosi balordo da prendersi in fitto per sei tomoli a versura una terra sfruttata con otto semine continue; e così pel terzo novennio.
Per la qualcosa mal non ci opponemmo nel ritenere e nell’un modo e nell’altro malfondato il calcolo del proprietario.
Simplicissimus del 1928
Simplicissimus del 1928
Ma se invece il proprietario seguendo il processo agrario migliore, ravvivasse con la concimazione le forze del terreno vecchio, egli non avrebbe bisogno di dissodare il saldo; poiché il vecchio terreno concimato gli darebbe tanto prodotto per quanto gliene potrebbe fruttare lo stesso terreno vergine nei primi anni.
Ma per ciò fare, vi è di bisogno della industria pastorale; quindi miglior consiglio sarebbe di non dissodare i feraci pascoli, ma di accrescerli per conseguire con minor spesato un vantaggio eguale. Industriosi della puglia piana, noi non ci faremo a dire col vostro concittadino Giuseppe Rosati, che la pianura di puglia sia stata fatta dalla natura per un solo oggetto, che è solo pascolo d’inverno delle pecore, e niente più, perchè la storia ci smentirebbe; ma procurate almeno pel vostro esclusivo vantaggio, che le due sorelle primogenite della industria umana, la pastorizia e l'agricoltura non si facciano la guerra a vicenda; procurate, che vi sia un giusto equilibrio tra esse, e sarete ricchi Come una volta, e potenti quanto i vostri antichi padri.
Simplicissimus del 1928 - Una esistenza assicurata.
Simplicissimus del 1928 - Una esistenza assicurata.
E l’avessero fatto almeno a tempo, con determinazione di sito, e con metodo aggiustato! Rosati previde i mali a cui si andava incontro con la smodata e intempestiva dissociazione, e con la speranza di arrestare quel nembo di ciechi dissodatori, si fece a gridare, che la puglia piana era fatta per un solo oggetto, cioè pel pascolo d’inverno delle pecore. E forse all’ottimo ed onesto Rosati andò debitrice la industria pastorale, se tutt’i pascoli di paglia non vennero messi a coltura in quella guisa che si proponevano di fare i novelli Censuari, promettendosi ogni permesso dal Governo militare allora dominante, per ciò eseguire.
E aggiungi, che la miseria in cui siamo caduti ci fa credere che questi fatti non sieno mai avvenuti, non ostante le testimonianze dell’eloquente Tullio, del virtuosissimo Plutarco, e dell’accurato Strabone!
La vera e salutare scienza agraria dunque non consiste nel molto; ma nel ben coltivare; e basta un solo esempio per meglio validare il nostro concetto.
Il primo Federico fondatore della Monarchia Prussiana, protettore esimio delle classi infime e laboriose, e felice cultore della scienza economica, cosicché ottenne fama in tutta Europa di gran finanziere, obbligando con apposite leggi i fittajuoli dei Demanj e persino i privati coloni a lavorar bene le terre ed a concimarle, creò il miglior processo agrario che vi fosse in Germania, e con esso rese fruttifere le sabbie della Marca, le paludi, e i terreni più infecondi.
La Prussia in breve tempo divenne ricca e popolosa, e i grani del suo territorio vennero richiesti da per ovunque e comprati a maggior prezzo degli altri di Germania e di Russia nelle piazze commerciali di Odessa, di Amburgo e di Lubecca, d’Amsterdam, Rotterdam, Oporto, Barcellona, Presburgo, e Marsiglia.
Fu tale l’emulazione che questo Principe destò nei suoi popoli agricoli, che allorquando viaggiava nell'interno della monarchia, i fittuarij dei Demanj lo accoglievano lietamente, e per fargli piacere mostravano a lui dinanzi alle proprie abitazioni grandi ammassi di letame, e Federico ne gioiva.
Nè meno del primo, protettore dell'agricoltura e della pastorizia fu il secondo Federico: il quale prendendo ad esempio il padre, e promovendo la buona coltura dei campi e il sistema di concimazione, rese fertilissime le sterminate e deserte lande arenose del Brandeburgo.
Simplicissimus del 1928
Simplicissimus del 1928
E per i progressivi miglioramenti economici istituì nella Università di Halle una cattedra di Economia che fu prima in tutta la Germania a diffondere i lumi di questa scienza, vera benefattrice dell'umanità.
