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Pezzo inserito in Come eravamo, anche se l'autore è Pietro Pignatelli. NdR
Da Qualesammarco n. 1 del 1988
Il cavamonti
Il mestiere di cavamonti è stato sempre molto duro e pericoloso.
Prima dell'ultima guerra si partiva di lunedì in piena notte, per raggiungere a piedi il posto di lavoro. Ciccalento. Postiglione, Iancuglia erano tra le cave più importanti della provincia. Si iniziava alle 7. Gli altri giorni sveglia all'alba. Si dormiva nelle baracche o nei pagliai abbandonati.
Mattina e mezzogiorno solo pane, la sera si faceva un pasto caldo.
Il lavoro iniziava manovrando la paramena, un'asta di ferro lunga quasi 2 metri e doppia più di due centimetri per fare le buche nella roccia. Attorno alla paramena si applicava il parafango, cioè un copertone di gomma per evitare gli schizzi dell'acqua. L’acqua serviva per fare meglio le buche.
Una volta finita la buca bisognava pulirla con lu rasckine, un'asta di 2 metri che, da una parte, aveva una punta provvista di una specie di paletta, e dall'altra una specie di forcella. Questa forcella serviva per inserire la miccia nella buca, e mentre si faceva questo si metteva anche polvere da sparo.
Insieme a lu rasckíne era indispensabile lu carcature, un’asta di ferro di varia lunghezza provvista di una scanalatura in cui si applicava la miccia. Con la polvere da sparo si inseriva della sabbia, in modo da eliminare ogni più piccolo residuo d'aria. Le buche preparate erano decine e, una volta pronte, si dava fuoco alle micce con la stuppaccie. Quando le mine erano accese, si avevano 3 o 4 minuti di tempo per mettersi al riparo.
Dopo lo scoppio delle cariche, si provvedeva a scoce la muntagna, cioè a scardinare le pareti della montagna saltata in aria. Si usavano per questo diversi attrezzi: lu dojeponte (specialmente per far cadere i massi e le pietre pericolanti), la jumera e lu paleferre, grande e piccolo. Con la mazza si rompevano le pietre, che venivano messe in cesti di ferro e di legno.
l ragazzi le portavano poi ai frantoi, dove le pietre venivano ridotte, in ordine decrescente, in mezzanello, graniglia, moniglia, sabbione e sabbia.
Nelle cave di costruzione le pietre erano lavorate in blocchi.
Questi venivano perforati e poi tagliati grazie a dei pinciotte, pezzi di ferro inseriti nei buchi insieme a delle molle. Quindi si batteva con la mazza per spaccare la pietra. A squadrare i blocchi così ottenuti provvedevano strumenti quali zeccotte, mazzole, martelli, puntille e scalpelli.
Oggi le macchine hanno sostituito completamente questo tipo di lavorazione. Compressori e vocontrilli sono capaci di scavare buche larghe più di 10 centimetri e profonde fino a 100 metri. Per far saltare la montagna si usa la dinamite con lunghissime micce detonanti. Per spostare e trasportare i materiali ci sono ruspe e pale meccaniche.
(Informatore: Pietro Pignatelli, anni 62)

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