Lu mastrecarrere

Il mezzo di trasporto più usato e a portata di mano era lu traine. C'era anche lu carrettone, il quale serviva d'estate in occasione del trasporto dei covoni dai campi già mietuti alla trebbiatrice che stava, generalmente, sempre davanti alla masseria. Per il trasporto leggero di pochi uomini e piccole cose c'era lu sciarabbà alla cacciatora. C'era, inoltre, anche quello più veloce: lu sciarabbà a dujie poste (n.d.r. Il termine sciarabbà è una corruzione del francese char à bancs).
Lu traine, il classico mezzo di trasporto, lo usavano maggiormente li trainere che svolgevano la loro attività maggiormente per il trasporto merci da un paese all'altro. Ma era molto utile anche per gli agricoltori, i quali facevano avanti e indietro, dal paese alla masseria e viceversa, caricando uomini e tutto quanto l'azienda aveva prodotto.
Il carretto era lungo in media quindici, sedici, diciotto palmi (dai quattro metri in su), a seconda dell'utilità, e largo un metro circa o poco più. Era diviso in due parti. La prima era il cassone vero e proprio, lungo un paio di metri, con due sponde per contenere il carico; sulle sponde c'erano delle sporgenze chiamate fuselere a cui il carrettiere, a volte, fissava le briglie. L'altra parte consisteva nelle stanghe tra le quali si attaccava il cavallo o il mulo. Alla punta di ognuna delle stanghe era praticato un foro di due, tre centimetri di diametro in cui s'infilava un pezzo di legno lavorato, detto lozza, che serviva a trattenere parte dei finimenti della bestia.
Ai lati c'erano li barracchine (sponde) e li strettore, tavole strette che tenevano unite le sponde: una anteriore e l'altra posteriore.
Quando la cassa era pronta, vale a dire quando era stato costruito il letto e le sponde, si metteva mano a rafforzare il tutto con le sottostanghe su cui, poi, veniva montato l'asse che doveva reggere le ruote.
Certamente la parte di lavoro più impegnativa di tutta l'opera era la costruzione delle ruote, soprattutto della testa (mozze). Questo era il gruppo centrale da dove partivano dodici raggi divisi per sei (due raggi per anta). Il mozzo era un grosso tronco d'albero, che veniva lavorato e tornito ben bene, alle cui estremità erano fissati dei cerchi di ferro per evitare la rottura. Al centro era praticato un foro che conteneva la smaina (un cono di metallo a forma e funzione di guaina che serviva ad accogliere le assi del carro). Quando l'asse entrava nel mozzo, sporgeva per circa dieci centimetri. All'estremità vi era un consistente foro nel quale veniva infilato un pezzo di ferro costruito per l'occasione in modo da impedire l'uscita della ruota. Questo ferro era chiamato arzicula.
Prima di montarlo, anche la parte legnosa era fatta oggetto di molte attenzioni da parte dell'artigiano: era lisciata e ben rettificata per agevolare l'entrata del cerchione. Quando il cerchio era stato sistemato, si facevano i grossi chiodi da far penetrare nei fori praticati in precedenza.
Il carro a questo punto era pronto e bastava un po' di grasso tra l'asse e la ruota per essere messo sotto il cavallo, e via per molti anni sulle strade da e per Sammarco, al servizio dell'uomo di quella società.
In discesa e quando il carico era consistente, lu trainere stava sempre dietro con la fune in mano a controllare e dosare la stretta necessaria, e più la discesa era ripida più veniva tirata. Quando poi si avvicinava un tratto pianeggiante veniva allentata fino a che non ce n'era più bisogno e rilasciata completamente.
Quando si eseguivano le operazioni di carico, da fermi, per non affaticare la bestia, si poggiava a terra un asse di legno, detto lu ciucce, che sosteneva il peso.
Vi era poi un paletto con dei rami (la fruccedda) a cui si appendevano la bisaccia, funi e altri oggetti.
Questo era, grosso modo, il carretto costruito con intelligenza e tanta pazienza da quegli artigiani, i quali dovevano avere una certa cultura e dimestichezza con i numeri e i principi di geometria, altrimenti come avrebbero fatto a mettere su quei mezzi di trasporto allora tanto utili? Non si può costruire una ruota improvvisando, senza conoscere le basi, la preparazione tecnica e tanta esperienza.