Ciò valse di esempio alla Francia, all’Inghilterra, alla Svizzera, all’Austria, e sinanco ai Russi meridionali, e sospinse quei popoli a vagheggiare l’economia Prussiana, per cui resero i loro terreni fertilissimi.
Adunque coll’aver distrutto il giusto equilibrio tra la pastorizia e l’agricoltura presso di noi con le smodate dissodazioni, si son distrutte generalmente le industrie gregarie, nel senso d’industrie.
Nel 1536 quando la pastorizia si ristorava dei danni sofferti, il Doganiere Michele Girolamo Sanchez collocò negli erbaggi pugliesi un milione quarantotto mila trecento novantasei pecore; quattordici mila e quattrocento vacche, ed altrettante giumente presso a poco, che ai varii prezzi stabiliti per la Fida fruttarono la rendita di ducati 90.827,27; dalla qual somma dedotto il prezzo degli erbaggi in ducati 18.223,11, fu dal Regio Erario percepito l’utile di ducati 72.604,16.
Nel 1541 il Reggente Figueroa immise nei pascoli di puglia un milione sessanta mila trecento e diciassette pecore; dodici mila quattrocento cinquantotto vacche, e un numero maggiore di giumente; onde il prodotto della Fida fu di ducati 93.264,62; dal quale toltone il prezzo degli erbaggi in ducati 20.596,42, ebbe di utile il Regio Erario ducati 62.768,16.
Ma ciò non basta.
Ai tempi della dominazione Austriaca ed anche dopo; nonché ai principi del governo di Ferdinando I., le pecore immesse nel Tavoliere di Puglia giunsero sino ad un milione e mezzo, e le vacche a sedici mila, oltre le giumente.
Ed è da notarsi che metà delle pecore appartenevano ai proprietarii pugliesi, le vacche e le giumente interamente ad essi.
E ciò nelle ultime epoche della floridezza pastorale, senza risalire ad un secolo più in là, quando pascolavano nel territorio del Tavoliere 13.952 tra vacche e giumente Abruzzesi, e 57.332 vacche e giumente della puglia, in uno 71.313 animali grossi, e questa quantità si riferisce al 1604, quando la popolazione di questa parte del Regno non giungeva a quattro milioni di uomini.
Ora vi pascolano in ogni anno da Ottobre a Maggio circa 800.000 pecore, delle quali appena 150.000 appartengono ai proprietarii industriosi di Capitanata, poche migliaja alla Terra di Bari, e il resto ad Abruzzesi, e Lucani.
Le vacche non giungono a seimila.
Q
Simplicissimus del 1928
Simplicissimus del 1928
uesta fatale diminuzione di bestiame veramente non dipende all’intutto dalla restrizione dei pascoli; ma in gran parte da una stolta e cieca avversione contro la industria delle pecore, per cui i proprietarii hanno fatto ogni cosa per distruggere la pastorizia, e si può dire che han quasi raggiunto il loro scopo nella miseria che li circonda e li rode sensibilmente.
Eppure una pecora suol dare in ogni anno un rotolo e mezzo di lana, otto rotoli di cacio fresco, un agnello, e una buona quantità di letame, in breve da 28 a 30 carlini annui di prodotto, coacervati i prezzi della lana, dell’agnello, del cacio, ed anche del letame!
Or chi non vede la grande utilità che viene dalla industria pastorale?
Ecco i mali gravissimi che alla prosperità pugliese, ed alla ricchezza Nazionale han prodotto, e non lasciano di apportare la estesa agricoltura e la prostrazione della pastorizia; in una parola il disquilibrio tra queste due prime e vere sorgenti della ricchezza pubblica.
E poi si menano piati e querele per gli scarsi ricolti, senza intendere che la terra non ben coltivata e senza concime darà sempre il terzo del prodotto delle terre coltivate con arte e concimate.
Simplicissimus del 1928
Simplicissimus del 1928
E da codesto disquilibrio quali altri mali più serii non sono scaturiti!
Secondo il più stretto calcolo economico per coltivare e sementare cento versure vi bisognano per lo meno 25 buoi; invece potremmo citar mille proprietarii pugliesi che ne seminano non cento, ma dugento con 20 buoi solamente e pochi aratri cavallini.
Mentre non più che cinquant’anni fa per seminare un campo di cento moggi, antica misura, s’impiegavano non meno di cinquanta buoi in istretto limite.
Che cosa ne sorge da ciò?
Distruzione del capitale, perchè non proporzionato al lavoro, e pessima rotazione agraria.
Difatti, è ben raro che la maggese morta si faccia con cinque arature, e se ciò vien praticato da qualche proprietario, pure l’ultima aratura si esegue a grandi solchi, che si risolve a niente.
Impiegare dunque una forza di 10 ove se ne richiede indispensabilmente una di 20, è detrarre in perdita, e struggere il capitale.
Così pure per le razze cavalline.
Alla regolare trebbia del prodotto di cento versure si richieggono almeno 20 giumente. Non diremo, già che molti proprietari non ne hanno affatto, e quindi raddoppiano lo spesato; ma generalmente se ne impiegano 20 non per cento ma per dugento versure; epperò le defaticano oltre le loro forze, e per siffatte ragioni partoriscono allievi malsani, ovvero abortiscono.
Pochi facoltosi che le tengono per industria esclusivamente sono intesi a migliorarle; quindi naturalmente ottengono cavalli di belle forme e generosi.
Eppure, non ostante sì gravi mali arrecati alla industria pastorale, diremmo quasi che si congiura dagli stessi proprietari a distruggerla interamente; avvegnaché la smania del dissodare non cessa.
E il disquilibrio cresce a misura che crescono i calcoli malfondati dei proprietari sulla ragione del dissodare.

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III
La pastorizia è giustamente detta la sorella primogenita dell'agricoltura. L’una non può prosperare senza dell’altra, ed a vicenda si soccorrono e si difendono; rimettendo di frequente il pastore i danni sofferti al colono, e questi al mandriano.
La pastorizia sin dai primi tempi del mondo fu la prediletta industria di questa contrada.
E sinché i Pugliesi la riguardarono rispettando i pascoli furono ricchi e potenti.
L’agricoltura si appoggiava alla pastorizia, e questa non faceva che proteggerla.
Dal mutuo soccorso ne seguiva la prosperità privata, e la ricchezza nazionale.

Scriveva il De Dominicis: “la vera felicità dei popoli del Regno, e la ricchezza del Regio Erario si è sempre sostenuta col giusto equilibrio della pastorizia e dell’agricoltura, regolato provvidamente dalla diversa qualità del clima e della natura delle terre”.

Simplicissimus del 1928
Simplicissimus del 1928
Non è chi non vede la verità di questa massima del giudizioso Economista napolitano.
E per vero dire, immensi sforzi durarono i Re Aragonesi per sollevare la pastorizia a stato prosperoso, dopoché la trovarono quasi distrutta per opera degli Angioini occupati in continue guerre, in fazioni, in perpetue discordie civili e coi baroni e con le popolazioni del Reame; ed assai più die all’amministrazione interna dello stato ed alla prosperità nazionale; alle guerre, agli armamenti, alle imposte gravose, ai balzelli, ed al tener soggiogati ed oppressi i popoli soggetti rivolsero l'animo costantemente.
Abbandonati i campi, negletta la pastorizia, distrutte le diverse industrie, il Regno piombò in quella desolante miseria, che in ogni tempo fu mai sempre fomite di mali più seri!
Indubitatamente al senno di Alfonso d’Aragona andò dovuto il ristabilimento della pastorizia per cui fu rafforzata l’agricoltura, onde la Puglia Piana si vide salire a tal grado di potenza, che non fu mai più vista in seguito.
I pascoli della Puglia compresi una volta negli antichi vettigali, sin dai tempi di Varrone eran destinati alla industria pastorale, la trasmigrazione degli animali Aprutini nelle praterie pugliesi si conservò sino ai Normanni ed agli Svevi.
Sotto gli Angioini vennero a mancare tutte le industrie per le ragioni innanzi dette.
Salito al trono delle Sicilie Alfonso d’Aragona, egli trovò che il Tavoliere si divideva tra il fisco, i baroni, le chiese, ed i privati.
Laonde credette utile quel principe, che lo stato ne acquistasse tutta la estensione, e ciò fatto, ei ne regolò l’amministrazione con savie leggi economiche, e la pastorizia rinfiorì.
Epperò gli armenti di tutto il regno passarono a svernare nei pingui pascoli pugliesi; rinacque l’emulazione tra le diverse provincie nel migliorare le industrie gregarie in generale; quindi le nostre lane richiedersi avidamente dallo straniero in preferenza di tutte le altre e comprarsi a vistoso prezzo; i nostri cavalli spandersi in tutta Italia; i nostri buoi richiedersi da per ovunque; i nostri castrati apportare l’abbondanza delle carni in Italia, i nostri formaggi competere coi migliori d'Olanda e del Parmigiano. E ponete che nella fiera di Foggia si depositavano per vendersi non meno di 150.000 cantaja di lana; ed oggi se ne depositano appena 12.000! E si rimembri, che nella fiera del 1677 i mercadanti dell’Umbria, della Toscana, delle Romagne e delle Marche comprarono di soli castrati un numero pari a 24.424, ed altri 2.000 ne furono comprati dai negozianti di Terra di Lavoro e di Abruzzo per rivenderli nello stato Romano.
Quanta ricchezza non percolava allora in questa provincia, destinata topograficamente dalla natura alla pastorizia ed all’agricoltura!
Le poche nostre fabbriche di panno prosperavano felicemente: le pelli ed i cuoi vendevansi a giusto prezzo; di ottime carni e formaggio abbondava il Regno.
E l’agricoltura?
L'agricoltura non meno della pastorizia fioriva.
Simplicissimus del 1928
Simplicissimus del 1928
Non si sementava un palmo di terreno che non fosse concimato; onde una versura di antico terreno seminato a grano dava sino ad 80 tomoli di prodotto in un anno, mentre oggi le terre vergini ne danno appena 50 e ciò nei soli primi anni, e le antiche 27 nel coacervo di un decennio.
Dissodati i migliori pascoli, gli Abruzzesi non calarono più in Puglia con quella quantità di bestiame lanuto che prima solevano condurre nella stagione d’inverno.
Diventato in seguito fanatismo il dissodameuto sotto vari pretesti, onde deludere la legge del 13 gennajo 1817 con cui fu vietata la dissodazione ed il cambiamento di coltura, la pastorizia in un baleno fu quasi distrutta.
Non si vide più per le pianure pugliesi un pastore Aprutino, ad eccezione di quelli che posseggono ancora qualche tenuta del Tavoliere a censuazione.
I piccoli censuarl Aprutini vedendo progressivamente restringersi i pascoli, e gli animali diciam così imprigionati; avvegnaché qua vedevi una prateria, ed intorno intorno ad essa terreni dissodati; non avendo più sfogo le pecore, né tutti quegli agi che prima godevano prodigati loro dal primo Ferdinando d' Aragona sopratutto, il quale con prudentissima legge restrinse la semina a giusta misura, fissò le distanze del sito tra le poste e il territorio coltivato, alfine di evitare i danni che per la vicinanza apportavano gli animali ai campi, concedendo al bestiame tutto lo sfogo possibile; venderono ad altri censuari le loro tenute, ed abbandonarono le Puglie, ricovrandosi con i loro armenti nella campagna Romana.
Ristretti in limiti angusti i pascoli, segnatamente per la pessima ripartizione delle terre dissodate, si restrinsero eziandio le razze cavalline e le vacche.
Quindi mancarono gli animali in giusta proporzione all’agricoltura, i generosi cavalli alle nostre stalle, le giumente alla trebbia.
Simplicissimus del 1928
Simplicissimus del 1928
E non è tutto: caduta la pastorizia o ristretta a poco, venne meno la voglia e il desiderio di migliorare le nostre pecore, e le nostre lane prima richieste dallo straniero e pagate sino a ducati 80 il cantajo; oggi si vendono appena 50, né valgono veramente più di questo prezzo.
Così pure per le razze delle giumente, ad eccezione di poche vantaggiosamente migliorate, tutte le altre son povere e neglette.
E le mandrie vaccine? Non danno più neanche tanti buoi, per quanti ne abbisognano all’attuale agricoltura; cosicché se non fossero i buoi delle Calabrie e della Basilicata, ed in parte i bufali, la semina non potrebbe assolutamente eseguirsi.
Egli è noto eziandio come, per le auliche leggi della Dogana, i Censuari del Tavoliere per i bisogni delle pecore e dei pastori e per la cura dei formaggi , ricevevano in dono dal Governo, mercè la convenzione sopratutto del 1721 regolata su quella degli Aragonesi 18.000 tomoli di sale, del peso ogni tomolo di rotoli 37, in una parola 6.666 cantaja di sale, che al prezzo di 15 carlini il cantajo come correva allora, fruttava una somma pari a ducati 9.990 annui.
Altra legge di Alfonso di Aragona non derogata prescriveva il solo quinto da mettersi a coltura.
E siccome la estensione del Tavoliere di Puglia è di 12.314 carri, 9 versure, e 8 catene, cosi il quinto avrebbe dovuto essere di 2.462 carra, e versure 18 circa da coltivarsi.
E per vero dire sino al 1807 tale legge si mantenne in pieno vigore. Ma in seguito sendosi accordate altre dissodazioni, il saldo si restrinse a 9.351 carri, e il coltivato si estese sino a 2.962 carri, 500 carri al di là del quinto.
Oggi per novelle dissodazioni il saldo è rimasto di 8.351 carri, e il dissodato di 3.962, cioè 1.500 carri oltre il quinto. Epperò i censuari sulla intera estensione dissodata han perduto 555 cantaja di sale all’anno che al prezzo corso insino al 1848 fruttava una somma uguale a ducati 6.660; ed a seconda del prezzo corrente una somma pari a ducati 4.440.
Non ci si dica che queste sono inezie, e che noi siamo troppo minuti a far conti persino sul sale; avvegnaché la saggia economia si giova di tutto, mette a calcolo tutto, tien ragione di tutto.
I piccoli rigagnoli formano i fiumi, e i fiumi ingrossano il mare.
Simplicissimus del 1928 - Miracolo ellettorale in ...
Simplicissimus del 1928 - Miracolo ellettorale in ...
Né vale il dire, secondo alcuni dissennati, Economisti o no che sieno, che scudo l’attuale popolazione quasi il doppio di quella dell’epoca Aragonese, è surta la necessità di allargare i campi, anche a scapito della pastorizia.
Questo è per lo meno un errore.
Imperocché ogni prodotto, e segnatamente il territoriale non deve misurarsi in ragione della estensione, sibbene in rapporto della buona coltura, del processo agrario, dello spesato, e sopratutto del concime nel quale sta il segreto dell'agricoltura, che trionfa pienamente, allorché si appoggia al sistema pastorale, che suole offrire all'agricoltore il mezzo e le materie atte a rendere fertilissimi i campi.
E l’errore cresce a mille doppi, sol che si consultino le antiche istorie.
Queste stesse provincie, che ora compongono il Regno di Napoli, tre secoli innanzi dell’era volgare, secondo il Grimaldi, presentavano una popolazione di circa venti milioni. E si è calcolato che i popoli del Sannio sommavano tre milioni e mezzo di uomini: i Japigi tre milioni e trecento mila: i Lucani un milione e mezzo, i Marsi, i Maruccini, i Frontoni ed i Vestini un milione e dugento mila.
La sola Campagna Felice nudrì eserciti immensi, per cui l’Arpinate l’appellò il granaio, l’annona delle romane legioni.E i campi di Puglia non solo fornivano viveri alle provincie italiane, ma rendevano necessaria l’esportazione in Francia, in Inghilterra, nella Svizzera, e nell'impero d’Austria.
E intanto si seminava la metà della estensione che si semina oggi.
Ma donde scaturiva sì immensa ricchezza?
Dall’accordo della fiorente pastorizia con l’agricoltura; quindi le terre erano largamente concimate, ed una versura di terreno dava di prodotto ordinariamente da 70 ad 80 tomoli di grano, il triplo di quello che suol produrre attualmente.
Ed è sì vero, che non altrimenti, secondo ci assicura Plutarco, i Sanniti, i Lucani, i Messapii e i Tarentini nel quinto secolo di Roma avrebbero potuto offrire a Pirro un’armata di 350 mila fanti e 20 mila cavalli.
Non altrimenti i Sanniti, secondo ci narra Strabone avrebbero potuto mantenere e nudrire un esercito di 80 mila fanti e 8 mila cavalli in tempo di guerra.
Non altrimenti la sola Città di Taranto nudriva 30 mila fanti, 300 cavalli, e cacciava in mare una flotta imponentissima.
Non altrimenti in fine gli Appuli e i Messapii per la temuta incursione dei Galli Gessati offrivano 50 mila fanti, e 16 mila cavalli.
Che siamo noi meschini appetto dei nostri Avi sì ricchi e sì potenti!

Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?